Il Castello fuori e dentro: comprendere Kafka attraverso Bernhard

Di Andrea Carria

 

«Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rileggere»: è così che Albert Camus comincia il breve saggio La speranza e l’assurdo nell’opera di Franz Kafka. Quando lessi questa frase per la prima volta, confesso d’aver tirato un sospiro di sollievo: “Dunque non sono l’unico”, ho pensato. Avevo da poco terminato la lettura del Processo e ne ero uscito piuttosto scosso. Non l’avevo capito, avevo fatto cilecca; ma non potevo nemmeno rassegnarmi all’idea.

La comprensione delle opere di Kafka, che siano romanzi oppure racconti, non è mai immediata e posso capire chi è tentato di scaricare la trama da internet per trovare il bandolo della matassa. Tuttavia lesperienza mi ha insegnato che internet non è l’unico alleato a disposizione del lettore volonteroso: un soccorso insperato per comprendere i romanzi di Kafka potrebbe giungere dalla lettura di Perturbamento di Thomas Bernhard, uno fra i più grandi scrittori austriaci del XX secolo.

La trama del romanzo è semplice: il figlio di un medico condotto, voce narrante del romanzo, accompagna il padre in visita ai suoi pazienti in una vallata della Stiria, dai quali apprende storie di misantropico decadentismo disseminate di sventure, cadute e disgrazie. Sullo sfondo, quale mèta finale dichiarata, il castello del principe Saurau, onnipresente tanto nell’immaginario dei valligiani quanto nel panorama alpino che fa da cornice a quella remota contrada.

Ma cosa c’entra Bernhard con Kafka? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo concentrarci proprio su ciò che avviene quando padre e figlio giungono a destinazione. Nel soliloquio con cui il principe accoglie (e tramortisce) i due visitatori, con finezza e talento narrativo, Bernhard mostra quello che nei romanzi di Kafka resta inconoscibile, ossia ciò che avviene all’interno del castello qualora un K. qualunque minacci di venire a turbare la vita all’interno delle sue mura.

Kafka

Più che essere vittime, i personaggi di Kafka sono dei seccatori e dei testardi. O meglio: sono vittime nella misura in cui da testardi hanno seccato o, viceversa, in quella in cui da seccatori si sono intestarditi. Quest’ultimo è il caso dell’agrimensore K., lo zelante protagonista del Castello, mentre un testardo che si fa seccatore è Josef K. del Processo.

Di primo acchito, Josef K. non fa apparentemente nulla per accattivarsi la propria sventura: tutto ruota intorno a lui, su di lui, contro di lui, ma sempre a prescindere da quel che lui fa. Eppure è proprio la condotta di Josef, così restia a prendere atto della gravità delle cose, ad avvalorare la legittimità del procedimento penale aperto nei suoi confronti. Nel Processo, l’inconfessata fiducia del protagonista che tutto quanto si risolverà nel migliore dei modi fa di lui un anacronistico Pangloss che si ostina a chiudere gli occhi di fronte all’insensatezza del mondo; significa continuare a rimettersi a un buon senso che nel frattempo ha smesso di dare prova della propria sussistenza; ed esprime, anche, la volontà più o meno inconscia di non prendere troppo sul serio il potere che l’arbitrio dell’uomo ha intanto esteso sui propri simili. Anche mentre viene ucciso e pronuncia quel «Come un cane!» che fa accapponare la pelle, Josef K. non è completamente convinto che sarà proprio quella la sua fine, tanto che il suo ultimo pensiero va alla vergogna per le barbare modalità dell’esecuzione (per strada, di notte, con un coltellaccio piantato in mezzo alla gola), quasi rammaricandosi che questa sia destinata a sopravvivergli.

Se ciò è vero, a mio parere quello dello spirante Josef K. non è dunque l’Assurdo riconosciuto e accettato che vorrebbe Camus (Assurdo e vergogna non coabitano lo stesso spazio), ma la testardaggine che si fa seccatura: seccatura, per il Tribunale, di doversi scoprire fino all’ultimo fondatore di senso, sentenziando sulla vita di un uomo – di un seccatore – che è dannatamente troppo umano per risparmiargli l’onere di una tale responsabilità. Morire per mano di due «signori mezzo muti, privi d’intelligenza», del tutto incapaci, anche se lo volessero, di dargli una spiegazione in extremis, è ciò che si merita.

