La riscossa irlandese, seconda parte: “La catena del destino” di Bram Stoker

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questa seconda parte della “riscossa irlandese” (la prima parte la trovate qui) voglio parlarvi di alcuni testi non molto noti eppure frutto della mente di uno dei fondatori (se non il fondatore) del genere horror: La catena del destino, una breve serie di racconti scritta dall’irlandese Bram Stoker.

C’è un lato negativo nel diventare famosi in tutto il mondo con un romanzo: il resto della produzione, non a caso definita “minore”, viene indiscriminatamente messa da parte. E così come si conoscono poco i saggi di Marcel Proust, allo stesso modo oggi non si parla mai dei racconti dell’autore di Dracula. Chiaramente, sarebbe sciocco da parte mia non dirlo o far presumere il contrario: la suspance, la tensione che si prova sfogliando le pagine e l’intreccio della trama del romanzo che tratta le vicissitudini del vampiro più famoso della storia non hanno nulla a che vedere, in qualità stilistica e letteraria, con quanto vi descriverò oggi; ma se è vero che abbiamo creato questo blog per far emergere le opere di nicchia e quelle dimenticate, è mio compito parlarvi di questi racconti.

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Questa antologia, pubblicata per la prima volta in Italia nel 2006, si presenta come una breve raccolta di cinque racconti: La catena del destinoIl sogno delle mani insanguinateLa sabbie di Crooken, La profezia della zingaraIl segreto dell’oro vivo. Ognuno di questi testi è indipendente dall’altro, ha personaggi che non si incontrano tra loro e percorrono strade separate. Ma allora il filo rosso che li collega qual è? L’incontro con il soprannaturale.

Le ambientazioni sono quelle tipiche del romanzo vittoriano, epoca che Stoker visse quasi per intero (nacque nel 1847 e morì nel 1912), e presentano una disposizione speculare: nel primo racconto vediamo Scarp, una grande dimora comprata da poco da Mr e Mrs Trevor e finemente restaurata, mentre nell’ultimo racconto andiamo a Brent’s Rock, vecchio castello ormai abbandonato a causa della disgrazia che si è scatenata sul rampollo della famiglia Brent. Nel secondo racconto ci troviamo in un cottage di campagna lontano da centro del villaggio, abitato da un uomo solo e tormentato da un terribile sogno che gli ricorda il crimine che ha commesso; mentre nel quarto anello della catena siamo in una casa accogliente ma sperduta, vicino a un campo dove stanziano degli zingari. Il racconto centrale, invece, colloca lo scenario esattamente al centro fra una casa di campagna, un vecchio castello e un deserto di sabbie mobili.

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Lo stile della narrazione ricorda per molti versi quello adottato da Sir Arthur Conan Doyle, il quale peraltro è stato contemporaneo di Stoker (Conan Doyle è nato nel 1859 ed è morto nel 1930). Trattandosi di novelle non ci sono intrecci della trama, ma il discorso scorre in maniera fluida, percorrendo il naturale corso degli eventi. Solo in alcuni casi incrociamo dei flashback che ci aiutano a comprendere le dinamiche dell’episodio. C’è anche da dire che questi racconti furono per la prima volta pubblicati nel 1885, e da allora la nostra sensibilità all’horror è notevolmente mutata: è azzardato dire che questi racconti “fanno paura“, tuttavia alcune scene presentano elementi che si fissano facilmente nella nostra immaginazione (come dei capelli biondi che crescono da una mattonella crepata). Se ci aggiungete poi che chi vi scrive è un fifone di prima categoria…

Ad ogni modo, tralasciando le mie umane debolezze, vi consiglio la lettura di questi racconti perché per prima cosa sono davvero godibili. Inoltre, se tra voi si annida qualche aspirante scrittore come noi, da La catena del destino potrete prendere validi spunti e imparare molto, specialmente per quel che riguarda le descrizioni dei luoghi e le sfumature della luce. Un piccolo volume da aggiungere alla vostra biblioteca, sono certo che troverete lo spazio!

Scrivere filosofia: l’esempio di Jean Améry

Di Andrea Carria

 

Quando il progetto di questo blog era ancora solo un’idea, la mia mente già fantastica sugli articoli che mi sarebbe piaciuto scrivere. Articoli di vario tipo, con un occhio di riguardo per quegli “autori ancora poco conosciuti o ad oggi dimenticati”: così volli scrivere nella lettera di presentazioni a te, o lettore. Quattro mesi dopo, alcuni di questi articoli li ho scritti e spero di poterne scrivere molti altri. Oggi spunterò una nuova voce dall’elenco dei miei propositi parlandoti di un autore a me molto caro, uno di quelli che, in riferimento ai natali del blog, trovo opportuno definire “della prima ora”.

Ho sentito parlare di Jean Améry per la prima volta in un corso su Primo Levi durante l’ultimo anno di università. Curioso e impaziente di conoscere già all’epoca, nel pot-pourri di storia, filosofia e letteratura che cucinavo durante gli anni della mia formazione universitaria, uno svago particolare consisteva nel collocare i nomi sconosciuti di intellettuali e scrittori che incontravo nei libri al giusto posto, implementando così il mio catalogo personale di storia della cultura occidentale degli ultimi due o tre secoli. Ecco perché quando il professore ci presentò Améry come filosofo rimasi colpito: non lo avevo mai sentito, eppure mi consideravo un tipo di buona memoria che in cinque anni di corsi di filosofia, per giunta, ne aveva seguiti! Tutto ciò era abbastanza perché cominciassi a interessarmi a lui, sebbene ancora non sapessi che la sua sarebbe stata una compagnia che mi avrebbe seguito silenziosamente negli anni.

