Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Un lavoro davvero ben fatto. Se dovessi riassumere in poche parole il libro curato da Ottavio Fatica, userei questa semplice affermazione. Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno pubblicato da Adelphi è l’edizione dei diari del più celebre poeta inglese della seconda generazione di scrittori romantici: Lord George Gordon Byron.

Nel suo fine lavoro di edizione del testo, Fatica sa mettere bene in ordine tutte le notizie necessarie per completare le informazioni, a volte parziali, che Byron ha messo nero su bianco nei suoi diari.

Il libro è suddiviso in sei sezioni precedute da un Memorandum introduttivo: il Diario londinese, il Diario alpino, il Diario ravennateIl mio dizionarioPensieri slegati e il Diario di Cefalonia. Queste parti coprono un arco temporale di tredici anni, dal 1811 al 1824. Seguono un saggio di Fatica, la cronologia e il regesto.

Nel complesso il volume risulta armonico, sebbene i passaggi da una sezione all’altra siano molto netti.

La prima sezione è dedicata alla trascrizione delle giornate che Byron ha passato in Inghilterra tra il 1813 e il 1814. In questa parte il poeta inglese ci parla principalmente del suo stile di vita monotono e delle difficoltà incontrate per vendere la tenuta di Newstead Abbey, ricevuta in eredità dal prozio assieme al titolo nobiliare e a una montagna di debiti.

Byron dà spazio alla propria attività di parlamentare e non manca di commentare i discorsi tenuti alla House of Lords che più lo colpiscono, azzardando spesso delle previsioni circa le future carriere dei suoi onorevoli colleghi. In realtà la sua attività politica fu molto limitata: entrato ufficialmente in Parlamento nel marzo 1809, vi restò fino a luglio dello stesso anno, prima di partire per il Grand Tour. Tornato in Inghilterra nel 1811, tornò a occuparsi di politica alla Camera solo fino al 1816, anno in cui dovette lasciare il Paese a causa degli scandali legati alla sua vita privata e matrimoniale.

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Il rapporto di Byron con l’arte è conflittuale, spesso lamenta la propria insoddisfazione rispetto a ciò che scrive, tanto che brucia nel camino della sua biblioteca molte bozze delle sue opere:

«Ho cominciato, o meglio, avevo cominciato una canzone e l’ho buttata nel fuoco. Era in ricordo di Mary Duff, mia prima fiamma a un’età in cui ancora non si brucia. Cosa diavolo ho che non va, io mi domando e dico! Non riesco a fare niente e, per fortuna, non c’è niente da fare.»

«Ho bruciato il mio Roman – come ho fatto con le prime scene e l’abbozzo della mia commedia – e, per quel che mi risulta, dare alle fiamme è un piacere grande quanto dare alle stampe.»

Come si può notare da questi due passaggi, il naturale rifiuto che uno scrittore prova per le sue produzioni in un momento, sempre variabile, della propria attività letteraria, spinge Byron a un totale rigetto di ciò che ha prodotto, portandolo alla decisione di distruggere tutto.

Allo stesso tempo non manca la frequentazione, sporadica o condotta malvolentieri, del mondo letterario che lo cerca e lo desidera. Si parla infatti delle cene cui il barone è invitato da Madame de Staël, ma anche del suo desiderio di incontrare l’autore che più stima fra i contemporanei: Sir Walter Scott:

«Ho mandato le mie scuse a Madame de Staël. Oggi non mi sento abbastanza socievole per un pranzo – e mercoledì non andrò nemmeno da Sheridan. Non che non ammiri e preferisca la sua impareggiabile conversazione; ma – a chiarimento di questo ma ci sono pensieri che non posso scrivere.»

Da subito si delinea il grande desiderio di evasione dalla quotidianità: sono molti gli appunti rispetto a un viaggio da fare al più presto in Olanda e sui timori che questo debba essere rimandato, se non annullato. A questo serve infatti la seconda sezione, Diario alpino, interamente concentrata su un viaggio fatto sulle Alpi Svizzere nel 1816, durante il quale Byron ritrova l’entusiasmo per la vita:

«Sveglia alle cinque. – Lasciata Villa Diodati alle sette – su una delle vetture del posto (uno char à bancs) – la servitù a cavallo – tempo magnifico – il lago calmo e limpido – il Monte Bianco e l’Aigulle d’Argentière che spiccano nitidi – le sponde del lago stupende – raggiunto Losanna prima del tramonto – pernottato e Ouchy.»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

La terza parte è tutta dedicata al soggiorno in Italia: in pieno contrasto con l’attività che caratterizza la parte precedente dei diari, qui Byron soffre la prigionia domestica causata da una grande nevicata che limita di fatto qualsiasi attività fisica e intellettuale:

«Alzato tardi – fiacco e affranto – fradicio e fosco il tempo. Neve in terra, scirocco nell’alto dei cieli, come ieri. Il fango sulla strada arriva al ventre del cavallo, di cavalcare perciò (foss’anche per diporto) non se ne parla nemmeno.»

