“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

 

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

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Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk, ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Ma Emilio, che non ci crede, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

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Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano, tutto a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

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Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

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Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.

 

“La morte a Venezia” di Thomas Mann: un viaggio al confine tra sfera reale e sfera onirica

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questo racconto, una novella per essere tecnicamente accurati, l’ho letto per caso. Stava sulla mia scrivania già da tempo, ottenuto in un bar di Roma dove si fa bookcrossing: io ho dato loro un libro (e di questo vi parlerò un’altra volta) e ho preso in cambio La morte a Venezia. Mi sembrava interessante, il titolo sicuramente insolito, e poi era tempo che iniziassi a leggere qualcosa di Thomas Mann.

Vi confesserò che questo è stato il primo lavoro del celeberrimo scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura nel 1929, che abbia letto! È una vergogna, lo so, specie per chi vorrebbe fare della scrittura e della letteratura il proprio mestiere, ma tant’è. Ad ogni modo, veniamo all’oggetto in esame: questa novella, pubblicata nel 1912, racconta la storia di Gustav Von Aschenbach, uno scrittore in là con gli anni, che ha raggiunto l’apice della carriera in tempi piuttosto rapidi, che ha sempre lavorato alacremente alla costruzione della sua figura solenne e anche un po’ austera di scrittore illustre (per voi che conoscete Mann, vi torna in mente qualche dettaglio biografico dello scrittore tedesco? Se sì, siete sulla buona strada!).

Come tutti gli uomini facoltosi di inizio ‘900 (per esempio i componenti della famiglia Cazalet), Aschenbach, prima di passare del tempo nella sua casa in campagna, decide di concedersi una vacanza in un luogo piacevole e lontano dal mondo borghese tedesco. Si reca dunque a Venezia e lì avviene la grande parte della vicenda (il titolo non lascia a spazio a molte speculazioni geografiche, diciamolo…).

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Ora vorrei spendere qualche parola sullo stile narrativo, prima di procedere al tema caldo della novella. Ritengo che questo racconto possa inscriversi a pieno titolo nella scia di tutti quei romanzi, racconti brevi o novelle che risentono delle rivoluzionarie teorie critiche e letterarie, psicologiche e sociali, dell’inizio del 1900. Come in altri celebri romanzi della letteratura europea, penso a Mrs Dalloway di Virginia Woolf, la narrazione degli eventi procede su un doppio binario: il primo è quello tradizionale della descrizione di atti, pensieri, eventi. Il secondo, ben più interessante perché mostra il suo effetto solo alla fine del brano, è quello del dialogo interiore: il narratore lancia un’esca al lettore parlando dei pensieri dei suoi personaggi, dei loro ricordi, delle vive e interessanti speculazioni filosofiche che questi conducono prendendo spunto da un articolo che hanno letto, dall’incontro con una persona, ma contemporaneamente senza farsi accorgere l’autore fa procedere l’azione “esteriore” e in questo modo non ci rendiamo conto che, per esempio, il viaggio in battello dal porto a Venezia si è felicemente concluso perché eravamo intenti a osservare i banchi di nebbia che nascondevano alla vista piazza San Marco. L’intera novella viaggia su questo doppio binario e l’effetto che ogni volta genera questo stile rimane, ai miei occhi, sorprendente e piacevole. Lo trovo un ottimo segnale poiché dimostra quanto e come un testo riesca a coinvolgerci, a trascinarci letteralmente dentro al racconto.

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Terminata questa parentesi sullo stile, vengo al nòcciolo della questione: questa novella è emblematica degli aspetti biografici di Thomas Mann. Nella vicende dei personaggi che, tolto il protagonista, sono tutti periferici, solo uno emerge e viene portato all’attenzione di chi legge: il giovane Tadzio. Si tratta di un giovane polacco, di quattordici o quindici anni circa, di bellissimo aspetto, molto delicato, dai tratti nobili e l’aria sicura di sé. Il giovane si trova, insieme a sua madre, le sorelle e una governante, all’Hotel des Bains a Venezia, lo stesso dove soggiorna Aschenbach. Dal punto di vista del vecchio scrittore parte immediatamente un ossessivo interesse per il giovane polacco. Dall’alto della sua statura morale, levatura culturale e letteraria, il protagonista si trova improvvisamente colto da una forte movimento centrifugo che spinge la sua interiorità a, sondare il proprio animo e si sforza di comprendere il motivo di questo grande turbamento. Alla fine del III capitolo viene enunciata la motivazione, profonda e sconvolgente:

«Si gettò su una panca, fuori di sé, respirando il profumo notturno degli alberi. E riverso sulla spalliera, con le braccia penzoloni, abbattuto e scosso da brividi intermittenti, mormorò la formula eterna del desiderio… assurda in quel caso, inammissibile, infame, ridicola e tuttavia santa anche questa volta e degna di rispetto: — Ti amo!»

Proprio così: in questa novella viene rappresentata l’inafferrabile e inspiegabile passione di un anziano signore per un giovane adolescente. Un omoerotismo che è caratteristico della scrittura di Mann, all’interno del quale molti critici hanno rintracciato le esperienze personali che hanno segnato la vita del premio Nobel.

