Possibilità definitive ma non esclusive: “Camminare” di Thomas Bernhard

Di Andrea Carria

[Riproponiamo qui un articolo di Andrea Carria uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

La scorsa primavera è apparsa la prima edizione italiana di Camminare, breve romanzo di Thomas Bernhard pubblicato da Adelphi nella traduzione di Giovanna Agabio. Nonostante le dimensioni modeste (125 pp.), Camminare, edito per la prima volta nel 1971 col titolo di Gehen, costituisce un esempio lucidissimo della prosa del grande scrittore austriaco.

Come per gli altri libri di Bernhard, iniziare a parlarne non è facile: la trama offre pochi appigli e, del resto, non è concentrandosi su di essa che posso sperare di dire qualcosa di vagamente interessante su questo romanzo. La marginalità dell’intreccio rispetto ai profondi significati che invece si incontrano mentre si avanza nella lettura è testimoniata fin dall’incipit, al quale bastano due righe per circoscrivere il perimetro (ristretto) che lo svolgimento poi occuperà:

«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì».

La voce narrante (io), Oehler, Karrer, la pazzia di Karrer, il camminare: il romanzo ruota intorno a questi elementi con pochissime aggiunte; e anche quello che nell’incipit non compare esplicitamente è già in qualche modo insito fra le sue righe. Non solo e non tanto in senso discendente, di causa in effetto, nelle modalità del semino che contiene in potenza l’intero albero, bensì secondo un parallelismo esistenziale definito da un certo numero di possibilità definitive ma non esclusive (dirò poi di cosa si tratta) che, per mezzo di una matrice comune, continuano a richiamarsi l’un l’altra.

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Certo, l’albero all’interno del semino esiste ed è pure esplicitato con chiarezza. Pochi giorni prima che Karrer impazzisse, il suo caro amico d’infanzia Hollensteiner, uno dei più brillanti scienziati della sua generazione, si è ucciso e questo, per il cronista Oehler, ha avuto conseguenze inevitabili:

«Il suicidio del chimico Hollensteiner ha agito su Karrer in modo catastrofico, dice Oehler, non poteva non agire su Karrer così come ha agito su Karrer: nel modo più devastante, seminando il caos più mortifero nello stato mentale quanto mai vulnerabile di Karrer».

C’è però un ulteriore elemento a cui Oehler ammicca e che conduce la sua ricostruzione a un livello più profondo, filosofico. La crisi che ha colpito Karrer nel negozio di Rustenschacher, dopo la discussione con il proprietario, avrebbe potuto colpire chiunque altro, ma a parità di condizioni un’altra persona non avrebbe comunque dato luogo alle stesse dinamiche:

«perché io [Oehler] non sono Karrer, io avrei agito come me, esattamente come Lei ha agito come Lei e non come Karrer […], io avrei condotto la discussione in modo decisamente diverso, e com’è naturale tutto si sarebbe svolto in modo decisamente diverso».

Fin qui la considerazione di Oehler non è che un innocuo truismo che niente di nuovo aggiunge al buon senso, dunque sembrerebbe non essere questo il fatto più rilevante. Invece è proprio l’ovvietà della constatazione ad accendere una spia e a farci chiedere: perché Oehler si preoccupa di precisare che lui nel negozio di Rustenschacher avrebbe potuto agire solo come se stesso? Per quale motivo si pone il problema?

La risposta a questa domanda ci conduce dritti alla questione delle possibilità definitive ma non esclusive che poco prima mi ero proposto di definire. Tutti i tasselli che Bernhard predispone sono collegati fra loro da un unico filo rosso il quale, ancora prima di sorreggere l’intelaiatura teorica del libro, si stringe intorno all’individualità di ciascun personaggio. A unirli la matrice, la circostanza, la sventura di essere dei pensatori in un paese, l’Austria dell’ultimo trentennio del XX secolo, sfavorevole e scettico nei riguardi di chi, fedele al proprio intelletto, si ostina a esistere «contro i fatti».

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La caratteristica comune a ognuno di questi personaggi consiste nel ritrovarsi senza via d’uscita e con le spalle al muro. Hollensteiner, per esempio, avrebbe potuto lasciare l’Austria per un paese più benevolo verso la sua scienza, mentre Karrer, magari, avrebbe potuto fermarsi «al punto estremo prima della pazzia assoluta» come ha fatto quotidianamente per lunghi anni, invece ognuno dei due va dritto per la sua traiettoria fino in fondo – fino al fondo. Nemmeno Oehler, a sua volta tentato dall’idea di farla finita, e l’anonimo io narrante, schiacciato fra i suoi pensieri e il soliloquio del compagno di cammino, fanno eccezione: tutto lascia pensare che per gli indagatori dell’esistenza, per i funamboli del pensiero, non ci sia esclusivamente una sola fine, sebbene quella che poi si rivelerà essere la loro, sarà una fine definitiva verso cui si saranno avviati con largo anticipo precludendosi la possibilità di tornare indietro.

