“Sei malattie dello spirito contemporaneo” di Constantin Noica

di Andrea Carria

 

Catholite, todetite e horetite; ma anche ahoretia, atodetia e acatholia: sono questi i nomi delle sei malattie di cui, secondo Constantin Noica (1909-1987), soffre lo spirito. «Al di là delle malattie somatiche, identificate da secoli, e di quelle psichiche, individuate soltanto all’inizio del XX secolo, ne esistono altre di ordine superiore, che potremmo definire dello spirito»: l’incipit del saggio Sei malattie dello spirito contemporaneo, pubblicato per la prima volta in italiano da Carbonio Editore nel 2017, in occasione del trentennale dalla morte del filosofo romeno, non potrebbe essere più chiaro.

Anche lo spirito si ammala, dunque. E non solo lo spirito, bensì l’essere. In quanto «se il corpo e l’anima partecipano anch’essi dell’essere, solo lo spirito lo riflette appieno, nella sua forza come nella sua precarietà».

9788899970055_0_0_1541_75

Ma da cosa dipendono queste malattie? In cosa si sostanziano? Per Noica, la loro eziologia è riconducibile al modo in cui l’uomo si pone nei confronti del generale, dell’individuale e delle determinazioni, intendendo con quest’ultime il ventaglio di possibilità a sua disposizione sulla base del senso del generale che possiede e della propria dimensione individuale. Ogni uomo vive il generale e l’individuale in modo diverso, per cui anche le sue determinazioni saranno diverse, ma non è questa la cosa importante: per quante differenze possano infatti sussistere fra le esperienze particolari di ognuno, nessuna persona può permettersi di non avere rapporti con ciascuna delle tre categorie – siano questi concetti, opinioni o anche solo sentimenti –, in quanto anche il rifiuto di una sola delle tre corrisponde già a una malattia. Ma vediamole più da vicino.

La prima, la catholite, è la malattia in cui l’uomo si ritrova separato ovvero abbandonato dal generale (questo il significato della sua matrice greca, katholou), l’universalità, l’ordine superiore al quale egli aspira. Scrive Noica:

«Di fatto, nulla è privo di sensi generali, e poiché una realtà del presente, viva o morta, ha alle spalle qualche miliardo di anni, si incontrano innumerevoli sensi generali. Ciò nonostante, può mancarle, oppure essere incerto, il suo specifico generale, e l’uomo soffre, talvolta intensamente, per tale situazione».

Viene quindi la todetite (dall’espressione greca tode ti, “questa specifica cosa”), stigmatizzata da Noica come «la malattia della perfezione», comune per l’uomo «prigioniero di un senso generale che gli impedisce di trovare il proprio individuale adeguato». Terza è la horetite (da horos, “determinazione”), malattia che si manifesta quando le determinazioni sono preda di forti disordini e l’uomo non riesce a dare il giusto indirizzo alla sua volontà.

Ma le malattie dello spirito non scaturiscono soltanto dal divario fra ciò che l’uomo si aspetta e quello che alla fine trova, ma albergano anche nella presunzione con cui quest’ultimo pensa di poter rifiutare ciò di cui avverte la mancanza. Le successive tre sono quindi quelle che Noica definisce «malattie della lucidità», accomunate dall’impiego dell’alfa privativo nella costruzione del nome. Come rifiuto consapevole di ogni determinazione, abbiamo così l’ahoretia, che Noica vede ben rappresentata in Aspettando Godot di Samuel Beckett; l’atodetia, cioè il rifiuto dell’individuale, malattia di cui sono impregnate le pagine delle Critiche di Kant; per finire con la malattia più europea di tutte, la più fredda, l’acatholia, dove il rifiuto del generale è giunto a conseguenze talmente estreme da avere gravi ricadute sull’arte stessa.

depression-20195_1920

A ciascuna malattia, Noica dedica quindi un capitolo del libro. Il discorso è intessuto di termini e nozioni tecniche che rendono preferibile una discreta confidenza con le problematiche filosofiche, ciò nonostante lo stile non trattatistico del libro, unito alla chiarezza espressiva che la traduttrice, Mira Mocan, ha saputo mantenere nella nostra lingua, fanno di Sei malattie dello spirito contemporaneo una lettura che si rivolge a un pubblico medio-ampio. Non solo. L’approccio insolito con cui, per esempio, l’autore affronta alcuni temi da sempre centrali nella ricognizione filosofica è in parte compensato, a beneficio soprattutto del lettore non specializzato, dalla ricorrenza con cui Noica riprende i concetti cardine del discorso prima di procedere oltre con l’analisi, come se egli stesso si sia reso conto della novità del proprio scritto e del bisogno, per chi lo legge, di acquisire una certa familiarità con lo stile e la metodologia adottati.

