“In fuga da Houdini” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Un viaggio in nave è un sogno o un’illusione che nasconde del sangue?
[qui trovate i link agli articoli precedenti, rispettivamente per il primo e secondo volume della saga].

Al termine del libro precedente, Alla ricerca del principe Dracula, Johnatan Wadsworth, medico legale di fama non indifferente in Inghilterra, era stato convocato in America per offrire il proprio aiuto nella risoluzione di una serie di omicidi che stavano gettando ombra sulla città di New York.
Il 15 settembre scorso, aprendo le prime pagine della terza opera di Kerri Maniscalco, In fuga da Houdini, abbiamo scoperto che Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell lo hanno seguito in veste di suoi assistenti.
In questo terzo romanzo seguiamo le loro avventure, una volta che Thomas, Audrey Rose e la loro chaperon si sono imbarcati sulla Royal Mail Ship Etruria in una traversata di dieci giorni verso il nuovo mondo.

La narrazione in prima persona ci mostra, come nei libri precedenti, il punto di vista di Audrey Rose e leggendo si ha la sensazione di vivere una sospensione dal tempo reale, durante la quale il lettore si augura di avere davanti a sé la descrizione di dieci giorni intervallati solo di gioie, abiti scintillanti da presentare a cena, mentre lo strabiliante Circo al Chiaro di Luna fa le sue esibizioni curate al minimo dettaglio con il solo scopo di stupire i passeggeri e dar loro l’impressione di vivere in una favola.
Tutti coloro che hanno intravisto in Thomas e Audrey Rose una coppia stabile, complementare e allo stesso tempo paritaria, si augurano di potersi godere un corteggiamento segreto dei due protagonisti, dolce e appena sussurrato poiché entrambi sono in attesa del benestare delle rispettive famiglie perché il loro fidanzamento sia ufficializzato. Tuttavia, quando le luci calano la prima sera, durante l’esibizione dei circensi, comandati dal misterioso e affascinante Mefistofele, il sogno si trasforma in un incubo. La figlia del primo magistrato Prescott, in viaggio su quella nave su invito di uno sconosciuto benefattore, viene pugnalata e uccisa proprio al tavolo dove siedono i due protagonisti principali, senza che questi si rendano conto di chi sia l’assassino.

Le indagini iniziano immediatamente e devono svolgersi con rapidità, perché la lista dei morti aumenta vertiginosamente e in quegli spazi chiusi e lussureggianti tutti sono considerati colpevoli e prede in egual misura: hanno tutti la sensazione di trovarsi in una gabbia dorata dalla quale non possono evadere.
Da quel momento in avanti, ogni sera, i passeggeri vengono sorpresi da un nuovo omicidio, i corpi vengono ritrovati messi in posa come se fossero la figura di una carta dei tarocchi. L’escalation di violenza da cui l’Etruria sembra infestata, proprio perché presentata con dovizia di particolari e spettacolarità, fa ricadere i sospetti di quelle morti efferate sugli artisti che si esibiscono sul palco nascondendo le loro identità con maschere di velluto.
Il lettore segue le indagini quasi trattenendo il respiro e solo colui che avrà l’occhio attento potrà riconoscere l’assioma già presentato nel libro precedente (e in questo terzo libro esasperato), secondo cui in questa tetralogia a un restringimento dello spazio in cui si svolge l’azione corrisponda un infittirsi dell’intreccio, e di conseguenza sia non solo più difficile identificare l’assassino, ma anche determinare una cronologia tra gli omicidi. Per fronteggiare la situazione di pericolo in mare Audrey Rose e Thomas convengono di dividersi, e mentre la ragazza decide di stringere un patto con Mefistofele per poter parlare più facilmente con gli artisti del suo circo, l’apprendista patologo seguirà le indagini dello zio Johnatan in maniera ufficiale. Ma un telegramma comunica che c’è un problema di cui si devono occupare anche a Londra e che minaccia di destabilizzare la famiglia Wadsworth: Liza, la cugina di Audrey Rose, è scomparsa!

Le stringenti regole della società vittoriana estendono la propria ombra sui due protagonisti poiché la scomparsa di una ragazza nubile significava in una famiglia benestante dell’epoca un’onta tale da compromettere qualsiasi matrimonio.
Non che la situazione migliori quando Liza viene riconosciuta dalla cugina sul palco come assistente del mago Houdini. Ha una maschera che ne nasconde l’identità, come tutti gli altri circensi, ma se venisse scoperta la sua reputazione sarebbe rovinata!
Per amore di Liza, e per farle lasciare il circo, Audrey Rose si dice pronta a tutto, decisa a riportarla a casa con sé, sperando che la sua reputazione non sia compromessa vista la relazione che ha intrecciato con l’illusionista ungherese. Mefistofele, come il diavolo dell’opera di Goethe, è deciso a sfruttare a proprio vantaggio quel desiderio inespresso da Audrey Rose, ma che lui sembra leggerle in volto, perciò stringe con lei un accordo nel cuore della notte: entrare a far parte del Circo al Chiaro di Luna, facendo credere a tutti di essersi invaghita di Mefistofele stesso in cambio di prove che sicuramente spingeranno Liza a lasciare il circo e un aiuto per smascherare l’omicida che sta seminando il terrore sulla nave.
Nonostante si professi una donna indipendente e con un atteggiamento degno delle prime femministe, in quest’avventura Audrey Rose rivela al lettore e a sé stessa i propri limiti e le proprie debolezze: allontanarsi da Thomas e fingere di amare un altro uomo sembra più un tentativo di eludere le regole sociali e vivere al di sopra di esse piuttosto che un desiderio di aiutare la propria famiglia.
La conclusione porta allo svelamento dell’identità dell’assassino, ma lascia il lettore con il beneficio del dubbio: ci sono tre omicidi che sembrano commessi da un’altra mano, decisamente più efferata e molto più simile a quella di Jack lo Squartatore, il quale ormai sembra approdato a New York e potrebbe dare il via ad una nuova scia di crimini… riusciranno Thomas e Audrey Rose, ormai lontani emotivamente l’uno dall’altra, a riconoscerne le tracce ora che sono giunti in città?

Consigliamo questo libro perché… oltre a traghettarci verso un nuovo secolo, un nuovo mondo e presentarci le atmosfere oniriche messe in scena dal Circo al Chiaro di Luna, In fuga da Houdini si distanzia notevolmente dai precedenti soprattutto perché l’intreccio della trama poliziesca è particolarmente complessa e ci costringe a non distogliere l’attenzione neppure dal più piccolo dettaglio.
La sottotrama dalle tinte rosa sembra essere carente perché a un esame superficiale presenta il personaggio di Thomas come un burattino nelle mani di Audrey Rose, che rimane in attesa delle sue decisioni mentre la donna sembra capitolare ai piedi di Mefistofele. Il novello Sherlock è invece un uomo che rispecchia la nostra contemporaneità, che mostra per la prima volta un personaggio maschile carico di tutte le sue fragilità e paure proprie di qualsiasi uomo intento a conquistare il cuore della donna che ama e avere la possibilità di costruire un futuro con lei.

