La riscossa irlandese, prima parte: “Dubliners 100” a cura di Thomas Morris

Di Gian Luca Nicoletta

 

Se vi dicessi, in sequenza, parole apparentemente senza ordine logico quali:

Le sorelle

Un incontro

Arabia

Eveline

Dopo la corsa

Due cavalieri

La pensione

Una piccola nube

Contropartita

Cenere

Un fatto doloroso

Il giorno dell’edera nella sede del comitato

Una madre

Grazia

I morti

Pensereste a un gioco di logica oppure, da bravi ed eruditi lettori quali so voi siete, comincereste a parlare di flussi di coscienza e di pinte di birra? Sicuramente la seconda, bravi! Questo, infatti, altro non è che uno degli indici più famosi della storia della letteratura contemporanea: sono i quindici racconti che costituiscono Gente di Dublino o, per gli anglofili come il sottoscritto, Dubliners, di James Joyce, celebre autore dell’Ulisse.

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Tuttavia oggi non vi parlo della raccolta di racconti pubblicata nel 1914, ma di quella del tutto inedita pubblicata esattamente un secolo dopo e col titolo di Dubliners 100 che potrei tradurre con Gente di Dublino – cent’anni dopo. Questo infatti è il titolo che il curatore del volume, Thomas Morris, ha deciso di dare al suo progetto editoriale per celebrare uno tra i più famosi autori irlandesi.

Per i puristi, tra voi, che storcono il naso, metto le mani avanti riportando le parole dello stesso Morris che nell’introduzione ha scritto:

«L’idea era semplice: quindici autori irlandesi contemporanei che “facciano la cover” delle quindici storie originali di “Gente di Dublino” per segnare il centenario della raccolta. […] Stavo pensando a questo quando ho sentito la versione dell’Hallelujah di Jeff Buckley da un cantante di strada di Grafton Street – questa stessa una cover trascendentale della canzone di Leonard Cohen»

In queste poche righe che vi ho riportato ci sono due elementi importanti per contestualizzare questa versione, per altro bellissima, di Gente di Dublino: la prima è che gli autori che collaborano alla realizzazione di questo volume sono irlandesi. Morris, come scrive nell’introduzione, è gallese e ha conosciuto l’Irlanda sono quando è andato all’università. Lì ha avuto conferma, suo malgrado, di quanto sostenevano i suoi colleghi universitari: non si può comprendere fino in fondo Gente di Dublino se non si è di Dublino. Perché questa separazione, questo limite letterario ma anche antropologico, quasi dinastico? La risposta sta nelle realtà più autentiche che Joyce tratteggia nei quindici racconti, realtà che appartengono a un cosmo domestico, sociale e, perché no, politico, di chi è cresciuto nell’aria della capitale d’Irlanda. Il secondo punto, poi, è quello della redazione del testo: non nuove storie, o storie vecchie con finali diversi, bensì riadattamenti: delle vere e proprie cover musicali.

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All’interno del volume quindi si ritrovano elementi già presenti nella versione joyciana e che, posso solo presumere in quanto lettore non dublinese, formano la realtà quotidiana anche della Dublino di oggi: piccoli negozi, strade costeggiate da palazzi di mattoni. Contemporaneamente a questo però stanno gli elementi preziosi che gli autori contemporanei hanno voluto inserire e che rimandano a una dimensione molto più vasta e prettamente europea: mi riferisco innanzitutto ai non-luoghi, spazi di passaggio privi di storia, relazioni sociali e confronto fra chi li attraversa e lo spazio stesso. Ce ne sono diversi in questa raccolta e denunciano lo spaesamento sia antropologico (individuato per primo da Marc Augé), sia interiore subìto da tutte le persone che vivono in spazi, a mio personalissimo avviso, che non consentono di instaurare relazioni sociali.

In secondo luogo si trova, in alcuni racconti come Dopo la corsa e Cenere, un particolare tipo di personaggio che in tempi ormai remoti mi è venuto in mente di definire “personaggio-occhio”, ovvero un ben determinato tipo di personaggio che non agisce in nessun modo all’interno dell’azione ma che la vede senza poter fare nulla; il che è molto diverso dal puro e semplice osservare.

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Chiude la serie di questo interessantissimo prodotto della letteratura europea contemporanea quello che, nella versione di Joyce, appare come il climax letterario: I morti. Interpretato, in questa nuova versione del 2014, in chiave distopica e che conclude un’intera catena di racconti dove il trauma è sempre rappresentato da un punto di vista maggiormente drammatico: un’epifania tragica, la perdita di un amico, la profonda delusione per il mondo che ci circonda.

Consiglio vivamente la lettura di Dubliners 100 se volete avere uno sguardo in più sulla letteratura contemporanea, ri-scoprire un vecchio classico europeo e, soprattutto, fare un viaggio interiore all’interno di una delle capitali d’Europa, ma dal punto di vista di chi lì è nato.

3 pensieri su “La riscossa irlandese, prima parte: “Dubliners 100” a cura di Thomas Morris”

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