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La pittura del Novecento, parte IX: i dadaisti, talentuosi dissacratori

Di Andrea Carria

Eccoci alla nona puntata della serie dedicata alla pittura del Novecento (qui le precedenti: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7, #8); insieme di cose ne abbiamo viste, eppure ci mancano ancora diversi tasselli. Se ad esempio pensiamo alle espressioni più recenti dell’arte contemporanea (banane attaccate col nastro adesivo, wc dorati, corpi usati al pari di una tela o altro), risulta evidente che certe forme d’arte non sono venute fuori direttamente né da Picasso né da Kandinskij, e che qualcosa di ancora più radicale, a un certo punto della storia, deve essere avvenuto. Ecco, nel viaggio di oggi daremo un nome e dei volti proprio a questo qualcosa, cercando contemporaneamente di gettare le basi di un ponte verso il nostro presente artistico che, nel momento di avviarci verso la conclusione della serie, attraverseremo… Ma non affrettiamo le cose.

Siamo ancora agli inizi del XX secolo; la Prima guerra mondiale è in pieno svolgimento e una sconvolta Europa si prepara ad assistere alla nascita dell’avanguardia più provocatoria e controversa di tutte: dada, ovvero il dadaismo. Un’avanguardia intrinsecamente contraria alla guerra e all’idea di progresso che aveva alimentato tanta belligeranza; un’avanguardia disinibita, poliedrica e interdisciplinare, che pretendeva di fare arte rifiutando l’arte – o almeno tutta quella così chiamata fino a quel momento. Rifiutarla, ma non alla maniera di tante altre avanguardie che avevano sbattutto il passato fuori dalla porta solo per farlo rientrare dalla finestra, bensì alla maniera dada. Il che voleva dire prendere l’arte, impossessarsene e farle superare il punto di rottura con unico, grande balzo verso l’inaudito, verso l’ignoto.

K. Schwitters e Th. van Doesburg, “Kleine Dada Soirée”, 1922, poster.

La parola stessa, dada, non voleva dire niente e, allo stesso tempo, tutto. Perché dada – all’inizio molto più diffusa di dadaismo per indicare il movimento – è una parola senza un significato reale («DADA non significa nulla», scrisse il poeta Tristan Tzara nel Manifesto dadaista del 1918), che tuttavia rimarca un assunto fondamentale di questa avanguardia: attribuire all’arte significati completamente nuovi spazzando via innanzitutto quelli vecchi, e saper accogliere il Caso nelle vesti di agente e artefice durante la creazione di un’opera.

Nel corso di questi articoli ho parlato spesso di “rivoluzione” per riferirmi alle novità, spesso grandiose, introdotte da questa o quell’avanguardia, ma nel caso di oggi rivoluzione è un termine che ci aiuta fino a un certo punto. Col dadaismo la storia dell’arte è stata infatti testimone della nascita di un modo del tutto nuovo di fare e di intendere il fenomeno artistico. L’opera d’arte non fu solo rinnovata, non si aprì solo a nuove tecniche, a nuove contaminazioni, a nuove prospettive, a nuovi linguaggi, no; col dadaismo l’opera d’arte diventò qualcosa di completamente diverso. Si pensi ai ready-made di Marcel Duchamp: oggetti comuni, prefabbricati (ruote di bicicletta, scolabottiglie), rigorosamente privi di qualunque valore estetico, che l’artista si limitava a prendere, decontestualizzare ed esporre.
La nuova arte dadaista, dissacrante e provocatoria come mai era stata l’arte fino a quel momento, non era esente dal carismatico ascendente con cui, personalità fuori dall’ordinario come quella di Duchamp, sapevano guidare la rigenerazione artistica in atto e ricalibrare al tempo stesso il senso estetico dei fruitori una volta riavutisi dallo shock iniziale.

L’anno di nascita del dadaismo è il 1915-16, ma i luoghi sono almeno due. Zurigo, città della Svizzera neutrale, particolarmente adatta, come clima, ad accogliere artisti visceralmente contrari agli orrori della guerra; e, sull’altra sponda dell’Atlantico, New York, una metropoli che aveva appena iniziato ad avere un ruolo nel panorama artistico internazionale. Altro record dadaista è infatti quello di aver reso l’America partecipe per la prima volta dell’avanguardismo, che fino ad allora era invece rimasto un fenomeno variegato, sì, ma pur sempre europeo e fatto da europei. Curioso è poi come in queste due città così diverse e lontane l’una dall’altra le istanze dadaiste siano sorte autonomamente nel medesimo periodo.

F. Picabia, “I see again in Memory of My Dear Udnie”, 1914, New York, Museum of Modern Art.

Zurigo, vicinissima alla Germania ma nemmeno troppo lontana dalla Francia, era diventata un meta per molti esuli, renitenti alla leva e artisti di tutte le nazionalità, tra i quali vi erano gli stessi iniziatori di dada: Tristan Tzara (1896-1963) e Marcel Janco (1895-1984), romeni; Hugo Ball (1886-1927) e Hans Richter (1888-1976), tedeschi; Hans Arp (1886-1966), alsaziano di Strasburgo, e sua moglie, la zurighese Sophie Taüber (1889-1943), arredatrice d’interni e designer. Il volto femminile di dada era molto presente e attivo; oltre a Taüber, di esso vanno ricordate almeno la pittrice Hannah Höch (1889-1978), attiva a Berlino per tutto il primo Dopoguerra, e la compagna di Ball, Emmy Hennings (1885-1948), scrittrice e cabarettista tedesca all’esuberante Cabaret Voltaire, locale di ritrovo degli artisti zurighesi.

Fu Tzara, letterato, a raggruppare gli ideali e i punti programmatici del gruppo, e a stendere il Manifesto dada nel 1918. Un testo vibrante e dai barbagli futuristi di cui, per merito dell’evidente valore letterario, si adattano stralci ancora oggi.

«Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario e non do spiegazioni perché detesto il buon senso».

Ho inserito questa citazione perché dice qualcosa di significativo sulla possibilità di contraddirsi, anzi sulla necessità di farlo. Il dadaismo non si lasciò mai spaventare da questa possibilità, di cui invece si compiaceva e andava alla ricerca. Fra le contraddizioni che balzano subito agli occhi vi è il debito che il filone europeo dell’avanguardia contrasse verso il futurismo, in teoria avanguardia a esso avversa in quanto apertamente belligerante e con alle spalle una solida tradizione pittorica che – soprattutto nel caso di quello italiano, legato a filo doppio con il divisionismo – non conobbe nessuna vera soluzione di continuità.

Man Ray, “Violon d’Ingres”, 1924, fotografia.

A New York le cose si svolsero un po’ diversamente, prendendo piede da una disciplina che si affermò come forma d’arte anche grazie al contributo degli stessi dadaisti americani: la fotografia. Un po’ perché le gallerie fotografiche furono i primi luoghi di aggregazione per gli artisti di Manhattan, e un po’ perché uno degli astri del gruppo, Man Ray (1890-1977), era un artista dell’obiettivo. Fu appunto lui, negli Stati Uniti, a reinterpretare l’arte secondo quei principi che in Europa cominciavano a farsi strada col nome di dadaisti. Fotografo, inventore delle cosiddette rayografie (foto di oggetti qualsiasi esposti sulla carta fotosensibile), ma anche pittore, scultore e designer, lo sguardo di Man Ray sugli oggetti si caratterizzava per l’audacia inaudita di accostamenti, tecniche e combinazioni impensabili per chiunque altro.

Nel gruppo newyorkese si inserirono anche artisti che si erano già espressi in Europa, per esempio l’ex cubista Francis Picabia (1879-1953), o da cui erano appena giunti, come il già menzionato Marcel Duchamp (1887-1968). Grande amico di Man Ray e, come lui, uomo-volto del dadaismo, Duchamp è considerato uno degli artisti più geniali e influenti del XX secolo.
Duchamp nacque come pittore, ma nel corso della carriera differenziò notevolmente la propria produzione abbracciando tecniche e stili sempre diversi, molti dei quali inventati da lui stesso. Della sua attività pittorica (per la verità abbastanza esigua) vale la pena ricordare Nudo che scende le scale (1912), quadro in stile cubo-futurista che fece molto discutere durante l’esposizione newyorkese: ritrarre un nudo in movimento, infatti, andava contro tutti i canoni estetici che da secoli legittimavano la nudità di un corpo nudo nell’arte.