I due personaggi del racconto non si rivolgeranno mai la parola. Il rapporto che si instaura fra i due è fatto di sguardi furtivi, sussulti del cuore cui nessuno dei due dà manifestazione esteriore né segno. Uno degli elementi che rende questo rapporto per certi versi tenero sta negli sguardi che Tadzio ricambia ad Aschenbach, nelle attenzioni che lui ha nei confronti dei suo inopportuno spasimante: gli passa vicino quando sono in spiaggia, cambia il percorso che lo guida dalla sua cabina al punto dove sono radunati i suoi amici che lo aspettano per giocare.

Questa relazione silenziosa si trova in equilibrio su due punti, uno spaziale e uno visuale: Tadzio, come si è appena detto, si muove e fa sua un’area geografica varia ma sempre troppo ampia affinché Aschenbach possa mai raggiungerlo. Di contro, il vecchio innamorato ricopre un ruolo sempre statico, fermo ma fortemente caratterizzato dagli sguardi: lui osserva i movimenti di Tadzio, ne enumera i dettagli della pelle, dei capelli, dei gesti e di tutto l’ambiente che lo circonda:

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«Lo vedeva venire da sinistra, lungo la riva, oppure sbucar fuori tra le capanne, o anche s’accorgeva improvvisamente, non senza un lieto sussulto, di aver perduto il suo arrivo e ch’egli era già lì col suo vestito bianco e turchino, l’unico indumento che portava sulla spiaggia, e già si dedicava alle sue consuete occupazioni al sole e sulla sabbia — quella vita amabilmente vuota, oziosamente irrequieta che era gioco e riposo, bighellonare, sguazzare nell’acqua, scavare la sabbia, rincorrersi, stare coricati e nuotare, sotto la sorveglianza delle signore che con voci acute lo chiamavano per nome…»

Questo equilibrio però è destinato a terminare e ciò lo sappiamo dalle premesse: ricordiamoci che si tratta di una vacanza, un episodio destinato a esistere solo all’interno di una breve parentesi. Il giorni si susseguono, altre vicende si incastrano e si intrufolano nel sogno romantico e platonico di Aschenbach che tentenna sino all’ultimo, indeciso tra tentare un approccio e dunque instaurare un rapporto verbale con Tadzio oppure, scenario che lo conforta e addolora a un tempo, vivere sino in fondo la sua passione nella sola mente, consapevole che poi nulla resterà quando verrà il momento di ripartire o, peggio, quando Tadzio se ne sarà andato senza averlo potuto salutare.

L’intraprendenza del vecchio scrittore si desta sul finire del racconto, quando dalla stasi si passa all’azione: Aschenbach decide di seguire il suo amato ovunque, dunque il movimento del ragazzo genera una trazione, un punto che si muove nello spazio portandone con sé altri:

«Sui passi del bel giovinetto, Aschenbach si era smarrito un giorno nel centro della città ammalata. Incapace di orientarsi, giacché le calli, i canali, i ponti e i campielli del labirinto si somigliano troppo, incerto persino sui punti cardinali, egli pensava soltanto a non perder di vista l’immagine bramosamente inseguita; e, costretto a una umiliante circospezione, radendo i muri, cercando riparo dietro la schiena dei passanti, per molto tempo non si accorse della stanchezza, dello sfinimento che la passione e l’ansia continua avevano prodotto nel suo corpo e nel suo spirito. Tadzio camminava dietro ai suoi, nei passaggi angusti lasciava sempre la precedenza all’istitutrice e alle monachine sue sorelle, e girellando così solo voltava ogni tanto il capo per assicurarsi con un’occhiata dei suoi strani occhi grigi come l’alba, che il suo innamorato lo seguisse.»

L’inseguimento prosegue per quasi un pomeriggio in una Venezia accaldata, soffocante, quasi mortifera… ma mai oserei svelare il finale di questa vicenda tenera e segreta!

 

Seconda foto: “La morte a Venezia” di Luchino Visconti, 1971

Un romanzo non romanzesco: “Epepe” di Ferenc Karinthy

di Andrea Carria

Pochi libri si presentano meno intellegibili di Epepe, romanzo di Ferenc Karinthy. Perfino la copertina della sua nuova edizione italiana, apparsa nella collana “Gli Adelphi” lo scorso autunno (2017), costituisce un piccolo rebus: sfondo nero con cornice rossa, l’unica immagine che si offre agli occhi del lettore è un’enigmatica maschera di donna posta di trequarti, dove a spiccare sono il copricapo dorato a forma di casco e il rosso intenso delle labbra. Completano la copertina le scritte bianche nella metà superiore: il nome dell’autore (un classico? un contemporaneo?) e l’unica parola, apparentemente priva significato, del titolo.

Ora, il lettore più esperto avrà senz’altro riconosciuto in Ferenc Karinthy un nome e un cognome ungheresi, ma non è scontato che sia riuscito a inquadrarne anche la biografia.

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Karinthy nacque a Budapest nel 1921 da Frigyes Karinthy, noto scrittore del suo tempo ricordato soprattutto per aver formulato la teoria dei sei gradi di separazione, e da Aranka Böhm, psicanalista ebrea morta nel 1944 ad Auschwitz. Compì studi letterari e linguistici, e fino al 1956, anno della Rivoluzione, fu esponente del Partito comunista ungherese. Viaggiò molto (Europa, America, Asia), ma visse in Ungheria per gran parte della vita. Nella sua carriera ha pubblicato romanzi e drammi teatrali, ma è stato anche traduttore, giornalista, autore di programmi radiofonici e non da ultimo campione di pallanuoto. In italiano sono attualmente disponibili soltanto due suoi romanzi, editi entrambi da Adelphi: Epepe (prima edizione 2015) e Tempi felici (2016), ambientato in Ungheria durante la Seconda guerra mondiale.