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Oltre alla modestia del mio sapere, il motivo per il quale il nome di Améry mi giungeva nuovo era da cercare nella sua biografia, dove a loro volta sono racchiuse le ragioni del suo particolarissimo profilo di intellettuale e di scrittore. Nato a Vienna nel 1912 da genitori di origine ebraica, Améry – il cui vero nome era Hans Mayer – ricevette un’educazione laica che non si differenziava in nulla da quella dei suoi coetanei viennesi, tanto che – come è stato lui stesso a raccontare – la madre si recava talvolta a messa e in occasione del Natale, a casa, veniva addobbato l’albero. Successivamente, la formazione universitaria di tipo umanistico e la frequentazione degli ambienti del neopositivismo viennese rafforzarono la sua identità austriaca ed europea. Questa storia di integrazione perfettamente riuscita venne stroncata – o, per meglio dire, negata – dall’avvento di Hitler: all’indomani dell’Anschluss (1938), Améry abbandonò il proprio paese rifugiandosi in Belgio, dove in seguito avrebbe aderito a una formazione della locale Resistenza. Catturato dai nazisti e torturato, in quanto ebreo nel 1943 Améry mise piede ad Auschwitz; prima di allora non aveva mai sentito nemmeno parlare di lingua yiddish, che invece scoprì essere la lingua più parlata nel campo, seconda solo al tedesco. A guerra finita, Améry si stabilì a Bruxelles e, nel suo rifiuto per la Germania, rimpiazzò la cultura tedesca con quella francese, adottando il nuovo nome (Améry è l’anagramma di Mayer, mentre Jean è la versione francese di Hans). In maniera non dissimile da altri sopravvissuti, che per deferenza, voglia di dimenticare o paura di non essere creduti preferirono tacere, Améry evitò per anni di raccontare la propria esperienza nel Lager. L’occasione giusta gli si presentò nel 1964, quando scrisse un saggio che avrebbe dovuto essere letto durante una trasmissione radiofonica. La scrittura risvegliò qualcosa in lui e a quel saggio seguirono altre pagine; è così che nacque il più famoso dei suoi libri, Intellettuale a Auschwitz. Per Améry fu come spezzare un tabù: da quel momento la sua produzione letteraria conobbe un’impennata e la conoscenza acquisita durante quell’esperienza disumana – ora anche rielaborata concettualmente – finì per influenzare in modo determinante il tenore di tutti i suoi scritti successivi.

Pur cimentandosi con vari generi letterari, è come autore di saggi che Améry trovò la propria dimensione di scrittore. Dopo Intellettuale a Auschwitz, che nella sua veste di saggio autobiografico rappresenta uno dei testi più originali della letteratura sulla Shoah, Améry scrisse in particolare due volumetti di una certa rilevanza. Il primo, Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare (1968), è un saggio che Améry dedica al fenomeno dell’invecchiamento, indagandolo sotto molteplici punti di vista. L’individuo che invecchia, denominato A, assume svariate identità (un uomo, una donna, uno scrittore famoso, un personaggio letterario, l’autore stesso), e ciascuna di esse è la più funzionale per il tipo di analisi che Améry svolge in ogni capitolo: l’invecchiamento sociale, culturale, quello che passa attraverso lo sguardo degli altri e così via. Il secondo saggio, Levar la mano su di sé (1976), affronta invece il delicatissimo tema del suicidio (al quale Améry preferisce l’espressione “morte libera”, Freitod), descrivendone una prospettiva ancora più personale perché letta attraverso il suo primo tentativo – fallito – di darsi la morte, risalente ad appena due anni prima. Questi tre saggi – tutti disponibili in italiano – sono testi fra loro indipendenti e allo stesso tempo relati; sarebbe esagerato affermare che i successivi nascono dai precedenti come una loro prosecuzione, tuttavia c’è da scommettere che Améry non avrebbe respinto l’idea e che forse avrebbe dato pure il proprio consenso all’espressione «trilogia della vita offesa» con cui Pier Paolo Portinaro ha definito il corpus di testi più importante della sua opera.

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Venendo all’apporto dato dalla sua attività speculativa, c’è da dire che il pensiero di Améry è più personale che originale. Améry, per usare le parole di Giuia Risari, «non è un grande pensatore»; le sue basi teoretiche, così come quelle del suo lessico, sono debitrici delle filosofie di Sartre, Beauvoir, Jankélévitch, Gorz, e ancora di più delle sue basi lo sono i suoi approdi filosofici, i quali rielaborano in chiave personale idee e concezioni già illustrate da altri. D’altro canto, è sempre a questo “personalismo” che si devono le sue intuizioni più originali. Dei tre saggi sopra ricordati, Levar la mano su di sé è senz’altro quello che dice qualcosa di nuovo in più sulla morte libera, e il sospetto che il tentato suicidio del 1974 – poi ripetuto (e perfezionato) nel 1978 – ne costituisca la ragione primaria è difficile da dissipare.

Quanto detto non vuole andare a detrimento dell’opera di Jean Améry, un autore che, sebbene per molti oggi sia da (ri)scoprire, quand’era all’apice della sua attività di pubblicista riuscì ad assicurarsi una nicchia di mercato a dispetto delle proprie autolimitazioni (come scrittore in lingua tedesca, vietò infatti che i suoi libri venissero diffusi in Germania), realizzandosi come uno degli ultimi liberi pensatori in grado – a prescindere dai risultati più o meno originali a cui giunse – non tanto di fare, quanto di scrivere filosofia fuori da ogni università e accademia.

