“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

 

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

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Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk, ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Ma Emilio, che non ci crede, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

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Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

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Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

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Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.