Bene, questo a proposito dello scrittore; ma Epepe? Che parola è? Ungherese, forse? E perché allora non è stata tradotta? Che vorrà mai dire? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.

Dirò subito che Epepe non è una lettura per centometristi. Malgrado la lunghezza modesta, il libro di Karinthy richiede al lettore molta pazienza e per più motivi. Prima fra tutti è il tema stesso del romanzo, incubo che giace nell’inconscio di qualunque viaggiatore: il protagonista, il professor Budai, all’aeroporto di Budapest si imbarca sul volo sbagliato e, invece di atterrare a Helsinki dove sta per svolgersi la conferenza alla quale è atteso, si ritrova in una città sconosciuta in cui si parla un idioma che lui, linguista accreditato nonché poliglotta, non ha mai sentito prima. Sconcertato, Budai prova con decine di lingue diverse, ma nessuno degli abitanti di quella che apprende essere una metropoli densamente popolata, dove si formano code lunghissime dappertutto e per le strade si avanza a furia di gomitate e spintoni, pare conoscerle. Non solo. Quelle persone sembrano addirittura sprovviste della volontà di capirlo, poiché Budai si dà un gran daffare fin da subito, e dove le parole non servono ricorre ai gesti e ai disegni. Ma niente: tutti smettono di considerarlo dopo pochi istanti d’incomprensione, e a nulla serve insistere.

Leggendo le pagine di questo «strano libro», come Emmanuel Carrère lo etichetta nella prefazione di questa seconda edizione adelphiana, Franz Kafka è il primo autore che ci viene in mente. Non senso, estraniazione, assurdo, allucinazioni surreali: in Epepe ritroviamo queste e altre tematiche kafkiane, così come pure le ambientazioni di certe scene richiamano luoghi famigliari allo scrittore praghese. Tra le opere di Kafka e il libro di Karinthy esiste tuttavia una differenza sostanziale: nelle prime un mondo irragionevole persegue il malcapitato Josef K. di turno, il quale, da parte sua, fa di tutto per sfuggirgli oppure per penetrarvi; nel secondo invece un mondo ancora più indecifrabile si imbatte per caso in Budai, un uomo fuori posto e che non trova posto, ma, anziché braccarlo secondo la prassi kafkiana, lo ignora completamente e si comporta come se non esistesse.

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L’incomunicabilità è il tema centrale di Epepe, ma al tempo stesso è anche qualcosa di più: è l’artificio che inibisce lo svolgimento più tipico della trama e, di riflesso, il trampolino usato da Karinthy per individuare soluzioni narrative inusuali.

Chiunque abbia provato a scrivere una storia sa che l’incontro del protagonista con gli altri personaggi è la regola aurea per uno svolgimento efficace. Destinando Budai all’incomunicabilità, Karinthy sembra cacciarsi in un vicolo cieco, precludendosi il più basilare degli sviluppi narrativi. In un libro di poco più di duecento pagine, centocinquanta sono occupate dalle descrizioni minuziose dei luoghi che Budai visita o dalla rassegna degli infruttuosi tentativi che fa per comunicare, orientarsi o andarsene da lì. Uno svolgimento lineare, progressivo, dialettico, ottenuto mediante una normale interazione fra i personaggi e l’ambiente si presenta in rarissime occasioni.

Una delle più grosse particolarità di Epepe è infatti l’autoreferenzialità delle sequenze narrative. Le scene non giungono a piena integrazione fra loro né si innestano le une nelle altre secondo il tipico sviluppo consequenziale, ma riconducono il protagonista sempre al punto di partenza. Budai si avvale pochissimo dell’esperienza maturata nei suoi giri in città (al massimo se ne serve per ritrovare la strada dell’albergo dove per puro caso alloggia), e ancora meno può contare sui suoi contatti umani, inesistenti all’inizio come saranno inesistenti alla fine. Ambiente, persone, comportamenti: ogni cosa, in quel posto, sembra remare contro la sua volontà comunicativa e sociale. Un giorno, per esempio, vede (o crede di vedere) un uomo con in mano una rivista ungherese (la prima scritta che può leggere e capire dopo settimane!), ma la folla che intasa il metrò li spinge in direzioni opposte impedendo loro di incontrarsi:

«Poteva sperare di incontrarlo di nuovo, lui o un altro compatriota, oppure uno straniero di un’altra nazionalità: la prossima volta le circostanze sarebbero state meno sfortunate, e finalmente lui avrebbe chiarito tutte le questioni in sospeso».

In fondo Budai è un ingegnoso caparbio, ma non saranno le sue speranze né il cocciuto studio della lingua in cui si immerge a condurlo da qualche parte. Quelle due o tre espressioni che apprende sono infatti merito della sola persona con la quale riesce a stabilire un abbozzo di comunicazione: l’ascensorista bionda dell’albergo che forse – ma Budai non lo saprà mai con certezza – si chiama Epepe.