L’analisi impietosa di Oehler continua e si sofferma in particolare su Hollensteiner, la cui morte è stata causata dalla mancanza di finanziamenti statali alle sue ricerche:

«Alle menti più lontane dall’ordinario lo Stato rifiuta i mezzi necessari alla sopravvivenza, dice Oehler, e perciò avviene che proprio le menti fuori dall’ordinario e più lontane che mai dall’ordinario, e Hollensteiner è stata una delle menti più lontane dall’ordinario, si uccidano».

Da quando le menti lontane dall’ordinario si uccidono? Mentre mi pongo questa domanda il pensiero corre a Delitto e castigo di Dostoevskij, dove un giovane convinto di essere superiore alla norma arroga per quelli come lui il diritto di compiere azioni al di sopra della legge con le quali rinnovare il mondo. Dove e quando è avvenuto lo strappo che ha portato a un simile capovolgimento morale, sociale ed esistenziale?

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Edvard Munch, “L’urlo” (1893-1910), Galleria Nazionale di Oslo

Con questo libro irriguardoso e conturbante, aspro e al tempo stesso raffinato, scritto in uno stile che nella quarta di copertina viene giustamente definito «ipnotico», un libro dove il pensiero e la voce di Oehler, comprimario dell’anonimo protagonista, si accavallano continuamente a quelli dell’io narrante sovrapponendo i punti di vista fino a confonderli, il cui titolo, all’apparenza così semplice, nasconde in realtà significati plurimi e sottili verità epistemologiche, Thomas Bernhard ha voluto raccontare le condizioni della filosofia e dei filosofi al tempo delle verità presunte o «Cosiddette»:

«Poiché Karrer, in generale, dice Oehler, ha definito tutto sempre e solo come un Cosiddetto, non c’è nulla che non abbia definito un solo Cosiddetto, e la sua competenza, in questo, è arrivata a un incredibile rigore».

La vera veste di Karrer e degli altri personaggi è dunque quella di filosofi spersi in un mondo per il quale non sono attrezzati, dove l’azione di camminare, ormai svuotata del suo antico significato peripatetico, si profila come il deambulare in cerchio di un pensiero umiliato che non si regge più sulle sue gambe:

«Volevamo spiegarci a vicenda due frasi, dice Oehler, io a Karrer una frase di Wittgenstein che gli era totalmente oscura, lui, Karrer, una frase di Ferdinand Ebner che mi era totalmente oscura. Ma per via dello sfinimento, sulla Friedensbrücke, a un tratto non eravamo più stati in grado di pronunciare i nomi di Wittgenstein e di Ferdinand Ebner, perché avevamo fatto del nostro camminare e del nostro pensare, derivanti l’uno dall’altro, dice Oehler, una tensione nervosa incredibile, quasi intollerabile».

Per un tempo lunghissimo, gli uomini hanno creduto di poter inquadrare il pensare e il camminare in «un unico processo totale», mentre adesso, chi prova a seguire la vecchia scuola, non ne ricava altro che danni e fastidi, e comunque, se si ferma, lo fa «sempre e solo fino alla soglia dello sfinimento». Forse c’è stato davvero un tempo in cui si poteva pensare e camminare, forse è veramente esistita un’epoca in cui era possibile riflettere sulla vita mentre la si stava vivendo, e la filosofia – intesa come consapevolezza e meditazione sulla propria esistenza individuale – era una pratica comune fra le persone… Un tempo, forse, ma non oggi. Oggi il peripatetismo si sposa soltanto con la certezza di mettere a repentaglio la propria incolumità.

L’aut-aut di fronte al quale il mondo dei «Cosiddetti» pone l’uomo è la scelta tra il camminare e il pensare: è a questo eufemismo che Bernhard si affida per riproporre la dicotomia mai risolta fra «l’esistere con» e «l’esistere contro», fra il vivere e l’analizzarsi. Solo una delle due scelte ha un futuro, l’altra no. La fine della filosofia si è avverata fuori dalle accademie, per le strade, nell’unico luogo in cui il pensiero poteva ancora strappare uno scampolo d’aria, in attesa di raggiungere la prossima mèta. Se la realtà è questa, meglio scegliere bene e in anticipo.

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© Erika Schmied

L’immagine finale del romanzo, nella rievocazione del solito Oehler, ci consegna un Karrer steso sul letto intento a ripensare con intensità alla giornata che ha appena trascorso. Non più un pensiero originale, quindi, ma un rimuginare: tutto quello che l’immobilità ha da offrire alla mente sono pensieri già pensati la cui unica variazione possibile è la diversa intensità che viene riservata a tale pratica. Che, sebbene destinata a non portare da nessuna parte, non per questo è da prendere sotto gamba:

«L’intensità va accresciuta sempre di più, può essere che un giorno questo esercizio oltrepassi il limite della pazzia, ma, in merito, non posso avere alcun riguardo, così Karrer. Il tempo in cui usavo riguardi è passato, non uso più alcun riguardo, così Karrer. Lo stato di totale indifferenza in cui mi trovo, così Karrer, è uno stato filosofico da cima a fondo».

Se non c’è possibilità di scampo a una fine funesta, che sia la pazzia oppure la morte, che almeno avvenga con dignità. Per Bernhard, e così anche per Karrer, sembra più facile rinunciare alla vita che non ai suoi fondamenti.

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