Nel piccolo-grande mondo dell’Es: “Lo scrutatore d’anime” di Georg Groddeck

di Andrea Carria

 

Immaginatevi un uomo, un borghese ammodo, colto, rispettato, punto di riferimento per la sua famiglia, che per tutta la vita ha mantenuto una condotta irreprensibile. Ora, immaginatevi questo stesso uomo colpito dalla più radicale delle trasformazioni iniziare a comportarsi nella maniera più sconveniente possibile, facendo e dicendo tutto ciò che gli passa per la testa in barba a ogni ambiente, situazione o convenzione sociale. Bene, se siete riusciti a immaginarvi tutto questo, allora siete più che pronti per immergervi nella lettura di Lo scrutatore d’anime di Georg Groddeck (1866-1934), un romanzo del tutto diverso da quello che i suoi titolo e sottotitolo lascerebbero pensare.

Converrete infatti con me che il titolo completo del romanzo, Lo scrutatore di anime. Un romanzo psicoanalitico, suona abbastanza impegnativo, tanto che non sarebbe affatto sorprendente, per il lettore, scoprire che il taglio del libro sia quello del romanzo-saggio alla Hermann Broch o introspettivo come La coscienza di Zeno di Italo Svevo. E invece no, tutt’altro! Groddeck ha pensato il suo primo e unico romanzo in modo completamente differente, privilegiando altre caratteristiche rispetto a quelle più comuni del romanzo psicologico. Ma vediamole con ordine ripercorrendo le peripezie del protagonista August Müller o, per meglio dire, Thomas Weltlein.

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Il borghese rispettato e ammodo sopradescritto risponde al nome di August Müller, la cui unica estrosità consiste nel possedere quello che lui stesso ha ribattezzato Scrutatore d’anime: una silhouette appartenuta a Goethe che ritrae un uomo seduto su un globo intento a osservare con la lente d’ingrandimento la «zona cruciale» di un minuscolo nudo femminile che tiene sul palmo della mano.L’improbabile personaggio in cui si trasforma, invece, è Thomas Weltlein (“piccolo mondo”, in tedesco), un nome che il protagonista non si sceglie a caso:

«Nel passaggio della notte al nuovo giorno – spiega– mi sono trasformato in un uomo il cui nome sarà Thomas Weltlein, a significare che è stato concepito e partorito dal dubbio, che solo dà vita al mondo».

Causa scatenante di questa trasformazione sono le cimici che infestano la sua camera da letto. Cimici, sì, avete letto bene! August ingaggia una lotta serrata contro di loro al fine di liberarsene, ma l’avversario si dimostra ostinato e irriducibile al di là di ogni ragionevole previsione. Spossato dallo scontro, August si ammala di scarlattina ma, una volta guarito, si accorge che le cimici sono scomparse, distrutte da una forza segreta che inizia a definire«contagio interiore».

Per August – ormai diventato Thomas – si tratta di una rivelazione sconvolgente: il contagio interiore non è altro che l’Es, l’irrazionale che soggiace nella mente di ciascuno, una forza inebriante, istintuale e irrefrenabile che dispiega sotto un’altra luce la realtà delle cose e del mondo. Da quel momento, infatti, Thomas inizia a dare ascolto a questa forza e a comportarsi di conseguenza. Il risultato? Una serie fittissima di disavventure, equivoci, figuracce, discorsi sconclusionati e situazioni imbarazzanti che valgono al povero Thomas una nuova, irrevocabile diagnosi da parte di tutti i suoi amici e parenti: la pazzia.

Come pazzo, Thomas è uno di quelli dalla parlantina sciolta e dalle teorie sempre a portata di mano, anzi di labbra. Così, se prima August aveva il «dono di indurre le persone solitarie ad aprirsi a lui e di ascoltarle con attenzione», adesso Thomas è altrettanto abile nell’uso delle sue nuove capacità, o forse dovrei dire energie dialettiche. La logorrea con cui tramortisce tutti i suoi interlocutori è una conseguenza istantanea e democratica dell’aver fatto la sua conoscenza. Non c’è figura o autorità di fronte alla quale la sua lingua mostri un istante di esitazione, i pensieri gli passano dalla mente alle labbra senza filtri, col risultato che ogni situazione in cui rimane coinvolto degenera in un teatrino imbarazzante del quale è sia il burattino sia il burattinaio.

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In particolare, Weltlein è ossessionato dalla tematica sessuale. L’illuminazione che lo ha colpito gli ha mostrato che l’unico argomento di cui tutti evitano di parlare (il sesso) è in realtà un magma incandescente che bolle al di sotto della lucidità di ciascuno. E non solo questo: nella sua natura di principio che muove i fili del mondo, la sessualità si ritrova infatti codificata in tutte le cose, le quali possono essere ripartite secondo il genere maschile o femminile. Seguendo Thomas, il lettore si ritrova davanti a un variegato catalogo fatto di oggetti, azioni, costumi, colori, nomi in cui l’iniziato può facilmente riconoscere l’imitazione del coito fra l’uomo e la donna.

Davvero lo spazio in cui si muove Weltlein assomiglia a un piccolo mondo, a un teatrino dove ogni scena, ogni incontro fa parte di un copione che è il bavaglio di ogni spontaneità. Se vogliamo estendere il paragone, Thomas non è troppo distante da un Pinocchio che ha smarrito la propria coscienza o, per essere ancora più precisi, il proprio Super-io. In effetti, a chi altri somiglia Thomas quando se ne va in giro da solo combinando pasticci, facendo brutti incontri, cacciandosi nei guai se non a un bambino sfuggito alla custodia dei genitori? L’approccio apertamente materno che Agathe, la sorella, ha nei suoi confronti conferma questa interpretazione. Essa si ritiene responsabile del comportamento del fratello, lo rincorre da una città all’altra, cercando da un lato di ricondurlo alla ragione e dall’altro di salvaguardare le apparenze. Dal canto suo, Agathe si erge a paladina della morale borghese: i suoi modi repressivi, la sua mania di controllo su Thomas e sulla figlia Alwine, perfino i riferimenti all’igiene e alla biancheria intima sono tutte caratteristiche della moderna famiglia nucleare, dove, per dirla con Michel Foucault, si realizza«uno spazio di sorveglianza continua».*

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Medico e psicanalista con un metodo di ricerca personalissimo, Groddeck scrisse Lo scrutatore d’anime tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del XX secolo, ma, visti i contenuti, ebbe grandi difficoltà a trovare un editore. Il romanzo venne pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1921, e comunque soltanto grazie all’interessamento di Sigmund Freud, il quale ricambiava Groddeck con la stessa ammirazione e stima (fu da quest’ultimo che il padre della psicanalisi riprese e adottò il nome di Es per riferirsi all’inconscio). Leggendo questo libro oggi, le nostre coscienze smaliziate possono godersi il divertimento e l’ironia che caratterizzano lo stile del Groddeck romanziere, ma non per questo smettono di ignorare i suoi profondi significati. Primo fra tutti, credo io, la meraviglia con cui Thomas Weltlein prende coscienza della propria vita interiore. Nessuno lo fa, tutti si preoccupano solo di capire per poter poi provvedere, mentre Thomas verifica ciò che ha appreso lasciandolo agire:

«Noi siamo vissuti da forze che non conosciamo, blateriamo di libero arbitrio e con la nostra volontà non sappiamo neppure dirigere una crosta di pane; tutto accade senza che noi lo comprendiamo».

 

 

 

* M. Foucault, Gli anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Milano, Feltrinelli, 2017.