La Nascita del principe Oscuro

Questo racconto lungo viene venduto insieme al terzo volume della serie Stalking Jack the Ripper. Se si sceglie di acquistare la versione del libro in pdf, la casa editrice OscarVault lo fornisce in un unico file leggibile comodamente su qualsiasi schermo a disposizione dei lettori più progressisti e amanti della tecnologia.
Si presenta sotto forma di libretto della lunghezza di nove capitoli che racconta alcuni episodi di quanto abbiamo appena letto essere avvenuto sull’Etruria, narrati dal punto di vista di Thomas Cresswell e prosegue narrando il soggiorno di Audrey Rose e Thomas a New York presso la casa di Nonna Wadsworth.

La scelta di dar voce principalmente alla protagonista femminile e in seguito dedicare delle pagine alla controparte maschile può risultare un cliché dai toni stucchevoli e melensi che fa riecheggiare in mente l’operazione letteraria che ha visto la luce nei mesi scorsi ad opera della scrittrice Stephenie Meyer.
È necessario però segnalare che questo racconto si distacca totalmente da quel tipo di scelta perché ci offre uno spiraglio sulla mente logica del nostro apprendista patologo forense preferito, e unisce ad essa la percezione dei suoi sentimenti per Audrey Rose.
Prosegue poi, attraverso la narrazione degli eventi avvenuti una volta che i due sono attraccati a New York, parlando per bocca di Thomas dell’importanza di accettare sé stessi, in toto, con pregi e difetti, luci ed ombre perché solo così lui sarà in grado di amare completamente Audrey Rose, e sbirciando tra i pensieri del protagonista il lettore stesso comprende l’importanza di una maggiore consapevolezza di sé per vivere una vita felice. È qui che il lettore può finalmente realizzare la profondità e l’accuratezza con cui è stato tratteggiato il personaggio di Thomas e per quale motivo rispecchi realisticamente qualsiasi uomo innamorato e possa quindi godersi, nelle ultime pagine, un evento che determinerà il punto di partenza per il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco.

La pittura del Novecento, parte VIII: Modigliani, Chagall, Klee e altri outsider

Di Andrea Carria

Nel percorso fatto insieme finora (qui le puntate precedenti: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7), abbiamo visto come la storia dell’arte del Novecento si presti a essere raccontata per macrogruppi facenti capo a numerose correnti artistiche, alcune delle quali denominate avanguardie. Questo modo di procedere ha i suoi vantaggi, ma anche qualche difetto: in un universo artistico variegato e multiforme come quello europeo dei primi due o tre decenni del XX secolo, svolgere il proprio racconto affidandosi alle categorie vuol dire ricordare molto e tralasciare molto altro; ecco perché oggi andremo alla scoperta di una piccola parte di quegli artisti che, pur avendo interagito con una molteplicità di ambienti e stili diversi, non sono riconducibili a nessun gruppo in particolare. Benvenuti nel mondo degli outsider del Novecento artistico europeo.

Il viaggio di oggi inizia sulle rive della Senna, quando una folta schiera di artisti geniali ma squattrinati, rivali di giorno e amici la sera nelle sudice osterie di Montparnasse, diedero vita a una delle esperienze più singolari ed esuberanti che si possono incontrare in tutta la storia dell’arte: l’École de Paris.
Nonostante il nome, l’École non era una vera scuola (nessuno di quegli artisti nutriva il desiderio di far parte di un ambiente formale o di fondarne uno), ma piuttosto una Comune bohémien dove, almeno per una volta, la politica metteva più d’accordo dell’arte. Uniti intorno ai valori libertari, riformisti e pacifisti, questi pittori erano divisi riguardo a tutto il resto. Ognuno difendeva e propagandava appassionatamente il proprio stile come il migliore di Parigi, le rivalità sbocciavano come fiori di rovo sopra le vecchie amicizie, e per reazione l’asticella del modernismo veniva spostata in avanti ogni giorno che passava.

Amedeo Modigliani, “Nudo sdraiato a braccia aperte” o “Nudo rosso”, 1917, Milano, Collezione Mattioli.

L’artista che più di ogni altro è finito per modellare questo volto della Parigi del primo Novecento è Amedeo Modigliani (1884-1920), per tutti Modì. Il suo nome non ha bisogno di presentazioni; è sinonimo di genio e sregolatezza, di modernità e stile inconfondibile. Celebre per i ritratti dai colli allungati e gli occhi vacui, l’unicità del suo tratto di artista si è velata di mistero anche per le modalità della sua morte, tragica e prematura, che dopo di lui si abbatté pure sulla compagna, la giovanissima Jeanne Hébuterne (1898-1920), una pittrice di cui il mondo fa ancora fatica ad accorgersi. Dietro agli sguardi immortalati da Modì non si nasconde nessun mistero, ma solo un talento e uno stile unici che sapevano catturare l’essenzialità delle forme modulandola secondo un canone soggettivo inconfondibile.

L’originalità della pittura di Modigliani, quello che definiremmo il suo marchio d’autore, era un plasticismo molto accentuato risalente alla sua formazione come scultore. Le forme ben definite, i volumi potenti, i contorni decisi, le pose solenni e insieme sensuali, perfino quegli occhi vuoti così conturbanti a vedersi sono tutte caratteristiche della scultura prestate alla pittura. Se si osserva la sua produzione, ci si accorge come questo debito con la scultura è evidente anche in altri modi. Innanzitutto nei soggetti. Modì era un ritrattista puro, dipingeva corpi, volti, sguardi. A Parigi era uno dei pochi, forse l’unico, a disdegnare i paesaggi e gli scorci urbani (quelli che sono giunti fino a noi sono pochi e non così significativi). I suoi interessi erano altri e anche quello che lo entusiasmava di più fra ciò che scopriva (l’arte africana ed egizia, per esempio) aveva a che fare con i corpi e la carne. Di sicuro, Modigliani non vedeva la scultura come un ripiego, così come non mancano gli esperti che valutano la sua produzione scultorea più interessante di quella pittorica. Vero o non vero che sia, Modigliani a un certo punto smise di scolpire la pietra, ma non appese gli attrezzi del mestiere; continuò a usarli in pittura cesellando i volumi e scolpendo profili.

Lorenzo Viani, “La signora con il crisantemo”, 1911, Modena, collezione privata.

Modigliani rimase un pittore indipendente fino alla fine, ma non era il solo. Parigi era abbastanza vasta ed eclettica da ospitare tante anime diverse fra loro. Spiriti liberi come il suo non rappresentavano un’eccezione; nelle narrazioni che si fanno di quegli anni si corre sempre il rischio di ingabbiare le singole esperienze in sovrastrutture eccessivamente rigide, quando in realtà le cose erano molto più fluide, e di sicuro nessuno all’epoca aveva l’impressione di operare in un contesto codificato come quello che hanno poi ricostruito gli storici dell’arte.
È solo in quest’ottica che ha senso parlare di outsider, fra i quali ci sono davvero molti nomi da ricordare: il viareggino Lorenzo Viani (1882-1936), il postimpressionista figlio d’arte Maurice Utrillo (1883-1955), l’ex Fauves Georges Rouault (1871-1958), il giapponese Tsugouharu Foujita (1886-1968), e i russi Chaïm Soutine (1893-1943) e Marc Chagall (1887-1985).