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Mentre Primo Levi divenne scrittore in seguito al Lager – come egli stesso ebbe più volte modo di ricordare – Améry entrò ad Auschwitz già come autore di un romanzo – Die Schiffbrüchigen (I naufraghi) – che era stato portato, senza successo, all’attenzione di Robert Musil. Améry, quindi, coltivava ambizioni letterarie di vecchia data che il nazismo falciò nel momento del loro germogliare. Il ritardo con cui si affacciò sulla scena letteraria del Dopoguerra è una fioritura tardiva – senile – di una vita e di una carriera che sarebbero potute andare diversamente. L’attenzione che da scrittore ha sempre riservato agli offesi, agli ultimi – visibile anche nel romanzo-saggio Charles Bovary, medico di campagna. Ritratto di un uomo semplice (1978) – potrebbe quindi venire interpretato come un effetto collaterale dell’essersi considerato per tutta la vita uno scrittore derubato del suo momento. Come scrisse in Rivolta e rassegnazione, saggio pubblicato per una coincidenza significativa nel 1968, anno simbolo delle rivendicazioni giovanili:

«Nella vita di ogni essere umano esiste un punto del tempo, o se vogliamo usare la più precisa terminologia matematica, l’intorno di un punto, in cui egli scopre di essere solo ciò che è. D’un tratto si rende conto che il mondo non gli fa più credito di un futuro, non accetta più di considerarlo per ciò che potrebbe essere. All’immagine che si fa di lui, la società non sovrappone più le possibilità che egli credeva gli fossero ancora concesse. Egli scopre di essere – non per giudizio proprio, ma come immagine speculare dello sguardo degli altri, che ben presto tuttavia egli interiorizza – un individuo senza possibilità».

Senza possibilità. A cinquantasei anni, è così che Améry doveva vedere il proprio futuro, è così che doveva ripensare il proprio passato. Il risentimento, categoria filosofica a cui Giuia Risari ascrive una parte importante dei suoi contributi teorici,* è anche risentimento per essere stato privato del suo spazio («Essere giovani – si legge ancora in Rivolta e rassegnazione – equivale a gettare il proprio corpo nel tempo, che non è tempo bensì vita, mondo, spazio»). Non gli restava altro che il presente, un presente che era la somma – questa volta sì – dei suoi passati: sopravvissuto, testimone, apolide, «non-non ebreo», uomo che invecchia e, da ultimo, autore di saggi amari e sconfortanti.

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La Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna

È questo rivolo del più grande fiume del risentimento verso le ingiustizie patite – io credo – a spiegare l’angustia che lo stile e la lingua di Jean Améry mi comunicano ogni volta: l’angustia, la reverenza, l’asperità tipiche di chi non ammette repliche perché è l’ultimo a parlare. Ed è sempre questo il motivo per il quale trovo così difficile polemizzare con Améry, proprio con lui che, nei suoi scritti, ha sempre dato l’impressione di non essere d’accordo con nessuno, anche quando non era quello il suo intento o, magari, stava fraternizzando. Nemmeno con Sartre, la cui filosofia rimase per lui un punto di riferimento fino all’ultimo, con Thomas Mann o con l’amatissimo Proust, di cui, ci tiene a precisare con una punta di vanità filologica, la pronuncia esatta nel dipartimento di origine è «Prū».

Améry teneva alla sua posizione di intellettuale. Si ricorderà il suo esordio letterario, dedicato alla descrizione dell’esperienza degli intellettuali nel Lager. La controversa definizione di intellettuale da lui proposta, che lo identificava con l’umanista a scapito degli altri saperi, ispirò la replica di Primo Levi che, nei Sommersi e i salvati (1986), rivendicò lo status di intellettuale anche per i professionisti e gli uomini di scienza come lui. In quel primo saggio, Améry diede anche un’altra definizione, quella di homo ludens, l’uomo libero, ignaro del male, che gioca e si diverte con le finezze del pensiero astratto. Il Lager era il luogo dell’annullamento dell’essere umano, in generale, e dell’homo ludens, in particolare: «l’uomo dello spirito» che fuori di lì si balocca con le proprie speculazioni, là dentro valeva meno di tutti gli altri. E Améry lo ha provato sulla propria pelle perché era uno di quegli uomini.

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Da Auschwitz lo spirito metafisico di Améry uscì irriso e umiliato, ma anche mutilato e abbruttito. Non potendo rinunciarvi in virtù di un razionalità proterva, uno degli ultimi, nobili presidi dello spirito illuminista, in seguito egli indirizzò la propria indagine filosofica verso questioni più concrete e stringenti, spesso trascurate dalle filosofie accademiche. Il suo sforzo – notevole anche nel mantenersi aggiornato – di scrivere filosofia senza pretendere di farne una, o comunque di usarne abbondantemente il lessico, ha posto dei limiti alla ricezione dei suoi testi, il cui pubblico naturale, composto da lettori colti e studenti universitari curiosi, non è destinato a exploit demografici – o almeno non nell’immediato.

 

 

 

* G. Risari, Jean Améry. Il risentimento come morale, Castelvecchi, Roma 2016.

La riscossa irlandese, prima parte: “Dubliners 100” a cura di Thomas Morris

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se vi dicessi, in sequenza, parole apparentemente senza ordine logico quali:

Le sorelle

Un incontro

Arabia

Eveline

Dopo la corsa

Due cavalieri

La pensione

Una piccola nube

Contropartita

Cenere

Un fatto doloroso

Il giorno dell’edera nella sede del comitato

Una madre

Grazia

I morti

Pensereste a un gioco di logica oppure, da bravi ed eruditi lettori quali so voi siete, comincereste a parlare di flussi di coscienza e di pinte di birra? Sicuramente la seconda, bravi! Questo, infatti, altro non è che uno degli indici più famosi della storia della letteratura contemporanea: sono i quindici racconti che costituiscono Gente di Dublino o, per gli anglofili come il sottoscritto, Dubliners, di James Joyce, celebre autore dell’Ulisse.