Riguardo alla metodologia, Noica dimostra disinvoltura nel percorrere le piste teoretiche aperte dalla sua indagine, anche se il tipo di prove a supporto delle proprie tesi non sempre mi è parso adeguato o esaustivo. A ogni descrizione della malattia si accompagnano infatti esempi tratti dalla letteratura o dalla storia che dovrebbero testimoniare la sintomatologia tipica di ciascuna, tuttavia solo alcuni si dimostrano persuasivi, mentre altri avrebbero forse richiesto un esame più scrupoloso che desse maggior concretezza ad argomentazioni che non sempre trova appigli diretti nella realtà. A risentire di tale mancanza sono soprattutto gli esempi che Noica ricava dalla storia, dove gli utilizzi della categoria “popolo”, congiuntamente alla fugacità dei riferimenti, sembrano idealizzare determinate società a scapito del contesto di cause storiche, politiche e materiali nel quale sono inserite. Più mirati e spesso perfino illuminanti sono invece gli esempi letterari, come nel caso di Don Chisciotte, analizzato per descrivere l’horetite, o quello di Don Giovanni, usato per rappresentare l’acatholia.

remote-1037751_1920

L’approccio inedito del saggio non fa però desistere Noica dal criticare altre posizioni intellettuali. A farne le spese sono il biologo francese Jacques Monod con il libro Il caso e la necessità e l’esistenzialismo. Per Noica, sia Monod che l’esistenzialismo sono casi di acatholia, dove l’uomo ha perso di vista il senso del generale. Nell’esistenzialismo, il generale è presente ma non più accessibile, e questo «conduce l’essere umano alla coscienza dell’esilio, come nella visione basata sulla scienza, oppure all’esasperazione, al tremore e all’angoscia». La sua paura del nulla è infondata in quanto, se il niente e il vuoto in natura coesistono perfettamente con il pieno e l’essere, allora anche il nulla dei vari Heidegger e Sartre non è che un «nulla determinato», vale a dire un problema relativo al piano d’indagine che questi filosofi si sono scelti e non qualcosa che interessa l’intera realtà, nella quale per l’uomo è comunque sempre possibile darsi da solo dei sensi generali. Secondo Noica, l’acatholia si distingue in una forma in cui l’uomo è consapevole della mancanza del senso del generale e in una dove invece non lo è. Monod e l’esistenzialismo appartengono entrambi alla prima, tuttavia, se verso l’esistenzialismo Noica sembra poter ancora riservare un’indulgenza paragonabile a quella che si concederebbe a un fratello che ha preso una cantonata, così non è nel caso del biologo francese, richiamato polemicamente anche in altri luoghi del libro. «Quando lo scienziato abbandona la sicurezza della sua specializzazione e sente il bisogno di filosofeggiare, è il soggetto che rischia più di altri di essere colto da questa seconda forma della malattia spirituale in esame», scrive di Monod. A suscitare la contrarietà del filosofo non sono le tesi che lo scienziato espone nel suo libro (che la vita si sia originata dal caso per poi diventare necessità con la perpetuazione delle specie è un pensiero presente in nuce già nella filosofia greca), bensì la tentazione, per una mente così perspicace e forte della propria scienza, di rivestire con una patina di novità concezioni note ormai da tempo.

Constantin_Noica_2

Ma Sei malattie dello spirito contemporaneo non si esaurisce qui, gli spunti di riflessione che offre sono molteplici e in conclusione l’autore dedica un capitolo intero allo spirito romeno. E non poteva essere diversamente. Vittima del regime comunista che lo condanna a dieci anni di residenza coatta e a venticinque di lavoro forzato di cui ne sconterà solo sei, Noica non poteva restare indifferente alle sorti del suo paese. In conclusione di questo articolo vorrei citare un brano del breve ritratto a firma del suo connazionale Emil Cioran e che l’editore Carbonio ha inserito in esergo alla pubblicazione. Sono parole bellissime, a loro modo vitali, le uniche che un grande scrittore avrebbe potuto tributare a un grande filosofo e amico, parole di un’emotività evidente anche per chi, come per me la prima volta che le lessi, nulla conosce di Constantin Noica:

«Come non si riesce a immaginare un santo deluso, così è impossibile figurarsi un grande filosofo modesto. Solo, ci sono dei gradi. La modestia profonda non lascia tracce, è incompatibile con la creazione di qualunque tipo. È una forma speciale di squilibrio che rappresenta la condizione indispensabile per l’attività intellettuale. Non ci si apparta nei Carpazi per fuggire dal mondo, ma per conquistarlo da lontano. Tutto ciò che nell’uomo è fecondo, è anche anormale. I solitari sono virtualmente dei conquistatori. Non si evitano gli altri per farsi dimenticare, ma per farsi valere. In Romania, Noica ha fatto la parte del conquistatore: è per questo che la sua solitudine non è stata un’abdicazione, bensì un trionfo».

2 pensieri su ““Sei malattie dello spirito contemporaneo” di Constantin Noica”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...