E poi c’è Il castello. Qui la testardaggine di K. quasi non necessita di commenti. Il suo arrivo di notte al villaggio, quando fuori cade la neve, è già di per sé una grave scocciatura, ma K. non sembra avvedersene, tanto da apparire addirittura meravigliato che nessuno sia lì ad attenderlo. Per oltre duecento pagine, K. farà di tutto per farsi ricevere da Klamm, l’unico funzionario che potrebbe chiarire la sua posizione, ma a ogni ostacolo che aggira ecco che se ne trova subito un altro davanti, e purtroppo Kafka non ha fatto in tempo a svelarci se la testardaggine di K. avrebbe avuto la meglio sui labirinti della burocrazia. Quello che sappiamo è che l’agrimensore K. è un ospite indesiderato, nessuno tranne lui sembra sapere qualcosa dell’incarico per il quale dice di essere stato reclutato, e pertanto la sua condizione, lungi dal venire regolarizzata, dipende continuamente dall’arbitrio di qualche effimera disposizione, passibile di revoca in ogni momento.

Thomas_BernhardIn continuità con questa dialettica, credo si possa interpretare Perturbamento di Thomas Bernhard. Qui la capziosità dell’arbitrio kafkiano è declinata a parti invertite. Il principe Saurau, prigioniero del suo castello, è la vittima; gli altri, tutti quelli che ne stanno al di fuori, sono i colpevoli. Al pari di Josef K. e dell’agrimensore K., nemmeno il principe è responsabile di ciò che avviene nel suo mondo: per tutta una serie di ragioni, non solo là dentro egli è isolato e impotente, ma si avverte pure in balìa dell’arbitrio altrui. Nella sua fantasia allucinata, chiunque provenga dal fuori nutre il desiderio di penetrare nel suo castello per spodestarlo: «Ogni volta che Moser arriva, io sento che, inevitabilmente, si avvicina per me qualcosa di sinistro!». Il segretario comunale Moser, stereotipo della minaccia esterna, vessillifero dell’ordine e distruttore della memoria avita, è K. l’agrimensore, colui che preme affinché il mondo, per quanto impotente, ne regolarizzi la posizione. Come K. che non si rassegnava di fronte alle porte che continuavano a rimanere chiuse, così anche Moser crede di avere il permesso di disturbare la quiete apparente del castello in nome del ruolo che ricopre nel mondo e nella società. «Tutte le azioni sono punibili – osserva il principe – per questo è così facile far sì che immediatamente ogni azione diventi punibile. Per questo contro chiunque si può pronunciare una legittima condanna a morte e poi eseguirla. È una cosa che lo Stato ha capito. È il fondamento su cui poggia lo Stato». Nel mondo orfano di Dio, fuori o dentro il castello, nessuno è al riparo dall’arbitrio dell’uomo.

Al figlio del medico e a suo padre è invece concesso di entrare non tanto perché abbiano il permesso, ma più che altro perché debbono farlo. Sono una specie di intermediari fuori dal tempo, una sorta di araldi o di messi. Anzi, si potrebbe quasi dire che Perturbamento sia stato scritto attraverso gli occhi e soprattutto le orecchie dell’alter ego di Barnabas, il messaggero del Castello, e che il soliloquio del principe Saurau, nel romanzo di Bernhard, sia il condensato di tutti i discorsi e le lamentele che Klamm, nel Castello, rivolge al suo fedele servitore ogni volta che torna dal villaggio con notizie sul conto degli abitanti e, soprattutto, su quello dell’agrimensore K. (forse non è un caso che negli Atti degli Apostoli [4,36] Barnaba venga denominato, a seconda delle traduzioni, “figlio dell’esortazione” o della “consolazione”, e che in Perturbamento il protagonista e suo padre, prestando ascolto alle lamentazioni del principe, fungano da consolatori).

Bernhard prende il paradigma di Kafka e lo rovescia: la vittima diventa il colpevole, il colpevole la vittima. Ma non si tratta di un ribaltamento perfetto: il protagonista, infatti, non è il principe come la simmetria avrebbe richiesto, ma il messaggero. In Kafka, il castello delega, rimanda, oppure si defila, ma non agisce mai in proprio. Il conte – il vero padrone del castello – non è che un nome menzionato una volta soltanto all’inizio del romanzo, e lo stesso Klamm non è molto più di un fantasma dell’opera del quale non si sa bene nemmeno che ruolo abbia. Così, per rappresentare il rovescio, a Bernhard non resta che assumere il punto di vista di Barnabas, l’unica figura del Castello nella condizione di entrare e uscire a suo piacimento e di portare con sé la propria testimonianza.