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Tuttavia oggi non vi parlo della raccolta di racconti pubblicata nel 1914, ma di quella del tutto inedita pubblicata esattamente un secolo dopo e col titolo di Dubliners 100 che potrei tradurre con Gente di Dublino – cent’anni dopo. Questo infatti è il titolo che il curatore del volume, Thomas Morris, ha deciso di dare al suo progetto editoriale per celebrare uno tra i più famosi autori irlandesi.

Per i puristi, tra voi, che storcono il naso, metto le mani avanti riportando le parole dello stesso Morris che nell’introduzione ha scritto:

«L’idea era semplice: quindici autori irlandesi contemporanei che “facciano la cover” delle quindici storie originali di “Gente di Dublino” per segnare il centenario della raccolta. […] Stavo pensando a questo quando ho sentito la versione dell’Hallelujah di Jeff Buckley da un cantante di strada di Grafton Street – questa stessa una cover trascendentale della canzone di Leonard Cohen»

In queste poche righe che vi ho riportato ci sono due elementi importanti per contestualizzare questa versione, per altro bellissima, di Gente di Dublino: la prima è che gli autori che collaborano alla realizzazione di questo volume sono irlandesi. Morris, come scrive nell’introduzione, è gallese e ha conosciuto l’Irlanda sono quando è andato all’università. Lì ha avuto conferma, suo malgrado, di quanto sostenevano i suoi colleghi universitari: non si può comprendere fino in fondo Gente di Dublino se non si è di Dublino. Perché questa separazione, questo limite letterario ma anche antropologico, quasi dinastico? La risposta sta nelle realtà più autentiche che Joyce tratteggia nei quindici racconti, realtà che appartengono a un cosmo domestico, sociale e, perché no, politico, di chi è cresciuto nell’aria della capitale d’Irlanda. Il secondo punto, poi, è quello della redazione del testo: non nuove storie, o storie vecchie con finali diversi, bensì riadattamenti: delle vere e proprie cover musicali.

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All’interno del volume quindi si ritrovano elementi già presenti nella versione joyciana e che, posso solo presumere in quanto lettore non dublinese, formano la realtà quotidiana anche della Dublino di oggi: piccoli negozi, strade costeggiate da palazzi di mattoni. Contemporaneamente a questo però stanno gli elementi preziosi che gli autori contemporanei hanno voluto inserire e che rimandano a una dimensione molto più vasta e prettamente europea: mi riferisco innanzitutto ai non-luoghi, spazi di passaggio privi di storia, relazioni sociali e confronto fra chi li attraversa e lo spazio stesso. Ce ne sono diversi in questa raccolta e denunciano lo spaesamento sia antropologico (individuato per primo da Marc Augé), sia interiore subìto da tutte le persone che vivono in spazi, a mio personalissimo avviso, che non consentono di instaurare relazioni sociali.

In secondo luogo si trova, in alcuni racconti come Dopo la corsa e Cenere, un particolare tipo di personaggio che in tempi ormai remoti mi è venuto in mente di definire “personaggio-occhio”, ovvero un ben determinato tipo di personaggio che non agisce in nessun modo all’interno dell’azione ma che la vede senza poter fare nulla; il che è molto diverso dal puro e semplice osservare.

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Chiude la serie di questo interessantissimo prodotto della letteratura europea contemporanea quello che, nella versione di Joyce, appare come il climax letterario: I morti. Interpretato, in questa nuova versione del 2014, in chiave distopica e che conclude un’intera catena di racconti dove il trauma è sempre rappresentato da un punto di vista maggiormente drammatico: un’epifania tragica, la perdita di un amico, la profonda delusione per il mondo che ci circonda.

Consiglio vivamente la lettura di Dubliners 100 se volete avere uno sguardo in più sulla letteratura contemporanea, ri-scoprire un vecchio classico europeo e, soprattutto, fare un viaggio interiore all’interno di una delle capitali d’Europa, ma dal punto di vista di chi lì è nato.

“Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell: il simbolo dietro un difficile compromesso

Di Andrea Carria

 

Il primo libro di George Orwell che ho letto è stato 1984. Credo sia così un po’ per tutti: si parte da 1984, si continua con La fattoria degli animali, se si è abbastanza curiosi si arriva a Omaggio alla Catalogna, al massimo si prosegue con qualcuno dei suoi numerosi saggi e articoli, ma più in là di così, in genere, non ci si spinge. Che in realtà, poi, è un andare a ritroso, poiché 1984, il romanzo che fa tutt’uno col suo nome, è stato l’ultimo libro di Orwell, pubblicato nel 1949, appena un anno prima dalla sua morte, mentre gli altri due che ho citato risalgono rispettivamente al 1945 e al 1938.

In larga parte ignorata dal pubblico italiano è il resto della sua produzione letteraria, tutta quanta antecedente e compresa fra l’inizio degli anni Trenta, con la pubblicazione dei primi scritti, e la partenza come volontario per la Guerra civile spagnola (dicembre 1936-maggio 1937), un’esperienza che per Orwell segnerà il punto d’incontro decisivo fra la sua attività di scrittore e il coinvolgimento politico. Coinvolgimento che, in realtà, era presente anche nei romanzi della prima fase.