M. Duchamp, “Fontana”, 1916 (riproduzione dell’originale).

A parte questo, New York accolse Duchamp a braccia aperte, soprattutto il collega Man Ray, a cui si legò in amicizia e in un lungo sodalizio artistico. Negli anni successivi a quella prima esposizione americana, il lavoro di Marcel Duchamp si fece ancora più provocatorio e dissacrante, arrivando all’acme dadaista prima del 1920. Nel secondo decennio del secolo, Duchamp realizzò infatti alcune delle sue opere più rappresentative. Fontana (1916), di gran lunga il più iconico fra i suoi ready-made, un orinatoio capovolto in cui si firmò con uno dei suoi tanti pseudonimi, R. Mutt; Ruota di bicicletta (1913), una ruota infissa al contrario su uno sgabello di legno, evidente parodia della scultura tradizionale; L.H.O.O.Q. (1919), la riproduzione della Gioconda sulla quale disegnò barba e baffi. E poi c’è la maggiore fra le sue produzioni (anche in termini critici, vista la mole di ingegnose e dotte interpretazioni che ha ispirato); un’opera che, dopo anni di lavoro, l’artista decise che non avrebbe mai potuto terminare. Si tratta del Grande Vetro (1915-1923). Realizzato su due lastre di vetro e con moltissime tecniche diverse, quest’opera dall’ermeneutica complessa ha anche avuto una storia travagliata, tanto che durante uno spostamento entrambe le lastre si incrinarono; Duchamp decise tuttavia di lasciarle così com’erano perché vedeva nell’incidente l’intervento del Caso come co-artefice della propria opera.

La velocità con cui il dadaismo moltiplicava le proprie esperienze artistiche, inseguendo la novità e il clamore, imponeva agli artisti di reinventarsi senza posa. Marcel Duchamp fu quello che incarnò meglio e per intero il lato per così dire “autodistruttivo”, di sicuro incalzante, di questa avanguardia. Amante dei giochi di parole e dei travestimenti (uno dei suoi alter ego più famosi era Rrose Sélavy), l’autore del Grande Vetro fu anche un performer originale, un iniziatore di mode e linguaggi che fece del suo stesso corpo un supporto come un altro sul quale sbizzarrirsi. Gli scatti che hanno immortalato le performance di Duchamp (ora ricoperto di schiuma, ora vestito da donna, ora con tagli di capelli improbabili) furono realizzati da Man Ray. Un’opera d’arte dentro un’altra opera d’arte, un artista che si fa mezzo d’esecuzione della creatività di un collega: il dadaismo è stato anche questo.

Da Zurigo e New York, il movimento dada si espanse. La Francia e la Germania assimilarono molti tratti di quest’avanguardia, sviluppando delle loro esperienze indipendenti soprattutto a Parigi, dove Duchamp e Ray si spostavano spesso, ma anche a Berlino, Colonia e Hannover, dove operarono artisti dai tratti personali già molto marcati, come George Grosz (1893-1959), Max Ernst (1891-1976) e Kurt Schwitters (1887-1948).

M. Duchamp, “Grande Vetro”,, 1915-1923, Philadelphia, Museum of Art.

Per ricollegarmi alle parole con cui ho iniziato l’articolo, vi saluto con questo consiglio bibliografico: Francesco Bonami, L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea (Mondadori, 2018); un libro ironico che tuttavia invita a riflettere su ciò che sta succedendo all’arte da quando Duchamp ci ha chiesto per la prima volta di ammirare un orinatoio, 104, quasi 105 anni or sono.

*Immagine in copertina: Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919. Il titolo di questo ready-made è un gioco di parole con cui l’artista “suggerisce” la propria, dissacrante spiegazione del sorriso di Monna Lisa; lette in francese, le lettere formano la frase: Elle a chaud au cul (Lei ha caldo al culo).

Trump, Biden e altri seggi: “L’elezzione der Presidente” di Trilussa

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di condividere con voi un testo, un estratto, che ho affrontato con le due prime medie che seguo quest’anno. Il brano è preso dalle Favole di Trilussa e, dato il suo contenuto, riflette bene lo spirito dei tempi che viviamo. Il titolo, che già anticipa il tema centrale, è L’elezzione der Presidente e attraverso un’atmosfera che definiremmo orwelliana (o forse sarebbe più corretto dire che La fattoria degli animali ha un’atmosfera trilussiana) vediamo rappresentata una tra e più antiche dinamiche umane e sociali:

«Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. –
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo! – Imbrojone! – Buvattaro!
– Ho pijato possesso:
– disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!»

Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950)

Il fenomeno del raggruppamento fra uguali caratterizza la prima parte del brano, mentre l’inganno è centrale nel secondo. Gli animali, truffati da un asino travestito da leone, seguono ciecamente il loro leader dopo aver ascoltato grandi promesse di libertà e prosperità provenire dalla sua bocca. Il riconoscimento di un pari è il meccanismo sociale e psicologico che si muove sotto a questi versi e, nell’incontrare il necessario bisogno di ogni gruppo di darsi delle regole, genera il grande scontro con la realtà che prima o poi nella vita a tutti capita di fare: la delusione.

Un testo del genere, attuale in ogni epoca poiché eterna è la corsa al potere, ci aiuta a meglio definire qual è l’idea di noi stessi che propiniamo al mondo e soprattutto qual è la vera natura che, al contrario dell’immagine, ci caratterizza. Anche questo esempio di letteratura per l’infanzia, o quanto meno per i giovani, ritengo sia un’ottima lente di cui dotare il nostro microscopio sul mondo. Ognuna ha la sua funzione, anche se può sembrarci molto, ma molto, vecchia.

“Il libro della creazione” di Sarah Blau: Bildungsroman e contemporaneità

Di Andrea Carria

Se c’è un genere letterario che può essere declinato in forme pressoché infinite, il romanzo di formazione o Bildungsroman è sicuramente uno dei più plasmabili. Tra le meglio codificate che esistano, la sua struttura apparentemente rigida in realtà si sposa perfettamente con il respiro ampio e avvolgente tipico del romanzesco, respiro che proprio i momenti topici del romanzo di formazione incarnano compiutamente. Ma il Bildungsroman è innanzitutto un romanzo, e in quanto tale accoglie al proprio interno innumerevoli possibilità di variazione. L’unico vero paletto si ha a livello della trama e riguarda la trasformazione del protagonista. Per quanto necessaria, la trasformazione (un tempo si sarebbe parlato di crescita) può tuttavia avvenire in molti modi diversi, ed è qui che entrano in gioco quelle variazioni che contribuiscono a fare di questo genere letterario un autentico ever green.

La lettura di Il libro della creazione di Sarah Blau (Carbonio Editore, 2020, traduzione di Elena Loewenthal) mi ha spinto verso queste considerazioni dopo averne apprezzato quella che, a mio parere, costituisce la caratteristica più interessante di questo romanzo: la fusione armoniosa di tradizione e contemporaneità.