Chagall arrivò a Parigi da Vitebsk (oggi Bielorussia) nel 1910, facendo la conoscenza dei personaggi più in vista dell’ambiente artistico cittadino, fra cui Robert Delaunay, Guillaume Apollinaire e André Breton. Delaunay come pittore orfico e Breton come futuro teorico del surrealismo dicono già molto sullo stile chagalliano e sui suoi soggetti. Chagall fu un esploratore solitario e indipendente delle tematiche del sogno, dell’infanzia e della favola. Tutt’altro che teorico, il suo approccio emotivo lo portò all’elaborazione di un linguaggio estremamente personale popolato da ricordi, fantasie, sogni e cultura popolare russo-ebraica. Il tutto mescolato armoniosamente insieme all’insegna della massima libertà espressiva e rappresentativa. Preziosa eccezione in un periodo dapprima inquieto e poi pesantemente funestato, il suo contributo è noto anche per aver celebrato il lato gioioso e innocente della vita grazie ad ambientazioni fiabesche e a un cromatismo acceso ma rassicurante. Non da ultimo, Chagall è stato anche un interprete convinto del significato narrativo della pittura: i suoi quadri sono infatti tra i pochi esempi novecenteschi in cui gli elementi della composizione sono lì anche per raccontare una storia.

Marc Chagall, “Il compleanno”, 1915, New York, MoMa.

Nemmeno Chagall fece mai parte di una corrente o di un’avanguardia. A Parigi, i tentativi dei surrealisti di avvicinarlo naufragarono nonostante le (apparenti) affinità, mentre in Russia, dove tornò a seguito della Rivoluzione per dirigere la scuola d’arte di Vitebsk, entrò presto in contrasto con le nuove tendenze artistico-politico incarnate da Kazimir Malevič e dal suo suprematismo. La propria fortuna Chagall la costruì interamente all’estero, prima in Francia e poi in America. Per quanto nel tempo fosse cresciuto in importanza, il suo nome ha sempre rappresentato unicamente sé stesso, sfuggendo a ogni accostamento o paragone. Se c’è dunque un outsider, l’esempio di Marc Chagall è il più emblematico fra quelli che incontreremo oggi.

Rispetto a lui e a Modigliani, il tedesco Paul Klee (1879-1940) è invece da considerare un outsider per aver toccato varie correnti e stili senza impegnarsi davvero con nessuno.
Le peregrinazioni artistiche di Klee riflettevano il suo animo inquieto e schivo. Educato fin da piccolo alla musica, in una prima fase sembrava più attratto dalla poesia che dalla pittura, alla quale decise comunque di dedicarsi trasferendosi a Monaco, allora uno dei punti di riferimento dello Jugendstil e dell’espressionismo tedesco. Viaggiò, e pure lui aveva inserito Parigi nel suo itinerario. Nella capitale francese ebbe modo di rimanere colpito in modo particolare dalle opere cubiste, ricavandone quelle suggestioni che avrebbero alimentato una parte importante della sua ricerca. Klee non era un teorico alla Kandinskij, del quale divenne amico durante il periodo del Bauhaus, negli anni Venti, ma, per aver concepito l’arte come un mezzo di ricerca e di ricomposizione dell’umana frattura tra spirito e materia (un tema ricorrente anche nelle sue poesie), probabilmente è da considerare come il più “filosofo” tra i pittori della sua generazione.

Il viaggio che, stando ai suoi diari, lo aprì a nuove frontiere fu quello a Tunisi che intraprese nel 1914 insieme all’amico pittore August Macke. Furono i colori a folgorarlo, i colori accesi e la luce intensa del Mediterraneo, i quali cominciarono a impossessarsi della sua tavolozza. Klee si ritrovò così a dirigere la sua ricerca su due fronti: da una parte verso la linea grafica e la forma, dall’altra verso il colore e le sue gradazioni. Molto famosi, per esempio, sono i suoi dipinti a bande orizzontali degli anni Venti, dove lo spazio appare suddiviso geometricamente e riempito in base a precise valutazioni cromatiche.

Paul Klee, “Separazione di sera”, 1922, collezione privata.

In una seconda fase – complice un nuovo viaggio, questa volta in Egitto, nel 1928 – Klee approfondì lo studio dei simboli e dei loro significati archetipici. Geroglifici e sagome stilizzate divennero il motivo principale di molte sue opere, riconfermando un’attenzione che il pittore aveva dimostrato anche in passato. L’importanza che attribuiva alla simbologia elementare, arcaica (molti suoi quadri sembrano riproduzioni di arte rupestre), derivava dalla ricerca di un’ideale di innocenza e purezza che condusse per tutta la vita. Come Chagall, anche lui era un pittore legato al mondo dell’infanzia, ma con differenze formali e metodologiche molto profonde rispetto a quest’ultimo. Se infatti le opere di Chagall sono il risultato della rievocazione di un’arcadia interiore, vissuta oppure tramandata, quelle di Klee sono marcatamente psicanalitiche (addirittura junghiane nei propositi) e si mettono sulle tracce di epoche astoriche, come ad esempio l’infanzia del mondo.

Altro versante di ricerca privilegiato che lo avvicinava a Kandinskij era il rapporto fra musica e pittura. Le numerose scale cromatiche che Klee ha dipinto sono l’equivalente visivo delle scale musicali che aveva studiato da bambino. La sua spiccata sensibilità si combinava con un modus operandi chiaramente scientifico. Lo si vede bene nella sua concezione dei colori. Per lui, i colori non avevano solo un valore emotivo o estetico, ma intrattenevano rapporti quantitativi gli uni con gli altri, ed era dallo studio di questi rapporti che doveva passare se voleva giungere a composizioni visive armoniose. I quadri con le scacchiere sono l’espressione più chiara di questa sua ricerca e, come Kandinskij e altri pittori avevano già fatto, presentano titoli esemplificativi come Polifonia o Armonia. Molti dipinti di Klee, gli stessi che consideriamo i suoi capolavori, sono da intendere come saggi di teoria pittorica.

La produzione artistica di Klee ha risentito di vari stili ma, nel suo intento di progredire nella ricerca, come artista si è sempre vietato di uniformarsi, tanto meno di aderire a qualcosa. Espressionismo, cubismo, astrattismo, neoplasticismo, surrealismo, primitivismo e pittura naïf sono tutte etichette che si possono attaccare ad almeno una sua opera, eppure non fornirebbero l’interpretazione nemmeno dell’opera in questione – figurarsi della sua parabola artistica. Il più filosofo dei pittori è appartenuto unicamente al suo tempo; i primi quarant’anni del Novecento sono stati a tutti gli effetti il suo laboratorio e la sua avanguardia.

Paul Klee, “Nuova armonia”, 1936, New York, Guggenheim Museum.

