Il compromesso vittoriano: un’analisi a caldo ne “L’età vittoriana nella letteratura” di G. K. Chesterton

Di Gian Luca Nicoletta

 
Non è possibile affrontare lo studio della letteratura e della società vittoriana senza imbattersi, almeno una volta, in Gilbert Keith Chesterton il quale, insieme a Lytton Strachey, rappresenta uno dei massimi esponenti del pensiero critico britannico su quest’epoca.
Il saggio di cui vi parlo oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1913, dodici anni dopo la morte della regina che ha dato il nome a questa stagione (secondo me) d’oro della società moderna e una trentina d’anni prima che finissero gli strascichi di questo periodo in grado di impregnare e carpire scienza, arte, cultura e società. Perché l’età vittoriana questo è stato: un segmento di storia che ha coperto un lasso di tempo talmente lungo e che ha permeato la vita di almeno quattro generazioni di donne e uomini che, era ovvio già nelle sue premesse, non è stato possibile seppellire assieme alla sua sovrana.

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Judy Dench interpreta la Regina Vittoria nel film 2017 “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears

Come Chesterton dice bene, iniziando la sua dissertazione fine e pungente, questo periodo storico è stato l’epoca del così detto “compromesso vittoriano”, una sorta di patto sociale che ha pacificato due fazioni che da più di un secolo in Europa si davano battaglia: la borghesia e l’aristocrazia. Nella sua spiegazione non è presente l’interpretazione che oggi è più in voga presso gli studiosi del settore, come nei manuali di letteratura inglese. Secondo questi, infatti, il “compromesso” nasce dalla coabitazione, in uno stesso schema sociale, della grande opulenza borghese dei capitani d’industria con la finanziera nera e il cilindro, dotati di grandi basette e favoriti; e i loro operai: poveri, costretti a vivere in grandi conglomerati abitativi privi di qualsiasi servizio fognario o tutela igienico-sanitaria; salari inesistenti e diritti nemmeno immaginabili dalle più fervide menti che sicuramente tra loro ci sono state ma che abbiamo perduto per sempre.
Chesterton, invece, fa risalire il germoglio del “compromesso” alla rivoluzione francese: nel 1789 la società borghese afferma la propria esistenza a danno della nobiltà e lo fa con un gesto violento. Una fetta, seppur piccola, del mondo di allora riesce ad appropriarsi di beni, servizi e soprattutto ricchezza. Sino ad allora nulla era stato loro concesso in termini di opportunità: si diventava ricchi per eredità ricevuta, mentre con l’inizio del XIX secolo si può diventar ricchi grazie alla propria intraprendenza. La classe borghese porta avanti la sua lotta contro la nobiltà e i privilegi che questa detiene: gestione diretta della stragrande maggioranza delle ricchezze, sia in termini economici che finanziari; privilegi ereditari; diritto di voto e di eleggibilità; addirittura (per quanto concerne l’Inghilterra) un ramo del Parlamento esclusivamente riservato a loro e che, nonostante importanti leggi approvate nel 1911, 1949 e 1999, porta ancora il nome di House of Lords.
In Inghilterra, nel 1837, sale al trono la Regina Vittoria. In tutta Europa, nel 1848, prende piede la “Primavera dei popoli”, anche conosciuta come “moti del ‘48”: un’ondata di rivoluzioni guidate dalla borghesia sempre più potente che voleva rovesciare i monarchi tornati sui troni dopo la Restaurazione. Chesterton evidenzia che tutto questo in Inghilterra non è avvenuto, perché? Perché le due parti in lotta, nobiltà e borghesia, sono giunte a un “compromesso”.

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La rivoluzione prevede, quasi per definizione, che un sistema politico e sociale attualmente vigente sia del tutto spazzato via e sostituito da uno nuovo. Il tutto, come si è detto per la rivoluzione del 1789, tramite un atto violento. Ciò in Inghilterra non è avvenuto: la nobiltà non è stata soppiantata dalla borghesia, ma le due si sono venute incontro. La nobiltà ha rinunciato ad alcuni suoi privilegi e stili di vita, ammettendo i ricchi borghesi nei propri salotti e castelli, permettendo loro di entrare in relazione con le più alte sfere del Regno Unito ma conservando pur sempre la maggior parte delle proprie prerogative in termini politici. Per contro, la borghesia ha rinunciato ad un potere prettamente politico per acquisirne uno economico (dunque politico anche se indirettamente): i borghesi si sono costruiti grandi e fastose dimore in campagna, hanno potuto prosperare economicamente. Effetto di questo, verso la fine del 1800 e sino agli anni ’20 e ’30 del secolo successivo, sarà il proliferare di matrimoni “socialmente misti”: borghesi all’apice della prosperità sposano nobili in decadimento. Il potere economico dei borghesi e l’estinzione di cospicue rendite fondiarie dei nobili ha permesso questo scambio, confondendo le due classi sociali e giungendo alla nascita di quella che potremmo definire una “borghesia nobile”. Esempio irripetibile nonché sintesi perfetta di questo clima politico e sociale fu l’intera famiglia Rothschild.La classe operaia, come abbiamo visto sopra, rimane miseramente dimenticata.
E ora la domanda: cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Chesterton ci dice che questi effetti sociali sono riportati direttamente all’interno delle opere dei grandi scrittori vittoriani: Eliot, Collins, Dickens:
«Una delle caratteristiche essenziali dello spirito vittoriano fu la tendenza a sostituire gli estremi della tragedia e della comicità con una certa serietà più o meno soddisfatta. Lo si riscontra tanto in un certo mutamento in George Eliot quanto in una certa limitatezza o moderazione in Dickens. Quest’ultimo incarnava il Popolo, quale esso era nel Settecento e come in larga misura è ancora, a dispetto di tutti i discorsi a favore o contro le leggi sull’istruzione: comico, tragico, realistico, senza peli sulla lingua, molto più licenzioso nelle parole che nei fatti. È segno della forza e della pressione tacitamente esercitate dallo spirito della borghesia vittoriana che neppure a Dickens venne mai in mente di resuscitare la grossolanità verbale di Smollett o di Swift.»
In questo passaggio si conferma, quindi, l’effetto del “compromesso”: una pressione costante e silenziosa che porta all’annullamento dei caratteri più accesi della letteratura, in favore di uno stile molto più piatto, morigerato, di cui neppure scrittori di indiscussa levatura come Dickens riescono a rendersi conto, pur essendone immersi completamente.
«Qualcosa nella letteratura vittoriana lasciò davvero a desiderare, ma intuirlo è molto più facile che esprimerlo. Non si trattò tanto di una superiorità degli uomini di altre età rispetto ai vittoriani; si trattò di una superiorità dei vittoriani rispetto a se stessi. Gli individui erano ineguali. È forse questa la ragione per cui la società diventò ineguale; non saprei dirlo.»