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Il contatto che Budai stabilisce con la ragazza (Epepe? O forse Pepe? Dede, Tete, Bebebe? Magari Diedie?) è l’unico luogo del romanzo in cui la narrazione sembra potersi incanalare in un comune svolgimento. Si vedono per pochi minuti al giorno, durante le pause che la ragazza si prende dal lavoro, ed è qui, fra una sigaretta e l’altra, che Budai comincia ad apprendere. Poco, per la verità; la comunicazione rimane difficilissima e procede a rilento, ma per Budai è già un grandissimo risultato. Lo è anche da un punto di vista narrativo, dato che fra lui e la ragazza sembra nascere una simpatia che li condurrà a uno sbrigativo amplesso.

La loro tresca rappresenta il momento più narrativo di Epepe, lo snodo che il lettore ha atteso a lungo, la complicazione che dà un po’ di ossigeno al carattere autistico del libro. Ma non ci si faccia illusioni. Come pentito o spaventato da questa deriva fin troppo romanzesca, Karinthy ne tronca ogni possibile evoluzione privando il protagonista del suo unico punto fermo: uscito per fare acquisti, al suo ritorno in albergo Budai scopre non solo che la sua stanza è stata ceduta, ma che come ospite la sua presenza là dentro non è più gradita. Per strada, senza una spiegazione, privato dei suoi pochi effetti personali, lontano da Epepe che non ha idea di come rintracciare, Budai viene riassorbito dal gorgo del non senso e la storia riprende la piega alla quale ci aveva abituati.

Quando prima ho detto che Epepe non è una lettura per centometristi mi riferivo a quei lettori che cercano nella trama un rispecchiamento immediato delle proprie aspettative. Questi lettori – come ogni lettore, in fondo – si attendono delle risposte ai problemi sollevati dalla complicazione e chiedono allo svolgimento di essere all’altezza del compito. In questo Epepe è invece ambiguo, se non addirittura contraddittorio: cattura immediatamente l’attenzione del lettore, ma al tempo stesso la frustra continuando a ingarbugliare il bandolo all’interno della matassa. È come se Karinthy giocasse a fare il gatto con un topo, il lettore, che accetta la sfida a suo rischio e pericolo e che non si lascia impressionare dalla minaccia postmoderna di una non-narrazione.

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Ma allora perché perdere tempo a leggere Epepe, un libro che sembra non condurre da nessuna parte e che rischia costantemente di mettere a repentaglio il fine stesso dell’intrattenimento? Non lo so; in tutta onestà, non lo so. È un libro avvincente? Neanche troppo; come succede anche per i libri del già ricordato Kafka, non è un romanzo che rileggerei perché bello o piacevole alla maniera consueta. È un libro interessante? Certo, interessante lo è di sicuro; tutto quello che ho detto fin qui è una conseguenza dell’interesse che suscita. Ma non è nemmeno questo. O almeno non lo è per me… più che altro non riesco a togliermelo dalla testa. A distanza di settimane, mesi, è ancora lì, con la sua copertina nera impressa davanti agli occhi come se l’avessi appena chiusa, e le disavventure di Budai vicine come un caro amarcord.

E poi, quel finale… un’immagine di una leggerezza che non ti aspetteresti di trovare a conclusione di una storia illogica e scontrosa come questa. Un pezzo di alta letteratura nel vero senso della parola, che da solo ripaga lo sforzo sostenuto per raggiungerlo. Perché, cosa dicono Epepe e Ferenc Karinthy proprio nel finale? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.

La saga dei Cazalet, volume I: “Gli anni della leggerezza” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

Se anche voi, come il sottoscritto, siete degli appassionati di storie e saghe familiari ambientate negli ultimi due secoli (sia che si tratti di romanzi come À la recherche du temps perdu o Suite française, sia che si tratti di sceneggiature come Downton Abbey o Gosford Park) allora non potete non imbarcarvi nella lettura de Gli anni della leggerezza il primo dei cinque volumi che costituiscono la saga della famiglia Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard nell’arco di un ventennio, dal 1990 al 2013.

Per gli appassionati di questo genere userò solo alcune coppie di parole chiave che già so vi convinceranno: “famiglia numerosa”, “maniero in campagna”, “scontro generazionale” e “intrighi e rivalità”. Ma non è voi che devo convincere, cari appassionati, piuttosto devo parlare di quanto questo romanzo sia avvolgente, coinvolgente e profondamente interessante a chi non è familiare col genere.

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La storia ha inizio nel 1937 in Inghilterra e da subito il lettore viene accolto come un ospite gradito nella casa londinese di Edward Cazalet e Viola (Villy per gli amici, dunque anche per voi), una delle coppie che popolano l’albero genealogico di questa famiglia di imprenditori. Sarete immersi nella loro routine quotidiana: lezioni a casa con Miss Milliment, l’istitutrice; farete spese con Mrs Cazalet; guarderete i giochi in giardino di Louise e Polly. Conoscerete poi gli altri membri della loro famiglia: dunque Hugh, il fratello maggiore di Edward, e sua moglie Sybil, ma anche Rupert Cazalet e la sua seconda moglie Zoë e Rachel Cazalet, la sorella nubile “per scelta”.

Non mancheranno anche le faccende domestiche da sbrigare: bisognerà stare attenti, come deve fare la cara Nanny, a che i bambini non si sporchino i vestiti o, peggio, proverete lo stesso affanno che prova Mrs Cripps quando sa che deve preparare colazione, pranzo, tè e cena per quindici persone che verranno a stare nella casa di campagna nel Sussex per tutta l’estate!