Vista la quantità dei temi trattati, il consiglio bibliografico di oggi è un po’ diverso dagli altri: si tratta infatti di un romanzo che ho avuto il piacere di presentare qui sul blog: Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani di Grazia Pulvirenti (Jouvence, 2020). Non vi troverete tutto quello che si è visto in questo articolo, ma sono sicuro che dalle sue pagine riuscirete a ricavare un’idea piuttosto fedele del clima parigino durante i ruggenti “anni folli”.

*Immagine in copertina: Chaïm Soutine, “Paesaggio con tetti rossi”, 1919, New York, Perls Galleries.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

“Alla ricerca del principe Dracula” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Non tutti i principi e le principesse indossano la corona anche se vivono in un castello, alcuni di essi inforcano il bisturi…

Il libro che ha reso famoso Bram Stoker, Dracula, è l’emblema dell’opera vittoriana di genere horror e dalle ambientazioni gotiche che ha sfruttato le paure e i desideri atavici dei lettori per presentare la leggendaria figura del vampiro che semina il terrore in Transilvania e a Londra.
Le leggende, il folklore popolare e la fama del libro hanno però offuscato e reso meno noto l’uomo che ha prestato il volto al personaggio letterario: il Conte Vlad III Dracula, protettore del principato di Valacchia dove sorge l’odierna Romania.
Nonostante non fosse nato nobile, si era guadagnato il titolo di Conte in quanto proprietario terriero e strenuo difensore dagli attacchi degli Ottomani. Il suo nome, in terra natia, è sempre stato legato alla fama di eroe di guerra sanguinario e spietato che faceva ricorso a metodi poco ortodossi per sbarazzarsi dei nemici: il soprannome che i romeni gli avevano affibbiato, Țepeș (impalatore), era legato alla sua abitudine di lasciar morire dissanguati i propri nemici infilzandoli a dei pali.

Questo è quello che, nell’immaginario vittoriano, ha nutrito e dato forma alla leggenda del vampiro che si credeva non vivesse solo nelle pagine del libro che portava il suo nome.

È da questa leggenda che muove i passi il secondo libro di Kerri Maniscalco, Alla ricerca del Principe Dracula, volume che prosegue nella narrazione delle avventure di Audrey Rose e Thomas nel loro viaggio in Romania, appena pochi mesi dopo aver svelato l’identità del sanguinario Jack lo Squartatore e aver posto fine al suo “Autunno del Terrore”.
Entrambi i protagonisti sono decisi a lasciarsi alle spalle gli efferati crimini che hanno sconvolto Londra per studiare le vittime di omicidi e stragi esclusivamente sui tavoli operatori dell’accademia di Medicina Legale e Scienze Forensi del Castello di Bran, la più rinomata in Romania e che si trova all’interno dell’antica dimora del Conte Vlad III Dracula. A tal proposito pare non essere un caso il fatto che l’accademia sembra accogliere molti tra i discendenti della famiglia reale proprio della casata Vlad Dracula. Ed è in questo tetro castello che iniziano a verificarsi strane sparizioni e morti che vengono imputate al leggendario vampiro.

Questa seconda avventura presenta una trama degna di un romanzo giallo che si intreccia spesso con il genere horror e, infatti, il sangue e il mistero raggiungono i due protagonisti già sull’Orient Express, il treno che li porterà in Transilvania: una terra in cui il folklore è tanto radicato che metterà a dura prova Audrey Rose, la quale faticherà a distinguere la realtà dalla fantasia. Il fatto che lei sia l’unica donna a voler intraprendere gli studi forensi, inoltre, la isola dagli altri compagni, allontanandola persino da Thomas per qualche tempo.

Mentre gli omicidi proseguono, il nome di Dracula viene sussurrato con terrore poiché tutti i cadaveri vengono ritrovati dissanguati: Thomas e Audrey Rose sanno di non potersi fidare di nessuno e di dover invece far affidamento solo sul legame che li unisce e sulla loro abilità di usare la logica.
Non appena si abituano al rettore scorbutico, al principe Nicolae che disegna Audrey Rose come una vampira e al professor Radu, che crede fermamente nel folklore, Audrey Rose e Thomas si scoprono non solo compagni d’avventura ma anche amici e innamorati grazie ai saggi consigli della sorella di lui, Daciana, che fa loro visita mentre sta compiendo il Grand Tour. Il lettore può riconoscere un’alleata dei due protagonisti anche nella serva Ileana, dalla quale sarà divertente e piacevole imparare un ampio vocabolario romeno per poi lasciarsi andare a un po’ di frivolezze attraverso il personaggio di Anastasia, unico raggio di luce in un ambiente cupo come quello descritto.

I luoghi che ci vengono descritti hanno il pregio di arrivare alla nostra fantasia attraverso la narrazione in prima persona e, perciò, vengono interiorizzati e riportati al lettore attraverso la lente delle emozioni di Audrey Rose.
Quando uno dei personaggi principali viene ritrovato morto, mangiato vivo da un nuvolo di pipistrelli vampiro allevati nel castello, i nostri novelli Sherlock e Watson sembrano i soli in grado di poter svelare l’identità del principe Dracula nel contemporaneo tentativo di fermare l’assassino che cerca lo sconosciuto discendente dell’Impalatore, mettendo in gioco perfino la loro stessa vita.

Libri come questo sono scritti sia per trascinarci in un universo fantastico che ci fa conoscere meglio noi stessi e le nostre paure sia per renderci consapevoli della realtà che ci circonda. Un’operazione che l’autrice fa attraverso un uso scaltro e intelligente di carta e inchiostro, non senza prendere una chiara posizione a favore dei diritti LGBT+ grazie alla presenza di due donne, dal ruolo di certo non secondario, che sono legate da un amore saffico che viene presentato come una delle tante sfumature che questo sentimento può assumere.
Consigliamo perciò questo libro perché i due principali pilastri su cui si regge sono la trama da romanzo poliziesco con innesti del genere horror e l’intreccio amoroso: il lettore è chiamato a sciogliere assieme ai due protagonisti un giallo dai tratti decisamente macabri e a riconoscere la modernità del legame che unisce Audrey Rose e Thomas. I due infatti imparano a conoscersi come individui lontani dagli obblighi della società londinese e lei in particolare saggia le proprie forze come persona che non ha bisogno di nascondersi dietro a un uomo per esprimere la sua opinione, proprio dinnanzi agli occhi del lettore.

“Morire per le idee” di Costica Bradatan: ritratto del volto eroico della filosofia

Di Andrea Carria

Morire per le idee? Proprio così. Il libro di Costica Bradatan Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi, pubblicato nel 2017 da Carbonio Editore (collana “Zolle”, traduzione di Olimpia Ellero), mostra un lato poco considerato del mestiere del filosofo, ma che in realtà è emerso nel momento stesso in cui la filosofia è nata.

Per Bradatan, Socrate, il padre della filosofia occidentale, è stato colui che ha anche inaugurato il sentiero insanguinato dei martiri filosofi. Costoro sono quei pensatori che hanno servito così fedelmente le loro idee e la filosofia da immolarsi. Scomodi per il potere costituito della loro epoca, questi filosofi hanno testimoniato ciò che prima avevano soltanto pensato o scritto, facendo del loro corpo morente l’opera più importante che mai potessero concepire.