Il soggetto alla base del romanzo deriva infatti dalla tradizione ebraica più antica, anzi dalla leggenda. La leggenda è quella del golem, di cui la cultura e la letteratura ebraiche sono piene di riferimenti, alcuni dei quali famosissimi, com’è il caso del romanzo di Gustav Meyrink del 1925, ambientato a Praga e intitolato Il Golem.
A evocare la creatura questa volta è Telma, una giovane insegnante israeliana profondamente insoddisfatta della sua vita. Ingabbiata in una famiglia tradizionale e osservante, ferita nei sentimenti e succube di una cugina che rappresenta tutto quello che lei stessa vorrebbe essere, per Telma tutto cambia con la morte della nonna materna, la quale le lascia un’eredità davvero importante: la casa, nella quale la ragazza si trasferisce, e un libro molto speciale e potente in grado di donare la vita…

Investita da questo straordinario lascito ma ancora incapace di guidare la propria vita dove vorrebbe, Telma, all’ennesima umiliazione, decide di testarne l’efficacia. Con la terra del cimitero dove riposa la nonna impasta un corpo, lo modella in tutte le sue parti e sotto alla lingua gli deposita un cartiglio con la parola segreta che gli donerà la vita. Creare un golem è un’operazione estremamente complessa e pericolosa, a cui Telma adempie con fin troppa disinvoltura ed egoismo. Un golem infatti è una creatura con uno spirito proprio che si rafforza giorno dopo giorno. Chi lo crea non lo fa per gioco né per capriccio, ma solo in condizioni di bisogno estremo per l’intero popolo ebraico. Telma avrebbe dovuto saperlo, invece usa il potere più grande che esiste – un potere che sfida apertamente l’operato di Dio – per assecondare le proprie frustrazioni. Ma la sua leggerezza potrebbe costarle molto cara. Shaul, il nome che ha scelto per il golem che ha creato, diventa più forte ogni giorno che passa, e presto potrebbe ribellarsi all’autorità della sua creatrice mettendo in serio pericolo non solo lei ma anche le persone che la circondano.

Come romanzo, Il libro della creazione è un’opera ambivalente che alterna momenti di autenticità e altri di stasi prolungata. Sarah Blau mostra il meglio di sé alle prese con le dinamiche famigliari confezionando ritratti indimenticabili. La precisione con cui descrive le ruggini e le gelosie tra parenti offrono uno spaccato di vita domestica credibilissimo e in cui il lettore facilmente si rispecchia. Anche la caratterizzazione dei personaggi deve molto alla realtà: ciascuno di essi è perfettamente calato nella piccola parte che recita, e tutti insieme costituiscono un fondale di volti e di voci così ben fatto da tenere a galla il romanzo e spingere il lettore verso la conclusione.

C’è infatti da dire che, pur essendo un romanzo che fa perno su un elemento di fantasia, Il libro della creazione deve la maggioranza dei suoi punti di forza alle scene e alle situazioni verosimiglianti. La parte fantastica, che qui dovrebbe essere quella propriamente romanzesca, è invece un po’ annacquata. Sarah Blau indugia molto – davvero troppo – sulla fragilità e le circonvoluzioni mentali di Telma, torna spesso sui medesimi concetti e fa andare avanti la storia con il contagocce. Il risultato, alla lunga, è un inevitabile calo di tensione e una perdita di presa sul lettore, il quale si ritrova a poche pagine dalla fine ancora in attesa di quello scatto che ogni romanzo ha il dovere di compiere. Quando arriva, il momento clou è abbastanza ordinario e non sorprende più di tanto. Come altrove, anche qui le circonvoluzioni mentali della protagonista ritardano gli eventi e sottraggono loro spazio, tanto da precipitarli anonimamente verso il finale.

Un discorso a parte merita la lingua letteraria di Sarah Blau, una lingua ricca, sfaccettata, abituata a giocare con le parole, ma anche irriverente e provocatoria. La provocazione linguistica è uno dei terreni su cui la scrittrice porta la sua sfida alla tradizione. Contemporaneo e anticonformista, il romanzo illumina con le parole ciò che religione, costumi e usanze relegano da millenni nell’indicibile; e l’illuminazione avviene, riesce proprio perché tali inserti fanno parte di un tessuto linguistico di grande equilibrio. Le figure retoriche e di linguaggio sono interessanti, alcune invero molto belle; godere di certe sfumature in traduzione non è per niente scontato, ecco perché vale la pena di sottolineare anche il lavoro svolto dalla traduttrice Elena Loewenthal, a sua volta scrittrice raffinata, la quale non si è limitata a tradurre in italiano parole e frasi, ma anche il carattere dell’opera.
A parziale compensazione di ciò che la trama si dimentica di fare in termini di dinamicità interviene il passaggio frequente di Telma, protagonista e voce narrante, dalla prima alla terza persona; una scelta stilistica che vuole rimarcare la spaccatura fra Io e Sé che percorre il suo personaggio ricordando non da ultimo che Il libro della creazione, in quanto Bildungsroman, è anche un discreto romanzo psicologico.

Ricapitolando, Il libro della creazione di Sarah Blau è un’opera che, se da una parte ha mostrato qualcosa di nuovo nel romanzo di formazione facendo coabitare modernità e retaggi millenari, dall’altra ha anche inflazionato il punto di vista dell’io narrante rendendolo prolisso e a volte persino sterile. Autentico e calibrato nella descrizione delle scene domestiche, la sua presenza diviene inopportuna in altre parti del libro fino a entrare in competizione con la trama stessa. La componente romanzesca è oggettivamente risicata; il golem, il pezzo forte del romanzo, quello che si carica di più aspettative, ha sicuramente risvolti metaforici e psicologici da ricercare, ma all’atto pratico rimane un convitato di pietra, un personaggio che l’autrice non sempre sa bene dove menare.
Sarah Blau, che proprio nelle prime pagine del romanzo ha invece dimostrato di avere nelle corde un lessico famigliare da far invidia per freschezza e autenticità, ha secondo me innestato un romanzo debole (la storia del golem) su un altro (la storia di Telma e della sua famiglia) che avrebbe potuto essere molto più avvincente, decretando l’inabissamento di quest’ultimo senza riuscire a rafforzare più di tanto il primo.

Le streghe, prima di Harry Potter, erano quelle di Roald Dahl

Di Gian Luca Nicoletta

C’è stato un tempo in cui le streghe ci facevano paura, eccome!
Le streghe, prima dell’avvento di Harry Potter, erano entità malefiche che odiavano i bambini. Le streghe, prima di Harry Potter, erano le streghe di Roald Dahl.

Proprio di questo racconto desidero parlarvi oggi, e l’occasione mi è stata fornita dalla recente uscita di una nuova versione dell’omonimo film che vede protagoniste Anne Hathaway e Octavia Spencer, dirette da Robert Zemeckis. Una prima, eccellente, trasposozione cinematografica fu quella del 1990 con Anjelica Houston nel ruolo della perfida Strega Suprema.
Le Streghe, pubblicato in inglese per la prima volta nel 1983 e uscito in Italia nell’87 (collana Gl’istrici della Salani), rappresenta una delle opere più iconiche di Roald Dahl, assieme al GGG e alla Fabbrica di cioccolato.

Grazie alla sua lingua piana e nitida perfetta per i giovani lettori, priva di sbavature quasi come un dipinto neoclassico, ricordo ancora oggi come le immagini descritte da Dahl si fossero immediatamente piantate nella mia fantasia, e soprattutto quale fosse il grande avvertimento contenuto all’interno di quelle pagine: «Una VERA STREGA odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso, da non poterselo immaginare».
Io mi sentivo a un tempo attratto e terrorizzato da queste figure misteriose ma dall’aspetto così comune da rasentare la banalità.

Le streghe, così ci viene detto, vivono in mezzo a noi sparpagliate ovunque sulla Terra. Hanno un loro codice d’abbigliamento, del tutto opposto a quello delle favole, niente cappelli a punta o scope volanti; le possiamo incontrare a passeggio in un parco pubblico oppure al supermercato, potrebbero addirittura essere le nostre vicine di casa! Per riconoscere una strega serve una vista acuta, un’attenzione speciale per i particolari e, come nel caso della Nonna, un fiuto molto raffinato che solo alcuni posseggono.
Data questa descrizione, l’immaginario di Roald Dahl discende dal mondo del fantastico e si cala, con adesione sorprendente, nella nostra realtà quotidiana rendendo l’innocuo inquietantemente sinistro.

