La riscossa olandese, prima parte: la letteratura nel secolo d’oro delle Province Unite

Di Andrea Carria

[Dopo “La riscossa irlandese” curata da Gian Luca Nicoletta, (di cui, se ve li foste persi, potete leggere gli articoli ai seguenti link: #1, #2, #3), con l’articolo di oggi inauguriamo una nuova rubrica in quattro uscite: “La riscossa olandese”.]

 

Non so se questo pensiero abbia sfiorato anche voi, ma non per tutte le nazioni è facile individuare il nome di un autore in grado di riassumere buona parte della tradizione letteraria del proprio paese. Non serve andare a prendere esempi troppo lontani da noi, casi del genere esistono pure nel cuore dell’Europa, dove paesi importanti in settori strategici, come la politica o l’economia, e tecnologicamente all’avanguardia fanno registrare un silenzio sorprendente nel campo delle arti e, magari, proprio in quello della letteratura. Fra questi – almeno da una prospettiva italiana, quella che in questo momento penso di poter rappresentare – vanno inclusi i Paesi Bassi, un territorio e un popolo che hanno dato moltissimo alla scienza, alla cultura e all’arte, ma che in campo letterario non hanno mai saputo esprimere una tradizione né dei nomi capaci di valicare i già di per sé limitati confini nazionali.

La percezione, tuttavia, è destinata a rovesciarsi qualora si assuma il punto di vista dei neerlandesi. Pure la loro letteratura — risponderebbero  ha avuto il suo “periodo classico”, un momento di straordinario rigoglio che è coinciso con il massimo sviluppo economico, politico e culturale dell’allora Repubblica delle Sette Province Unite: il Seicento della Gouden Eeuw, il secolo d’oro dell’Olanda. Quindi, se d’ora in poi userò l’espressione “letteratura olandese” per riferirmi alla produzione letteraria delle Province Unite tout court, il motivo è il seguente: delle sette province confederate che costituivano la Repubblica (Olanda, Zelanda, Frisia, Drenthe, Overijssel, Gheldria e Utrecht), l’Olanda – e in essa la città di Amsterdam – rappresentava il centro nevralgico di tutta la sua intelaiatura: economica e finanziaria in primo luogo, ma poi anche politica, istituzionale, sociale e culturale.

VERMEER_-_El_astrónomo_(Museo_del_Louvre,_1688)
Jan Vermeer, “L’astronomo” (1668), Museo del Louvre di Parigi

Lasciando da parte inutili paragoni per concentrarsi sul fenomeno letterario in sé, della letteratura olandese del Seicento si può dire tutto tranne che fosse carente o poco rappresentativa. Rispetto ai secoli precedenti, la tradizione medievale continuava a rivestire molta importanza, le vecchie Camere di retorica non avevano ancora abdicato al proprio primato culturale e il latino opponeva una strenua resistenza all’affermazione del neerlandese, tuttavia il numero di autori allora in attività e la diversificazione dei generi letterari non mancarono di segnare un salto di qualità importante, degno di essere ricordato.

I maggiori autori del Seicento olandese furono coloro che seppero meglio interpretare il gusto della gente, combinando le caratteristiche più rappresentative della tradizione popolare neerlandese con i canoni della cultura classica e rinascimentale. Cinque vi riuscirono più degli altri; vi riuscirono così bene da essere considerati i pilastri della letteratura olandese del secolo d’oro.

Primo fra tutti – almeno in senso cronologico – fu Jacob Cats (1577-1660), uno dei poeti olandesi più amati di sempre. Originario della Zelanda e giurista di formazione, durante la sua vita Cats si divise fra politica e poesia, viaggiando all’estero e ricevendo incarichi importanti (fu Gran Pensionario d’Olanda dal 1636 al 1651). La sua opera poetica, ricca di citazioni e rimandi agli autori greco-latini, era contraddistinta da uno stile moralizzante che risentiva dell’etica calvinista, della quale contribuì a diffondere i valori.

Jacob Cats

Pieter Corneliszoon Hooft (1581-1647) era figlio di un borgomastro di Amsterdam. Fu poeta dottissimo e amante della letteratura rinascimentale italiana, della quale incrementò la propria conoscenza compiendo un viaggio nella nostra Penisola. Scrisse drammi e tragedie, nutrendo al contempo l’interesse verso la storia e la politica. Nel 1628 iniziò un lavoro monumentale che avrebbe dovuto narrare la guerra dei Paesi Bassi contro la Spagna prendendo come esempio le cronache di Tacito, ma l’opera – nota col titolo di Storie olandesi – non venne mai terminata.

Pieter Cornelisz Hooft, by Joachim von Sandrart
Pieter Corneliszoon Hooft

Gerbrand Adrienszoon Bredero (1585-1618) fu un artista estremamente versatile (poeta, drammaturgo e perfino pittore), ma dalla vita breve. Morì a trentatré anni nel pieno della sua carriera, ma riuscì comunque a lasciare più di qualche traccia nella cultura olandese. Meno dotto sia di Cats che di Hooft, si sentiva più vicino al mondo rude e virulento dei popolani, ai quali si ispirava per comporre i propri scritti cercando al contempo di incontrarne i gusti. Amava altresì Amsterdam, la sua città, spesso celebrata nei suoi versi. Di lui si ricorda soprattutto la commedia teatrale Il brabantino spagnolo, un’opera di discreto interesse letterario che però rifletteva i limiti della sua erudizione (il grande storico olandese Johan Huizinga ne ha parlato come del poeta «in cui meno si avverte l’erudizione umanistica presente allora in quasi ogni poesia»).