Morire per le idee è una navigazione affascinante nelle acque più buie della storia della filosofia. È una navigazione affascinante per chi legge, ma se Bradatan ha potuto scriverla è perché qualcuno da quelle acque non è mai uscito. Se è vero, come si impara leggendo il libro, che una delle definizioni più calzanti di filosofare è “imparare a morire”, allora per qualcuno lo è stato di più che per altri. Le figure che si incontrano in questa storia sono infatti tra le più sfortunate degli ultimi mille anni di pensiero libero: Socrate, Ipazia, Severino Boezio, Thomas More, Giordano Bruno, Jan Patočka. Ognuno di loro ha pagato con la vita la propria coerenza e la mai semplice intesa fra pensiero e azione. Martire, in greco, significa testimone, ed è proprio ciò che questi filosofi hanno fatto morendo: hanno reso testimonianza della fondatezza delle proprie idee, dimostrando di avere ragione per mezzo del proprio sacrificio.

Se Socrate non avesse bevuto la cicuta, tutto quello che aveva insegnato fino a quel momento si sarebbe dissolto come neve al sole, e la filosofia così come la conosciamo non sarebbe esistita. Se Bruno avesse abiurato le proprie tesi di fronte al Sant’Uffizio, si sarebbe salvato, ma avrebbe anche riconosciuto il proprio errore e, insieme, l’inconsistenza di tutto il suo lavoro come libero pensatore. Il mestiere di filosofo è intrinsecamente intollerante alle contraddizioni, ma non meno accidentata è la strada di chi sceglie di fare della coerenza la propria bandiera. Al filosofo non sempre viene richiesto di dare prova pratica delle proprie idee, ma quando succede – e succede – le cose si complicano sempre, e in un modo o nell’altro finisce per perdere tutto.

Morire per le idee è la storia di come i filosofi hanno perso la cosa più cara che avessero, la vita, ma è anche la storia di come il loro nome ha sconfitto la morte. Le pagine sul martirio dei filosofi costituiscono il cuore del libro di Costica Bradatan. Essenziale perché un filosofo diventi martire sono un potere oppressore determinato a togliere di mezzo gli ostacoli, la presenza di qualcuno che racconti come si sono svolti i fatti e di un pubblico che sia disposto a ricevere quella storia. Solitamente ciò avviene in tempi brevi tuttavia, se le condizioni socio-politiche non lo permettono subito, una figura può diventare un simbolo anche a distanza di secoli. Ne sanno qualcosa Giordano Bruno e Ipazia, i quali hanno dovuto attendere un tempo lunghissimo prima che il loro esempio e le loro idee avessero una platea.

Le qualità del libro di Bradatan sono più di una. Il tema può erroneamente sembrare una nicchia quando in realtà si situa nel cuore stesso della filosofia, cosa che rende questo saggio una lettura particolarmente adatta agli appassionati. L’esposizione, scorrevole e chiara, non dà nulla per scontato e agevola anche chi ha poca familiarità con l’argomento o ha lasciato passare troppo tempo dall’ultima lettura di questo genere. Lo stile piacevole dell’autore è inoltre vivacizzato da una serie di intermezzi che si inseriscono nel corpo del testo principale. Si tratta di testi collaterali che approfondiscono un tema o aprono una finestra su un altro senza rallentare il flusso del discorso principale. Una dimostrazione di come a volte basti veramente poco per recuperare interesse intorno a un argomento.

È da diverso tempo che la filosofia non gode più di buona salute. La sua reputazione – mai stata buona nemmeno quella – ha visto moltiplicarsi sempre più spesso i motivi che la vogliono una disciplina stanca e quasi del tutto priva di risposte da dare alle sfide poste dalla modernità. Per non parlare poi dei filosofi, una categoria di cui nessuno ha mai saputo davvero cosa farne. Con questo libro, Costica Bradatan non ha risollevato di un centimetro la traiettoria discendente della filosofia e dei suoi adepti, ma ha comunque fatto qualcosa di davvero meritorio: accendere una fiammella nel lungo crepuscolo della filosofia ricordando non soltanto le sue eroiche origini, ma soprattutto il senso del filosofare. Fare filosofia, ricorda Bradatan citando Pierre Hadot, è prima di ogni altra cosa uno stile di vita. Fare filosofia è vivere la filosofia, e dal momento che le due cose non hanno mai smesso di andare di pari passo, oggi non meno che in passato la filosofia si riappropria di tutta la sua saggezza, e con orgoglio ricorda al mondo di essere forse l’unico cammino che prepara alla morte educando la ragione.

Seguite l’inchiostro, ovvero la biografia di F. Scott Fitzgerald

Di Gian Luca Nicoletta

Ci sono alcuni “grandi scrittori” che hanno sempre goduto di questo importante aggettivo a qualificare la loro opera. Nell’immaginario comune, alcune penne come Hemingway, Goethe, Moravia, eccetera sono semplicemente “nati” scrittori e soprattutto “nati” col successo a portata di mano. Col libro di cui vi parlo oggi, al contrario, desidero ricordare a me stesso e anche a voi aspirati autrici e autori che la scrittura è, mi si perdoni il bisticcio di parole, un’arte artigiana: bisogna imparare a maneggiare gli strumenti e, cosa altrettanto importante, bisogna imparare a sporcarsi le mani. L’esempio che vi propongo è quello di Francis Scott Fitzgerald, la cui biografia d’autore è stata curata da Leonardo G. Luccone nel volume Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, con la traduzione di Vincenzo Perna e pubblicato da Minimum Fax.

Sarà bene cominciare da alcune parole chiave:
1) biografia d’autore: ripercorrere la vita di una scrittrice o uno scrittore scandendola secondo il ritmo delle pubblicazioni. Ci interessa poco (in termini di spazio dedicato nel volume) la vita prima della scrittura. In questa prospettiva, il rapporto fra il vissuto e la pratica scrittoria viene completamente ribaltato a favore della seconda: gli anni, le epoche e la storia sociale vengono cadenzate dalle date di uscita di racconti, romanzi, poesie, mentre il resto della vita “capita” fra un’opera e l’altra;
2) artigianalità: se proprio bisogna cercare un sostantivo per descrivere l’approccio al lavoro di Fitzgerald, indubbiamente questo sarà da privilegiare. Nella sua breve ma densa vita, Fitz “scrive in continuazione”, letteralmente. Non si ferma mai da quando, appena ventenne, decide di voler dedicare la propria vita a quest’arte e di volerne diventare uno dei punti di riferimento per la letteratura statunitense. Sin dai primi anni di pratica continua, Fitzgerald macina migliaia di parole a settimana: articoli, saggi, qualche poesia giovanile, ma soprattutto… racconti! Proprio così: l’autore del Grande Gatsby lascia il suo segno nella letteratura occidentale a suon di racconti brevi, moltissimi dei quali pubblicati in serie com’era uso all’epoca, e non grandi romanzi;
3) perseveranza, quando non caparbietà. Se provassimo a tracciare un grafico della fortuna di Fitzgerald, questo sarebbe irrimediabilmente simile a quello del moto ondoso. A un iniziale periodo di indifferenza nel mondo dell’editoria, la carriera dello scrittore del Minnesota ha subito vertiginose impennate e brusche cadute in picchiata, dall’inizio alla fine. Questo però non ha mai fiaccato la sua tenacia, anzi. Si può dire che i periodi di più intenso lavoro per Fitzgerald siano stati, forse paradossalmente, quelli della sua crisi personale. Riuscì a superare indenne la grande depressione del 1929, ma la battuta d’arresto sul suo nome e la sua fama arrivò qualche anno dopo, alla quale lui rispose scrivendo di più, tallonando di più il suo agente, esigendo controlli più serrati sulle proprie produzioni.