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Ne è un esempio Fiorirà l’aspidistra (nel 2016 ripubblicato da Mondadori nella collana “Oscar moderni”, trad. di G. Monicelli), romanzo del 1936 dove Orwell, come nei suoi lavori giovanili ambientati nelle colonie inglesi del Sudest asiatico, modella la narrazione sulla propria biografia. A quel tempo lavorava come commesso in una libreria, dove lo colpì «la scarsità di persone che veramente si interessano ai libri». Orwell ricorda questa esperienza nel primo capitolo del libro e nell’articolo coevo, appena citato, Ricordi di libreria,* il quale potrebbe essere utile leggere come approfondimento.** Protagonista del romanzo è un trentenne spiantato – un libraio, appunto – che, in nome di astrusi princìpi politico-economici, rifiuta il «buon posto» che gli assicurerebbe una vita dignitosa, accontentandosi invece di lavori sottopagati. Gordon Comstock – questo il suo nome – sa perfettamente che è il denaro a muovere le ruote del mondo e che non averne significa una serie infinita di problemi: dai più immediati inerenti il vitto e l’alloggio, ai secondari, come l’impossibilità di passare ogni fine settimana con la propria fidanzata o di dedicarsi alla poesia, sua unica vera passione. Grande rimpianto di Gordon è di non poter vivere dei frutti del proprio lavoro di scrittore: la sera, dopo aver chiuso la libreria e consumato una cena frugale, è quasi impossibile per lui ritirarsi nella sua stanza e comporre versi accettabili, tanto che il poema a cui sta lavorando giace incompiuto sul tavolo da tempo, e ha tutta l’aria di rimanerci:

«Piaceri londinesi era intitolato. Era un progetto molto vasto e ambizioso, il genere di lavoro che può essere intrapreso soltanto da chi abbia tempo libero a iosa, Gordon non ci aveva pensato, iniziando il poema; ma ci stava pensando ora, comunque. Come lo aveva cominciato a cuor leggero, due anni prima! Quando aveva rinunciato a ogni cosa ed era disceso nella fanghiglia della povertà, la concezione di quel poema era stata almeno una parte del suo motivo. Si era sentito così certo allora di essere all’altezza del compito. Ma in un modo o nell’altro, fin quasi dal principio, Piaceri londinesi era andato male. Era una cosa troppo grande per lui, questa era la verità. Il poema non era mai andato avanti, si era semplicemente frantumato in una serie di frammenti. E dopo due anni di lavoro, ecco tutto quello che aveva da mostrare: solo frammenti, incompleti in se stessi e impossibili da connettere fra loro».

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In passato, Gordon ha avuto diverse opportunità di fare carriera e sistemarsi, ma ogni volta ha fatto un passo indietro, lasciando sgomenti parenti, amici e gli stessi datori di lavoro per la disinvoltura con cui, dal loro punto di vista, egli stesse prendendo a calci la fortuna. Ma la visione di Gordon ha ben poco da condividere con quella che ispira le scelte e i percorsi della maggioranza delle persone. Lui, alla schiavitù del denaro, ha preferito il disagio, lo stomaco vuoto, i vestiti sdruciti; ha preferito una vita precaria e piena di rinunce, ma che non alimentasse il circolo vizioso del capitalismo; ha scelto di guadagnarsi da vivere con l’unica cosa che davvero lo appassiona – i libri –, e se non dovesse riuscire a mantenersi con le sue poesie, sarà comunque sempre meglio fare il libraio che vendere menzogne inventando slogan per i cartelloni pubblicitari.

L’opposizione di Gordon al capitalismo potrebbe essere facilmente scambiata per una battaglia politica d’ispirazione socialista, e di certo avverrebbe se non fosse lo stesso Gordon a ribadire ripetutamente la propria diffidenza verso il socialismo, Marx e tutti quelli che, come il suo amico Ravelston, si dichiarano dalla parte dei poveri senza esserlo. Al contrario, l’origine della sua animosità nei confronti del sistema socio-economico dominante risale alla gioventù, quando

«ciò di cui si rese conto, e sempre più chiaramente col passare del tempo, fu che il culto del denaro è stato elevato a religione. Forse è la sola vera religione – la sola religione veramente sentita – che ci sia rimasta. Il denaro è ormai ciò che Dio era un tempo. Bene o male non hanno più significato se non nel senso di successo o fallimento».

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Più che lo strenuo difensore di un ideale, Gordon è un individuo ispirato dal risentimento: il risentimento del debole che dapprima svilisce e poi addita ciò a cui non può arrivare. Rifiutando di conformarsi, Gordon non solo nega il valore del «buon posto», ma estende il proprio disprezzo alla società borghese e ai suoi princìpi, decidendo coscientemente di non aderirvi. Simbolo della borghesia e bersaglio di questo risentimento sono, per Gordon, le aspidistre che adornano appartamenti e finestre di ogni bravo londinese smanioso di arrivare. Pure nella sua stanza ce n’è una, ed è contro questa che, da perfetto uomo del risentimento, Gordon mette in pratica le sue piccole e bieche vendette.

«Gettando via il fiammifero, Gordon posò lo sguardo sull’aspidistra nel vaso verde. Era un esemplare particolarmente patito. Aveva soltanto sette foglie e non sembrava mai capace di metterne di nuove. Gordon aveva una specie di segreta contesa con l’aspidistra. Più d’una volta aveva tentato di ucciderla; lasciandola morire di sete, schiacciando mozziconi di sigaretta accesa contro il fusto, mescolando perfino del sale alla terra del vaso».

Se però esiste una realtà specifica del risentimento, questa è la sua incapacità di condurre a qualcosa di concreto. «Ma le tremende creature [le aspidistre] sono praticamente immortali. In quasi tutte le circostanze possono conservare una forma d’esistenza languente e ammalazzata»: è questa consapevolezza, condivisa sia da Orwell sia da Gordon, che il titolo del libro sottintende: l’aspidistra fiorirà, ma il suo fiorire non rappresenterà la vittoria dell’individuo sul sistema (in questo caso, la realizzazione di Gordon come poeta), bensì – contrariamente al romanzo di formazione classico – la vittoria del sistema sull’individuo, la cui resa è causata da forze che nessuna Bildung è in grado di sopraffare.