Waddesdon Manor, dimora tutt’oggi di proprietà della famiglia Rothschild

Cos’è che lasciò a desiderare? La rivoluzione. Il compromesso vittoriano riuscì a disinnescare la bomba che era esplosa in molti altri Paesi europei come la Francia, gli stati mitteleuropei, la Prussia e gli stati italiani. Ma questo determinò anche una certa arretratezza politica rispetto al resto d’Europa. La circolazione delle idee socialiste prese piede in tutti questi Paesi, molto meno in Inghilterra. La mancanza di questa circolazione ha fatto sì che borghesia e nobiltà tenessero salde le proprie posizioni, almeno sino alla prima guerra mondiale. La contestazione di questo vecchio sistema fu meno incisiva rispetto a quello che succedeva oltremanica, si pensi alla Comune di Parigi o all’esperimento importante seppur di breve durata della Repubblica Romana.
Dal canto suo, Chesterton fu uno dei contestatori del vigente sistema sociale in Inghilterra. Non fu un socialista ma affermò il suo personale pensiero politico e diede vita al distributismo, una corrente politico-economica che puntava alla ridistribuzione non delle ricchezze, bensì dei mezzi di produzione di queste. Una corrente che ebbe un discreto successo negli ambienti intellettuali dove riuscì a penetrare e che in ogni caso rappresentò la cifra di quanto, anni dopo, l’intellettuale inglese affermerà: qualcosa “lasciò a desiderare”.
L’età vittoriana è stato questo: un’età di grandi progressi negli ambiti più disparati del sapere umano, ma anche un periodo di grandi contraddizioni e di non detti. Grande benessere ma anche grande disagio. Sfavillante vita sociale ma anche soffocanti convenzioni matrimoniali e sociali.
In un’ottica storica, sullo sfondo di migliaia di anni di civilizzazione, ha rappresentato un non nulla, e come tutte le epoche, così come la nostra, non è stata perfetta. Ma sono ammirevoli la lucidità e il distacco che Chesterton impiega nel descrivere un periodo storico che è stato il suo dall’inizio alla fine e che difficilmente è stato possibile criticare a così stretto giro dalla sua conclusione.

Nel piccolo-grande mondo dell’Es: “Lo scrutatore d’anime” di Georg Groddeck

di Andrea Carria

 

Immaginatevi un uomo, un borghese ammodo, colto, rispettato, punto di riferimento per la sua famiglia, che per tutta la vita ha mantenuto una condotta irreprensibile. Ora, immaginatevi questo stesso uomo colpito dalla più radicale delle trasformazioni iniziare a comportarsi nella maniera più sconveniente possibile, facendo e dicendo tutto ciò che gli passa per la testa in barba a ogni ambiente, situazione o convenzione sociale. Bene, se siete riusciti a immaginarvi tutto questo, allora siete più che pronti per immergervi nella lettura di Lo scrutatore d’anime di Georg Groddeck (1866-1934), un romanzo del tutto diverso da quello che i suoi titolo e sottotitolo lascerebbero pensare.

Converrete infatti con me che il titolo completo del romanzo, Lo scrutatore di anime. Un romanzo psicoanalitico, suona abbastanza impegnativo, tanto che non sarebbe affatto sorprendente, per il lettore, scoprire che il taglio del libro sia quello del romanzo-saggio alla Hermann Broch o introspettivo come La coscienza di Zeno di Italo Svevo. E invece no, tutt’altro! Groddeck ha pensato il suo primo e unico romanzo in modo completamente differente, privilegiando altre caratteristiche rispetto a quelle più comuni del romanzo psicologico. Ma vediamole con ordine ripercorrendo le peripezie del protagonista August Müller o, per meglio dire, Thomas Weltlein.

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Il borghese rispettato e ammodo sopradescritto risponde al nome di August Müller, la cui unica estrosità consiste nel possedere quello che lui stesso ha ribattezzato Scrutatore d’anime: una silhouette appartenuta a Goethe che ritrae un uomo seduto su un globo intento a osservare con la lente d’ingrandimento la «zona cruciale» di un minuscolo nudo femminile che tiene sul palmo della mano.L’improbabile personaggio in cui si trasforma, invece, è Thomas Weltlein (“piccolo mondo”, in tedesco), un nome che il protagonista non si sceglie a caso:

«Nel passaggio della notte al nuovo giorno – spiega– mi sono trasformato in un uomo il cui nome sarà Thomas Weltlein, a significare che è stato concepito e partorito dal dubbio, che solo dà vita al mondo».

Causa scatenante di questa trasformazione sono le cimici che infestano la sua camera da letto. Cimici, sì, avete letto bene! August ingaggia una lotta serrata contro di loro al fine di liberarsene, ma l’avversario si dimostra ostinato e irriducibile al di là di ogni ragionevole previsione. Spossato dallo scontro, August si ammala di scarlattina ma, una volta guarito, si accorge che le cimici sono scomparse, distrutte da una forza segreta che inizia a definire«contagio interiore».

Per August – ormai diventato Thomas – si tratta di una rivelazione sconvolgente: il contagio interiore non è altro che l’Es, l’irrazionale che soggiace nella mente di ciascuno, una forza inebriante, istintuale e irrefrenabile che dispiega sotto un’altra luce la realtà delle cose e del mondo. Da quel momento, infatti, Thomas inizia a dare ascolto a questa forza e a comportarsi di conseguenza. Il risultato? Una serie fittissima di disavventure, equivoci, figuracce, discorsi sconclusionati e situazioni imbarazzanti che valgono al povero Thomas una nuova, irrevocabile diagnosi da parte di tutti i suoi amici e parenti: la pazzia.

Come pazzo, Thomas è uno di quelli dalla parlantina sciolta e dalle teorie sempre a portata di mano, anzi di labbra. Così, se prima August aveva il «dono di indurre le persone solitarie ad aprirsi a lui e di ascoltarle con attenzione», adesso Thomas è altrettanto abile nell’uso delle sue nuove capacità, o forse dovrei dire energie dialettiche. La logorrea con cui tramortisce tutti i suoi interlocutori è una conseguenza istantanea e democratica dell’aver fatto la sua conoscenza. Non c’è figura o autorità di fronte alla quale la sua lingua mostri un istante di esitazione, i pensieri gli passano dalla mente alle labbra senza filtri, col risultato che ogni situazione in cui rimane coinvolto degenera in un teatrino imbarazzante del quale è sia il burattino sia il burattinaio.