Francis Scott e Zelda Fitzgerald – fonte: SBHU

Si diceva che, nelle biografie d’autore, tra un’opera e l’altra si inserisce anche la vita e come ben sappiamo quella di Fitzgerald fu tutto meno che monotona.
La sua famiglia d’origine apparteneva alla piccola borghesia, dalle finanze stabili ma non ingenti. Uno dei primi segni dell’ambizione di Fitz a qualcosa che si trovasse più in alto rispetto al suo punto d’osservazione si manifesta quando decide di voler sposare Zelda Sayre, che al contrario proviene da una famiglia di magistrati, proprietari di giornali, politici.
La giovane Zelda è una ragazza sveglia e sa cosa vuole dalla vita: essenzialmente fare quello che le pare. Sposare uno scrittore in erba (probabilmente poco più d’un imbrattacarte, ai suoi occhi) non le porterebbe lo stile di vita cui è abituata e così pone una condizione molto chiara: prima di sposarla, Fitzgerald deve diventare un vero scrittore. Con questo spirito il giovane autore tampina tutti i contatti di cui dispone per giungere a una pubblicazione di grido: il 26 marzo 1920 viene pubblicato Di qua dal paradiso per la famosa casa editrice Scribner, e appena otto giorni dopo, il 3 aprile, Zelda diventa la signora Fitzgerald.

Edizione statunitense di Di qua dal paradiso, edito da Scribner

La coppia, trasferitasi a New York, diventerà l’emblema dei ruggenti anni ’20 tra feste di lusso, automobili costose, alberghi a cinque stelle e viaggi transoceanici.
La vita però costa molto, sopratutto gli alcolici da consumare durante le feste sfrenate e questo induce Fitz a commettere l’errore che lo segnerà per tutta la vita: chiedere anticipi al suo editore. Questi, uomo generoso ma con la testa sulle spalle, non fa mai mancare al suo autore le cifre che gli vengono chieste, poiché con le pubblicazioni sa che saranno restituite fino all’ultimo centesimo. Ma questo meccanismo si trasforma in un circolo vizioso: i soldi anticipati non bastano mai e, una volta arrivati a una pubblicazione, ai Fitzgerald non rimane nulla in tasca per poter vivere, il che costringe Scott a chiedere nuovi anticipi e così via.
Uno stile di vita condotto costantemente sul filo del rasoio rischia di non reggere dal momento che Zelda manifesta i primi segni di instabilità mentale. Le strutture pubbliche non garantiscono un tenore di vita dignitoso e così Scott fa ricoverare la moglie in strutture private, chiaramente costose, che però non sa come pagare. Allo stesso tempo Scottie, la loro unica figlia nata nel 1921, non vuole farsi mancare le feste, i viaggi e la compagnia di persone molto facoltose. Fitzgerald si trova in una situazione pressoché disastrosa dalla quale inizierà timidamente a risollevarsi dalla seconda metà degli anni ’30, iniziando a lavorare per il cinema di Hollywood accanto a personaggi del calibro di Alfred Hitchcock.

Una sera di dicembre del 1940, prossimi al Natale, Fitzgerald si trova nel suo studio. Ha rimesso un po’ d’ordine nella sua vita: ha da tempo abbandonato la bottiglia, ha accettato il logoramento del suo matrimonio con Zelda, ha salvato il rapporto profondamente incrinato, e testimoniato da un’aspra lettera riportata nel volume, con sua figlia. Dopo aver ascoltato alla radio la partita di football della squadra di Princeton, nella monotona calma di una casa vuota, lontano dalle luci delle feste scintillanti dei suoi anni migliori, si spegne per sempre ad appena 44 anni.

Sarà un capolavoro rappresenta un felice compendio per giovani scrittrici e scrittori. Ci insegna che in questa professione il lavoro duro è all’ordine del giorno e che sicuramente non mancheranno cocenti delusioni come indebiti disconoscimenti. Una lettura che consiglio vivamente perché aiuta a mettere la pratica dello scrittore di professione in una prospettiva proporzionata e certamente utile a tutti.

“Sulle tracce di Jack lo Squartatore” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Cosa ci affascina maggiormente della letteratura vittoriana? La sua capacità di creare un immaginario affascinante e imperituro, di realizzare entro poche pagine quadri di un mondo che non esiste più, fatto di chiacchiere sussurrate oltre il bordo di una tazza di tè, di bustini di stecche di balena che obbligavano a dover agire anche nei momenti più spensierati secondo regole ferree.

O forse c’è dell’altro? Come l’aver saputo cogliere entro quelle regole ferree che influenzavano la vita di ogni singolo individuo, un modello che si è protratto fino al XX secolo e con esso le crepe, da cui si poteva scorgere il reale in tutte le proprie contraddizioni.

D’altronde chi non conosce la travagliata e famigeratavicenda del serial killer noto come Jack lo Squartatore, che sconvolse l’opinione pubblica nel 1888 quando d’un tratto l’infallibile corpo di polizia londinese scoprì di non essere in grado di dare un volto all’omicida che è stato il terrore di Whitechapel?

Questa è la domanda che si pone anche l’autrice americana Kerri Maniscalco e che la porta a dar vita al primo libro della trilogia dal titolo Stalking Jack the Ripper, pubblicato in italiano lo scorso 15 settembre da Mondadori, con il titolo Sulle tracce di Jack lo squartatore.

In ogni youngadult che si rispetti c’è necessità che il protagonista principale abbia un’età compresa tra i 14 e i 19 anni, e così anche i suoi aiutanti, ed insieme questi personaggi cercano di scoprire sé stessi, le proprie capacità ed i propri limiti mentre si confrontano con il mondo che li circonda.

Non è esattamente questo ciò che aspetta quel lettore che decida di avventurarsi tra le pagine di Sulle tracce di Jack lo Squartatore perché la scaltra protagonista Audrey Rose è sì una diciassettenne nel buio anno 1888, ma non si comporta come farebbe una qualsiasi diciassettenne londinese perché non si conforma ai doveri che la società si aspetta che assolva.

Orfana di madre, una madre indiana sposa di un britannico, vive nelle agiatezze ma è invisibile a suo padre, dipendente dal laudano che sta isolando sé stesso e i suoi due figli, Nathaniel e Audrey Rose.