Anne Hathaway (a sinistra) e Anjelica Houston (a destra) rispettivamente nel 2020 e nel 1990 nel ruolo della Strega Suprema

Ma come succede in tutte le favole contemporanee, il protagonista privo di poteri magici ha sempre dalla sua delle armi molto potenti: il proprio intelletto e un alleato fidato. Nel nostro caso, il giovanissimo protagonista del racconto può fare affidamento sull’instancabile Nonna che, con la sua saggezza e tempra insospettabili dietro a un aspetto docile e rassicurante, studia un ingegnoso stratagemma per poter rivoltare contro le perfide streghe il loro piano. Dall’esito positivo di questa sfida, metafora del superamento delle nostre paure senza dover rinunciare all’aiuto che ci viene dai nostri cari, Roald Dahl costruisce l’impalcatura per mostrare a tutti i bambini (e agli adulti) almeno due messaggi fondamentali: il primo è un messaggio d’amore, un prezioso insegnamento volto a farci andare oltre l’aspetto fisico delle persone per privilegiare quello che esse sono nell’animo, molto spesso nobile; il secondo è un messaggio di speranza, poiché non importa quanto grande sia la paura che ci attanaglia, in un modo o nell’altro saremo in grado di capovolgere la situazione e di trasformare l’orrido in buffo, il grande in piccolo.

Rileggere Le Streghe di Roald Dahl può essere un’eccellente occasione per ricominciare ad apprezzare la letteratura per l’infanzia. Attraverso una lente molto diversa da quella che siamo soliti utilizzare per analizzare e interpretare il mondo, possiamo riscoprire la bellezza della semplicità, l’importanza delle prime impressioni e, cosa non di poco conto, riscoprire un paradigma valoriale ed etico infinitamente prezioso, specialmente di questi tempi.

A caccia del diavolo, ovvero “Capturing the Devil”, l’ultimo capitolo della tetralogia di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

SPOILER ALERT: in questo articolo sono presenti elementi che potrebbero rivelare informazioni, totali o parziali, circa il nuovo libro.

Siamo lieti di presentarvi, in anteprima, il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco edito in Italia da Oscar Mondadori e atteso per il prossimo 10 novembre, A caccia del diavolo! Giungere al termine di un’avventura può far provare molte emozioni: eccitazione, quando si ha tra le mani il libro che segna l’ultimo tassello di una tetralogia; desiderio di sapere se soddisfi le nostre aspettative e supposizioni sulla conclusione; tristezza perché quella potrebbe essere una lettera di commiato a personaggi accanto ai quali abbiamo percorso i vicoli di Londra, esplorato i castelli della Transilvania, salpato sull’Atlantico e che infine ci guidano tra i vicoli di una New York proiettata in un nuovo secolo, che si spera Thomas Cresswell e Audrey Rose Wadsworth renderanno prospero, lanciandosi in un’ultima caccia al serial killer che sembra comportarsi esattamente come il famigerato Jack lo Squartatore.

Il lettore allora sentirà certamente malinconia, perché sì questa è l’ultima avventura che calcherà sulle pagine assieme a quel duo, ma sa che potrà ritrovarli sempre lì una volta riaperte le pagine del libro, e nel frattempo non potrà far altro che lasciarsi trascinare da una storia coinvolgente che funziona da degna conclusione ad una saga che ha tenuto tutti col fiato sospeso e che non ha risparmiato colpi di scena.
Nel suo presentarsi come la chiusura di un cerchio, A caccia del diavolo dà inizialmente molto spazio alla sottotrama amorosa che acquista rilevanza tanto da far sembrare Thomas e Audrey Rose una versione moderna di Romeo e Giulietta.

Le nozze a cui stanno per convolare i due, accorciando i tempi del tipico fidanzamento vittoriano a sole due settimane, vengono organizzate da tutta la famiglia della protagonista con grande partecipazione, e mandate all’aria da una donna che si presenta all’altare come la reale fidanzata di Thomas. È certamente un personaggio di poca rilevanza, ma ciò che invece risulta lampante da un gesto tanto teatrale è che, a ordire questa macchinazione, sia stato il padre di Thomas, il quale rappresenta in sé tutte le restrizioni e gli obblighi di un’unione in epoca vittoriana: un matrimonio a quei tempi altro non era che un contratto economico che doveva risultare vantaggioso per le famiglie degli sposi. Non si cura certo dell’amore, un’unione di questo tipo, infatti il padre di Thomas lo obbliga ad allontanarsi da Audrey Rose perché la classe sociale di lei, inferiore, non viene considerata adatta.

La protagonista e voce narrante del libro, che ha commesso la leggerezza di consumare il matrimonio prima che fosse riconosciuto e sancito davanti all’altare, mantiene lucidità e sangue freddo dinnanzi alla possibilità di vedere il proprio matrimonio andare in fumo e la propria reputazione rovinata, anche grazie alla guida del personaggio amorevole ma risoluto di sua nonna Audrey, della quale facciamo la conoscenza diretta solo in questo ultimo volume, e che ricorda alla nipote quanto sia giusto versare qualche lacrima, ma anche quanto più giusto sia ricordarsi di ricomporsi e andare avanti: perché una donna, secondo questa saggia indiana, ha abbastanza forza per salvarsi da sé. Perciò Audrey Rose risulta non consona alla classica descrizione di una donna che vive alla fine dell’Ottocento: appare infatti fredda e decisa, e per evitare di pensare al proprio cuore spezzato, alla fiducia che sente di aver perso nei confronti di Thomas, la persona che ama e di cui si fidava più di ogni altra al mondo, decide di prendere un treno per Chicago, per svelare lo strano mistero che si cela dietro una serie di donne scomparse, delle quali però non si riescono a ritrovare i corpi.

Ancora una volta, Audrey Rose troverà accanto a sé Thomas. Nella corsa che compie con loro nella speranza di fermare questo misterioso e organizzato serial killer, il lettore si dimentica della trama amorosa perché l’intreccio investigativo, più semplice rispetto a quelli dei due libri precedenti, è invece molto più simile a quello di Sulle tracce di Jack lo Squartatore, tanto da far temere che quel Jack lo Squartatore fosse in realtà una persona diversa rispetto a quella che è stata accusata nel primo libro, e che l’abbia fatta franca, per seminare morte e terrore nella Città Bianca in cui tutti però sembrano troppo occupati a restare affascinati dalla Fiera Mondiale di Chicago, illuminata a giorno da Nikola Tesla, per accorgersi della sparizione di donne senza nome, il cui unico crimine era la ricerca di indipendenza.

Nel corso dell’indagine ritroviamo molti personaggi di cui abbiamo fatto la conoscenza nei libri precedenti, quali l’affasciante e scaltro Mefistofele, oppure il simpatico Noah, che i due protagonisti avevano conosciuto alla scuola di scienze forensi in Transilvania e che si rivelerà un valido aiuto in questa caccia al serial killer.

Consigliamo questo libro perché la storia si conclude, com’era prevedibile, nel migliore dei modi; ma ciò che rimarrà nel cuore dei lettori non è solo che è la Regina Vittoria stessa a dare l’approvazione per l’unione di Audrey Rose e Thomas, quanto piuttosto il forte messaggio femminista ed egualitario che viene dato a tutti i lettori, circa il coraggio che è necessario avere per raggiungere tutti gli obiettivi, esclusivamente grazie all’acume della mente ed alla forza di volontà.

L’ultima El Dorado e i suoi abitanti: “Paravion” di Hafid Bouazza

Di Andrea Carria

Paravion. Un nome che non capita di sentire tutti i giorni, ma per gli abitanti di un remoto villaggio del Marocco questa parola preannuncia delizie e tesori. I lettori italiani desiderosi di sogni speziati e di notti punteggiate dalle stelle possono scoprire la loro Paravion leggendo il romanzo omonimo di Hafid Bouazza, pubblicato da Carbonio Editore sul finire dell’estate scorsa per la collana “Cielo Stellato” (traduzione di Laura Pignatti).

Cos’è Paravion? Dove si trova? Per quanto il nome possa suonare piacevole alle orecchie, in realtà non esiste nessun luogo sulla terra che si chiami a quel modo. La cosa è molto strana se si considera che gli abitanti del villaggio ci credono fermamente, e generazione dopo generazione tutti gli uomini, chi prima chi dopo, partono per raggiungerlo lasciando a casa mogli e figli. Nessuno di loro sa quando si rivedranno, se si rivedranno. Sono emigranti (gli emigranti di una generazione fa) e l’unico mezzo che possiedono per mantenere i contatti con casa è la posta; di tanto in tanto danno notizie di sé ai familiari scrivendo una lettera, ma pure in questo caso nessuno sa dire quanto tempo sia passato dall’ultima busta o quando arriverà la prossima.