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In particolare, Weltlein è ossessionato dalla tematica sessuale. L’illuminazione che lo ha colpito gli ha mostrato che l’unico argomento di cui tutti evitano di parlare (il sesso) è in realtà un magma incandescente che bolle al di sotto della lucidità di ciascuno. E non solo questo: nella sua natura di principio che muove i fili del mondo, la sessualità si ritrova infatti codificata in tutte le cose, le quali possono essere ripartite secondo il genere maschile o femminile. Seguendo Thomas, il lettore si ritrova davanti a un variegato catalogo fatto di oggetti, azioni, costumi, colori, nomi in cui l’iniziato può facilmente riconoscere l’imitazione del coito fra l’uomo e la donna.

Davvero lo spazio in cui si muove Weltlein assomiglia a un piccolo mondo, a un teatrino dove ogni scena, ogni incontro fa parte di un copione che è il bavaglio di ogni spontaneità. Se vogliamo estendere il paragone, Thomas non è troppo distante da un Pinocchio che ha smarrito la propria coscienza o, per essere ancora più precisi, il proprio Super-io. In effetti, a chi altri somiglia Thomas quando se ne va in giro da solo combinando pasticci, facendo brutti incontri, cacciandosi nei guai se non a un bambino sfuggito alla custodia dei genitori? L’approccio apertamente materno che Agathe, la sorella, ha nei suoi confronti conferma questa interpretazione. Essa si ritiene responsabile del comportamento del fratello, lo rincorre da una città all’altra, cercando da un lato di ricondurlo alla ragione e dall’altro di salvaguardare le apparenze. Dal canto suo, Agathe si erge a paladina della morale borghese: i suoi modi repressivi, la sua mania di controllo su Thomas e sulla figlia Alwine, perfino i riferimenti all’igiene e alla biancheria intima sono tutte caratteristiche della moderna famiglia nucleare, dove, per dirla con Michel Foucault, si realizza«uno spazio di sorveglianza continua».*

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Medico e psicanalista con un metodo di ricerca personalissimo, Groddeck scrisse Lo scrutatore d’anime tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del XX secolo, ma, visti i contenuti, ebbe grandi difficoltà a trovare un editore. Il romanzo venne pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1921, e comunque soltanto grazie all’interessamento di Sigmund Freud, il quale ricambiava Groddeck con la stessa ammirazione e stima (fu da quest’ultimo che il padre della psicanalisi riprese e adottò il nome di Es per riferirsi all’inconscio). Leggendo questo libro oggi, le nostre coscienze smaliziate possono godersi il divertimento e l’ironia che caratterizzano lo stile del Groddeck romanziere, ma non per questo smettono di ignorare i suoi profondi significati. Primo fra tutti, credo io, la meraviglia con cui Thomas Weltlein prende coscienza della propria vita interiore. Nessuno lo fa, tutti si preoccupano solo di capire per poter poi provvedere, mentre Thomas verifica ciò che ha appreso lasciandolo agire:

«Noi siamo vissuti da forze che non conosciamo, blateriamo di libero arbitrio e con la nostra volontà non sappiamo neppure dirigere una crosta di pane; tutto accade senza che noi lo comprendiamo».

 

 

 

* M. Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Milano, Feltrinelli, 2017.

La saga dei Cazalet, volume III: “Confusione” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Continua il nostro piccolo viaggio nel mondo dei Cazalet, guidati dalla voce di Elizabeth J. Howard.

Lo so, non vedete l’ora di sapere cos’è successo ai componenti della famiglia, ora che ci ritroviamo negli anni più intensi della guerra. Zio Rupe, che fine avrà fatto? Sybil si sarà ripresa dalla malattia? E le ragazze? I bambini?

Sono molte le domande che mi sono posto, come voi, quando ho iniziato questo terzo e bellissimo volume.

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Per prima cosa, è opportuno inquadrare i fatti storici. Siamo a metà del 1943 e la svolta è iniziata già da qualche mese: dopo quasi tre anni in cui si dava ormai per scontata la vittoria dei nazisti su tutta l’Europa a loro non alleata, la campagna del nord Africa si conclude con la vittoria degli Angloamericani, mentre in Russia le truppe sovietiche resistono agli attacchi delle forze dell’Asse. In Inghilterra, però, cos’accade? C’è da dire che per noi Italiani, che della Seconda Guerra Mondiale abbiamo una percezione storica, familiare ed emotiva del tutto diversa da quella degli Inglesi, le privazioni che patiscono i personaggi di questa saga dovute al razionamento del cibo e ai disservizi pubblici in termini di acqua calda e luce elettrica, sono poca cosa se li paragoniamo all’invasione nazista e alle stragi che si sono viste sulla nostra penisola.  Ma se è vero, come io credo, che non bisogna mai paragonare il dolore e la sofferenza di uno col dolore e la sofferenza di un altro, è vero anche che tutti gli europei hanno avuto la loro guerra, i loro lutti e di questo bisogna pur tener conto.

Le incursioni aeree su Londra sono massicce: si vedono sfrecciare continuamente le micidiali V-1 e V-2, armi precorritrici rispettivamente dei missili da crociera e dei missili balistici, che volano sopra i cieli della capitale schiantandosi sulle case. Tra l’altro è interessante notare, sotto questo aspetto, che Howard non riporta il bombardamento di Buckingham Palace.

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13 Settembre 1940 – bombardamento di Buckingham Palace. Giorgio VI e la Regina Elisabetta ispezionano le parti del palazzo danneggiate dalle bombe (AP – Photo).

Tornando ai membri della famiglia Cazalet, vediamo che ognuno di essi sta combattendo una battaglia interiore ed esteriore col mondo che cambia. La guerra acuisce le situazioni di tutti, polarizzando le esistenze a due estremi: da un massimo di pericolo a un massimo di inattività. Ho volutamente tolto dalla contrapposizione il termine “sicurezza” perché questo, in tempo di guerra, viene rimosso per definizione.

Ebbene chi troviamo ai due estremi? Da un lato possiamo mettere Rupert, le cui condizioni di disperso possono essere le più diverse: prigioniero, deportato, morto. Oppure Michael Hadleigh, il trentenne sposo di Louise che vive tra missioni sui cacciatorpediniere e brevi licenze sulla terraferma che, invece di trascorrere con  la sua sposa, spende con sua madre, la tentacolare Lady Zinnia, “Zee” per chi fa parte del suo giro rigorosamente precluso alle donne.