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Fortunatamente, per Orwell, le cose sono andate meglio che al suo personaggio, e la scrittura è diventata il suo unico mestiere. Con Fiorirà l’aspidistra siamo ancora lontani dal successo che investirà Orwell nel decennio successivo, tuttavia si può dire che a trentatré anni il futuro autore di 1984 si fosse finalmente messo sulla strada giusta. Il romanzo che ho preso in esame oggi non regge il confronto con le sue opere maggiori né dal punto di vista tematico, dove alcuni critici ravvisano un eccesso di autobiografismo, né da quello stilistico, con la presenza di scene poco significative che, a mio giudizio, difettano di una cattiva economia di parole. Critiche a parte, Fiorirà l’aspidistra rimane comunque un libro importante della produzione orwelliana, innanzitutto perché collocato in una data spartiacque: «Ogni riga di serio lavoro che ho scritto a partire dal 1936 – spiega Orwell nel saggio Perché scrivo*** – è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico come io lo intendo».

Dalla Guerra civile spagnola Orwell torna cambiato, diverso. Come scrittore, reagirà ai mille bavagli che la politica e la società mettono alla libera informazione trovando nuovi modi per raccontare e denunciare. La satira politica e la distopia ricompensano il suo impegno aprendogli le porte del successo. La storia recente parodiata da animali fin troppo antropomorfizzati, un futuro catastrofico sul quale attaccare una data di scadenza: il nuovo modo di dire la verità piace, Orwell non è mai stato tanto apprezzato come scrittore e preso sul serio come ammonitore.

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La realtà non si decide, è: possono variare solo le modalità e l’efficacia della sua comunicazione. Per questo, a volte un simbolo può centrare il bersaglio meglio di un fatto, passare le dogane interne ed esterne con maggiore facilità e rappresentare, in una parola, il compromesso che si stava cercando. Si tratta ad ogni modo di un gioco complesso, dove allo scrittore vengono richieste integrità e intelligenza:

«Egli potrà distorcere e parodizzare la realtà allo scopo di rendere più chiaro il senso, ma non può contraffare il proprio paesaggio mentale, non può affermare con convinzione che ama ciò che non gli piace o che crede in cose alle quali non crede».****

Fra simbolo e realtà esiste infatti un legame fortissimo che non può venire spezzato senza compromettere l’intelligibilità dell’uno e dell’altro. Come le aspidistre e le case che abbelliscono: sono un simbolo fintanto che campeggiano nel modo giusto, sul davanzale giusto, il quale sarà a sua volta riconoscibile come tale solo se avrà la sua brava ciocca di foglie verdi tirate a lucido dietro a vetri decorati di pizzo.

 

 

 

* Bookshop Memories (1936), trad. it di E. Giachino.

** Il romanzo La figlia del reverendo (1935) è un altro luogo della produzione letteraria orwelliana in cui lo scrittore rievoca quel particolare periodo della sua vita.

*** Why I Write (1946), trad. it. di G. Monicelli.

**** The prevention of Literature (1945-46), trad. it. di G. Monicelli.

La saga dei Cazalet, volume IV: “Allontanarsi” di Elizabeth J. Howard

Di Gian Luca Nicoletta

 

Non so voi, ma quando realizzo che sto giungendo alla fine di una saga di romanzi comincio a soffrire di una nostalgia prematura: i libri che ho letto e i personaggi che ho conosciuto già iniziano a mancarmi ancor prima di arrivare alla fine dell’intera serie. La mia “sindrome del lettore nostalgico” si è ripresentata anche stavolta, puntuale come Lurch della famiglia Addams quando suona il gong della porta, col suo vassoio carico di lacrime… per me.

Ebbene sì, lo confesso: quando i personaggi che ho imparato ad amare crescono, si sposano, invecchiano, insomma vivono e io assisto al loro fiorire tragico e romantico a un tempo, beh io mi sento come osservassi un caro amico partire verso una mèta che non posso raggiungere e mi dispero in scene madri degne della Scala di Milano. Così mi sono sentito leggendo Allontanarsi, il quarto e penultimo(!) volume della saga dei Cazalet.

 

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Sono emozioni contrastanti quelle ispirate da questo volume: innanzitutto siamo fuori dalla guerra, e la storia si sviluppa a cavallo tra il 1946 e il 1947. Dunque c’è gioia perché finalmente le vite di tutti possono riprendere a scorrere, ma anche molta tristezza per coloro che non possono farlo perché, dal fronte, non sono mai tornati.

C’era attesa, titolo del secondo volume, attesa per il benessere, per il nuovo mondo, mentre ora c’è molta delusione perché nulla delle grandi migliorie tanto attese è mai arrivata: i razionamenti di cibo e materiali continuano; la classe politica, dopo il turbolento passaggio di Churchill a leader dell’opposizione, è tornata identica a sé stessa e, come se non bastasse, l’Impero si sfalda cominciando a perdere le proprie colonie.

In un contesto del genere riprendono le vite dei nostri cari Cazalet. Le vite che non sono state sconvolte da avvenimenti bellici sono comunque sconquassate da eventi familiari: un matrimonio che scricchiolava da tempo collassa definitivamente sotto il peso dei propri silenzi, mentre una giovane e innamoratissima coppia, Polly e Gerald, inizia una vita che si prospetta avventurosa dentro un grande e vecchio maniero che aspetta solo di tornare a vivere. 