Ma la domanda che ci pone chi non è familiare con questo genere letterario è: “Cosa ci trovate di bello?” Il bello, caro profano, sta negli squarci di verità che Howard ci mostra all’improvviso, tra un’incursione fatta di nascosto in cucina per sottrarre agli occhi vigili delle domestiche un barattolo di vetro per gli esperimenti dei bambini e, anche, tra un bicchiere di whisky e uno di sherry per mandar giù l’amarezza senza fine di una vita monotona, piatta, obbligata dalle costrizioni sociali. Perché la saga dei Cazalet è anche e soprattutto questo: la storia dell’emancipazione individuale studiata non dal punto di vista sociologico o storico, bensì partendo dai pensieri delle singole individualità umane che si scontrano ogni giorno con la limitatezza obbligata della propria esistenza. Lo svilupparsi impercettibile di un embrione di indipendenza, che segna i suoi primi battiti nelle domande che i personaggi si pongono: “Credo davvero in Dio?” “Sono sicura di volere questo bambino?” “Posso tenere per mano la persona che amo ma che non dovrei amare?” di questo e di molto altro si parla ne Gli anni della leggerezza.

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Tuttavia dire che il romanzo ruota solo attorno a questi temi sarebbe quanto mai riduttivo: Howard tiene il passo con gli avvenimenti storici paralleli ai fatti che narra e quindi i personaggi che incontriamo lungo il corso delle pagine non mancano di commentare, ad esempio, il ruolo sempre più ingombrante che sta assumendo Hitler sullo scacchiere europeo, o la questione della Cecoslovacchia che preoccupa tutti quando, durante l’estate del 1938, si rintanano nuovamente nel Sussex preoccupati dallo scoppio di una nuova, travolgente guerra.

Il punto di vista privilegiato è quello femminile nelle sue tre età principali: in quanto bambine, donne o anziane. Ognuna di loro ha il proprio spazio per affrontare – in un rapporto dialogico con sé stessa e con gli altri (le altre, a dir la verità) – il proprio essere, ma l’elemento interessante è che questo spazio viene concesso loro in relazione al grado di libertà che hanno, cui aspirano, o che mettono in discussione; riducendosi progressivamente nel passaggio da Clary, la più giovane delle bambine, a Kitty, l’anziana matriarca Cazalet. Fra questi due estremi, un intero caleidoscopio di possibilità, esperienze e credenze si intrecciano e si radicano nella trama fittizia di destini personali e nella storia nota che porta l’Europa a sprofondare nel baratro della Seconda Guerra Mondiale.

Se volete concedervi un viaggio piacevole e irragionevolmente lungo perché detestate (come me!) dire addio ai vostri personaggi preferiti, non dovete far altro che dare a Elizabeth Jane Howard la possibilità di raccontarvi la storia della sua vita e della vita dei suoi personaggi. Io, nel frattempo, mi tufferò nelle pagine del secondo volume, ma di questo vi parlerò un’altra volta…

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Immagine finale: AP Photo-Leslie Priest

André Gide, “I falsari” e la rifondazione del romanzesco

Di Andrea Carria

Il suo nome oggi non è più così popolare, ma nel 1919 André Gide era uno degli scrittori più in vista del panorama letterario francese. Prosatore e poeta raffinato, critico salace e infaticabile biografo di sé stesso, in una parola homme de lettres che era facile innalzare a modello, a dispetto di un ingegno così versatile, Gide, a cinquant’anni, si rammaricava per non aver ancora scritto un vero e proprio romanzo. Da questo punto di vista né I sotterranei del Vaticano (1917) né l’appena pubblicata Sinfonia pastorale erano riusciti a confortarlo.

Ma non si trattava di un problema solo personale. Il genere romanzesco veniva infatti da un periodo di crisi che aveva investito l’intera stagione delle avanguardie artistiche, le cui radici affondavano addirittura nei decenni finali del XIX secolo.

NPG Ax140868; AndrÈ Gide by Lady Ottoline Morrell

Qualcosa stava però per cambiare. Se non per tutti, almeno per uno: per lui, Gide. Il 17 giugno 1919 lo scrittore cominciò infatti un nuovo diario in cui avrebbe annotato tutte le riflessioni, gli spunti e i promemoria riguardanti un nuovo, ambizioso progetto letterario. «Credo di avere materiale per due libri – scrisse – e comincio questo quaderno appunto per tentare di dissociare gli elementi dalle tonalità troppo contrastanti».

Fra rallentamenti e accelerazioni, la stesura del libro lo impegnò per ben sei anni. Sei anni. Un tempo a cui l’editoria e i lettori di oggi non sono più abituati. Il libro era divenuto un romanzo, «il mio primo romanzo», come egli stesso ebbe poi a precisare. Era il 1925 e aveva cinquantasei anni. Trentaquattro ne erano dovuti passare dalla pubblicazione della sua opera prima, i Cahiers d’André Walter, perché il fondatore della «Nouvelle Revue Française» scrivesse quello che è considerato il suo capolavoro.