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Ovviamente il romanzo di Bernhard non dipana ciò che Kafka non ha chiarito, né tantomeno completa quello che non ha potuto portare a compimento, però gli dà un respiro nuovo: scostando un tendaggio, ci apre uno spiraglio sul funzionamento del mondo all’interno del castello, un mondo che, se Kafka ci delineava come labirintico e insensato, ora Bernhard ci svela essere almeno in possesso di una sua – capricciosa quanto la si voglia, ma pur sempre sua – ragione.

 

“L’Estraneo” di Tommaso Giagni – guida interiore alla Capitale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Oggi voglio parlarvi di un romanzo a me davvero molto caro che propone un nuovo sguardo sulle dinamiche di Roma: L’Estraneo di Tommaso Giagni

Questo romanzo è ambientato a Roma e racconta le vicende profonde di un protagonista “estraneo” tanto nei fatti esterni quanto in quelli interiori del suo animo (non possiamo dire anche “di nome” poiché questo non viene mai rivelato). Il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta che coincide con il delicato momento in cui abbandona il nido familiare per prepararsi a entrare nel mondo dell’università è il perno sul quale si regge la struttura narrativa, da questo punto si sviluppano tutte le vicende di questo giovane al quale mi sono così affezionato da avergli dedicato la mia tesi e questo primo articolo. Insomma: per gli esordi è a lui che mi affido.

L’Estraneo, opera prima di Tommaso Giagni e pubblicata da Einaudi Stile Libero nel 2010, rappresenta un raro caso di romanzo contemporaneo arricchito da una sensibilità lirica persa ormai da anni e da uno sguardo originale, nuovo. Questi elementi sono in perenne contrasto nella narrazione, peraltro sempre fluida e dai toni vari, e si identificano nei due coprotagonisti che sono anche “co-antagonisti”: la città e il personaggio principale.

«Ci sono una “Roma delle Rovine” e una “Roma di Quaresima”, tutto sta nell’essere figlio di questa o di quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso. Io sono estraneo: sono tutto e sono niente»

Fondamentale, per comprendere bene il romanzo, è tenere a mente l’esigenza del protagonista di cambiare vita. O meglio, «trovare vita». Il protagonista non si sente parte del quartiere nel quale vive e l’estate di passaggio tra il liceo e il mondo universitario rappresenta il turning point dal quale parte l’azione: lasciare la casa paterna per andare a vivere da solo in una borgata romana, ambiente dal quale la madre dell’eroe proveniva e lontano dalle frivolezze della “Roma bene”. Un ritorno alle origini ma non sue, il che non significa «andare indietro», piuttosto partire per scoprire sé stesso e quale delle due anime di Roma vive in lui: se la “Roma delle Rovine”, metonimia della Roma ricca e del centro, o la “Roma di Quaresima”, variante popolare e apparentemente più concreta.

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La percezione del luogo di passaggio, del non-luogo anche in senso antropologico, è accentuata a causa di quello che si può definire un “paradosso del personaggio”. Si veda, ad esempio, il Riccetto di Pasolini: come altri personaggi in Ragazzi di vita, egli non si interroga sulla sua identità perché sa chi è, sa dove vive ed è ben integrato nel contesto urbano a lui contemporaneo, anche se non si lascia inglobare dalla folla. La percezione che ha di sé lo distrae dal voler comprendere la natura dei non-luoghi che frequenta, non gli dà modo di interrogarsi sulla natura della sua città. Stesso procedimento si può notare negli inquilini del condominio le cui vicende sono narrate ne Il Contagio di Walter Siti. Al contrario, il protagonista di Giagni ha una profonda percezione del suo non-sé e dunque indaga quelli che lui crede siano i luoghi che possano dargli un’identità; indagine fallimentare già nelle premesse, poiché si scontra con non-luoghi a lui sconosciuti prima di allora.

Il paradosso sta nella volontà, o non volontà, di conoscere il luogo nel quale si agisce. Se un personaggio ha una sua identità, vive cioè un rispecchiamento attivo con il non-luogo, non andrà alla ricerca di qualcosa al di fuori di sé, dunque identificherà sé stesso ma non identificherà il resto. Invece se un personaggio non vive un rispecchiamento attivo ma anzi è vittima dell’eterno presente dei non-luoghi, questi ingloberà i non-luoghi nel tentativo di darsi un’identità spaziale piuttosto che limitare la ricerca alla sua sola persona; in altre parole non si identificherà ma vorrà identificare il resto.