Proprio così, Polly si sposa, Polly è diventata un’adulta, lo avreste mai creduto? E oltre a lei rimarrete affascinati dalle profonde trasformazioni che hanno colpito la geniale e tormentata Clary, così come suo fratello Neville che tentenna fra la fine dell’adolescenza e alcuni strascichi di infanzia (o infantilismo).

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Louis e Edwina Mountbatten, ultimi governatori d’India prima della decolonizzazione. Fonte: blog.indiahicks.com

Rimane strabiliante il modo con cui Howard riesce a cogliere le piccole trasformazioni dei personaggi, distribuendole a suo piacere a volte col contagocce, a volte in abbondanti secchiate, sino a farci rendere conto d’un colpo che i bambini sono diventati adulti, che gli adulti invecchiano, che i vecchi… smettono di essere. Il titolo del libro ben riassume il rito di passaggio che tutti i personaggi devono, in un modo o nell’altro, affrontare: allontanarsi. Ci si allontana da un’amica cara, ci si allontana perché si va a vivere altrove, ci si allontana dal proprio marito, vuoi per un divorzio, vuoi per la morte. Ma è anche vero che ci si allontana da una vita che non ci piace, o che credevamo ci piacesse, oppure ci si allontana nel tentativo di rivendicare la propria esistenza rendendosi conto, alla fine e guardando da lontano cosa si è lasciato, che avevamo sottostimato tutto quello che componeva la nostra vita, senza vederne la reale ricchezza.

Il libro si chiude con una speranza, tuttavia: l’allontanamento che nel corso di queste pagine si presenta con così tante e varie sfaccettature, ce ne mostra anche alcune molto positive e che ci permettono di guadagnare una possibilità per tornare a fiorire, a differenza di tanti altri che non ne hanno avuto la possibilità. Affrontare la realtà e prendere quel che ci spetta, non temere il mondo ma anzi, accettare la sfida che ci viene lasciata in eredità il giorno della nostra nascita e riuscire a rendere la nostra esistenza piena, “autenticamente felice” (cit.)

Le chimiche alchimie di Primo Levi

di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Andrea Carria uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Primo Levi aveva preso talmente sul serio il proprio mestiere di chimico da sentire il bisogno di riconnetterlo al suo passato più antico e nebuloso. In un capitolo del Sistema periodico, la sua autobiografia chimica, lamentandosi che la letteratura sia piena di tanti tipi di storie ma che nessuna abbia mai raccontato quella di un chimico, definisce se stesso e i propri colleghi «trasmutatori di materia». Levi è uno scrittore molto attento alla scelta delle parole, sa bene che fra tutti i verbi a disposizione trasmutare è quello dalle attestazioni più particolari, le quali affondano in tempi remoti. Il passato che richiama con questa espressione risponde al nome esotico di alchimia, e venne scritto per la maggior parte in luoghi oscuri e ambigui da personaggi, gli alchimisti, la cui pessima fama valse loro un posto nell’Inferno dantesco presso la bolgia dei falsari.

Nei suoi scritti chimici Primo Levi si riferisce alla concezione più ordinaria dell’alchimia, risalente a quando studiosi e scienziati credevano ancora di poterla etichettare come una proto-chimica che per millenni aveva operato sulla materia attraverso esperimenti sostanzialmente privi di metodo, frutto di intuizioni fortunose e discontinue. Un altro pregiudizio piuttosto diffuso consisteva nel distinguere fra un’alchimia artigiana e un’alchimia esoterica, considerando la prima come una disciplina sperimentale e operativa, interessata – come la chimica di oggi – a risultati concreti, a discapito di tutti quei contenuti mistici, religiosi e filosofici che invece erano attribuiti preminentemente alla seconda. Ormai da qualche decennio questa distinzione è stata definitivamente superata grazie a studi più rigorosi che sono riusciti a dimostrare come l’alchimia occidentale (le cui origini vanno ricercate nella scuola di Alessandria d’Egitto) fosse invece una pratica unitaria, dove la componente artigiana non poteva prescindere da quella esoterica e viceversa.

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The Alchemist di Sir William Fettes Douglas, XIX secolo

Nella sua veste di scrittore, Primo Levi non sfuggì alla distorsione che voleva l’alchimia divisa in due tronconi, e così nelle sue opere essa si affaccia ora come una pratica essenzialmente terrena e che persegue fini concreti, ora come una disciplina spiritualistica collegata a un mondo altro, più elevato, presente nei suoi racconti d’invenzione. Più raro, invece, è incontrare quella visione unitaria che studiosi come Mircea Eliade rivendicano quale autentica raison d’être dell’alchimia.

Tranne i racconti dichiaratamente alchemici Piombo e Mercurio (contenuti entrambi nel Sistema periodico), i riferimenti all’alchimia nell’opera di Primo Levi sono fugaci e inattesi. Sono però in numero sufficiente per non ritenerli puramente accidentali. Mancando tuttavia prove più concrete (come, per esempio, l’esatta composizione della biblioteca dello scrittore, nonché studi specifici sull’argomento), le interpretazioni qui avanzate devono necessariamente rimanere dentro il perimetro delle ipotesi.