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Bombe V-2 in un campo di prova tedesco. Queste bombe hanno fornito le basi per lo sviluppo dei successivi missili balistici.

In una condizione opposta alla precedente, ovvero attanagliate dall“inattività”, troviamo, parlando di madri, la Duchessa, Kitty, che nasconde dietro al suo aplomb perfettamente vittoriano un grande dolore per il figlio più piccolo che è dato per disperso (rispetto a questo punto, potete ripassare cos’è accaduto nei libri precedenti andando qui) ma allo stesso tempo nutre un profondo senso di maternità per Zoë la quale, vivendo quell’incertezza più di tutti, non sa se condurre la sua vita da donna sposata o da vedova di guerra. In questo elenco possiamo inserire anche un personaggio non molto approfondito che però merita di essere preso in considerazione: Neville, il figlio più piccolo di Rupert e della sua prima moglie, Isobel. Il bambino è cresciuto senza la madre, morta di parto in un momento cronologico precedente all’intera vicenda, e la guerra gli ha portato via anche il padre. Non ha punti di riferimento all’infuori di una sorella che per anni è stata troppo concentrata sul suo odio verso la matrigna o sul suo ruolo di unica donna al mondo capace di comprendere e amare il padre. Il suo dolore non trova espressione, non viene compreso e addirittura non viene concepito nelle menti degli altri componenti della famiglia.

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Potrei azzardare l’ipotesi che al personaggio di Neville viene assegnato il compito di incarnare il profondo divario tra bambini e adulti. L’incomprensione fra le tre generazioni – anziani contro adulti, adulti contro bambini – è un tema ricorrente in tutti i volumi sin qui presi in considerazione, ma sebbene ogni personaggio a modo suo riesca a trovare una via di fuga, una scappatoia che se anche non porta alla libertà comunque conduce alla conquista di “una stanza tutta per sé”, a Neville questo non riesce. È emblematico il fatto che per ben due volte il bambino tenti di scappare da scuola ma non ci riesca: la prima volta viene aspramente sgridato dagli adulti e rimandato immediatamente indietro; la seconda viene beccato dalla sorella più grande e dalla cugina Polly, le quali ancora non si considerano adulte, e che invece di redarguirlo tentano di trovare una soluzione alternativa per farlo star meglio.

Non c’è una lingua veicolare che i componenti di queste generazioni a confronto possano usare per parlarsi, per venirsi incontro. La “confusione” che dà il titolo a questo volume è data dalla convulsa situazione politica esterna, ma anche dalla mole infinita di suoni che si sentono dentro la casa di campagna dei Cazalet e che nessuno, tranne chi li ha emessi, sa interpretare.

Hermann Broch e “I sonnambuli”

Di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo. Qui la versione originale]

Non so perché, ma ogni volta che penso a Hermann Broch e alla sua trilogia I sonnambuli mi torna in mente questa citazione tratta dalle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo di Schiller: «L’artista è figlio del suo tempo, ma guai a lui se è anche il suo discepolo o peggio ancora il suo favorito».

Nato in una facoltosa famiglia delle borghesia viennese, Broch dedicò la prima parte della sua vita alla conduzione dell’azienda paterna facendosi epigono dello spirito affaristico che spirava sull’Europa del primo Novecento. Sposò una donna del suo stesso livello sociale dalla quale ebbe un figlio e, poco dopo il fallimento del matrimonio, decise di riprendere gli studi universitari seguendo corsi di matematica e filosofia. Ammiratore del lavoro di Freud, era così fiducioso riguardo al metodo psicanalitico che decise di farsi seguire da un analista. Contestualmente iniziò a scrivere e a collaborare con riviste letterarie. A quarantacinque anni esordì sulla scena letteraria con la trilogia I sonnambuli (1931), un romanzo complesso e innovativo. Benché il riconoscimento del pubblico stentasse ad arrivare, a Vienna Broch godeva già della stima di parecchi artisti che lo apprezzavano per la profondità del suo pensiero e per le sue qualità umane, tra i quali Robert Musil. Un duro colpo alla sua carriera giunse nel 1938: in quanto ebreo, l’Anschluss non solo spazzò via ogni sua aspirazione, ma mise a repentaglio la sua stessa incolumità. Venne arrestato e in carcere cominciò a scrivere La morte di Virgilio (1947), il secondo dei suoi capolavori. Ottenuta la liberazione, fu costretto a lasciare definitivamente l’Europa per l’America, dove conobbe altri esuli come lui (importante fu l’amicizia che strinse con Hannah Arendt nel 1946), continuando a scrivere e a studiare fino alla morte.

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Ma «figlio del suo tempo» Broch lo fu soprattutto dentro. «Per lui il nulla era di là del bene e del male» lo ha ricordato Elias Canetti nel Gioco degli occhi, «e il fatto che fin dal primo momento, fin dalla prima frase assumesse un atteggiamento responsabile e non se ne vergognasse, gli valse tutta la mia ammirazione». La «responsabilità» di Broch menzionata da Canetti è una faccia dello sconvolgimento interiore avvertito da molti intellettuali mitteleuropei durante il lungo crepuscolo dell’impero asburgico. In lui non c’era posto né per la nostalgia alla Joseph Roth, né per il nichilismo che poteva indurre a facili banchetti sulle macerie. Broch voleva capire e farsi carico con la ragione del malessere del suo tempo. Divenne scrittore, ma anche drammaturgo, critico letterario, filosofo. I sonnambuli stessi costituiscono qualcosa in più rispetto al comune romanzo. Sono un’opera originalissima e temeraria, al cui interno letteratura e filosofia si mescolano contendendosene l’anima. Ma sono pure un’opera problematica, densa, verbosa, aggrovigliata e a volte perfino noiosa. A dire il vero non saprei dire cos’è che di essa mi attragga di più, se siano le parti riuscite del suo sperimentalismo o se invece siano proprio quelle che mancano il bersaglio.

