Un romanzo non romanzesco: “Epepe” di Ferenc Karinthy

di Andrea Carria

 

Pochi libri si presentano meno intellegibili di Epepe, romanzo di Ferenc Karinthy. Perfino la copertina della sua nuova edizione italiana, apparsa nella collana “Gli Adelphi” lo scorso autunno (2017), costituisce un piccolo rebus: sfondo nero con cornice rossa, l’unica immagine che si offre agli occhi del lettore è un’enigmatica maschera di donna posta di trequarti, dove a spiccare sono il copricapo dorato a forma di casco e il rosso intenso delle labbra. Completano la copertina le scritte bianche nella metà superiore: il nome dell’autore (un classico? un contemporaneo?) e l’unica parola, apparentemente priva significato, del titolo.

Ora, il lettore più esperto avrà senz’altro riconosciuto in Ferenc Karinthy un nome e un cognome ungheresi, ma non è scontato che sia riuscito a inquadrarne anche la biografia.

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Karinthy nacque a Budapest nel 1921 da Frigyes Karinthy, noto scrittore del suo tempo ricordato soprattutto per aver formulato la teoria dei sei gradi di separazione, e da Aranka Böhm, psicanalista ebrea morta nel 1944 ad Auschwitz. Compì studi letterari e linguistici, e fino al 1956, anno della Rivoluzione, fu esponente del Partito comunista ungherese. Viaggiò molto (Europa, America, Asia), ma visse in Ungheria per gran parte della vita. Nella sua carriera ha pubblicato romanzi e drammi teatrali, ma è stato anche traduttore, giornalista, autore di programmi radiofonici e non da ultimo campione di pallanuoto. In italiano sono attualmente disponibili soltanto due suoi romanzi, editi entrambi da Adelphi: Epepe (prima edizione 2015) e Tempi felici (2016), ambientato in Ungheria durante la Seconda guerra mondiale.

Bene, questo a proposito dello scrittore; ma Epepe? Che parola è? Ungherese, forse? E perché allora non è stata tradotta? Che vorrà mai dire? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.

Dirò subito che Epepe non è una lettura per centometristi. Malgrado la lunghezza modesta, il libro di Karinthy richiede al lettore molta pazienza e per più motivi. Prima fra tutti è il tema stesso del romanzo, incubo che giace nell’inconscio di qualunque viaggiatore: il protagonista, il professor Budai, all’aeroporto di Budapest si imbarca sul volo sbagliato e, invece di atterrare a Helsinki dove sta per svolgersi la conferenza alla quale è atteso, si ritrova in una città sconosciuta in cui si parla un idioma che lui, linguista accreditato nonché poliglotta, non ha mai sentito prima. Sconcertato, Budai prova con decine di lingue diverse, ma nessuno degli abitanti di quella che apprende essere una metropoli densamente popolata, dove si formano code lunghissime dappertutto e per le strade si avanza a furia di gomitate e spintoni, pare conoscerle. Non solo. Quelle persone sembrano addirittura sprovviste della volontà di capirlo, poiché Budai si dà un gran daffare fin da subito, e dove le parole non servono ricorre ai gesti e ai disegni. Ma niente: tutti smettono di considerarlo dopo pochi istanti d’incomprensione, e a nulla serve insistere.

Leggendo le pagine di questo «strano libro», come Emmanuel Carrère lo etichetta nella prefazione di questa seconda edizione adelphiana, Franz Kafka è il primo autore che ci viene in mente. Non senso, estraniazione, assurdo, allucinazioni surreali: in Epepe ritroviamo queste e altre tematiche kafkiane, così come pure le ambientazioni di certe scene richiamano luoghi famigliari allo scrittore praghese. Tra le opere di Kafka e il libro di Karinthy esiste tuttavia una differenza sostanziale: nelle prime un mondo irragionevole persegue il malcapitato Josef K. di turno, il quale, da parte sua, fa di tutto per sfuggirgli oppure per penetrarvi; nel secondo invece un mondo ancora più indecifrabile si imbatte per caso in Budai, un uomo fuori posto e che non trova posto, ma, anziché braccarlo secondo la prassi kafkiana, lo ignora completamente e si comporta come se non esistesse.

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L’incomunicabilità è il tema centrale di Epepe, ma al tempo stesso è anche qualcosa di più: è l’artificio che inibisce lo svolgimento più tipico della trama e, di riflesso, il trampolino usato da Karinthy per individuare soluzioni narrative inusuali.

Chiunque abbia provato a scrivere una storia sa che l’incontro del protagonista con gli altri personaggi è la regola aurea per uno svolgimento efficace. Destinando Budai all’incomunicabilità, Karinthy sembra cacciarsi in un vicolo cieco, precludendosi il più basilare degli sviluppi narrativi. In un libro di poco più di duecento pagine, centocinquanta sono occupate dalle descrizioni minuziose dei luoghi che Budai visita o dalla rassegna degli infruttuosi tentativi che fa per comunicare, orientarsi o andarsene da lì. Uno svolgimento lineare, progressivo, dialettico, ottenuto mediante una normale interazione fra i personaggi e l’ambiente si presenta in rarissime occasioni.

