“L’Estraneo” di Tommaso Giagni – guida interiore alla Capitale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Oggi voglio parlarvi di un romanzo a me davvero molto caro che propone un nuovo sguardo sulle dinamiche di Roma: L’Estraneo di Tommaso Giagni

Questo romanzo è ambientato a Roma e racconta le vicende profonde di un protagonista “estraneo” tanto nei fatti esterni quanto in quelli interiori del suo animo (non possiamo dire anche “di nome” poiché questo non viene mai rivelato). Il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta che coincide con il delicato momento in cui abbandona il nido familiare per prepararsi a entrare nel mondo dell’università è il perno sul quale si regge la struttura narrativa, da questo punto si sviluppano tutte le vicende di questo giovane al quale mi sono così affezionato da avergli dedicato la mia tesi e questo primo articolo. Insomma: per gli esordi è a lui che mi affido.

L’Estraneo, opera prima di Tommaso Giagni e pubblicata da Einaudi Stile Libero nel 2010, rappresenta un raro caso di romanzo contemporaneo arricchito da una sensibilità lirica persa ormai da anni e da uno sguardo originale, nuovo. Questi elementi sono in perenne contrasto nella narrazione, peraltro sempre fluida e dai toni vari, e si identificano nei due coprotagonisti che sono anche “co-antagonisti”: la città e il personaggio principale.

«Ci sono una “Roma delle Rovine” e una “Roma di Quaresima”, tutto sta nell’essere figlio di questa o di quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso. Io sono estraneo: sono tutto e sono niente»

Fondamentale, per comprendere bene il romanzo, è tenere a mente l’esigenza del protagonista di cambiare vita. O meglio, «trovare vita». Il protagonista non si sente parte del quartiere nel quale vive e l’estate di passaggio tra il liceo e il mondo universitario rappresenta il turning point dal quale parte l’azione: lasciare la casa paterna per andare a vivere da solo in una borgata romana, ambiente dal quale la madre dell’eroe proveniva e lontano dalle frivolezze della “Roma bene”. Un ritorno alle origini ma non sue, il che non significa «andare indietro», piuttosto partire per scoprire sé stesso e quale delle due anime di Roma vive in lui: se la “Roma delle Rovine”, metonimia della Roma ricca e del centro, o la “Roma di Quaresima”, variante popolare e apparentemente più concreta.

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La percezione del luogo di passaggio, del non-luogo anche in senso antropologico, è accentuata a causa di quello che si può definire un “paradosso del personaggio”. Si veda, ad esempio, il Riccetto di Pasolini: come altri personaggi in Ragazzi di vita, egli non si interroga sulla sua identità perché sa chi è, sa dove vive ed è ben integrato nel contesto urbano a lui contemporaneo, anche se non si lascia inglobare dalla folla. La percezione che ha di sé lo distrae dal voler comprendere la natura dei non-luoghi che frequenta, non gli dà modo di interrogarsi sulla natura della sua città. Stesso procedimento si può notare negli inquilini del condominio le cui vicende sono narrate ne Il Contagio di Walter Siti. Al contrario, il protagonista di Giagni ha una profonda percezione del suo non-sé e dunque indaga quelli che lui crede siano i luoghi che possano dargli un’identità; indagine fallimentare già nelle premesse, poiché si scontra con non-luoghi a lui sconosciuti prima di allora.

Il paradosso sta nella volontà, o non volontà, di conoscere il luogo nel quale si agisce. Se un personaggio ha una sua identità, vive cioè un rispecchiamento attivo con il non-luogo, non andrà alla ricerca di qualcosa al di fuori di sé, dunque identificherà sé stesso ma non identificherà il resto. Invece se un personaggio non vive un rispecchiamento attivo ma anzi è vittima dell’eterno presente dei non-luoghi, questi ingloberà i non-luoghi nel tentativo di darsi un’identità spaziale piuttosto che limitare la ricerca alla sua sola persona; in altre parole non si identificherà ma vorrà identificare il resto.

Scontrandosi con le difficoltà di questo paradosso, il tentativo di identificazione con il mondo circostante porta il protagonista anonimo di Giagni a un’associazione tra il Quartiere nel quale egli si trasferisce e un’entità affettiva assente, materna.

«Nel frattempo questa Roma mi avrà preso nel suo abbraccio, l’avrò già vissuta nella fornace d’agosto e nelle ghiacce prove d’inverno. […] scoprirò la Mano del Quartiere tesa verso di me – a ripagarmi della fiducia che gli do oggi, traslocandoci»

È interessante evidenziare il parallelismo tra la Roma di Quaresima e la madre del protagonista: entrambe popolari, entrambe tenute fuori dalla vita, una da quella intima della famiglia del protagonista, l’altra dalla vita caotica e mondana del centro della Capitale, tuttavia incarnazioni di un presente probabile, che il ragazzo desidera per sé anche se con un margine di riuscita tutt’altro che incoraggiante.

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Queste le dinamiche del non-luogo di Giagni: uno spazio scisso tra qui e là, tra il vecchio mondo paterno e quello materno, tuttavia foriero di migliori speranze per il presente. Il mondo fin qui descritto appare nel pieno del suo essere. Chi ha ancora le capacità per comprendere questo inghiottire incontrollato e incontrollabile ne resta fuori sfuggendo alla folla inferocita e animalesca, ne resta fuori oltrepassando un confine immaginario. Dal centro nevralgico della vita burrascosa di Roma si è costretti ad allontanarsi ma non per fuggire, bensì per osservare meglio. Il gioco di prospettive è palese nelle parole del protagonista de L’Estraneo, come un manifesto programmatico del suo lirismo senza patria. Nel caso di Riccetto è invece una caratteristica derivata da un lavoro di narrazione in terza persona. Entrambi vivono la condizione mediana del non-luogo, chi per scelta e chi per essere.

Da questo posizionamento parte tutto. Dal forestiero che osserva la vita cittadina nasce la vera critica.

2 pensieri su ““L’Estraneo” di Tommaso Giagni – guida interiore alla Capitale”

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