Uomini restii ad abbandonare le proprie certezze, i sonnambuli sono coloro che continuano a riporre una fede cieca nei valori che hanno guidato tutta la loro esistenza. Non si tratta di valori etici ma delle ultime ipostasi metafisiche (alla Disgregazione dei valori è dedicato il saggio filosofico contenuto nel terzo volume), i relitti alla deriva di una Weltanschauug ormai ripudiata e a cui i sonnambuli si aggrappano con più incoscienza che coraggio ogni volta che sono chiamati a scegliere o ad agire. Non lo fanno per mancanza di logica, ma perché non possono rassegnarsi all’idea che il mondo non ne possieda più alcuna; «solo l’insonne, nella sua chiaroveggenza, pensa davvero logicamente» si legge a un certo punto del romanzo. E ancora: «Nella dissoluzione di ogni forma, nel crepuscolo di una torpida incertezza sopra un mondo spettrale, l’uomo, come un bimbo smarrito, avanza a tentoni, tenendosi al filo di una qualche logica di corto respiro, attraverso un paese chimerico, che chiama realtà sebbene non sia per lui che un incubo». Da tempo convertito al cristianesimo, Broch identifica con l’uccisione della metafisica – operata dalla rivoluzione scientifica, dal positivismo, da Nietzsche e più recentemente dagli scienziati-filosofi del Circolo di Vienna – la causa di ogni disorientamento. I valori che si sgretolano e le vite di coloro che, come i sonnambuli, continuano ad agire come se la realtà fosse un’altra, sono solo la conseguenza più contingente di questo ineluttabile storicismo.

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Il romanzo si compone di tre storie distinte con un protagonista differente ciascuna (un militare, un contabile e un disertore); a sua volta, ogni protagonista è ispirato da un valore guida che compare nel titolo di ogni volume: Pasenow o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo. Tutte le storie si svolgono a distanza di quindici anni dalla precedente (1888, 1903, 1918), senza continuazioni di trame, vicende, personaggi. Solo nel terzo volume, Huguenau o il realismo, i fili vengono in parte ricongiunti recuperando i protagonisti degli altri due volumi. Declassati a personaggi, questi non ricordano niente delle loro precedenti trasfigurazioni, non vi accennano neppure con mezza parola, come se il Pasenow del primo volume e l’Esch del secondo appartenessero a due sogni terminati e completamente digeriti che, dopo un sonno lungo rispettivamente trenta e quindici anni, si ripresentano nel terzo del tutto immemori, conservando, come mero pungolo per il lettore, nient’altro che il nome.

A mio avviso l’originalità dell’opera di Broch non è data tanto dalla polifonia, dalla polistoricità, dall’alternanza menippea fra più stili letterari (romanzo, saggio, poesia e addirittura un esempio di sceneggiatura teatrale) e neppure dalla ridefinizione degli scopi della letteratura (il romanzo come strumento di conoscenza, «gnoseologico»); né tantomeno penso che tale originalità sia dovuta all’esposizione di idee inedite, per quanto non pensi neppure che il libro di Broch sia originale perché capace di farci «amare vecchie verità», come Vauvenargues avrebbe detto. Al contrario, gli elementi più originali di quest’opera, sui quali la letteratura dovrebbe soffermarsi per ridare respiro alla propria tensione innovatrice, sono due: da una parte gli spiazzanti sviluppi narrativi che Broch ha saputo discernere da quelle vecchie verità, dall’altra il tipo di nesso che unisce tre storie che, dal punto di vista della trama, potrebbero fare benissimo a meno l’una dell’altra.

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Il nesso che Broch individua è insolito, ma tutto sommato pure semplice. Non è narrativo né propriamente tematico e neppure psicologico. Io lo definirei un nesso attitudinale, in quanto il collegamento sta nelle attitudini che contraddistinguono ciascun protagonista nel ripetere certi comportamenti, nel prendere certe decisioni, nell’agire in un certo modo ogni volta che le circostanze lo richiedano. Ad accomunarli non sono tanto le attitudini in loro stesse – ciascun personaggio ha le proprie e fra loro nemmeno si somigliano – quanto l’incapacità di tradirle non tenendone conto. Niente superamento, niente scissione. Niente autoanalisi, niente hybris. Come durante la stagione delle grandi idee universali ricordata nella Disgregazione dei valori, non sono previsti colpi di teatro. Il dissidio è tutt’intorno, nel mondo e nella sua storia, ma preso in se stesso il sonnambulo di Hermann Broch è un proselita dell’ordo e un monolite della causalità.

Letteratura vittoriana e contemporaneità, riflessioni su “Middlemarch” e sul mondo di oggi

di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo. Qui la versione originale]

Nel 2018 non ci si aspetterebbe di riscoprire in Middlemarch di George Eliot l’attualità della letteratura vittoriana. Eppure questo romanzo, pubblicato a puntate tra il 1871 e il 1872, presenta molte analogie con il mondo di oggi, se si osserva da vicino.

A partire dal contesto letterario nel quale questo romanzo vittoriano si colloca, si nota la tendenza della letteratura dell’epoca a dipingere la società moderna. Basta dare uno sguardo alla produzione europea e possiamo notare che, per esempio, Victor Hugo aveva già pubblicato Nôtre Dame de Paris e Les Misérables, mentre Alessandro Manzoni aveva da tempo terminato la redazione de I Promessi Sposi. Questi romanzi raccontano le vicende di personaggi verosimili e sono ambientati o in un passato storico (Nôtre Dame de Paris e I Promessi Sposi che tornano indietro di secoli) o recente (Les Misérables e, per l’appunto, Middlemarch che invece ci fanno viaggiare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo rispetto alla pubblicazione).

Nel caso che qui mi interessa spiegare, il collegamento fra il romanzo di Eliot e gli elementi della società di oggi che vanno riscoperti sono molteplici. Primeggiano su tutti i problemi, le questioni complesse che allora come oggi i personaggi devono affrontare in quanto individui o gruppi.

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In Middlemarch, un problema essenziale per i personaggi è costituito dal denaro: la società vittoriana, strutturata e chiusa nei suoi confini tra classi sociali, vede nell’uomo che raggiunge l’apice del successo grazie all’accumulo di capitale il prototipo dell’uomo moderno, il perfetto prodotto della middleclass, la borghesia. Alcuni personaggi nati dalla penna di Eliot sono letteralmente ossessionati dai soldi: ci sono, specularmente, personaggi che traggono profitto da traffici illeciti per realizzare la propria fortuna di uomini d’affari, si guardi Nicholas Bulstrode, mentre altri, come Fred Vincy, che puntano pigramente a cospicue eredità per dedicarsi a una vita di agi e svaghi (appannaggio, questo, di una nobiltà ormai polverosa e provinciale, che trae il proprio prestigio dai privilegi, come nel caso di Sir James Chettam).