Questo evento è di importanza fondamentale e rappresenta molto più della semplice venuta di una lettera. È infatti con l’arrivo della posta al villaggio che la leggenda di Paravion si ravviva ogni volta. Perché PAR AVION è esattamente la scritta stampigliata sulla busta con cui mogli e madri, figli e figlie vedono tornare a casa le parole dei propri cari.

Per gli abitanti del villaggio – tutta gente pratica, superstiziosa e terrena – le conclusioni sono rapide e inevitabili. Paravion esiste ed è il nome del luogo dove i loro uomini sono andati in cerca di miglior fortuna: l’El Dorado, la città scintillante e prodiga di opportunità descritta nei racconti, nella quale anche le donne vivono fuori casa e hanno una posizione. Al villaggio, nessuno e nessuna sospetta la verità. Nessuna e nessuno intende la cosa per quella che è davvero, ossia che i loro mariti, i loro padri e i loro figli si trovano semplicemente all’estero, che quest’estero coincide con un’idea di Occidente che non trova riscontri da nessuna parte, e che il nome in cui ripongono tanti sogni e speranze indica soltanto il modo in cui le lettere hanno viaggiato per tanti chilometri fino a casa: per via aerea, proprio quel che PAR AVION significa in francese.

Questa ingenuità è uno degli espedienti letterari più interessanti del libro, nonché un elemento che richiama subito l’attenzione sulla singolare cifra stilistica che lo caratterizza. Paravion è un romanzo contemporaneo che strizza l’occhio alla fiaba, un genere del quale Hafid Bouazza ripropone, in dosaggi differenziati, ambientazioni, personaggi e linguaggio. Le atmosfere sospese, a metà strada fra il sogno e la realtà, fra il miraggio e la dura vita quotidiana, compongono la cornice entro cui si muovono Baba Baluk e la sua famiglia. Uno scenario fiabesco ma anche onirico, concepito per creature letterarie aeriformi, per personaggi che sono più credibili quando si librano in aria sui loro tappeti volanti rispetto a quando sono a terra, con i piedi nella polvere. Anche il modo in cui la narrazione procede ricorda la cadenza della fiaba, riscontrabile nell’abbondanza di descrizioni (mirate e anche molto particolareggiate), nell’indeterminatezza di tempo e luoghi, nei salti temporali tra un episodio e l’altro, e in generale nel piglio riassuntivo con cui viene sbrigata la successione dei fatti.

Come ci si aspetta da uno scrittore che omaggia la fiaba e l’antichissima tradizione dei racconti orali, anche lo stile di scrittura di Hafid Bouazza guarda indietro nel tempo, a epoche letterarie che la modernità ha ormai superato. La ricchezza di descrizioni è pervasiva e sottrae molto spazio a tutto il resto, trama compresa, la quale si camuffa (e a volte si perde) in mezzo a un labirinto sensoriale fatto di immagini, suoni, odori e tessiture che l’autore, evidentemente, si compiace molto di evocare. Tutto ciò che si presta a essere descritto, a essere esperito attraverso i sensi trova spazio nelle pagine di Paravion, e Bouazza se ne avvale (anche) per dare prova delle sue indiscutibili abilità letterarie. Molti brani possiedono una musicalità innata che si conserva persino in traduzione; righe e paragrafi sono in realtà versi e strofe di un linguaggio poetico interiore a cui Hafid Bouazza naturalmente attinge quando scrive. Può non piacere, eppure il romanzo non soffre per questo; soffre, piuttosto, per la mancanza di spinta nelle prime 60-70 pagine (che è più di un terzo del libro, comunque), nelle quali il lettore, se non riesce a bearsi del bello stile e delle sue metafore mirabilmente cesellate, rischia di stizzirsi per la poca sostanza romanzesca che ha incontrato fino a quel momento.

L’idea originaria del romanzo era e rimane ottima. La storia di come è nata la leggenda di Paravion, l’epopea dell’emigrazione e la mitizzazione dell’Occidente da parte dei popoli che vivono sulla sua soglia vengono presentate o raccontate da un punto di vista particolarissimo che meriterebbe l’attenzione di tutti. Hafid Bouazza, figlio di immigrati marocchini in Olanda, ha narrato (e criticato) i risvolti identitari ed emotivi di una realtà che conosce perché è la sua, e che continua a interessare milioni di persone in tutto il mondo. Ciò conferisce credibilità alla sua opera (l’edizione olandese risale al 2002), e nello sforzo che ha compiuto per rievocare gli scenari e le atmosfere della sua terra d’origine (sforzo, in questo frangente, coronato dal pieno successo) rispecchia un sentimento molto comune fra gli appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione“.

Purtroppo la sinergia singhiozzante fra argomento, stile e respiro complessivo dell’opera non è di grande aiuto all’identificazione da parte di chi legge e, anzi, rischia di fallire l’appuntamento con quella parte di pubblico non direttamente coinvolta, per la quale la sensibilizzazione a un tema potrebbe passare anche dal coinvolgimento letterario provato.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte III: Camilleri, “Il merlo parlante” e “La lettera anonima”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi riprendiamo la serie (qui troverete i link alla prima e alla seconda parte) dedicata al mondo siciliano, continuando il viaggio sulle parole del maestro Camilleri.
I due racconti delle Storie di Vigàta che vi presento hanno un denominatore comune che, come abbiamo già visto e continueremo a vedere nelle prossime puntate, appassiona molto l’autore: le malelingue.

Il primo racconto, Il merlo parlante, ha come protagonista Ninuzzo Laganà, giovane ingegnere intelligente e di bell’aspetto che, purtroppo per sua madre, non ne vuole sapere di prendere moglie. La povera donna, rinchiusasi in un muto silenzio dopo la morte del marito, passa tutte le sue giornate a letto pregando che il figlio si sposi «Pirchì voglio aviri un nipoti prima di moriri».
Il giovane, lungi dal dare alla madre un altro dispiacere, manda la cameriera a indagare in paese affinché possa trovargli una giovane donna con sani princìpi che lui possa prendere in moglie.
Come nelle novelle, o forse sarebbe più appropriato dire come nelle barzellette, Camilleri crea un meccanismo di battute e passaggi narrativi scanditi dall’espressione “La risposta l’ebbi il jorno appresso”. Questo meccanismo si ripete con una cadenza e una insistenza talmente ben congegnati che diviene perfettamente prevedibile e, alla fine, anche comico.

Ninuzzo e la cameriera individuano la perfetta candidata e, in poco tempo, si convola a nozze: si chiama Daniela, viene da una buona famiglia, ha studiato legge ma non esercita la professione, è una figlia rispettosa, va in chiesa tutte le domeniche ma nasconde qualcosa: una “fame d’uomo” che Ninuzzo mai si sarebbe immaginato.
Con questo elemento Camilleri inserisce la seconda situazione comica: in capo a qualche settimana, Ninuzzo viene completamente privato delle forze, è esasperato da una moglie che lo tiene sveglio tutta la notte e tutte le notti, arriva addirittura al punto di prolungare i suoi viaggi di lavoro per intere settimane pur di dormire un po’.

Un giorno, andando in ufficio, Ninuzzo scopre che qualcuno, un non meglio precisato personaggio, ha fatto dono all’ingegnere di un merlo parlante. L’animale, nella sua bella gabbia, alleggerisce l’orario di lavoro di tutti in ufficio salutando con la sua vocina gracchiante sino a che non si scopre un fatto: il merlo ripete l’ultima frase che ha sentito più spesso durante la giornata. Il che potrebbe essere un gioco divertente, potremmo pensare, se non fosse per il povero Ninuzzo che una mattina, dando da mangiare al merlo, lo sente dire “lo sai che all’ingigneri sò mogliere gli mette le corna?”

Dove ha sentito quella frase malevola? Sicuramente in ufficio, ma chi è stato? Ninuzzo cerca di indagare per arrivare al colpevole della diceria, ma le sue indagini scendono in secondo piano quando Daniela, sua moglie, gli annuncia che finalmente il desiderio che sua madre nutriva sta per avverarsi: aspetta un figlio.
Il merlo avrà ragione?

