“È ancora possibile la poesia?” riflessioni sul discorso di Eugenio Montale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio approfondire uno degli aspetti accennati nell’articolo su Piero Gobetti. Nello specifico vi ho parlato di Eugenio Montale e, nell’ambito dei suoi innumerevoli successi letterari, del discorso che tenne il 12 Dicembre 1975 a Stoccolma, quando fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Montale non era uomo da ridursi ai saluti istituzionali, non in un’occasione tanto importante quanto la cerimonia d’assegnazione del Premio. E dunque, in quanto rappresentante dell’Italia all’estero e dell’intero mondo letterario, ha tratto un ottimo vantaggio dall’attenzione di cui godeva durante la serata per pronunciare un importante discorso che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia interrogarsi sul rapporto sempre più complesso fra società contemporanea e letteratura.

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«Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita.»

Sin dai primi paragrafi del suo discorso, Montale punta a mettere molti importanti temi al centro dell’attenzione. Con questo tono piuttosto profetico (e che pare rivolgersi al periodo che noi stiamo vivendo) e sospeso tra l’Utopia e la Catastrofe escatologica, si mettono a confronto due mondi a Stoccolma riuniti: quello letterario, incarnato dal vincitore e dall’Accademia stessa, e quello civile e politico, rappresentato dal Re di Svezia il quale, per tradizione, assegna fisicamente la preziosa medaglia. Che rapporto c’è tra i due, oggi? A un primo sguardo potremmo dire un rapporto di squilibrio numerico, poiché:

«infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di “far gemere i torchi” come dice un diffuso luogo comune.»

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Le persone che operano per migliorare il mondo attraverso vie differenti da quella letteraria ce ne sono, ma sono comunque insufficienti rispetto a quelle che contribuiscono alla diffusione di uno “spirito utilitario” della vita dell’uomo che lo conduce al ricatto, all’omicidio, a tutti quegli atti disastrosi che rendono la sua vita misera. Questo spirito è, credo, a un tempo il cancro e il futuro del nostro tempo; stando alla visione di Montale. Questi infatti, dopo aver tratteggiato per grandi linee la storia dell’evoluzione della poesia sin dai canti tribali, passando per la poesia provenzale e siciliana, per arrivare alle più moderne innovazioni stilistiche italiane e inglesi, giunge a un punto in cui, anche a seguito di eventi terribilmente devastanti come la Seconda Guerra Mondiale e in particolare il lancio delle bombe atomiche, l’Arte smette di essere tale ma si trasforma in oggetto, prodotto. Questo perché il meccanizzarsi della nostra intera esistenza, l’appiattimento sociale e psicologico sul sistema industriale della creazione in serie di benessere, ha influito inevitabilmente su tutti gli artisti che, loro malgrado, vivono nello stesso mondo degli altri esseri umani.

«Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza.»

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Colpa di questo abbrutimento dei costumi e dell’etica (per non dire morale) è dei nuovi sistemi di comunicazione, a partire dalla televisione (e il povero Eugenio non ha vissuto abbastanza per vedere l’avvento dei social network!) che crea un vero e proprio distaccamento tra l’essere umano e la sua realtà, fatta di un mondo esteriore nel quale agisce ma anche di un mondo interiore nel quale deve riflettere, pensare, creare. Grazie, però, al lavoro incessante di quelle persone che non vogliono cedere all’abbattimento della propria individualità umana, della propria indipendenza critica e poetica, rappresentati e difesi da istituzioni quali l’Accademia di Svezia, che hanno il merito di restituire  all’Arte e alla poesia la sua essenza non-di-serie, è possibile sperare in un rapporto dialogico fra queste due sovra-culture mondiali: da una parte la distruzione dell’individuo e, dall’altra, la sua difesa. Tuttavia è bene ricordare che nemmeno le sale intrise di cultura dell’Accademia di Svezia sono immuni dallo spirito utilitario accennato sopra: come infatti saprete, quest’anno non ci sarà alcun premio per la Letteratura per via delle ripercussioni, sull’intera Accademia, di alcune denunce per molestie sessuali rivolte al marito di uno dei membri. Dunque Montale ha dato prova di lungimiranza quando parlava dei nostri mali e questa, senza dubbio, è una delle caratteristiche principali dei veri Poeti:

«L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtà l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. […] Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione.»

Questa cultura che deve agire da “argine e riflessione” ha un obiettivo molto semplice, in realtà: quello di ricordare a tutti noi, a partire dai suoi creatori, gli scrittori in primis, che indipendentemente dal credo religioso o meno, dalla propria filosofia di vita, dalla propria storia personale, laica o atea che sia, nessuno di noi gode di un particolare privilegio rispetto non solo agli altri, ma rispetto all’intero sistema nel quale si vive (l’ecosistema, per dirla in termini biologici). Compito dell’essere umano è indubbiamente quello di elevarsi, tentare di raggiungere le vette più alte del proprio spirito, del proprio intelletto. Per farlo ha bisogno di tornare con i piedi per terra ma puntando lo sguardo in alto, conscio del fatto che, infondo, “Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione“.

1 commento su ““È ancora possibile la poesia?” riflessioni sul discorso di Eugenio Montale”

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