Una fonte privilegiata per lo studio del tema alchemico in Levi è sicuramente Il sistema periodico, pubblicato da Einaudi nel 1975. Libro sulla chimica scritto da un chimico per un pubblico di non chimici, esso ha in sé tutti i motivi per approfondire il sodalizio su cui Levi ha investito una parte importante della propria carriera di scrittore. In questo matrimonio fra chimica e letteratura, l’alchimia si inserisce proficuamente cementandone il legame, proprio come la scoperta di un interesse in comune contribuisce a consolidare un’unione che si promette essere per tutta quanta la vita. Riferimenti alchemici si trovano nel capitolo Idrogeno, dove Levi, sedicenne, riceve la propria iniziazione alla chimica all’interno di un laboratorio «rudimentale» che per disposizione e attrezzature non ha nulla da invidiare agli «antri degli alchimisti»; in Oro, dove la ricerca del metallo alchemico per antonomasia lungo le rive della Dora Baltea viene descritta come Scheidekunst, «l’arte di separare il metallo dalla ganga»; in Cerio, dove Levi, con la scusa di spiegare l’origine del nome di questo metallo, ne approfitta per ricordare gli «accoppiamenti alchimistici» metallo-pianeti; e soprattutto nei già menzionati Piombo e Mercurio, in cui il tema dell’alchimia è reso esplicito sia dall’ambientazione che dai personaggi: un cercatore di metalli dell’età del bronzo, nel caso del primo (dopo una proto-chimica, anche una proto-alchimia, quindi), e un alchimista olandese dai modi singolari che blatera a proposito di «Grande Opera», «spiritus mundi», «bestia a due schiene» e altre stranezze di questo tipo.

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Fuori dal Sistema periodico sono vari i luoghi in cui Levi introduce tematiche care all’alchimia. Il passa-muri, terzo racconto dichiaratamente alchemico, ma anche altri di genere all’apparenza diverso come Quaestio de Centauris, Il servo e Angelica farfalla sono secondo me alcuni degli esempi più emblematici, per i quali sarebbe interessante condurre un’analisi approfondita. Ma anche nei saggi e negli articoli i richiami non mancano, come per esempio nel Segno del chimico, dove un banale ma doloroso incidente con i vetri di laboratorio assume i contorni di un rituale di iniziazione.

Denominatore comune rimane l’interesse di Levi per la materia (la hyle, come anche a lui, al pari degli alchimisti, piace chiamarla), una materia volubile, «neghittosamente nemica come è nemica la stupidità umana» perfino, una materia che non si lascia addomesticare facilmente perché animata da una volontà propria (ilozoismo) che, in circostanze del tutto speciali, può giungere fino a un’auto-riproduzione incontrollata («panspermìa»).

Ma soprattutto, in questa breve rassegna del tema alchemico nell’opera di Primo Levi non si può non accennare all’approccio diretto (e per diretto si legga fisico) che Levi e i chimici della sua generazione, ancora poco supportati dagli strumenti, avevano col proprio mestiere. In una lettera, Levi parla apertamente del suo «amore giovanile per la chimica, anzi per l’alchimia»; si sta riferendo al capitolo Idrogeno che abbiamo già incrociato, il quale secondo me rimane il migliore per capire dove la chimica e l’alchimia leviane si incontrano e a quale livello. Non certo al livello della speculazione e delle discettazioni gratuite, verso le quali Levi si è sempre dimostrato indifferente per non dire diffidente, quanto piuttosto al livello più basso della scala, quello in cui ci sporca le mani:

«Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno educata dei nostri corpi. Compiute le prime fondamentali esperienze del gioco, avevano imparato a scrivere e null’altro».

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Il giovane Levi chiede questo alla chimica-alchimia che scopre quel giorno in laboratorio insieme al suo amico Enrico: chiede che educhi il suo corpo (ciò che a scuola i professori non fanno), chiede che educhi le sue mani. Fino al pensionamento, continuerà a paragonare la sua chimica alla chimica dei «fondatori», uomini valorosi e caparbi che «affrontavano la materia senza aiuti, col cervello e con le mani, con la ragione e la fantasia». Per Levi l’homo faber, colui che sa fare con le proprie mani, detiene molto più di una competenza, è possessore di un segreto: il segreto del proprio mestiere. Ecco perché non solo e non tanto la semplice chimica, «cosa troppo evidente, priva di velo, di mistero», quanto l’esotica alchimia, così gelosa dei propri segreti da tramandarli soltanto agli eletti. Quella stessa alchimia che al saper fare con le mani ha dedicato interi manuali che per millenni sono rimasti alla base di una cultura complessa e stratificata anche quando – come nel caso della Cheiròkmeta di Zosimo di Panopoli (III-IV secolo d.C.), un’opera alchemica in ventotto volumi il cui titolo, tradotto, suona come “operazioni manuali” – sono andati perduti.

Ad oggi ancora non sappiamo quanto Primo Levi conoscesse o fosse consapevole di questa tradizione, ed è per questo che le interpretazioni suggerite in questo articolo devono attendere nuovi studi per staccarsi dal campo delle ipotesi. Abbiamo visto che gli indizi non mancano, quelli che ora servono sono i puntelli forniti dalle ricerche e dalle prove.

Primo Levi non era una personalità appariscente né teneva a fare sfoggio del proprio sapere. Riguardo a questo, lo spoglio dei titoli della sua biblioteca privata, se mai ci sarà, potrebbe rivelarci molto. Probabilmente non mancherebbero le sorprese. Dico questo preparandomi a un’ultima congettura. In una sua breve recensione sul lavoro di Joseph Needham (Joseph Needham, tenace volontà di capire, «Notiziario Einaudi», 1980), Levi si sofferma sull’«edificio culturale gigantesco, ampio e complesso almeno quanto il nostro» della Cina antica, oggetto di studio di quest’autore. Ora, il britannico Joseph Needham (1900-1995) è stato effettivamente uno dei massimi studiosi dell’apparato proto-scientifico cinese, e nel quinto volume della sua opera più famosa, Science and Civilisation in China si occupò anche e in maniera approfondita di alchimia cinese. Che il buon Levi non solo si intendesse di alchimia, ma che le sue competenze in materia abbracciassero addirittura le tradizioni di due continenti?