L’universo femminile, parimenti, è popolato da personaggi antitetici: ci sono donne che desiderano realizzare i propri sogni grazie a un lavoro onesto seppur non di prestigio, come Mary Garth, o altre che desiderano contrarre un matrimonio vantaggioso, e questo è il caso di Rosamond Vincy.

Meritano un’attenzione speciale i due coprotagonisti: Dorothea Brooke e Tertius Lydgate. Questi, in una società concentrata sul denaro e specialmente sulla sua mancanza, o sul bisogno di accumulare soldi, se si capovolge la prospettiva, mantengono alti i loro principi concentrandosi sui valori che guidano le loro azioni e i loro pensieri, diventando in questo modo gli eroi vittoriani di un romanzo epico moderno nel quale la grande sfida da affrontare è quella della propria realizzazione. Entrambi al servizio degli altri, entrambi impegnati a migliorare le condizioni di vita della collettività – seppur con mezzi e per vie molto diverse – fronteggiano le difficoltà di una società spesso cieca e sorda ai loro sforzi e alle loro denunce.

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Esiste un collegamento fra questi elementi (soldi, desiderio di realizzarsi, società per molti versi ostile) caratteristici di un testo che ha quasi centocinquant’anni, e il mondo di oggi?

A mio parere sì. Innanzitutto oggigiorno vediamo tornare in auge il problema del denaro: la crisi economica che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ha creato una cesura nella società e nuovamente si ripresenta lo scontro fra coloro che utilizzano mezzi scaltri per ottenere il successo, altri che riescono a generare una facile rendita che permette loro una vita agiata, e infine coloro che si impegnano per ripristinare la dignità del lavoro che svolgono quotidianamente. Un esempio letterario di questo è il bel ritratto che ha fatto Walter Siti nel suo Il contagio: droga, ricatti e violenza sono le chiavi e le leve che permettono ai suoi personaggi di illudersi di essersi allontanati dal fondo periferico e abbandonato della città nella quale vivono e che li intrappola. Varietà sociale ed economica che viene rappresentata anche ne Il seggio vacante, punta letteraria da valorizzare per sdoganare l’immagine di una J. K. Rowling capace solo di creare storie fantasy.

Secondo: il conflitto con la società. Nel romanzo di Eliot la società è degli adulti, di coloro che si sono realizzati e di quelli che hanno il controllo del denaro, delle opportunità, in una certa prospettiva anche della vita degli altri. La sfida che i giovani si trovano a dover raccogliere è quella di riuscire a scalzare i loro padri, conquistare il proprio status sociale ma in maniera originale, non ripercorrendo le orme di chi li ha preceduti. Un complesso di Edipo allargato a un’intera generazione che deve fare i conti con i grandi e che nel corso del Novecento diventerà dominante. A questo proposito si noti che i personaggi che hanno il monopolio del presente, Nicholas Bulstrode, Peter Featherstone e Edward Casaubon, sono anziani proprietari terrieri, o banchieri e sono saldamente attaccati al loro primato nella società, mentre coloro che devono farsi strada sono i giovani che si ritrovano coinvolti in dinamiche di successione ereditaria, scontro familiare, ribellione per conquistare l’indipendenza.

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Nella società degli ultimi anni rivediamo le stesse dinamiche: una società globale controllata da adulti che tengono saldamente il monopolio del mondo che hanno ereditato, scontrandosi con le giovani individualità che cercano di autodeterminarsi in opposizione e in alternativa a loro. Le dinamiche individuali e di gruppo si sono riproposte, all’apparenza molto diverse ma in sostanza simili se non immutate dopo un secolo e mezzo da quelle che ritraeva George Eliot. Cosa significa questo? Che il mondo non è cambiato, che la nostra società è regredita a un periodo molto lontano dal nostro? Nient’affatto. Significa che lo scontro generazionale è sempre in atto, la sfida che ogni persona si ritrova a dover affrontare per autodeterminarsi in quanto essere individuale innanzitutto ma anche come parte di un gruppo viene periodicamente rinnovata. In Middlemarch, infatti, chi ha il coraggio di prendere in mano la propria vita riesce a raggiungere i suoi obiettivi, segnando una delle cifre caratteristiche della letteratura vittoriana. Non è mai facile e la realizzazione non giunge immediatamente, tuttavia questi personaggi giungono vittoriosi alla fine di un percorso. Da questo romanzo si può elaborare una riflessione sul mondo di oggi e sulla nostra contemporaneità, riscoprendo l’attualità di un’epoca non troppo lontana dalla nostra.

Una regione, un popolo e il loro libro: “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte

di Andrea Carria

 

Nella primavera dello scorso anno le librerie toscane hanno conosciuto quella che non saprei come definire se non parlando di un’invasione in piena regola. Credetemi, in tutta la regione non era rimasta una sola libreria dove si potesse entrare senza notarlo al primo sguardo, nemmeno mezza in cui gli espositori non grondassero di sue copie, poche – pochissime – quelle che non avessero le vetrine tappezzate con la sua copertina azzurra, la stessa che si ritrovava in cartoleria e perfino sugli scaffali dei supermercati! Responsabile e protagonista di tale invasione era la nuova edizione di Maledetti toscani dello scrittore pratese Curzio Malaparte (1898-1957), ripubblicato da Adelphi nel marzo 2017.

Maledetti toscani: uno dei motivi principali della visibilità accordata a questo volumetto dai librai della mia regione è senz’altro il “maledetti” del titolo, una delle poche parole che un toscano accolga senza polemiche al pari di un complimento. Solo un vero toscano, infatti, si culla nella propria cattiva nomea ed esibisce come un trofeo il disprezzo che gli viene riservato:

«Ma quello di cui più godiamo, è veder come tutti, italiani e stranieri, si meravigliano del disprezzo col quale noi [toscani] li ripaghiamo del sospetto e dell’inimicizia loro. Che non è un disprezzo nato a caso, né da ripicco o vanità, né da orgoglio: ma un disprezzo sentito, e risentito, allegro, ragionatissimo, e antico. E basta guardare un toscano come cammina, per capire di che stoffa sia fatto il suo disprezzo».

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Per Malaparte i tratti distintivi che identificano il toscano rendendolo quello che è sono due: l’intelligenza e la libertà. Che sono sempre intelligenza e libertà. Infatti, sebbene in Toscana queste due parole valgano spesso come sinonimi, il loro ordine non può essere invertito. Scrive Malaparte: «La libertà è un fatto dell’intelligenza: ed è quella che dipende da questa, non l’intelligenza dalla libertà». C’è bisogno d’altro per comprendere perché i toscani suscitino invidia a destra e a manca, perché siano malvisti da tutti?

