Una regione, un popolo e il loro libro: “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte

di Andrea Carria

 

Nella primavera dello scorso anno le librerie toscane hanno conosciuto quella che non saprei come definire se non parlando di un’invasione in piena regola. Credetemi, in tutta la regione non era rimasta una sola libreria dove si potesse entrare senza notarlo al primo sguardo, nemmeno mezza in cui gli espositori non grondassero di sue copie, poche – pochissime – quelle che non avessero le vetrine tappezzate con la sua copertina azzurra, la stessa che si ritrovava in cartoleria e perfino sugli scaffali dei supermercati! Responsabile e protagonista di tale invasione era la nuova edizione di Maledetti toscani dello scrittore pratese Curzio Malaparte (1898-1957), ripubblicato da Adelphi nel marzo 2017.

Maledetti toscani: uno dei motivi principali della visibilità accordata a questo volumetto dai librai della mia regione è senz’altro il “maledetti” del titolo, una delle poche parole che un toscano accolga senza polemiche al pari di un complimento. Solo un vero toscano, infatti, si culla nella propria cattiva nomea ed esibisce come un trofeo il disprezzo che gli viene riservato:

«Ma quello di cui più godiamo, è veder come tutti, italiani e stranieri, si meravigliano del disprezzo col quale noi [toscani] li ripaghiamo del sospetto e dell’inimicizia loro. Che non è un disprezzo nato a caso, né da ripicco o vanità, né da orgoglio: ma un disprezzo sentito, e risentito, allegro, ragionatissimo, e antico. E basta guardare un toscano come cammina, per capire di che stoffa sia fatto il suo disprezzo».

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Per Malaparte i tratti distintivi che identificano il toscano rendendolo quello che è sono due: l’intelligenza e la libertà. Che sono sempre intelligenza e libertà. Infatti, sebbene in Toscana queste due parole valgano spesso come sinonimi, il loro ordine non può essere invertito. Scrive Malaparte: «La libertà è un fatto dell’intelligenza: ed è quella che dipende da questa, non l’intelligenza dalla libertà». C’è bisogno d’altro per comprendere perché i toscani suscitino invidia a destra e a manca, perché siano malvisti da tutti?

Da tutti, ma con qualche eccezione; neppure i toscani sono abbastanza odiosi da non accattivarsi la simpatia di qualcuno. Quella degli umbri, per esempio, che con i toscani, vuoi la vicinanza, hanno molto in comune:

«Se non ci fossero gli umbri al mondo, e specialmente i perugini, noi toscani saremmo un mucchio di disgraziati, di figli di nessuno: ci sentiremmo soli sulla terra, e con la peste addosso. Perché, se fra tutti i popoli italiani che ci odiano e son gelosi di noi, non ci fossero gli umbri a volerci bene, saremmo veramente gli orfani d’Italia».

Ma la realtà è veramente questa? Da toscano mezzosangue (e l’altra metà non può che essere umbra), mi permetto di dire che le cose sono un po’ più complesse. Senza scomodare la storia, le Tavole eugubine e le solite, inevitabili antipatie (come la proverbiale inimicizia fra aretini e perugini), se in generale è vero che per i toscani sia una fortuna poter contare sugli umbri, spesso e volentieri sono proprio i toscani i primi a dimenticarsi di dimostrare la propria riconoscenza a questi vicini dal «festoso e bizzoso umor di cane». “Quelli dello Stato de sotto”, “quelli battezzati col sale grosso” sono alcuni degli epiteti che la mia memoria conserva; ma, se ovviamente non c’è nulla di male ad aver fatto parte dello Stato Pontificio, qualcosina da ridire ci sarebbe invece sul tono sdegnoso, sprezzante e talvolta incline alla superbia a cui si abbinano tali frecciate (ma non ci si lasci ingannare: da parte loro, gli umbri sanno come rispondere e, certo, non sono tipi avvezzi a nascondere le proprie antipatie dietro larghi sorrisi).

Posso ipotizzare che dinamiche di questo tipo interessino principalmente zone di confine come la mia, dove è sufficiente una manciata di chilometri per immergersi in ambienti identitari, storici e dialettali del tutto estranei gli uni dagli altri (se non ci siete mai stati, vi invito a venire in Valtiberina e fare un giro fra Sansepolcro e Città di Castello, per capire di cosa parlo), tuttavia è proprio la preoccupazione di distinguersi che ritrovo nei discorsi dei miei conterranei una delle caratteristiche più rappresentative di questa realtà di frontiera, la quale conferisce alla propria toscanità un valore più importante di quanto non avvenga, per esempio, nel cuore della regione, dove a fare la differenza non è tanto l’essere o il non essere toscano, bensì il modo migliore in cui esprimerlo – se da senese o da fiorentino, oppure da pisano, aretino, pratese, lucchese e così via.

 

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Neanche a dirlo, ogni città si considera migliore delle altre, e spesso le sue qualità sono accresciute dalle sfortune delle rivali. Sono motivi di goduria vera, anche se a volte possono portare con sé spiacevoli ricadute. A mero titolo di esempio, ricordo come sulle spiagge della Versilia e di altre località della costa tirrenica c’è chi abbia da ridire sui toscani d’entroterra che lì vanno a trascorrere l’estate: che se ne restino sulle loro colline, se il mare non ce l’hanno! In casi come questi – innumerevoli – l’ingiuria è sempre a fior di labbra, ma solo in Toscana può succedere che un affronto diventi alta letteratura: «Botoli trova poi, venendo giuso, / ringhiosi più che non chiede lor possa / e da lor disdegnosa torce il muso»: così Dante agli aretini che, sdegnati dall’Arno in piega sicura verso Occidente, nel XIV canto del Purgatorio paragona ai più rabbiosi fra i cani!