Bredero
Gerbrand Adrienszoon Bredero

Quarto in ordine di tempo, ma forse primo quanto a grandezza, è Joost van den Vondel (1587-1679), la cui presentazione migliore la si deve ancora una volta a Huizinga e alla sua La civiltà olandese del Seicento (1933):

«Di fronte allo splendore di Vondel tutto impallidisce. Noi olandesi siamo fermamente convinti che Vondel è stato uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. Sappiamo anche, e lo accettiamo come un dato di fatto, che il mondo non lo conosce e mai lo conoscerà».

Il tempo sembra che stia continuando a dare ragione a Huizinga, tuttavia, almeno in Olanda, il nome di Vondel non dovette attendere per godere di popolarità. In vita egli rimase sempre al centro dell’attenzione dei suoi contemporanei, ripagando la stima e gli onori tributatigli attraverso i suoi componimenti. Fra i suoi temi prediletti spiccavano i soggetti religiosi e biblici, ma anche gli avvenimenti storici e politici fornivano legna al fuoco della sua arte, sempre pronta per essere messa al servizio dell’Olanda e della Casa d’Orange. Ma Vondel non fu solo il “vate” per le Province Unite, bensì anche il loro poeta di più ampio respiro, interessato a quello che succedeva nel resto del continente e per questo più aperto degli altri a coglierne le suggestioni. Seguì le vicende inglesi dell’epoca di Cromwell, i repentini capovolgimenti della Guerra dei Trent’anni e si convertì al cattolicesimo. Un bell’azzardo vista la sua fama (in Olanda la fede principale era il calvinismo), ma il fatto di vivere in un paese religiosamente tollerante gli permise comunque di continuare a godere dei benefici della propria arte fino alla veneranda età di novantuno anni.

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Joost van den Vondel

Ed eccoci infine all’altolocato e dottissimo Constantijn Huygens (1596-1687), segretario personale del principe d’Orange e possessore al massimo grado di tutto il sapere che l’istruzione umanistica del tempo era in grado di fornire. I suoi interessi erano molteplici – tanto letterari e filosofici, quanto scientifici e artistici – e la sua innata curiosità trovava adeguato appagamento nella sterminata biblioteca che possedeva. Conosceva varie lingue, merito dei numerosi viaggi compiuti all’estero, ed era in contatto con i maggiori intellettuali del suo tempo. Colto, inserito, perspicace e smanioso di conoscere, un uomo completo è quanto di meno si potrebbe dire al suo riguardo. Eppure non bastò. Huizinga ha scritto di lui: «era una di quelle persone infaticabili che sanno far fruttare dieci volte il tempo di cui dispongono, un talento universale, sia pure senza genialità». La genialità di cui parla Huizinga è la capacità di creare innovando; se infatti si guarda l’insieme complessivo dell’opera di Huygens, l’impressione finale è quella di un autore dotto, profondo conoscitore dei classici, sensibile e raffinato, ma anche – ed è questo il fatto – il più alto interprete della tradizione letteraria olandese. È come fedele interprete di questa tradizione che si ravvisa la sua mancanza di genialità: malgrado sapesse usare la penna come pochi e conoscesse i classici a menadito, neppure lui riuscì a proporre qualcosa di veramente nuovo. Il suo stile era perfetto, elegante, ricercato, ma i soggetti – a posteriori – non gli resero giustizia.

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Constantijn Huygens

La ripetitività di temi e soggetti, di stili e generi, fu la tara più importante patita da tutta la letteratura olandese del Seicento, non soltanto da Constantijn Huygens. Quanto detto sulla sua opera andrebbe infatti esteso a tutti gli altri poeti e scrittori, sia a quelli già citati sia a quelli che non hanno trovato spazio in questo articolo. Le lettere, nell’Olanda della Gouden Eeuw, rimasero fedeli ai canoni tradizionali, raggiunsero buoni livelli, furono apprezzate dai contemporanei, ma non eguagliarono l’importanza, non solo letteraria, raggiunta, per esempio, dalle lettere inglesi durante la cosiddetta Golden Age elisabettiana.

Per quanto materiali ed esperienze non fossero mancati, innovazione – stilistica o contenutistica – non ce ne fu. I capitani olandesi, per esempio, furono tra i primi ad acquisire dimestichezza con la prosa nella redazione dei giornali di bordo, e qualcuno di loro si dimostrò pure un discreto narratore, tuttavia per l’affermazione di questo genere letterario era ancora presto, in Olanda come altrove.

Se si esclude il singolarissimo caso del Diario di Anna Frank, quattro secoli dopo la letteratura olandese contemporanea si ritrova ancora impantanata nel proprio provincialismo, sebbene con prospettive di crescita più interessanti rispetto al passato. Romanzieri come Herman Koch, Michel Faber, Arnon Grunberg sono tradotti in varie lingue e in Italia pubblicano con alcune delle più importanti case editrici, mentre nuovi autori stanno continuando ad affacciarsi sul mercato librario nostrano con alterna fortuna (fondamentale a tal riguardo è l’attività della casa editrice Iperborea, specializzata in narrativa scandinava e nordeuropea, al momento una delle realtà più interessanti dell’editoria italiana). Completano il quadro gli apporti forniti dagli studi critici, con la (ri)scoperta di figure dimenticate come Etty Hillesum, la scrittrice ebrea-olandese morta ad Auschwitz nel 1943, il cui Diario — uno scrigno pieno di considerazioni etiche, religiose e umane — pare non tarderà a essere accolto fra i classici della letteratura mondiale.