Da tutti, ma con qualche eccezione; neppure i toscani sono abbastanza odiosi da non accattivarsi la simpatia di qualcuno. Quella degli umbri, per esempio, che con i toscani, vuoi la vicinanza, hanno molto in comune:

«Se non ci fossero gli umbri al mondo, e specialmente i perugini, noi toscani saremmo un mucchio di disgraziati, di figli di nessuno: ci sentiremmo soli sulla terra, e con la peste addosso. Perché, se fra tutti i popoli italiani che ci odiano e son gelosi di noi, non ci fossero gli umbri a volerci bene, saremmo veramente gli orfani d’Italia».

Ma la realtà è veramente questa? Da toscano mezzosangue (e l’altra metà non può che essere umbra), mi permetto di dire che le cose sono un po’ più complesse. Senza scomodare la storia, le Tavole eugubine e le solite, inevitabili antipatie (come la proverbiale inimicizia fra aretini e perugini), se in generale è vero che per i toscani sia una fortuna poter contare sugli umbri, spesso e volentieri sono proprio i toscani i primi a dimenticarsi di dimostrare la propria riconoscenza a questi vicini dal «festoso e bizzoso umor di cane». “Quelli dello Stato de sotto”, “quelli battezzati col sale grosso” sono alcuni degli epiteti che la mia memoria conserva; ma, se ovviamente non c’è nulla di male ad aver fatto parte dello Stato Pontificio, qualcosina da ridire ci sarebbe invece sul tono sdegnoso, sprezzante e talvolta incline alla superbia a cui si abbinano tali frecciate (ma non ci si lasci ingannare: da parte loro, gli umbri sanno come rispondere e, certo, non sono tipi avvezzi a nascondere le proprie antipatie dietro larghi sorrisi).

Posso ipotizzare che dinamiche di questo tipo interessino principalmente zone di confine come la mia, dove è sufficiente una manciata di chilometri per immergersi in ambienti identitari, storici e dialettali del tutto estranei gli uni dagli altri (se non ci siete mai stati, vi invito a venire in Valtiberina e fare un giro fra Sansepolcro e Città di Castello, per capire di cosa parlo), tuttavia è proprio la preoccupazione di distinguersi che ritrovo nei discorsi dei miei conterranei una delle caratteristiche più rappresentative di questa realtà di frontiera, la quale conferisce alla propria toscanità un valore più importante di quanto non avvenga, per esempio, nel cuore della regione, dove a fare la differenza non è tanto l’essere o il non essere toscano, bensì il modo migliore in cui esprimerlo – se da senese o da fiorentino, oppure da pisano, aretino, pratese, lucchese e così via.

 

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Neanche a dirlo, ogni città si considera migliore delle altre, e spesso le sue qualità sono accresciute dalle sfortune delle rivali. Sono motivi di goduria vera, anche se a volte possono portare con sé spiacevoli ricadute. A mero titolo di esempio, ricordo come sulle spiagge della Versilia e di altre località della costa tirrenica c’è chi abbia da ridire sui toscani d’entroterra che lì vanno a trascorrere l’estate: che se ne restino sulle loro colline, se il mare non ce l’hanno! In casi come questi – innumerevoli – l’ingiuria è sempre a fior di labbra, ma solo in Toscana può succedere che un affronto diventi alta letteratura: «Botoli trova poi, venendo giuso, / ringhiosi più che non chiede lor possa / e da lor disdegnosa torce il muso»: così Dante agli aretini che, sdegnati dall’Arno in piega sicura verso Occidente, nel XIV canto del Purgatorio paragona ai più rabbiosi fra i cani!

Un campanilismo spicciolo, a volte scurrile, spesso chiassoso, quello fra le città toscane, di cui, come si è appena visto, si hanno attestazioni salaci fin dall’epoca dei comuni medievali. Ma non è quanto troviamo in Maledetti toscani, dove invece è apprezzabile la maestria di Malaparte nel tenersi lontano dai luoghi comuni a cui la descrizione delle milleuno faziosità interne alla Toscana avrebbe potuto facilmente condurlo. Gli elogi a Prato, la sua città natale, sono tanto sentiti quanto obbligati; obbligati, sì, ma solo nel senso che non potrebbe essere altrimenti. Per Malaparte non ci sono infatti dubbi: che il pratese sia il migliore fra i toscani è qualcosa in più di una questione d’orgoglio, è una realtà oggettivamente assodata con cui lo scrittore può giocare e sperimentare a suo piacimento. «Io son di Prato, e m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo», scrive senza mezzi termini. Eppure è proprio Malaparte il primo ad andare oltre il campanilismo per affidarsi all’ironia, alla dissimulazione, all’espressività linguistica e soprattutto a un grande senso dello stile letterario.

Le belle pagine sulla gentilezza dei senesi, sulle vie di Livorno, sulla pazzia dei fiorentini non sarebbero potute essere scritte da un uomo con un gusto letterario più modesto e una fede meno salda nella superiorità di Prato sulle altre città della Toscana: nel primo caso, avremmo avuto brani scialbi e privi di quell’afflato emotivo con cui certi passi di Maledetti toscani riescono a incantare il lettore; nel secondo, avremmo avuto questa emotività rivolta unicamente dalla parte di Prato e dei pratesi, e il libro non sarebbe stato altrettanto libero e fresco, giacché freschezza e libertà nello scrivere sono esattamente come la freschezza e la libertà che contraddistinguono i toscani: quella che deriva dalla consapevolezza di essere quel che si è, nel bene e nel male. Quindi, se davvero i toscani, come vuole Malaparte, sono più intelligenti degli altri popoli, la loro intelligenza sta tutta nell’aver capito l’inutilità di spacciarsi per qualcosa di diverso dal vero. Non si diventa «la cattiva coscienza d’Italia» a caso: prima bisogna imparare a essere schietti con se stessi, solo allora sarà possibile esserlo con il resto degli altri.

«Poiché ogni uomo, come ogni popolo, se non vuole addormentarsi sull’àdipe, e affogar nella retorica, ha bisogno di qualcun che gli dica in faccia quel che si merita, quel che tutti pensano di lui e nessuno osa dirgli, se non dietro la schiena e a voce bassa.»

