Hermann Broch e “I sonnambuli”

Di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Andrea Carria uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Non so perché, ma ogni volta che penso a Hermann Broch e alla sua trilogia I sonnambuli mi torna in mente questa citazione tratta dalle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo di Schiller: «L’artista è figlio del suo tempo, ma guai a lui se è anche il suo discepolo o peggio ancora il suo favorito».

Nato in una facoltosa famiglia delle borghesia viennese, Broch dedicò la prima parte della sua vita alla conduzione dell’azienda paterna facendosi epigono dello spirito affaristico che spirava sull’Europa del primo Novecento. Sposò una donna del suo stesso livello sociale dalla quale ebbe un figlio e, poco dopo il fallimento del matrimonio, decise di riprendere gli studi universitari seguendo corsi di matematica e filosofia. Ammiratore del lavoro di Freud, era così fiducioso riguardo al metodo psicanalitico che decise di farsi seguire da un analista. Contestualmente iniziò a scrivere e a collaborare con riviste letterarie. A quarantacinque anni esordì sulla scena letteraria con la trilogia I sonnambuli (1931), un romanzo complesso e innovativo. Benché il riconoscimento del pubblico stentasse ad arrivare, a Vienna Broch godeva già della stima di parecchi artisti che lo apprezzavano per la profondità del suo pensiero e per le sue qualità umane, tra i quali Robert Musil. Un duro colpo alla sua carriera giunse nel 1938: in quanto ebreo, l’Anschluss non solo spazzò via ogni sua aspirazione, ma mise a repentaglio la sua stessa incolumità. Venne arrestato e in carcere cominciò a scrivere La morte di Virgilio (1947), il secondo dei suoi capolavori. Ottenuta la liberazione, fu costretto a lasciare definitivamente l’Europa per l’America, dove conobbe altri esuli come lui (importante fu l’amicizia che strinse con Hannah Arendt nel 1946), continuando a scrivere e a studiare fino alla morte.

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Ma «figlio del suo tempo» Broch lo fu soprattutto dentro. «Per lui il nulla era di là del bene e del male» lo ha ricordato Elias Canetti nel Gioco degli occhi, «e il fatto che fin dal primo momento, fin dalla prima frase assumesse un atteggiamento responsabile e non se ne vergognasse, gli valse tutta la mia ammirazione». La «responsabilità» di Broch menzionata da Canetti è una faccia dello sconvolgimento interiore avvertito da molti intellettuali mitteleuropei durante il lungo crepuscolo dell’impero asburgico. In lui non c’era posto né per la nostalgia alla Joseph Roth, né per il nichilismo che poteva indurre a facili banchetti sulle macerie. Broch voleva capire e farsi carico con la ragione del malessere del suo tempo. Divenne scrittore, ma anche drammaturgo, critico letterario, filosofo. I sonnambuli stessi costituiscono qualcosa in più rispetto al comune romanzo. Sono un’opera originalissima e temeraria, al cui interno letteratura e filosofia si mescolano contendendosene l’anima. Ma sono pure un’opera problematica, densa, verbosa, aggrovigliata e a volte perfino noiosa. A dire il vero non saprei dire cos’è che di essa mi attragga di più, se siano le parti riuscite del suo sperimentalismo o se invece siano proprio quelle che mancano il bersaglio.