Un campanilismo spicciolo, a volte scurrile, spesso chiassoso, quello fra le città toscane, di cui, come si è appena visto, si hanno attestazioni salaci fin dall’epoca dei comuni medievali. Ma non è quanto troviamo in Maledetti toscani, dove invece è apprezzabile la maestria di Malaparte nel tenersi lontano dai luoghi comuni a cui la descrizione delle milleuno faziosità interne alla Toscana avrebbe potuto facilmente condurlo. Gli elogi a Prato, la sua città natale, sono tanto sentiti quanto obbligati; obbligati, sì, ma solo nel senso che non potrebbe essere altrimenti. Per Malaparte non ci sono infatti dubbi: che il pratese sia il migliore fra i toscani è qualcosa in più di una questione d’orgoglio, è una realtà oggettivamente assodata con cui lo scrittore può giocare e sperimentare a suo piacimento. «Io son di Prato, e m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo», scrive senza mezzi termini. Eppure è proprio Malaparte il primo ad andare oltre il campanilismo per affidarsi all’ironia, alla dissimulazione, all’espressività linguistica e soprattutto a un grande senso dello stile letterario.

Le belle pagine sulla gentilezza dei senesi, sulle vie di Livorno, sulla pazzia dei fiorentini non sarebbero potute essere scritte da un uomo con un gusto letterario più modesto e una fede meno salda nella superiorità di Prato sulle altre città della Toscana: nel primo caso, avremmo avuto brani scialbi e privi di quell’afflato emotivo con cui certi passi di Maledetti toscani riescono a incantare il lettore; nel secondo, avremmo avuto questa emotività rivolta unicamente dalla parte di Prato e dei pratesi, e il libro non sarebbe stato altrettanto libero e fresco, giacché freschezza e libertà nello scrivere sono esattamente come la freschezza e la libertà che contraddistinguono i toscani: quella che deriva dalla consapevolezza di essere quel che si è, nel bene e nel male. Quindi, se davvero i toscani, come vuole Malaparte, sono più intelligenti degli altri popoli, la loro intelligenza sta tutta nell’aver capito l’inutilità di spacciarsi per qualcosa di diverso dal vero. Non si diventa «la cattiva coscienza d’Italia» a caso: prima bisogna imparare a essere schietti con se stessi, solo allora sarà possibile esserlo con il resto degli altri.

«Poiché ogni uomo, come ogni popolo, se non vuole addormentarsi sull’àdipe, e affogar nella retorica, ha bisogno di qualcun che gli dica in faccia quel che si merita, quel che tutti pensano di lui e nessuno osa dirgli, se non dietro la schiena e a voce bassa.»

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In chiusura, mi si conceda un’illazione. Prima di esporla, chiedo preventivamente scusa ai fiorentini, ai senesi, ai lucchesi, ai pistoiesie a tutti gli altri toscani: vi prego, non l’abbiate a male. L’illazione è la seguente: e se questo carattere così schietto, cifra stessa della toscanità, i toscani lo debbano proprio ai pratesi? E se Prato non fosse per la Toscana quello che la Toscana è per il resto dell’Italia, ossia la sua cattiva coscienza? Città che ha fondato la propria fortuna sull’operosità dei suoi cenciaioli, Prato – sostiene Malaparte – è l’unica a non vergognarsi delle proprie origini e che per la sua singolare vocazione artigiana sa cosa poi ne è di tutte le bandiere, le uniformi e le ricche vesti che fanno la Storia: finire accatastate in montagne polverose di stracci. Che vantaggio sapere cosa ne sarà della gloria e del potere quando in vita gli uomini non fanno altro che contenderseli, quale privilegio avere così tanta consapevolezza da potersi permettere di urlare ai re ammantati: «A Prato hai da finire»! Non ci sono gioie e libertà più grandi di conoscere quale sarà la propria fine per averla vista in anticipo nei panni degli altri.

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Da pratese, Malaparte doveva aver ben chiaro tutto ciò. Se non l’ha messo nero su bianco fra i motivi per i quali pratese è meglio di qualunque altra paternità, è soltanto – ritengo – per non agevolare gratuitamente nessuno (a Prato sanno da dove arrivano le fortune): a quel punto, tutti vorrebbero infatti diventar cenciaioli e il segreto di come vanno le cose al mondo andrebbe dilapidato. I pratesi, del resto, «son sempre vissuti a parte, a modo loro, e non han mai fatto parentela con i popoli vicini». Altresì sono beceri per natura, «il popolo più bécero che sia in Toscana, anzi in Italia», sicché ogni tanto qualcosa scappa detta pure a loro. “Meglio lontani che vicini!”: a voce alta, a Prato, qualcuno l’avrà pure pensato; se poi un suo compare col gusto per la rima abbia pure aggiunto: “Meglio lontani che vicini, meglio cinesi che fiorentini!” questo non lo so per davvero, ma anche se fosse è un’altra storia.

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