Il secondo racconto, La lettera anonima, ha una struttura leggermente più articolata: tutti o quasi i vigàtisi da diverso tempo lamentano di ricevere delle lettere anonime che rivelano, o per lo meno dicono di rivelare, dei segreti scomodi: tradimenti, gelosie, debiti. Il fenomeno raggiunge un’ampiezza tale che il protagonista di questo episodio, il professor Ernesto Bruccoleri, stila addirittura un catalogo delle tipologie di lettere:
1) “La prima era quella che portava a canuscenzia dell’interessato o dell’interessata ‘na facenna che il paìsi accanosciva già;”
2) “la secunna era la littra nonima che ‘nveci viniva mannata all’autorità e che si potiva considerari ‘na vera e propria dinunzia;”
3) “la terza era quella che arrivilava ‘na storia scanosciuta a tutti;”
4) “e la quarta, la cchiù perfida e ‘nsidiusa, era quella che parlava di ‘na facenna che non era mai successa ma che aviva avuto la possibilità di succidiri epperciò nisciuno era in grado di controllari se era vera o se era ‘nvintata.”

Sta di fatto che questa analisi dettagliata non protegge il povero professore, il quale diviene anch’egli destinatario di un paio di lettere anonime che lo mettono in non pochi guai col circolo del quale fa parte.
Anche qui, come nel Merlo parlante, le dinamiche tra marito e moglie, specialmente quelle di carattere sessuale, si propongono con decisione. Ernesto teme che sua moglie lo possa tradire: la donna infatti si reca tutti i fine settimana a Palermo, a trovare la madre malata, e monta su tutte le furie una volta che Ernesto si propone di accompagnarla, ovviamente non riuscendo nel suo intento più che onesto, nella mente di lui.

La soluzione a questo enigma non arriva grazie all’aiuto, per quanto bizzarro, di un animale, bensì tutto si risolve nella dinamica tra Vigàta in quanto ente plurale fatto di storie e memorie, ed Ernesto, il cui spirito attento gli impedisce di saltare la ricerca di spiegazioni pur di arrivare a una facile conclusione.
A Palermo, è vero, sua moglie non va per accudire la madre, che peraltro gode di ottima salute. Ci va per vedere un uomo, un uomo che prima di partire per l’Africa aveva in animo di sposare e che, per vicissitudini legate alla guerra, non è riuscito a completare il suo proposito.
Sono amanti? Sono amici? La risposta ci viene fornita in un finale aperto, nel quale Camilleri omette anche un grande particolare sulla stesura di queste lettene anonime che tanto dividono i vigàtisi quanto li uniscono.

“In fuga da Houdini” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Un viaggio in nave è un sogno o un’illusione che nasconde del sangue?
[qui trovate i link agli articoli precedenti, rispettivamente per il primo e secondo volume della saga].

Al termine del libro precedente, Alla ricerca del principe Dracula, Johnatan Wadsworth, medico legale di fama non indifferente in Inghilterra, era stato convocato in America per offrire il proprio aiuto nella risoluzione di una serie di omicidi che stavano gettando ombra sulla città di New York.
Il 15 settembre scorso, aprendo le prime pagine della terza opera di Kerri Maniscalco, In fuga da Houdini, abbiamo scoperto che Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell lo hanno seguito in veste di suoi assistenti.
In questo terzo romanzo seguiamo le loro avventure, una volta che Thomas, Audrey Rose e la loro chaperon si sono imbarcati sulla Royal Mail Ship Etruria in una traversata di dieci giorni verso il nuovo mondo.

La narrazione in prima persona ci mostra, come nei libri precedenti, il punto di vista di Audrey Rose e leggendo si ha la sensazione di vivere una sospensione dal tempo reale, durante la quale il lettore si augura di avere davanti a sé la descrizione di dieci giorni intervallati solo di gioie, abiti scintillanti da presentare a cena, mentre lo strabiliante Circo al Chiaro di Luna fa le sue esibizioni curate al minimo dettaglio con il solo scopo di stupire i passeggeri e dar loro l’impressione di vivere in una favola.
Tutti coloro che hanno intravisto in Thomas e Audrey Rose una coppia stabile, complementare e allo stesso tempo paritaria, si augurano di potersi godere un corteggiamento segreto dei due protagonisti, dolce e appena sussurrato poiché entrambi sono in attesa del benestare delle rispettive famiglie perché il loro fidanzamento sia ufficializzato. Tuttavia, quando le luci calano la prima sera, durante l’esibizione dei circensi, comandati dal misterioso e affascinante Mefistofele, il sogno si trasforma in un incubo. La figlia del primo magistrato Prescott, in viaggio su quella nave su invito di uno sconosciuto benefattore, viene pugnalata e uccisa proprio al tavolo dove siedono i due protagonisti principali, senza che questi si rendano conto di chi sia l’assassino.

Le indagini iniziano immediatamente e devono svolgersi con rapidità, perché la lista dei morti aumenta vertiginosamente e in quegli spazi chiusi e lussureggianti tutti sono considerati colpevoli e prede in egual misura: hanno tutti la sensazione di trovarsi in una gabbia dorata dalla quale non possono evadere.
Da quel momento in avanti, ogni sera, i passeggeri vengono sorpresi da un nuovo omicidio, i corpi vengono ritrovati messi in posa come se fossero la figura di una carta dei tarocchi. L’escalation di violenza da cui l’Etruria sembra infestata, proprio perché presentata con dovizia di particolari e spettacolarità, fa ricadere i sospetti di quelle morti efferate sugli artisti che si esibiscono sul palco nascondendo le loro identità con maschere di velluto.
Il lettore segue le indagini quasi trattenendo il respiro e solo colui che avrà l’occhio attento potrà riconoscere l’assioma già presentato nel libro precedente (e in questo terzo libro esasperato), secondo cui in questa tetralogia a un restringimento dello spazio in cui si svolge l’azione corrisponda un infittirsi dell’intreccio, e di conseguenza sia non solo più difficile identificare l’assassino, ma anche determinare una cronologia tra gli omicidi. Per fronteggiare la situazione di pericolo in mare Audrey Rose e Thomas convengono di dividersi, e mentre la ragazza decide di stringere un patto con Mefistofele per poter parlare più facilmente con gli artisti del suo circo, l’apprendista patologo seguirà le indagini dello zio Johnatan in maniera ufficiale. Ma un telegramma comunica che c’è un problema di cui si devono occupare anche a Londra e che minaccia di destabilizzare la famiglia Wadsworth: Liza, la cugina di Audrey Rose, è scomparsa!

Le stringenti regole della società vittoriana estendono la propria ombra sui due protagonisti poiché la scomparsa di una ragazza nubile significava in una famiglia benestante dell’epoca un’onta tale da compromettere qualsiasi matrimonio.
Non che la situazione migliori quando Liza viene riconosciuta dalla cugina sul palco come assistente del mago Houdini. Ha una maschera che ne nasconde l’identità, come tutti gli altri circensi, ma se venisse scoperta la sua reputazione sarebbe rovinata!
Per amore di Liza, e per farle lasciare il circo, Audrey Rose si dice pronta a tutto, decisa a riportarla a casa con sé, sperando che la sua reputazione non sia compromessa vista la relazione che ha intrecciato con l’illusionista ungherese. Mefistofele, come il diavolo dell’opera di Goethe, è deciso a sfruttare a proprio vantaggio quel desiderio inespresso da Audrey Rose, ma che lui sembra leggerle in volto, perciò stringe con lei un accordo nel cuore della notte: entrare a far parte del Circo al Chiaro di Luna, facendo credere a tutti di essersi invaghita di Mefistofele stesso in cambio di prove che sicuramente spingeranno Liza a lasciare il circo e un aiuto per smascherare l’omicida che sta seminando il terrore sulla nave.
Nonostante si professi una donna indipendente e con un atteggiamento degno delle prime femministe, in quest’avventura Audrey Rose rivela al lettore e a sé stessa i propri limiti e le proprie debolezze: allontanarsi da Thomas e fingere di amare un altro uomo sembra più un tentativo di eludere le regole sociali e vivere al di sopra di esse piuttosto che un desiderio di aiutare la propria famiglia.
La conclusione porta allo svelamento dell’identità dell’assassino, ma lascia il lettore con il beneficio del dubbio: ci sono tre omicidi che sembrano commessi da un’altra mano, decisamente più efferata e molto più simile a quella di Jack lo Squartatore, il quale ormai sembra approdato a New York e potrebbe dare il via ad una nuova scia di crimini… riusciranno Thomas e Audrey Rose, ormai lontani emotivamente l’uno dall’altra, a riconoscerne le tracce ora che sono giunti in città?