Come romanzo, I falsari sono un’opera da maneggiare con cura. Gide per primo ebbe delle difficoltà per chiarire a sé stesso ciò che aveva in mente e si aiutò scrivendo il journal. Alcune delle riflessioni ivi contenute confluirono poi nel libro, dove in un capitolo squisitamente metaletterario l’alter ego gidiano Edouard si sforza di spiegare che tipo di romanzo ha intenzione di scrivere:

«Cercate di capirmi: vorrei che tutto potesse entrare in questo romanzo. Niente colpi di forbici, niente limitazioni al suo contenuto. Da più di un anno che ci lavoro non mi è accaduto niente che mi sembrasse estraneo, che io non voglia far entrare nel romanzo; quello che vedo, quello che so, tutto quello che la vita mi insegna, la mia vita e la vita degli altri…»

Un anno di lavoro in cui Edouard, però, non ha ancora scritto una sola riga né ha steso alcun progetto di sorta; nondimeno egli può parlarne come se il romanzo fosse già lì, ben più reale rispetto all’astrattezza dei principi che ha celebrato; dal canto suo, infatti, egli non deve fare altro che «attendere che la stessa realtà [gli] detti la materia». Quale? Ma la storia stessa dei falsari, un flatus vocis che Edouard presenta a tutti come il titolo del libro, ma che nemmeno lui ancora conosce né tantomeno può esplicare.

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I falsari sono un romanzo rompicapo, uno di quei giochi intellettualistici d’altri tempi? Forse. O meglio: anche così potrebbero apparire, ma non era quello che voleva il suo autore. Ciò che Gide andava inseguendo era un compromesso fra l’eredità naturalistica della letteratura e le istanze del nuovo soggettivismo psicologico. Un incontro, questo, non privo di contrasti e di sforzi centrifughi, che avrebbero conferito al romanzo un peculiare assetto caleidoscopico in cui a risaltare sarebbe stata quella che Edouard chiama «la lotta fra i fatti proposti dalla realtà, e la realtà ideale».

Inoltrandosi lungo questa strada, Gide non fa altro che approfondire l’esplorazione che aveva cominciato con I sotterranei del Vaticano e sancire definitivamente la propria estraneità rispetto alle soluzioni narrative più convenzionali. Tuttavia, malgrado la naturalezza non sia mai stato il vero marchio di fabbrica della sua scrittura, l’audacia di certe scelte volte a «stilizzare», come egli stesso fa dire a Edouard, si risolvono in un’artificiosità affatto dissimulata che va a investire di piena luce i fili a sostegno dell’intreccio della cui esibizione lo scrittore si compiace. Ma è soprattutto il mestiere, l’abilità con la quale lo esercita, nonché il fascino stesso della contraffazione, a permettere a Gide di evitare il retorico e di guadagnare a piè sospinto le aule della migliore fastosità barocca, della quale sembra abbia voluto riproporre una sua personalissima poetica della meraviglia.

Tuttavia è proprio questo il motivo per cui quella di Gide rimase una lectio magistralis difficilmente ripetibile. Non solo per la notevole levatura stilistica raggiunta, quanto soprattutto per la già ricordata artificiosità dei meccanismi azionati, i quali, se da una parte, teoricamente, potevano rivestire un ruolo importante nella rivitalizzazione del romanzo come genere, dall’altra, all’atto pratico, correvano invece il rischio di disarticolarne la narrazione assestandogli un altro duro colpo. Di conseguenza, per quanto mirabile tecnicamente ed esuberante nella coralità delle voci e dei punti di vista che in esso si alternano, un romanzo come quello di Gide non poteva che costituire un unicum. Il giorno in cui la narrazione diverrebbe il pretesto per l’esibizione di sofisticate combinazioni e di tecnicismi vari – ed era quello dell’«arte per l’arte» l’orizzonte più sicuro prospettato dai Falsari qualora fossero assurti a modello di riferimento per talenti meno dotati – non si potrebbe più parlare di romanzo.

«Il cattivo romanziere costruisce i suoi personaggi: li dirige, li fa parlare. Il vero romanziere li ascolta e li guarda agire, li sente parlare prima di conoscerli ed è dopo di averli ascoltati che capisce a poco a poco chi siano.»

Malgrado a mio avviso Gide non si attenga perfettamente a questo proponimento (stabilire a monte che l’episodio dei falsari debba costituire il «pezzo di vita» dal quale trarre il resto della storia, assegna infatti a ciascun personaggio un ruolo fisso, difficile da aggirare), è comunque mediante un sapiente gioco di specchi e drappeggi che egli assicura una parvenza di libertà d’azione, il cui effetto finale riesce addirittura, per vie impure e traverse, a esaltare la dialogicità del libro.

Paris

Pertanto, se per le ragioni sovraesposte I falsari non possono essere l’opera che rifonda il romanzo del novecento francese, è tuttavia fuor di discussione che la loro apparizione – per il valore esemplare che possiedono in fatto di stile, applicazione teorica e trattamento degli snodi strutturali – abbia costituito una nuova ripartenza in fatto di creazione artistica. Del resto, almeno per una certa parte del pubblico e della critica, è stata l’opera di Gide tutt’intera ad aver assunto, negli anni, prima del parziale oblio seguito alla sua scomparsa, valore magistrale. Le parole pronunciate su di lui da Jean-Paul Sartre – che di quella parte ha rappresentato una delle voci più autorevoli – sono da prendere come esempio: costantemente impegnato a trovare un equilibrio fra ciò che fino ad allora era stato concepibile soltanto come un aut-aut, «Gide – ha detto il filosofo – ci ha liberato da questo sceltismo ingenuo: ci ha insegnato o ricordato che tutto si può dire – e qui sta la sua audacia – ma secondo ben precise norme del dire-bene – e qui sta la sua prudenza».