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In chiusura, mi si conceda un’illazione. Prima di esporla, chiedo preventivamente scusa ai fiorentini, ai senesi, ai lucchesi, ai pistoiesie a tutti gli altri toscani: vi prego, non l’abbiate a male. L’illazione è la seguente: e se questo carattere così schietto, cifra stessa della toscanità, i toscani lo debbano proprio ai pratesi? E se Prato non fosse per la Toscana quello che la Toscana è per il resto dell’Italia, ossia la sua cattiva coscienza? Città che ha fondato la propria fortuna sull’operosità dei suoi cenciaioli, Prato – sostiene Malaparte – è l’unica a non vergognarsi delle proprie origini e che per la sua singolare vocazione artigiana sa cosa poi ne è di tutte le bandiere, le uniformi e le ricche vesti che fanno la Storia: finire accatastate in montagne polverose di stracci. Che vantaggio sapere cosa ne sarà della gloria e del potere quando in vita gli uomini non fanno altro che contenderseli, quale privilegio avere così tanta consapevolezza da potersi permettere di urlare ai re ammantati: «A Prato hai da finire»! Non ci sono gioie e libertà più grandi di conoscere quale sarà la propria fine per averla vista in anticipo nei panni degli altri.

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Da pratese, Malaparte doveva aver ben chiaro tutto ciò. Se non l’ha messo nero su bianco fra i motivi per i quali pratese è meglio di qualunque altra paternità, è soltanto – ritengo – per non agevolare gratuitamente nessuno (a Prato sanno da dove arrivano le fortune): a quel punto, tutti vorrebbero infatti diventar cenciaioli e il segreto di come vanno le cose al mondo andrebbe dilapidato. I pratesi, del resto, «son sempre vissuti a parte, a modo loro, e non han mai fatto parentela con i popoli vicini». Altresì sono beceri per natura, «il popolo più bécero che sia in Toscana, anzi in Italia», sicché ogni tanto qualcosa scappa detta pure a loro. “Meglio lontani che vicini!”: a voce alta, a Prato, qualcuno l’avrà pure pensato; se poi un suo compare col gusto per la rima abbia pure aggiunto: “Meglio lontani che vicini, meglio cinesi che fiorentini!” questo non lo so per davvero, ma anche se fosse è un’altra storia.

La saga dei Cazalet, volume II: “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo porto avanti la rassegna a puntate sulla saga che ha fatto conoscere Elizabeth J. Howard al grande pubblico. Vi sto parlando, come avrete capito dal titolo, del secondo volume dei Cazalet, intitolato “Il tempo dell’attesa”.

Costituendo il continuo del volume precedente, Gli anni della leggerezza, la narratrice dà molte cose per scontate rispetto a nomi, ruoli e importanza che i personaggi hanno all’interno della vicenda di questa famiglia inglese, tanto particolare quanto riconoscibile, sia nelle dinamiche familiari e sia nei rapporti che si instaurano fra i vari membri, con le nostre.

Questo volume si apre nel pieno della Seconda Guerra mondiale: il cibo è stato razionato, molte famiglie hanno deciso di abbandonare Londra, mentre gli uomini che sono stati respinti al momento dell’arruolamento – come Hugh Cazalet – rimangono nella capitale per necessità lavorative, dato che l’unica attività di sostentamento dell’intera famiglia, una grande azienda che tratta legname pregiato, non può rimanere abbandonata a sé stessa. Tutti i membri della nostra cara famiglia, dunque, si ritrovano a condurre una convivenza per molti aspetti forzata nella grande casa nelle campagne del Sussex, Home Place.

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Parallelamente al filone di guerra, c’è il ben più intricato filone familiare, che vede protagoniste le giovani donne e adolescenti della famiglia: Louise, Polly e Clary sono le protagoniste principali; poi ci sono personaggi che già conosciamo bene come Villy, Sybil e Zoë o altri con cui facciamo conoscenza più approfonditamente, come Jessica Castle, sorella di Villy, e Angela sua figlia.

Gli anni sono passati anche per loro e ognuna di esse, in proporzione alla propria età, dai 18-19 anni di Louise ai 10-11 di Lydia, si ritrovano costrette ad affrontare i propri demoni, le proprie paure di un’età che si presenta del tutto inesplorata e in un contesto che non lascia spazio a grandi speranze. Non fanno eccezione le donne più adulte, la cui illusione di aver raggiunto la mèta più importante della propria esistenza (un buon matrimonio e dei figli) si infrange miseramente contro il muro freddo e duro di una vita fatta di routine, sorrisi forzati e sguardi voltati altrove quando incrociano dei problemi non affrontabili.

Tramite le quattro giovani ragazze, Howard si dà la possibilità di parlare della propria vita, in special modo tramite il personaggio di Louise, le cui vicende familiari rispecchiano molto quelle dell’autrice, trasformandola in questo modo in un alter-ego autobiografico.

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La macro-storia della Seconda Guerra Mondiale, che racchiude in una cornice le storie più piccole dei Cazalet, raggiunge nella sua drammaticità anche i componenti della famiglia. Un personaggio importante, che abbiamo imparato ad amare nel primo volume, viene dichiarato disperso a causa di un violento attacco da parte dei nazisti al cacciatorpediniere sul quale prestava servizio. La notizia giunge a Home Place nel più terribile dei modi: tramite una telefonata presa da chi non doveva trovarsi nell’unica stanza dotata di telefono (a causa di una marachella da tenere nascosta) una delle bambine della casa viene a sapere della scomparsa del padre, cadendo nello sconforto assieme a tutta la famiglia. La lontananza, l’assenza della persona cara, viene affrontata da tutti in diversi modi ma rimane sospeso nell’aria un grande interrogativo: sarà ancora vivo?

Questo aspetto più intimo e drammatico della guerra ci conduce a un altro grande romanzo di guerra ambientato in Francia, “Suite Francese” di Irène Némirovsky di qui ho parlato qui. Lo stesso timore della vita, il pericolo che si nasconde dietro all’angolo, sono temi ricorrenti in entrambe queste opere sebbene analizzati da prospettive diverse: in Némirovsky il timore viene dalla terra, dal vicino di casa diventato un delatore, dal passaggio dei carrarmati. In Howard, invece, viene dal cielo, perché le incursioni dei bombardieri nazisti tengono continuamente i personaggi col naso all’insù, pronti a scappare al suono di un rombo sospetto oppure, per converso, a osservare da lontano le luci della città che va in fiamme.

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In questo si esprime il senso profondo de “Il tempo dell’attesa”: l’attesa per il proprio futuro, più fosco che mai, l’attesa per una guerra che sembra interminabile, l’attesa di un padre, un figlio e un marito che torni a casa, pur sapendo che potrebbe non succedere mai.