Consigliamo questo libro perché… oltre a traghettarci verso un nuovo secolo, un nuovo mondo e presentarci le atmosfere oniriche messe in scena dal Circo al Chiaro di Luna, In fuga da Houdini si distanzia notevolmente dai precedenti soprattutto perché l’intreccio della trama poliziesca è particolarmente complessa e ci costringe a non distogliere l’attenzione neppure dal più piccolo dettaglio.
La sottotrama dalle tinte rosa sembra essere carente perché a un esame superficiale presenta il personaggio di Thomas come un burattino nelle mani di Audrey Rose, che rimane in attesa delle sue decisioni mentre la donna sembra capitolare ai piedi di Mefistofele. Il novello Sherlock è invece un uomo che rispecchia la nostra contemporaneità, che mostra per la prima volta un personaggio maschile carico di tutte le sue fragilità e paure proprie di qualsiasi uomo intento a conquistare il cuore della donna che ama e avere la possibilità di costruire un futuro con lei.

La Nascita del principe Oscuro

Questo racconto lungo viene venduto insieme al terzo volume della serie Stalking Jack the Ripper. Se si sceglie di acquistare la versione del libro in pdf, la casa editrice OscarVault lo fornisce in un unico file leggibile comodamente su qualsiasi schermo a disposizione dei lettori più progressisti e amanti della tecnologia.
Si presenta sotto forma di libretto della lunghezza di nove capitoli che racconta alcuni episodi di quanto abbiamo appena letto essere avvenuto sull’Etruria, narrati dal punto di vista di Thomas Cresswell e prosegue narrando il soggiorno di Audrey Rose e Thomas a New York presso la casa di Nonna Wadsworth.

La scelta di dar voce principalmente alla protagonista femminile e in seguito dedicare delle pagine alla controparte maschile può risultare un cliché dai toni stucchevoli e melensi che fa riecheggiare in mente l’operazione letteraria che ha visto la luce nei mesi scorsi ad opera della scrittrice Stephenie Meyer.
È necessario però segnalare che questo racconto si distacca totalmente da quel tipo di scelta perché ci offre uno spiraglio sulla mente logica del nostro apprendista patologo forense preferito, e unisce ad essa la percezione dei suoi sentimenti per Audrey Rose.
Prosegue poi, attraverso la narrazione degli eventi avvenuti una volta che i due sono attraccati a New York, parlando per bocca di Thomas dell’importanza di accettare sé stessi, in toto, con pregi e difetti, luci ed ombre perché solo così lui sarà in grado di amare completamente Audrey Rose, e sbirciando tra i pensieri del protagonista il lettore stesso comprende l’importanza di una maggiore consapevolezza di sé per vivere una vita felice. È qui che il lettore può finalmente realizzare la profondità e l’accuratezza con cui è stato tratteggiato il personaggio di Thomas e per quale motivo rispecchi realisticamente qualsiasi uomo innamorato e possa quindi godersi, nelle ultime pagine, un evento che determinerà il punto di partenza per il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco.

La pittura del Novecento, parte VIII: Modigliani, Chagall, Klee e altri outsider

Di Andrea Carria

Nel percorso fatto insieme finora (qui le puntate precedenti: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7), abbiamo visto come la storia dell’arte del Novecento si presti a essere raccontata per macrogruppi facenti capo a numerose correnti artistiche, alcune delle quali denominate avanguardie. Questo modo di procedere ha i suoi vantaggi, ma anche qualche difetto: in un universo artistico variegato e multiforme come quello europeo dei primi due o tre decenni del XX secolo, svolgere il proprio racconto affidandosi alle categorie vuol dire ricordare molto e tralasciare molto altro; ecco perché oggi andremo alla scoperta di una piccola parte di quegli artisti che, pur avendo interagito con una molteplicità di ambienti e stili diversi, non sono riconducibili a nessun gruppo in particolare. Benvenuti nel mondo degli outsider del Novecento artistico europeo.

Il viaggio di oggi inizia sulle rive della Senna, quando una folta schiera di artisti geniali ma squattrinati, rivali di giorno e amici la sera nelle sudice osterie di Montparnasse, diedero vita a una delle esperienze più singolari ed esuberanti che si possono incontrare in tutta la storia dell’arte: l’École de Paris.
Nonostante il nome, l’École non era una vera scuola (nessuno di quegli artisti nutriva il desiderio di far parte di un ambiente formale o di fondarne uno), ma piuttosto una Comune bohémien dove, almeno per una volta, la politica metteva più d’accordo dell’arte. Uniti intorno ai valori libertari, riformisti e pacifisti, questi pittori erano divisi riguardo a tutto il resto. Ognuno difendeva e propagandava appassionatamente il proprio stile come il migliore di Parigi, le rivalità sbocciavano come fiori di rovo sopra le vecchie amicizie, e per reazione l’asticella del modernismo veniva spostata in avanti ogni giorno che passava.

Amedeo Modigliani, “Nudo sdraiato a braccia aperte” o “Nudo rosso”, 1917, Milano, Collezione Mattioli.

L’artista che più di ogni altro è finito per modellare questo volto della Parigi del primo Novecento è Amedeo Modigliani (1884-1920), per tutti Modì. Il suo nome non ha bisogno di presentazioni; è sinonimo di genio e sregolatezza, di modernità e stile inconfondibile. Celebre per i ritratti dai colli allungati e gli occhi vacui, l’unicità del suo tratto di artista si è velata di mistero anche per le modalità della sua morte, tragica e prematura, che dopo di lui si abbatté pure sulla compagna, la giovanissima Jeanne Hébuterne (1898-1920), una pittrice di cui il mondo fa ancora fatica ad accorgersi. Dietro agli sguardi immortalati da Modì non si nasconde nessun mistero, ma solo un talento e uno stile unici che sapevano catturare l’essenzialità delle forme modulandola secondo un canone soggettivo inconfondibile.

L’originalità della pittura di Modigliani, quello che definiremmo il suo marchio d’autore, era un plasticismo molto accentuato risalente alla sua formazione come scultore. Le forme ben definite, i volumi potenti, i contorni decisi, le pose solenni e insieme sensuali, perfino quegli occhi vuoti così conturbanti a vedersi sono tutte caratteristiche della scultura prestate alla pittura. Se si osserva la sua produzione, ci si accorge come questo debito con la scultura è evidente anche in altri modi. Innanzitutto nei soggetti. Modì era un ritrattista puro, dipingeva corpi, volti, sguardi. A Parigi era uno dei pochi, forse l’unico, a disdegnare i paesaggi e gli scorci urbani (quelli che sono giunti fino a noi sono pochi e non così significativi). I suoi interessi erano altri e anche quello che lo entusiasmava di più fra ciò che scopriva (l’arte africana ed egizia, per esempio) aveva a che fare con i corpi e la carne. Di sicuro, Modigliani non vedeva la scultura come un ripiego, così come non mancano gli esperti che valutano la sua produzione scultorea più interessante di quella pittorica. Vero o non vero che sia, Modigliani a un certo punto smise di scolpire la pietra, ma non appese gli attrezzi del mestiere; continuò a usarli in pittura cesellando i volumi e scolpendo profili.

Lorenzo Viani, “La signora con il crisantemo”, 1911, Modena, collezione privata.