Segue a questa una lunga parte nella quale il tema principe è l’organizzazione dei moti del 1821, insieme a personaggi della nobiltà italiana emiliana. Anche in questa parte trova spazio la letteratura, dato che Byron ci parla della stesura di alcuni canti del Don Juan.

Il suo spirito dinamico e, a tratti, ardimentoso, si esprime nel diario esortando gli italiani ad agire contro le truppe dell’impero asburgico che si trovavano alle porte dello Stato Pontificio e, allo stesso tempo, a organizzare la rivoluzione armata all’interno della città grazie alla loggia ravennate della carboneria. Queste sue esortazioni, però, rimarranno lettera morta nei suoi diari a causa della non compiutezza delle azioni politiche programmate e sperate. Questo porterà Byron a interrogarsi sulla capacità dei rivoltosi emiliani e sulla loro abilità di organizzazione politica prima, di intraprendenza poi.

La descrizione della vita quotidiana viene messa da parte nella quarta sezione dell’opera, Il mio dizionario: in alcuni casi risalendo sino alla sua infanzia e senza un ordine preciso, il barone passa in rassegna gli episodi che principalmente lo hanno formato e che hanno stimolato la sua vena letteraria, sebbene la sezione più interessante sia quella dei Pensieri slegati: in questa parte Byron vaga con la mente e con la penna, tornando ai tempi del college di Harrow prima, di Cambridge poi. Un ruolo molto importante è riservato agli amici più cari, i quali peraltro vengono continuamente citati lungo l’intera opera: J.C. Hobhouse, F. Hodgson e da ultimo J. Fitzgibbon, il conte di Clare per il quale il poeta nutriva sentimenti profondi.

Linguisticamente molto più prosaica e dal filo logico molto più chiaro e immediato è l’ultima sezione, il Diario di Cefalonia. Byron è giunto in Grecia e qui stringe rapporti diplomatici con le autorità del luogo, prendendo attivamente parte nelle controversie fra i Turchi e la Repubblica delle Isole Ionie di allora. Il paesaggio mediterraneo e il caldo estivo non impediscono al poeta di affrontare lunghe escursioni tra le rovine delle città greche, ripercorrendo a memoria la storia antica.

Un vuoto di quasi due mesi e mezzo segna l’inizio della parte conclusiva di questa sezione: causa del silenzio è la malattia della sua figlia illegittima, Allegra, la quale morirà nel 1822 a soli cinque anni. Questa notizia, comunicatagli da Augusta, la sorellastra, rende inutile qualsiasi attività di scrittura, tant’è che la prima pagina del diario in cui riprende la sua attività si apre in questo modo:

«Il diario si è interrotto bruscamente e non ho potuto riprenderlo prima […] Del resto, non so neppure perché lo riprendo adesso, se non per il fatto che, affacciato alla finestra della mia abitazione in questo bel villaggio – la calma ancorché fredda serenità di uno stupendo e trasparente chiar di luna – che mostra le isole – i monti – il mare […] mi hanno placato a sufficienza per riprendere a scrivere»

Alla scoperta dei diari di Lord Byron

Un ultimo, importante, aspetto di questi diari è costituito dalla presenza perturbante dei ricordi amorosi:

«Mia madre non faceva che canzonarmi per quella tresca infantile; e alla fine, molti anni dopo, quando avevo sedici anni, un giorno mi disse: “Oh Byron, ho ricevuto da Edimburgo una lettera di Miss Abercromby, la tua vecchia morosa Mary Duff è sposata con un certo Coe”. E io cosa risposi? Non sono certo in grado di spiegare o motivare ciò che provai in quel frangente; ma per poco non cadevo dalle convulsioni, e mia madre si prese un tale spavento che, una volta che mi fui ripreso, evitò quasi sempre l’argomento – col sottoscritto – limitandosi a raccontarlo a tutti i suoi conoscenti.»

Probabilmente spaventato dall’idea che quanto scritto avrebbe potuto esser letto da altri, Byron omette puntualmente i nomi delle persone amate, resi nel testo con degli asterischi, cui a volte si aggiunge una lettera iniziale.

Esempio fondamentale di questo timore e della sua volontà di autocensurarsi è un’affermazione, scritta nella penultima sezione:

«Non devo continuare con queste riflessioni –  o prima o poi finirà per scapparmi un qualche segreto – da far restar di pietra i posteri.»

La lettura di quest’opera rappresenta un tassello importante per tutti gli appassionati di letteratura inglese e di Byron in particolare. Per gli altri, invece, un validissimo modo per esplorare i profondi sentimenti di una personalità originale e rara.

Grazie a Ottavio Fatica e al suo ottimo lavoro, Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno vi coinvolgerà e vi farà apprezzare il valore umano e letterario delle testimonianze diaristiche.