Lei, determinata a creare da sé il proprio destino, preferisce affiancare suo zio Johnatan, medico e docente, come apprendista di patologia forense perché sente che non ha nulla in comune con le sue coetanee che si entusiasmano per un tè, o per le sfumature delicate del tessuto di un abito.

Quando allo zio viene richiesta una consulenza sugli omicidi efferati che si stanno verificando nei vicoli di Whitechapel, Audrey Rose lo affiancherà assieme allo studente che suo zio ammira di più, Thomas Creswell, un solitario che detesta e ammira. Verrà trascinata in una incessante ricerca che la porterà alla macabra scoperta che l’identità di Jack lo Squartatore si cela dietro una delle persone a lei più vicine.

Le ricerche svolte da Kerri Maniscalco per dare credibilità alla caratterizzazione delle usanze e dei comportamenti tipici dell’era vittoriana sono valide e forniscono una solida cornice; a volte tuttavia si ha la sensazione che esse funzionino eccessivamente da sfondo tanto che in alcuni casi sembra vengano dimenticati alcuni tratti in favore del ritmo della narrazione sostenuto.

Gli stilemi propri del gotico inglese vengono invece ampiamente rispettati, e garantiscono una trama ricca di colpi di scena e un ritmo incalzante che non risparmia citazioni ad altre opere letterarie fondatrici del genere.

Per amore della narrazione vengono messe in ombra le sempre presenti e indispensabili figure della servitù, che vengono regolarmente licenziate dal padre della protagonista spaventato dalla possibilità di contrarre malattie.

Il fatto che una di queste finisca nella sala autopsie come nuova vittima di Jack lo Squartatore comporta che Audrey Rose non solo sarà coinvolta emotivamente dalle indagini, ma verrà anche spinta a svolgerle in autonomia con l’aiuto di Thomas, un novello Sherlock Holmes dalle strabilianti doti deduttive. Attraverso la figura di questa ragazza decisamente anticonformista e del rapporto che si viene a creare con Thomas, Kerri Maniscalco può parlare apertamente della propria idea di femminismo come parità di genere, un argomento che, seppur fortemente anacronistico rispetto all’epoca in cui è ambientata la vicenda, offre ottimi spunti di riflessione, soprattutto nel tipo di pubblico cui si rivolge il genere youngadult.

Consiglio questo libro perché… Ha un fascino magnetico nonostante la dovizia di particolari fornita sugli omicidi e sulle autopsie non lo rendano adatto a persone con uno stomaco delicato. Il giallo ha un’intricata costruzione in cui giocano un ruolo importante non solo i due protagonisti che sono al centro di una sottotrama che vede il loro legame crescere e consolidarsi, ma anche false piste, manicomi, poliziotti che sembrano aiutanti, malati di lebbra e fratelli come Nathaniel, che è la figura con la caratterizzazione psicologica più accurata tra tutte perché, per quanto sia l’unico che mostra dolcezza e appoggia la protagonista, è anche la più attinente e accuratamente calata nel contesto socio-politico vittoriano.

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

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GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

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Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Morale degli schiavi o fraintendimento sull’amore? La risposta di Scheler al risentimento di Nietzsche

Di Andrea Carria

Il termine risentimento entra prepotentemente nelle riflessioni della filosofia nel 1887 con Genealogia della morale di Friedrich W. Nietzsche (1844-1900), libro dove il filosofo attribuì a questa passione umana la capacità di produrre valori e di foggiare un intero codice morale. Il risentimento che Nietzsche ha in mente è lo stesso che intendiamo comunemente tutti noi, ossia, come recita il vocabolario Treccani, «Lo stato d’animo di chi è risentito, cioè irritato contro qualcuno a causa di un rimprovero, o di un altro atto o comportamento, ritenuto ingiusto o offensivo […]». Non è il più nobile dei sentimenti, ma questo per Nietzsche non è una sorpresa: sono stati infatti gli «schiavi», cioè tutti coloro che si ritrovano privi di vigore e vitalità perché deboli o malati od offesi in qualche maniera, ad aver fatto del risentimento una forza a suo modo creatrice.

«La rivolta degli schiavi nella morale incomincia il giorno in cui il risentimento diventa anch’esso creatore e partorisce valori il risentimento di quegli esseri che si ritengono compensati solo per mezzo d’una vendetta immaginaria. […] Questa inversione del punto di vista da cui si creano i valori, questo irresistibile indirizzarsi al di fuori invece che all’indietro verso se stessi, fa parte per l’appunto del risentimento: la morale servile ha sempre e innanzi tutto bisogno, per nascere, d’un mondo che le sia opposto ed esteriore, ha bisogno, per parlare in termini di fisiologia, d’uno stimolo esterno per agire, e la sua azione è essenzialmente una reazione.»

La reazione di cui parla Nietzsche è quella degli schiavi alla «morale aristocratica», fondata sui valori dionisiaci della forza, dell’espansione, dell’affermazione di sé, dell’atteggiamento fiero e propositivo nei confronti della vita. Il difetto di questa morale, però, è quello di essere molto selettiva e di escludere tutti coloro — la maggioranza — che non hanno la possibilità di avere successo nel naturale confronto-scontro per la vita perché mancanti dei requisiti necessari. Il risentimento che quest’ultimi provano verso chi è in grado di onorare la morale aristocratica è il tipico risentimento dello schiavo o del servo per il proprio padrone: esso cresce infatti nell’impossibilità di una reazione immediata all’affronto subito e si rafforza nel tempo tanto più le probabilità di restituire l’offesa si assottigliano. La rivolta degli schiavi, dunque, non può essere una rivolta condotta in maniera convenzionale; non impiegherà, come Spartaco, le stesse armi dei signori, ma questa volta gli schiavi saranno abbastanza scaltri da volgere la debolezza che li contraddistingue a proprio vantaggio erigendo una morale rovesciata rispetto a quella dei loro dominatori, e la useranno poi per scalzarli dal potere.

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Friedrich W. Nietzsche (1844-1900)

Mentre crea valori, il risentimento ribalta anche il paradigma: ciò che prima era disprezzato adesso viene esaltato, ciò che prima era segno di nobiltà e modello da imitare, ora viene svilito. In poche parole, il risentimento ha dapprima indotto gli schiavi a non desiderare ciò che non avrebbero mai ottenuto, quindi ha affossato la morale aristocratica negandone i valori costitutivi, e infine ha trasformato in valori universali la loro mancanza di vigore e vitalità, cambiando la loro mitezza e la loro carità in virtù e riconoscendo nella benevolenza verso gli altri l’espressione d’amore più elevata.

È una metafora, una previsione del filosofo? Nient’affatto, dice Nietzsche: è esattamente quello che è successo nella storia dell’umanità con la religione ebraica e poi, universalmente, con il cristianesimo, il quale basa la propria morale sui sentimenti di carità e compassione, e ne assicura la salute per mezzo della casta sacerdotale.

«I preti sono, com’è noto, i nemici più feroci: — e perché poi? Perché sono i più deboli. Dalla debolezza nasce in loro un odio enorme, sinistro, astutissimo e velenosissimo. Nella storia del mondo tutti i maggiori odiatori sono sempre stati i preti, come anche i più intelligenti. Accanto all’intelligenza vendicativa dei preti ogni altra forza intellettuale non merita d’esser nemmeno presa in considerazione.»