Modigliani rimase un pittore indipendente fino alla fine, ma non era il solo. Parigi era abbastanza vasta ed eclettica da ospitare tante anime diverse fra loro. Spiriti liberi come il suo non rappresentavano un’eccezione; nelle narrazioni che si fanno di quegli anni si corre sempre il rischio di ingabbiare le singole esperienze in sovrastrutture eccessivamente rigide, quando in realtà le cose erano molto più fluide, e di sicuro nessuno all’epoca aveva l’impressione di operare in un contesto codificato come quello che hanno poi ricostruito gli storici dell’arte.
È solo in quest’ottica che ha senso parlare di outsider, fra i quali ci sono davvero molti nomi da ricordare: il viareggino Lorenzo Viani (1882-1936), il postimpressionista figlio d’arte Maurice Utrillo (1883-1955), l’ex Fauves Georges Rouault (1871-1958), il giapponese Tsugouharu Foujita (1886-1968), e i russi Chaïm Soutine (1893-1943) e Marc Chagall (1887-1985).

Chagall arrivò a Parigi da Vitebsk (oggi Bielorussia) nel 1910, facendo la conoscenza dei personaggi più in vista dell’ambiente artistico cittadino, fra cui Robert Delaunay, Guillaume Apollinaire e André Breton. Delaunay come pittore orfico e Breton come futuro teorico del surrealismo dicono già molto sullo stile chagalliano e sui suoi soggetti. Chagall fu un esploratore solitario e indipendente delle tematiche del sogno, dell’infanzia e della favola. Tutt’altro che teorico, il suo approccio emotivo lo portò all’elaborazione di un linguaggio estremamente personale popolato da ricordi, fantasie, sogni e cultura popolare russo-ebraica. Il tutto mescolato armoniosamente insieme all’insegna della massima libertà espressiva e rappresentativa. Preziosa eccezione in un periodo dapprima inquieto e poi pesantemente funestato, il suo contributo è noto anche per aver celebrato il lato gioioso e innocente della vita grazie ad ambientazioni fiabesche e a un cromatismo acceso ma rassicurante. Non da ultimo, Chagall è stato anche un interprete convinto del significato narrativo della pittura: i suoi quadri sono infatti tra i pochi esempi novecenteschi in cui gli elementi della composizione sono lì anche per raccontare una storia.

Marc Chagall, “Il compleanno”, 1915, New York, MoMa.

Nemmeno Chagall fece mai parte di una corrente o di un’avanguardia. A Parigi, i tentativi dei surrealisti di avvicinarlo naufragarono nonostante le (apparenti) affinità, mentre in Russia, dove tornò a seguito della Rivoluzione per dirigere la scuola d’arte di Vitebsk, entrò presto in contrasto con le nuove tendenze artistico-politico incarnate da Kazimir Malevič e dal suo suprematismo. La propria fortuna Chagall la costruì interamente all’estero, prima in Francia e poi in America. Per quanto nel tempo fosse cresciuto in importanza, il suo nome ha sempre rappresentato unicamente sé stesso, sfuggendo a ogni accostamento o paragone. Se c’è dunque un outsider, l’esempio di Marc Chagall è il più emblematico fra quelli che incontreremo oggi.

Rispetto a lui e a Modigliani, il tedesco Paul Klee (1879-1940) è invece da considerare un outsider per aver toccato varie correnti e stili senza impegnarsi davvero con nessuno.
Le peregrinazioni artistiche di Klee riflettevano il suo animo inquieto e schivo. Educato fin da piccolo alla musica, in una prima fase sembrava più attratto dalla poesia che dalla pittura, alla quale decise comunque di dedicarsi trasferendosi a Monaco, allora uno dei punti di riferimento dello Jugendstil e dell’espressionismo tedesco. Viaggiò, e pure lui aveva inserito Parigi nel suo itinerario. Nella capitale francese ebbe modo di rimanere colpito in modo particolare dalle opere cubiste, ricavandone quelle suggestioni che avrebbero alimentato una parte importante della sua ricerca. Klee non era un teorico alla Kandinskij, del quale divenne amico durante il periodo del Bauhaus, negli anni Venti, ma, per aver concepito l’arte come un mezzo di ricerca e di ricomposizione dell’umana frattura tra spirito e materia (un tema ricorrente anche nelle sue poesie), probabilmente è da considerare come il più “filosofo” tra i pittori della sua generazione.

Il viaggio che, stando ai suoi diari, lo aprì a nuove frontiere fu quello a Tunisi che intraprese nel 1914 insieme all’amico pittore August Macke. Furono i colori a folgorarlo, i colori accesi e la luce intensa del Mediterraneo, i quali cominciarono a impossessarsi della sua tavolozza. Klee si ritrovò così a dirigere la sua ricerca su due fronti: da una parte verso la linea grafica e la forma, dall’altra verso il colore e le sue gradazioni. Molto famosi, per esempio, sono i suoi dipinti a bande orizzontali degli anni Venti, dove lo spazio appare suddiviso geometricamente e riempito in base a precise valutazioni cromatiche.

Paul Klee, “Separazione di sera”, 1922, collezione privata.

In una seconda fase – complice un nuovo viaggio, questa volta in Egitto, nel 1928 – Klee approfondì lo studio dei simboli e dei loro significati archetipici. Geroglifici e sagome stilizzate divennero il motivo principale di molte sue opere, riconfermando un’attenzione che il pittore aveva dimostrato anche in passato. L’importanza che attribuiva alla simbologia elementare, arcaica (molti suoi quadri sembrano riproduzioni di arte rupestre), derivava dalla ricerca di un’ideale di innocenza e purezza che condusse per tutta la vita. Come Chagall, anche lui era un pittore legato al mondo dell’infanzia, ma con differenze formali e metodologiche molto profonde rispetto a quest’ultimo. Se infatti le opere di Chagall sono il risultato della rievocazione di un’arcadia interiore, vissuta oppure tramandata, quelle di Klee sono marcatamente psicanalitiche (addirittura junghiane nei propositi) e si mettono sulle tracce di epoche astoriche, come ad esempio l’infanzia del mondo.

Altro versante di ricerca privilegiato che lo avvicinava a Kandinskij era il rapporto fra musica e pittura. Le numerose scale cromatiche che Klee ha dipinto sono l’equivalente visivo delle scale musicali che aveva studiato da bambino. La sua spiccata sensibilità si combinava con un modus operandi chiaramente scientifico. Lo si vede bene nella sua concezione dei colori. Per lui, i colori non avevano solo un valore emotivo o estetico, ma intrattenevano rapporti quantitativi gli uni con gli altri, ed era dallo studio di questi rapporti che doveva passare se voleva giungere a composizioni visive armoniose. I quadri con le scacchiere sono l’espressione più chiara di questa sua ricerca e, come Kandinskij e altri pittori avevano già fatto, presentano titoli esemplificativi come Polifonia o Armonia. Molti dipinti di Klee, gli stessi che consideriamo i suoi capolavori, sono da intendere come saggi di teoria pittorica.

La produzione artistica di Klee ha risentito di vari stili ma, nel suo intento di progredire nella ricerca, come artista si è sempre vietato di uniformarsi, tanto meno di aderire a qualcosa. Espressionismo, cubismo, astrattismo, neoplasticismo, surrealismo, primitivismo e pittura naïf sono tutte etichette che si possono attaccare ad almeno una sua opera, eppure non fornirebbero l’interpretazione nemmeno dell’opera in questione – figurarsi della sua parabola artistica. Il più filosofo dei pittori è appartenuto unicamente al suo tempo; i primi quarant’anni del Novecento sono stati a tutti gli effetti il suo laboratorio e la sua avanguardia.

Paul Klee, “Nuova armonia”, 1936, New York, Guggenheim Museum.

Vista la quantità dei temi trattati, il consiglio bibliografico di oggi è un po’ diverso dagli altri: si tratta infatti di un romanzo che ho avuto il piacere di presentare qui sul blog: Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani di Grazia Pulvirenti (Jouvence, 2020). Non vi troverete tutto quello che si è visto in questo articolo, ma sono sicuro che dalle sue pagine riuscirete a ricavare un’idea piuttosto fedele del clima parigino durante i ruggenti “anni folli”.

*Immagine in copertina: Chaïm Soutine, “Paesaggio con tetti rossi”, 1919, New York, Perls Galleries.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]