Una delle più grosse particolarità di Epepe è infatti l’autoreferenzialità delle sequenze narrative. Le scene non giungono a piena integrazione fra loro né si innestano le une nelle altre secondo il tipico sviluppo consequenziale, ma riconducono il protagonista sempre al punto di partenza. Budai si avvale pochissimo dell’esperienza maturata nei suoi giri in città (al massimo se ne serve per ritrovare la strada dell’albergo dove per puro caso alloggia), e ancora meno può contare sui suoi contatti umani, inesistenti all’inizio come saranno inesistenti alla fine. Ambiente, persone, comportamenti: ogni cosa, in quel posto, sembra remare contro la sua volontà comunicativa e sociale. Un giorno, per esempio, vede (o crede di vedere) un uomo con in mano una rivista ungherese (la prima scritta che può leggere e capire dopo settimane!), ma la folla che intasa il metrò li spinge in direzioni opposte impedendo loro di incontrarsi:

«Poteva sperare di incontrarlo di nuovo, lui o un altro compatriota, oppure uno straniero di un’altra nazionalità: la prossima volta le circostanze sarebbero state meno sfortunate, e finalmente lui avrebbe chiarito tutte le questioni in sospeso».

In fondo Budai è un ingegnoso caparbio, ma non saranno le sue speranze né il cocciuto studio della lingua in cui si immerge a condurlo da qualche parte. Quelle due o tre espressioni che apprende sono infatti merito della sola persona con la quale riesce a stabilire un abbozzo di comunicazione: l’ascensorista bionda dell’albergo che forse – ma Budai non lo saprà mai con certezza – si chiama Epepe.

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Il contatto che Budai stabilisce con la ragazza (Epepe? O forse Pepe? Dede, Tete, Bebebe? Magari Diedie?) è l’unico luogo del romanzo in cui la narrazione sembra potersi incanalare in un comune svolgimento. Si vedono per pochi minuti al giorno, durante le pause che la ragazza si prende dal lavoro, ed è qui, fra una sigaretta e l’altra, che Budai comincia ad apprendere. Poco, per la verità; la comunicazione rimane difficilissima e procede a rilento, ma per Budai è già un grandissimo risultato. Lo è anche da un punto di vista narrativo, dato che fra lui e la ragazza sembra nascere una simpatia che li condurrà a uno sbrigativo amplesso.

La loro tresca rappresenta il momento più narrativo di Epepe, lo snodo che il lettore ha atteso a lungo, la complicazione che dà un po’ di ossigeno al carattere autistico del libro. Ma non ci si faccia illusioni. Come pentito o spaventato da questa deriva fin troppo romanzesca, Karinthy ne tronca ogni possibile evoluzione privando il protagonista del suo unico punto fermo: uscito per fare acquisti, al suo ritorno in albergo Budai scopre non solo che la sua stanza è stata ceduta, ma che come ospite la sua presenza là dentro non è più gradita. Per strada, senza una spiegazione, privato dei suoi pochi effetti personali, lontano da Epepe che non ha idea di come rintracciare, Budai viene riassorbito dal gorgo del non senso e la storia riprende la piega alla quale ci aveva abituati.

Quando prima ho detto che Epepe non è una lettura per centometristi mi riferivo a quei lettori che cercano nella trama un rispecchiamento immediato delle proprie aspettative. Questi lettori – come ogni lettore, in fondo – si attendono delle risposte ai problemi sollevati dalla complicazione e chiedono allo svolgimento di essere all’altezza del compito. In questo Epepe è invece ambiguo, se non addirittura contraddittorio: cattura immediatamente l’attenzione del lettore, ma al tempo stesso la frustra continuando a ingarbugliare il bandolo all’interno della matassa. È come se Karinthy giocasse a fare il gatto con un topo, il lettore, che accetta la sfida a suo rischio e pericolo e che non si lascia impressionare dalla minaccia postmoderna di una non-narrazione.

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Ma allora perché perdere tempo a leggere Epepe, un libro che sembra non condurre da nessuna parte e che rischia costantemente di mettere a repentaglio il fine stesso dell’intrattenimento? Non lo so; in tutta onestà, non lo so. È un libro avvincente? Neanche troppo; come succede anche per i libri del già ricordato Kafka, non è un romanzo che rileggerei perché bello o piacevole alla maniera consueta. È un libro interessante? Certo, interessante lo è di sicuro; tutto quello che ho detto fin qui è una conseguenza dell’interesse che suscita. Ma non è nemmeno questo. O almeno non lo è per me… più che altro non riesco a togliermelo dalla testa. A distanza di settimane, mesi, è ancora lì, con la sua copertina nera impressa davanti agli occhi come se l’avessi appena chiusa, e le disavventure di Budai vicine come un caro amarcord.

E poi, quel finale… un’immagine di una leggerezza che non ti aspetteresti di trovare a conclusione di una storia illogica e scontrosa come questa. Un pezzo di alta letteratura nel vero senso della parola, che da solo ripaga lo sforzo sostenuto per raggiungerlo. Perché, cosa dicono Epepe e Ferenc Karinthy proprio nel finale? Neanche a dirlo, per rispondere, bisogna prima leggere il libro.

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