Così, lungi dal ridursi a un mero esercizio di stile, I falsari dimostravano almeno altre due cose. La prima: che il romanzo, da una parte, si dimostrava ancora un mezzo attualissimo al fine di costruire audaci ponti fra tutto quello che il senso e la morale comuni tengono solitamente diviso. La seconda: che all’arte, attraverso il romanzo, restava ancora da scoprire fin dove arrivassero le sue potenzialità, orientate come sempre a resuscitare l’interesse nei confronti del mondo e della vita.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Di Gian Luca Nicoletta
[riproponiamo qui un articolo uscito il 01/06/2018 sul blog letterario e webzine “Sul Romanzo“]

Un lavoro davvero ben fatto. Se dovessi riassumere in poche parole il libro curato da Ottavio Fatica, userei questa semplice affermazione. Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno pubblicato da Adelphi è l’edizione dei diari del più celebre poeta inglese della seconda generazione di scrittori romantici: Lord George Gordon Byron.

Nel suo fine lavoro di edizione del testo, Fatica sa mettere bene in ordine tutte le notizie necessarie per completare le informazioni, a volte parziali, che Byron ha messo nero su bianco nei suoi diari.

Il libro è suddiviso in sei sezioni precedute da un Memorandum introduttivo: il Diario londinese, il Diario alpino, il Diario ravennateIl mio dizionarioPensieri slegati e il Diario di Cefalonia. Queste parti coprono un arco temporale di tredici anni, dal 1811 al 1824. Seguono un saggio di Fatica, la cronologia e il regesto.

Nel complesso il volume risulta armonico, sebbene i passaggi da una sezione all’altra siano molto netti.

La prima sezione è dedicata alla trascrizione delle giornate che Byron ha passato in Inghilterra tra il 1813 e il 1814. In questa parte il poeta inglese ci parla principalmente del suo stile di vita monotono e delle difficoltà incontrate per vendere la tenuta di Newstead Abbey, ricevuta in eredità dal prozio assieme al titolo nobiliare e a una montagna di debiti.

Byron dà spazio alla propria attività di parlamentare e non manca di commentare i discorsi tenuti alla House of Lords che più lo colpiscono, azzardando spesso delle previsioni circa le future carriere dei suoi onorevoli colleghi. In realtà la sua attività politica fu molto limitata: entrato ufficialmente in Parlamento nel marzo 1809, vi restò fino a luglio dello stesso anno, prima di partire per il Grand Tour. Tornato in Inghilterra nel 1811, tornò a occuparsi di politica alla Camera solo fino al 1816, anno in cui dovette lasciare il Paese a causa degli scandali legati alla sua vita privata e matrimoniale.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Il rapporto di Byron con l’arte è conflittuale, spesso lamenta la propria insoddisfazione rispetto a ciò che scrive, tanto che brucia nel camino della sua biblioteca molte bozze delle sue opere:

«Ho cominciato, o meglio, avevo cominciato una canzone e l’ho buttata nel fuoco. Era in ricordo di Mary Duff, mia prima fiamma a un’età in cui ancora non si brucia. Cosa diavolo ho che non va, io mi domando e dico! Non riesco a fare niente e, per fortuna, non c’è niente da fare.»

«Ho bruciato il mio Roman – come ho fatto con le prime scene e l’abbozzo della mia commedia – e, per quel che mi risulta, dare alle fiamme è un piacere grande quanto dare alle stampe.»

Come si può notare da questi due passaggi, il naturale rifiuto che uno scrittore prova per le sue produzioni in un momento, sempre variabile, della propria attività letteraria, spinge Byron a un totale rigetto di ciò che ha prodotto, portandolo alla decisione di distruggere tutto.

Allo stesso tempo non manca la frequentazione, sporadica o condotta malvolentieri, del mondo letterario che lo cerca e lo desidera. Si parla infatti delle cene cui il barone è invitato da Madame de Staël, ma anche del suo desiderio di incontrare l’autore che più stima fra i contemporanei: Sir Walter Scott:

«Ho mandato le mie scuse a Madame de Staël. Oggi non mi sento abbastanza socievole per un pranzo – e mercoledì non andrò nemmeno da Sheridan. Non che non ammiri e preferisca la sua impareggiabile conversazione; ma – a chiarimento di questo ma ci sono pensieri che non posso scrivere.»

Da subito si delinea il grande desiderio di evasione dalla quotidianità: sono molti gli appunti rispetto a un viaggio da fare al più presto in Olanda e sui timori che questo debba essere rimandato, se non annullato. A questo serve infatti la seconda sezione, Diario alpino, interamente concentrata su un viaggio fatto sulle Alpi Svizzere nel 1816, durante il quale Byron ritrova l’entusiasmo per la vita:

«Sveglia alle cinque. – Lasciata Villa Diodati alle sette – su una delle vetture del posto (uno char à bancs) – la servitù a cavallo – tempo magnifico – il lago calmo e limpido – il Monte Bianco e l’Aigulle d’Argentière che spiccano nitidi – le sponde del lago stupende – raggiunto Losanna prima del tramonto – pernottato e Ouchy.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

La terza parte è tutta dedicata al soggiorno in Italia: in pieno contrasto con l’attività che caratterizza la parte precedente dei diari, qui Byron soffre la prigionia domestica causata da una grande nevicata che limita di fatto qualsiasi attività fisica e intellettuale:

«Alzato tardi – fiacco e affranto – fradicio e fosco il tempo. Neve in terra, scirocco nell’alto dei cieli, come ieri. Il fango sulla strada arriva al ventre del cavallo, di cavalcare perciò (foss’anche per diporto) non se ne parla nemmeno.»