Scontrandosi con le difficoltà di questo paradosso, il tentativo di identificazione con il mondo circostante porta il protagonista anonimo di Giagni a un’associazione tra il Quartiere nel quale egli si trasferisce e un’entità affettiva assente, materna.

«Nel frattempo questa Roma mi avrà preso nel suo abbraccio, l’avrò già vissuta nella fornace d’agosto e nelle ghiacce prove d’inverno. […] scoprirò la Mano del Quartiere tesa verso di me – a ripagarmi della fiducia che gli do oggi, traslocandoci»

È interessante evidenziare il parallelismo tra la Roma di Quaresima e la madre del protagonista: entrambe popolari, entrambe tenute fuori dalla vita, una da quella intima della famiglia del protagonista, l’altra dalla vita caotica e mondana del centro della Capitale, tuttavia incarnazioni di un presente probabile, che il ragazzo desidera per sé anche se con un margine di riuscita tutt’altro che incoraggiante.

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Queste le dinamiche del non-luogo di Giagni: uno spazio scisso tra qui e là, tra il vecchio mondo paterno e quello materno, tuttavia foriero di migliori speranze per il presente. Il mondo fin qui descritto appare nel pieno del suo essere. Chi ha ancora le capacità per comprendere questo inghiottire incontrollato e incontrollabile ne resta fuori sfuggendo alla folla inferocita e animalesca, ne resta fuori oltrepassando un confine immaginario. Dal centro nevralgico della vita burrascosa di Roma si è costretti ad allontanarsi ma non per fuggire, bensì per osservare meglio. Il gioco di prospettive è palese nelle parole del protagonista de L’Estraneo, come un manifesto programmatico del suo lirismo senza patria. Nel caso di Riccetto è invece una caratteristica derivata da un lavoro di narrazione in terza persona. Entrambi vivono la condizione mediana del non-luogo, chi per scelta e chi per essere.

Da questo posizionamento parte tutto. Dal forestiero che osserva la vita cittadina nasce la vera critica.

È scomparso Philip Roth: voce fuori dal coro della narrativa contemporanea statunitense

Di Gian Luca Nicoletta

 

Aveva 85 anni Philip Roth e non più tardi di ieri si è spento in un ospedale di Manhattan (New York), a causa di un’insufficienza cardiaca. Così è riportato sull’articolo del New York Times che ne annuncia la morte.

Roth è stato uno tra gli scrittori statunitensi della seconda metà del ‘900 che più hanno osservato da vicino e criticato la società americana, senza fare sconti nemmeno all’ambiente ebraico dal quale proveniva. I suoi romanzi, sin dagli esordi nel 1959 con “Goodbye, Columbus” mostrano una chiara propensione alla critica a volte satirica, a volte ironica, a volte aspra del mondo contemporaneo.

 

Goodbye Columbus

Nel corso della sua lunga e prolifica carriera di scrittore (le sue opere vanno dagli anni ’60 e arrivano sino al 2000) Philip Roth ha ricevuto molti premi e riconoscimenti, tra i quali un premio Pulitzer nel 1998 grazie al romanzo “Pastorale Americana”, il Man Booker Prize nel 2011 e nel 2012 vinse anche il premio Principe delle Asturie per la qualità dei suoi scritti che “rappresenta un contributo significativo alla letteratura universale”.
In merito ai molti premi ricevuti, c’è da dire che dopo la notizia della sua scomparsa sono emerse alcune voci polemiche riguardo al “ritardo” dell’Accademia di Svezia che, al di là degli scandali dai quali è tristemente circondata, non potrà più assegnargli il premio Nobel che sicuramente meritava.

P. Roth

La sua prosa è stata accostata a quella di Faulkner, Hemingway e Fitzgerald e proprio come questi grandi autori, Roth ha scritto romanzi e racconti brevi; alcuni dei quali sono stati riadattati per la tv e il cinema, diventando molto popolari e diffondendo in misura sempre maggiore la sua visione critica del mondo. Inoltre (cosa che forse non tutti sanno) la sua sensibilità letteraria ha avuto ricadute positive anche sull’Italia: Roth, mostrando il suo apprezzamento per le opere di Primo Levi, ha favorito la pubblicazione dei suoi romanzi negli Stati Uniti, accendendo così i riflettori sul nome dello scrittore torinese.