Uomini restii ad abbandonare le proprie certezze, i sonnambuli sono coloro che continuano a riporre una fede cieca nei valori che hanno guidato tutta la loro esistenza. Non si tratta di valori etici ma delle ultime ipostasi metafisiche (alla Disgregazione dei valori è dedicato il saggio filosofico contenuto nel terzo volume), i relitti alla deriva di una Weltanschauug ormai ripudiata e a cui i sonnambuli si aggrappano con più incoscienza che coraggio ogni volta che sono chiamati a scegliere o ad agire. Non lo fanno per mancanza di logica, ma perché non possono rassegnarsi all’idea che il mondo non ne possieda più alcuna; «solo l’insonne, nella sua chiaroveggenza, pensa davvero logicamente» si legge a un certo punto del romanzo. E ancora: «Nella dissoluzione di ogni forma, nel crepuscolo di una torpida incertezza sopra un mondo spettrale, l’uomo, come un bimbo smarrito, avanza a tentoni, tenendosi al filo di una qualche logica di corto respiro, attraverso un paese chimerico, che chiama realtà sebbene non sia per lui che un incubo». Da tempo convertito al cristianesimo, Broch identifica con l’uccisione della metafisica – operata dalla rivoluzione scientifica, dal positivismo, da Nietzsche e più recentemente dagli scienziati-filosofi del Circolo di Vienna – la causa di ogni disorientamento. I valori che si sgretolano e le vite di coloro che, come i sonnambuli, continuano ad agire come se la realtà fosse un’altra, sono solo la conseguenza più contingente di questo ineluttabile storicismo.

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Il romanzo si compone di tre storie distinte con un protagonista differente ciascuna (un militare, un contabile e un disertore); a sua volta, ogni protagonista è ispirato da un valore guida che compare nel titolo di ogni volume: Pasenow o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo. Tutte le storie si svolgono a distanza di quindici anni dalla precedente (1888, 1903, 1918), senza continuazioni di trame, vicende, personaggi. Solo nel terzo volume, Huguenau o il realismo, i fili vengono in parte ricongiunti recuperando i protagonisti degli altri due volumi. Declassati a personaggi, questi non ricordano niente delle loro precedenti trasfigurazioni, non vi accennano neppure con mezza parola, come se il Pasenow del primo volume e l’Esch del secondo appartenessero a due sogni terminati e completamente digeriti che, dopo un sonno lungo rispettivamente trenta e quindici anni, si ripresentano nel terzo del tutto immemori, conservando, come mero pungolo per il lettore, nient’altro che il nome.

A mio avviso l’originalità dell’opera di Broch non è data tanto dalla polifonia, dalla polistoricità, dall’alternanza menippea fra più stili letterari (romanzo, saggio, poesia e addirittura un esempio di sceneggiatura teatrale) e neppure dalla ridefinizione degli scopi della letteratura (il romanzo come strumento di conoscenza, «gnoseologico»); né tantomeno penso che tale originalità sia dovuta all’esposizione di idee inedite, per quanto non pensi neppure che il libro di Broch sia originale perché capace di farci «amare vecchie verità», come Vauvenargues avrebbe detto. Al contrario, gli elementi più originali di quest’opera, sui quali la letteratura dovrebbe soffermarsi per ridare respiro alla propria tensione innovatrice, sono due: da una parte gli spiazzanti sviluppi narrativi che Broch ha saputo discernere da quelle vecchie verità, dall’altra il tipo di nesso che unisce tre storie che, dal punto di vista della trama, potrebbero fare benissimo a meno l’una dell’altra.

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Il nesso che Broch individua è insolito, ma tutto sommato pure semplice. Non è narrativo né propriamente tematico e neppure psicologico. Io lo definirei un nesso attitudinale, in quanto il collegamento sta nelle attitudini che contraddistinguono ciascun protagonista nel ripetere certi comportamenti, nel prendere certe decisioni, nell’agire in un certo modo ogni volta che le circostanze lo richiedano. Ad accomunarli non sono tanto le attitudini in loro stesse – ciascun personaggio ha le proprie e fra loro nemmeno si somigliano – quanto l’incapacità di tradirle non tenendone conto. Niente superamento, niente scissione. Niente autoanalisi, niente hybris. Come durante la stagione delle grandi idee universali ricordata nella Disgregazione dei valori, non sono previsti colpi di teatro. Il dissidio è tutt’intorno, nel mondo e nella sua storia, ma preso in se stesso il sonnambulo di Hermann Broch è un proselita dell’ordo e un monolite della causalità.

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