Segue a questa una lunga parte nella quale il tema principe è l’organizzazione dei moti del 1821, insieme a personaggi della nobiltà italiana emiliana. Anche in questa parte trova spazio la letteratura, dato che Byron ci parla della stesura di alcuni canti del Don Juan.

Il suo spirito dinamico e, a tratti, ardimentoso, si esprime nel diario esortando gli italiani ad agire contro le truppe dell’impero asburgico che si trovavano alle porte dello Stato Pontificio e, allo stesso tempo, a organizzare la rivoluzione armata all’interno della città grazie alla loggia ravennate della carboneria. Queste sue esortazioni, però, rimarranno lettera morta nei suoi diari a causa della non compiutezza delle azioni politiche programmate e sperate. Questo porterà Byron a interrogarsi sulla capacità dei rivoltosi emiliani e sulla loro abilità di organizzazione politica prima, di intraprendenza poi.

La descrizione della vita quotidiana viene messa da parte nella quarta sezione dell’opera, Il mio dizionario: in alcuni casi risalendo sino alla sua infanzia e senza un ordine preciso, il barone passa in rassegna gli episodi che principalmente lo hanno formato e che hanno stimolato la sua vena letteraria, sebbene la sezione più interessante sia quella dei Pensieri slegati: in questa parte Byron vaga con la mente e con la penna, tornando ai tempi del college di Harrow prima, di Cambridge poi. Un ruolo molto importante è riservato agli amici più cari, i quali peraltro vengono continuamente citati lungo l’intera opera: J.C. Hobhouse, F. Hodgson e da ultimo J. Fitzgibbon, il conte di Clare per il quale il poeta nutriva sentimenti profondi.

Linguisticamente molto più prosaica e dal filo logico molto più chiaro e immediato è l’ultima sezione, il Diario di Cefalonia. Byron è giunto in Grecia e qui stringe rapporti diplomatici con le autorità del luogo, prendendo attivamente parte nelle controversie fra i Turchi e la Repubblica delle Isole Ionie di allora. Il paesaggio mediterraneo e il caldo estivo non impediscono al poeta di affrontare lunghe escursioni tra le rovine delle città greche, ripercorrendo a memoria la storia antica.

Un vuoto di quasi due mesi e mezzo segna l’inizio della parte conclusiva di questa sezione: causa del silenzio è la malattia della sua figlia illegittima, Allegra, la quale morirà nel 1822 a soli cinque anni. Questa notizia, comunicatagli da Augusta, la sorellastra, rende inutile qualsiasi attività di scrittura, tant’è che la prima pagina del diario in cui riprende la sua attività si apre in questo modo:

«Il diario si è interrotto bruscamente e non ho potuto riprenderlo prima […] Del resto, non so neppure perché lo riprendo adesso, se non per il fatto che, affacciato alla finestra della mia abitazione in questo bel villaggio – la calma ancorché fredda serenità di uno stupendo e trasparente chiar di luna – che mostra le isole – i monti – il mare […] mi hanno placato a sufficienza per riprendere a scrivere»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Un ultimo, importante, aspetto di questi diari è costituito dalla presenza perturbante dei ricordi amorosi:

«Mia madre non faceva che canzonarmi per quella tresca infantile; e alla fine, molti anni dopo, quando avevo sedici anni, un giorno mi disse: “Oh Byron, ho ricevuto da Edimburgo una lettera di Miss Abercromby, la tua vecchia morosa Mary Duff è sposata con un certo Coe”. E io cosa risposi? Non sono certo in grado di spiegare o motivare ciò che provai in quel frangente; ma per poco non cadevo dalle convulsioni, e mia madre si prese un tale spavento che, una volta che mi fui ripreso, evitò quasi sempre l’argomento – col sottoscritto – limitandosi a raccontarlo a tutti i suoi conoscenti.»

Probabilmente spaventato dall’idea che quanto scritto avrebbe potuto esser letto da altri, Byron omette puntualmente i nomi delle persone amate, resi nel testo con degli asterischi, cui a volte si aggiunge una lettera iniziale.

Esempio fondamentale di questo timore e della sua volontà di autocensurarsi è un’affermazione, scritta nella penultima sezione:

«Non devo continuare con queste riflessioni –  o prima o poi finirà per scapparmi un qualche segreto – da far restar di pietra i posteri.»

La lettura di quest’opera rappresenta un tassello importante per tutti gli appassionati di letteratura inglese e di Byron in particolare. Per gli altri, invece, un validissimo modo per esplorare i profondi sentimenti di una personalità originale e rara.

Grazie a Ottavio Fatica e al suo ottimo lavoro, Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno vi coinvolgerà e vi farà apprezzare il valore umano e letterario delle testimonianze diaristiche.