Documenti d’archivio: quando la realtà diventa romanzo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi è mai capitato di pensare che la vostra vita sia monotona, che non succeda mai niente di eccezionale? Oppure che quello che accade ai protagonisti di un romanzo, di un film, di una serie tv debba necessariamente rimanere nella sfera della finzione?

Ebbene, a me a volte è successo. Sì, quando mi trovavo rinchiuso in un limbo senza fine fatto di giorni tutti uguali, illimitate fotocopie di una parentesi senza eventi.

Credevo questo anche di molte altre vite, magari simili alla mia, ma il mio giudizio è nettamente cambiato quando, per il mio progetto di Servizio Civile, sono andato all’Archivio Diaristico Nazionale (ADN) di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo.

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Per chi di voi che non c’è ancora mai stato, consiglio vivamente una capatina in questo piccolo laboratorio della memoria. La Fondazione raccoglie e conserva un numero strabiliante di diari, racconti, ricordi scritti di intere generazioni di uomini e donne da tutta Italia.

Durante il mio soggiorno, cinque giorni bellissimi in un alberghetto dove sono stato coccolato e viziato, col favore di una leggera nevicata che ha incantato il piccolo paese in una bolla da souvenir di viaggio, ho avuto modo di attingere a piene mani dal catalogo dell’archivio. Lì ho incontrato moltissime persone e le loro storie: alcune drammatiche, alcune incredibilmente avventurose, altre serene.

In quel particolare frangente ho capito una cosa: pensiamo che la nostra vita sia noiosa solo perché manca una voce narrante. Come avrete ormai capito, sono un appassionato di saghe familiari (I Cazalet e La ricerca del tempo perduto in testa) ma se provassi a ridurre ai minimi termini le trame di questi romanzi lunghi migliaia di pagine se sommati insieme, cosa otterrei? Niente. Ci sono persone, litigate, viaggi, tazze di caffè. Forse qualche tradimento, qualche lutto. La vita.

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Proprio così: la vita quotidiana, quella di tutti i giorni, è il vero e unico romanzo. Frasi da film anni ’90 a parte, quello che voglio dire è che il semplice fatto di porre su un dispositivo riutilizzabile (sia esso una pagina bianca, un video, un file…) le impressioni della nostra vita, beh già quello è il motore primario ed essenziale della narrazione. Le nostre vite, forse gli esseri umani in generale, hanno bisogno di essere narrati e di vedere che le esperienze che li segnano sono condivisibili e condivise con altri. La rete di significato che costruiamo negli anni attorno a ciò che riteniamo sia la nostra esistenza, a un certo punto non è più autosufficiente e ha necessario bisogno di allacciarsi a quella di altri. Nascono così le storie, il riconoscimento di un evento, l’immedesimazione nella vita di un altra persona.

Presso l’ADN ho visto tantissime reti di significato allacciarsi l’una all’altra, senza che gli autori di quei testi ne fossero minimamente consapevoli. All’Archivio Diaristico Nazionale potrete fare incetta di racconti, di vite che somigliano alla vostra e dalla quale potete trarre spunto per la vostra storia. Non distante da lì (basta attraversare la piazza) si giunge al Piccolo Museo di Diario, dove sono conservati molti testi differenti e in particolare il lenzuolo di Clelia Marchi, un grande lenzuolo sul quale un’anziana signora rimasta vedova e sola ha iniziato a raccontare la propria vita per filo e per segno, inscenando il romanzo della sua esistenza in una forma del tutto nuova.

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Un viaggio in quel luogo rappresenta per chiunque un salto nei misteri atavici della scrittura che risiedono in ogni essere umano. L’atmosfera sospesa tra la magia e il mistero, fra l’austerità del luogo silenzioso e il numero infinito di voci assopite fra tutte quelle pagine, ci spinge a riflettere sul nostro rapporto con la scrittura e con la vita, ricordandoci che ogni vita merita di essere raccontata, non foss’altro che per ricordare a noi stessi che esistiamo.

Come disse una volta la mia professoressa di teoria della letteratura: «Prima scriviamo perché ci serve, poi scriviamo perché ci piace».

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