Philip Roth sarà ricordato come uno degli ultimi esemplari di quella generazione di scrittori del ‘900 che hanno trattato e saputo interpretare nel profondo il mondo di oggi. Con la sua penna è stato in grado di descrivere alcune delle parti più nascoste della fragilità degli esseri umani, puntando una luce in direzione delle sue zone oscure.

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Immagine di evidenza: Francois Reumont
Immagini nell’articolo: Jimmy JeongNancy Crampton / Handout

L’abitudine alla genialità: “Rituali quotidiani” di Mason Currey

Di Andrea Carria

 

Cosa differenzia un uomo comune da uno di genio? I romantici consideravano la genialità un dono innato, mentre fu Kant il primo ad approfondire il rapporto esistente fra essa e la creazione artistica. Per noi moderni l’artista folgorato da ispirazione improvvisa è una rappresentazione che accogliamo con bonarietà nel nostro immaginario, ma a cui non diamo più molto credito. Alle nostre menti disincantate l’estro e il talento da soli non bastano; impegno, fatica, esercizio, studio e applicazione costanti: l’unico dono ce lo facciamo da soli e sta nel modo in cui ciascuno di noi, artista o meno che sia, impiega il proprio tempo.

A proposito di tempo… un aspetto interessante della rivoluzione dei social non è tanto la facilità con cui si possono conoscere meglio le abitudini di chi vive a migliaia di chilometri di distanza rispetto a quelle del vicino di casa, bensì la possibilità di accorgersi di quanto le nostre abitudini possano somigliare a quelle degli altri, ovvero quanto la giornata dell’idolo che seguiamo, tolti gli impegni derivanti dal suo lavoro, non si differenzi così troppo dalla nostra. Facebook e compagnia hanno dissolto a poco a poco l’alone di mistero che circondava le vite dei personaggi pubblici, e nel caso degli artisti hanno indirettamente messo a disposizione dei follower una parte del processo creativo responsabile della realizzazione di un album o di un libro. Permeando così a fondo la vita delle persone, i social hanno confermato che la genialità autentica richiama tante piccole bizzarrie quotidiane – simili a quelle che ciascuno di noi possiede – e che esse non ostacolano ma anzi si legano strettamente all’attività creativa.

Il libro Rituali quotidiani di Mason Currey (Vallardi, 2016) offre una galleria assai variegata di esempi. Basandosi su biografie, interviste, testimonianze e opere autografe dei diretti interessati – ognuna delle quali è riportata nella ricca bibliografia in fondo al volume – Currey, con la sua scrittura pulita e disinvolta, ha tirato giù alcuni dei più grandi nomi della cultura mondiale dal piedistallo per consegnarli letteralmente “in pantofole e vestaglia” al suo pubblico.

«Ho raccontato i dettagli volutamente banali della vita quotidiana dei miei “soggetti di studio” – quando si coricavano, mangiavano, lavoravano, si preoccupavano – nella speranza di offrire ai lettori una prospettiva originale sulle loro personalità e professioni. Ho voluto dipingere ritratti divertenti e marginali di artisti nella loro veste di creature abitudinarie».

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Nell’Introduzione, Currey procede rivelando come l’idea originaria del libro gli sia venuta un giorno in cui, non riuscendo a scrivere l’articolo da consegnare l’indomani, si chiede quali orari e che metodo di lavoro usassero i più illustri fra i suoi predecessori. Comincia a documentarsi e si accorge prestissimo che non esiste una sola risposta, in quanto ognuno di quei grandi uomini aveva il proprio segreto: una precisa routine giornaliera da onorare, unica nel suo genere.

«Seguire una routine – scrive – è come inserire il pilota automatico, ma la routine di ciascuno è il risultato di scelte molto personali. Nelle mani giuste, queste scelte possono diventare un meccanismo finemente calibrato che consente di sfruttare al meglio una gamma limitata di risorse, come il tempo (la risorsa più limitata), la forza di volontà, l’autodisciplina e l’ottimismo». 