A parziale confutazione delle tesi morali di Nietzsche, nel 1919 il fenomenologo Max Scheler (1874-1928) pubblica un breve saggio intitolato Il risentimento. In questo scritto Scheler accoglie e approfondisce le caratteristiche psicologiche descritte da Nietzsche nella Genealogia della morale, ma respinge con risolutezza l’interpretazione che il filosofo aveva dato del cristianesimo e del suo decalogo etico.

Scheler inizia definendo il risentimento come un «autoavvelenamento dell’anima» prodotto «da un’inibizione sistemica dello sfogo di certi moti dell’animo in sé stessi normali e inerenti la struttura di fondo della natura umana». Da ciò scaturisce il desiderio di vendetta, che è «l’esito più proprio del processo di risentimento» e interessa tutti coloro che sono sottoposti a un potere o a un’autorità interdittrice. Scheler non nega che nella storia delle società umane il risentimento non abbia avuto alcun ruolo nella formazione dei codici di condotta morali; esso è pur sempre una forma di rovesciamento, travisamento e falsificazione che muta in “male” ciò che prima era ritenuto “bene”, e la storia dell’Europa anche recente — dice — è ricca di esempi di tal genere. Quello che Scheler nega è che tutto ciò abbia riguardato il cristianesimo, la cui morale si incardina su princìpi autentici davvero profondi. Scrive:

«La morale autentica non si fonda affatto — come opina Nietzsche — sul risentimento. Essa poggia su una gerarchia dei valori eterna e sulle leggi evidenti di preferenza corrispondenti a tale gerarchia che sono oggettive e rigorosamente intelligibili quanto le verità della matematica.»

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Scheler, che considera la spiegazione offerta da Nietzsche «completamente falsa», rimprovera all’autore della Genealogia della morale di non aver tenuto conto della cosa più importante, ossia che nel passaggio dal mondo greco-romano a quello cristiano sia cambiato il concetto stesso di amore.

Nell’età classica — argomenta — l’amore era un’esperienza sia fisica che intellettuale e in quanto tale rifletteva una serie di concezioni ben codificate. In particolare una: il fatto stesso di amare denunciava una mancanza da parte dell’amante, il quale cercava nella persona amata il completamento di sé. Per questo colui o colei che era amato/a era posto/a su un gradino più elevato, cosicché — e questo è molto importante tenerlo presente — il moto dell’amore si dirigeva sempre dal basso verso l’alto. Sullo sfondo, elevatissima, si stagliava la meta irraggiungibile della perfezione, l’anelito di tutti i filosofi Platone in testa, che però era riservata soltanto a chi si trovava entro la sfera del divino. È in seno a questo sistema culturale che sbocciano il cristianesimo e il suo universo di valori. Una vera rivoluzione che non risparmia niente e nessuno, a cominciare dall’amore, ora concepito come un sentimento disinteressato e puro, capace di muovere verso gli umili e i diseredati persino i grandi proprio perché non più finalizzato a niente se non all’azione stessa di amare. Se gli dèi greci non avevano bisogno di amare perché completi di ogni perfezione (ma ricevevano comunque di buon grado l’amore dei fedeli), il Dio cristiano ribalta tale circuito e inaugura quello che Scheler efficacemente definisce «il moto di ritorno dell’amore»; un moto nel quale

«Dio non è più la meta eterna e quieta dell’amore della creatura, simile a una stella che muove addirittura l’universo al modo in cui “l’amato muove l’amante”, ma l’essenza stessa di Dio diventa amare e servire, e da ciò soltanto procede il suo creare, volere, causare».

Usando una metafora scientifica, è come se i poli terrestri si fossero invertiti e che il Nord fosse passato al Sud e viceversa. Non solo adesso l’amore va dall’alto verso il basso, da Dio verso l’uomo, ma ad attirarlo sono proprio quelli che, con le proprie azioni, più si sono allontanati dal bene e dalle virtù. Chi ha peccato merita l’attenzione e l’amore di Dio più di chi ha represso i propri impulsi e tentazioni; sono entrambi peccatori, ma se il secondo lascia che la sua anima si avveleni ancora di più, il primo ha ora la possibilità di confessare, di pentirsi e di ricevere il perdono di Dio, che è amore sconfinato. Un ragionamento incomprensibile pure questo, per un greco abituato a pensare che amore è solamente amore per il Bene, ma non per un cristiano al quale Gesù Cristo ha mostrato la via della Redenzione.

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Max Scheler (1874-1928)

Se tutto ciò è vero, se l’amore cristiano per i deboli, gli umili e i diseredati non è altro che l’amore stesso di Dio verso tutte le sue creature a prescindere dai loro sbagli, dove si colloca allora, che ruolo ha avuto il risentimento in tutto ciò? Per Scheler non ve n’è traccia; quello che ha visto e dimostrato con gli argomenti è solo il fraintendimento di Nietzsche, il quale non ha saputo o voluto riconoscere lo spirito autentico dell’amore cristiano quale motore di quella che, senz’ombra di dubbio, ha pure rappresentato una rivoluzione etica e culturale davvero profonda. Il cambio di valori morali è certamente avvenuto, ma è avvenuto in nome di un amore che fino ad allora non si era mai visto; lo sguardo verso i deboli, la carità, la compassione, la mitezza sono valori autentici dettati ancora dall’amore, e non ideali posticci innalzati per reazione da uomini privi di forza.

«Nietzsche, proprio perché concepisce il Cristianesimo a priori unicamente come una “morale” dotata di una “giustificazione” religiosa e non in primo luogo come una “religione”, misura i valori cristiani con il metro della quantità massimale di vita da questi consapevolmente rifiutato, ed è quindi costretto a interpretare in generale come segno di una morale del declino l’ipotesi di un livello di essere e di valore che si proietta oltre la vita e non più relativo a essa».

La prospettiva atea di Nietzsche ha introdotto un elemento fino a quel momento non considerato dai filosofi morali e, per quanto non possa sembrare, la smentita in chiave cristiana di Scheler ha più che altro confermato la validità dell’intuizione nietzschana di fondo, dando una veste fenomenologica (e quindi, a suo modo, “scientifica”) alla trattazione sul risentimento. Questo concetto, che si incontra in vari luoghi del Novecento e non solo — dall’opera di Jean Améry, che lo collegò al trauma di Auschwitz, fino a molto più indietro nel tempo con le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij — è ormai diventato una pietra miliare del pensiero filosofico, e viene tutt’ora usato e commentato dai filosofi morali contemporanei. Di pregio insuperato per la chiarezza e la precisione descrittiva rimane tuttavia l’esposizione che Scheler ne ha fatto all’inizio del suo saggio nel 1919: leggerla alla luce dei fatti sociali e politici odierni (cosa del resto facile grazie alla ripubblicazione dell’opera da parte di Chiarelettere nel 2019) può aiutarci a comprendere le dinamiche, i miraggi, le contraffazioni e le leve psicologiche su cui fanno perno non pochi imbonitori da piazza.

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