Nel presentare i risultati delle sue ricerche, Currey si diverte e fa divertire. La lunghezza dei ritratti non è data dall’importanza del soggetto o dal valore della sua opera, ma solo dal genere e dalla quantità delle stravaganze da riferire. Alcune sono delle vere chicche… Lo scrittore inglese Anthony Trollope, per esempio, si alzava ogni mattina alle cinque e mezza in modo da scrivere per tre ore ininterrotte (250 parole ogni quindici minuti, cronometrati!) finché per lui non arrivava il momento di andare al lavoro. Gertrude Stein, invece, si imponeva una tabella di marcia molto meno rigida: per riuscire a scrivere con profitto (e comunque mai per più di mezz’ora) aveva bisogno di osservare le mucche al pascolo. Una bizzarria che fa sorridere, quella della Stein, cosa che al contrario non si può dire per quella di Thomas Wolfe, per il quale i momenti di maggior creatività andavano di pari passo con l’esplorazione delle sue parti intime. Fra i musicisti, Beethoven era fissato con le abluzioni e usava versarsi ripetute brocche d’acqua sulle mani mentre cantava o inseguiva qualche melodia, col risultato di trasformare il pavimento in un lago. E Patricia Highsmith si trovava a proprio agio più con gli animali che con le persone, ma pure con i primi era abbastanza selettiva, tanto che fra tutti gli animali domestici scelse di allevare lumache, dalle quali trovava alquanto difficile separarsi!

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Con Rituali quotidiani, suo libro d’esordio, Mason Currey ha rinfrescato il genere ritrattistico, servendosi di uno stile che per la sua spigliatezza, in certi passaggi, ricorda quello di John Aubrey in Vite brevi di uomini eminenti. Profili sintetici ma non laconici, quelli tratteggiati da Currey, da leggere comodamente seduti uno dietro l’altro oppure in piedi, a pillole, mentre si aspetta il tram.

Avevo cominciato questo articolo con alcune considerazioni sui social, ma solo ora mi accorgo di quanto pure il lavoro di Currey lo sia. Ancora prima di diventare un libro, Rituali quotidiani è stato un blog, quindi, una volta stampato, ha mantenuto le sue caratteristiche social nel formato (tascabile), nello stile (accessibile), nella scrittura (scorrevole) e soprattutto nell’amenità delle tematiche, curiose e di facile condivisione anche nelle chiacchiere che si fanno tra amici. Io stesso l’ho letto per gran parte alla stazione in attesa del treno che mi avrebbe portato al lavoro, e ne ho pure ricavato un paio di battute spiritose per le quali la mia talvolta esitante loquela ancora ringrazia.

Sebbene Currey abbia volontariamente rinunciato ai contenuti, Rituali quotidiani non è il libro «superficiale» che finge di essere. Nato dall’esigenza di accattivarsi la creatività, nel suo piccolo questo volumetto dà le risposte che promette molto più e molto meglio di tanti altri libri. Non dice quale metodo seguire per diventare artisti di successo perché è semplicemente impossibile, però suggerisce a ciascuno di sviluppareil proprio, insistendo finché non ci avrà soddisfatti.

Certo, non è questa la ricetta sicura per il successo – le abitudini non determinano la genialità –, tuttavia delle consuetudini collaudate che rispettino o, meglio ancora, che mettano al centro le passioni possono favorire l’emergere di un genio. Innata o meno che sia, la genialità resta pur sempre un seme che va aiutato a germogliare, e una routine di lavoro sistematica, ritualizzata, è il terrenomigliore in cui farla crescere.

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«Sii spietato nel proteggere i giorni dedicati alla scrittura, vale a dire non cedere alle infinite richieste di “essenziali” e “non rimandabili” riunioni in quei giorni. La cosa divertente è che, anche se la scrittura è il mio attuale lavoro da molti anni ormai, ho ancora l’impressione di dover combattere per avere del tempo in cui farlo. […] Devo quindi custodire il tempo assegnato alla scrittura come un Ungaro Spinato custodisce il suo primo uovo».

Al posto della perentorietà e della grinta – certo, non ingiustificate – con cui J.K. Rowling incalza gli aspiranti scrittori a conquistarsi il tempo da dedicare al proprio lavoro, Currey insiste sull’importanza dell’organizzazione: con un minimo di programmazione e un po’ di sacrificio, chiunque può – se lo vuole davvero – ritagliarsi i propri momenti; il segreto sta nello svolgere ogni attività con costanza lasciando all’abitudine il tempo e lo spazio per attecchire.

Leggere il libro di Mason Currey fa venire voglia di prendersi il proprio tempo e di mettersi alla prova. Chissà che scrivendolo egli non abbia trovato la propria routine vincente a sua volta, e che la consuetudine di scrivere articoli così entusiastici sugli altri libri che pubblicherà non diventi anche la nostra. Staremo a vedere. Nel frattempo, ora che questo articolo è finito, non ci resta che fare come Thomas Mann e attendere pazientemente l’indomani per scrivere il continuo.

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