“Le vite impossibili di Greta Wells” di Andrew Sean Greer

Di Gian Luca Nicoletta

 

Siamo sinceri con noi stessi, diciamocelo francamente: non sempre la nostra vita ci piace. Spesso avremmo, anzi abbiamo, voglia di stravolgerla, magari fare a cambio con qualcuno che conosciamo e la cui vita ci sembra migliore, più facile, meno problematica della nostra.

Questo tema, insieme ad altri, viene affrontato da Andrew Sean Greer in uno dei suoi romanzi, in Le vite impossibili di Greta Wells, per l’esattezza. Di Greer vi abbiamo già parlato qui: è un autore statunitense e quest’anno ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura, uno dei più prestigiosi riconoscimenti in campo letterario (secondo solo al Nobel, il cui declino però è sempre più eclatante per motivi cui abbiamo accennato in questo articolo).

Greta Wells

Ma veniamo a noi: chi è Greta Wells? Come risposta a caldo potrei dire che si tratta di una povera disgraziata come chiunque, intrappolata nella morsa di una vita non realizzata e inseguita da dolori e dispiaceri. A freddo, invece, vi dico che Greta Wells siamo tutti noi, perché tutti noi conduciamo una vita più o meno realizzata (a patto di non trovare, come scrive il Prof. Sobrero in un bellissimo testo, Il Cristallo e la fiamma, delle “alternative felici” ai nostri progetti e piani per il futuro), tutti noi siamo raggiunti, prima o poi, da qualche dispiacere.
Solo che Greta Wells non ce la fa.

Non ce la fa perché la morte di suo fratello è un evento troppo grande da gestire, non ce la fa perché il compagno con cui convive da anni la lascia quando lei avrebbe maggior bisogno di lui… e non siamo ancora al capitolo 2! E dunque cosa decide di fare Greta per superare questo terribile periodo? Si affida a un medico esperto che la sottopone a una “terapia elettroconvulsivante”, meglio nota come elettroshock. Il medico che prende in cura la protagonista è il Dottor Cerletti, e scegliendo questo nome Greer fa un colto quanto cortese riferimento a Ugo Cerletti (1877-1963) il medico italiano che, insieme al Dottor Bini, inventò e sperimentò per primo gli effetti di questa pratica medica.

Greta si sottopone alla terapia e, dopo la prima sessione, si sveglia nella sua stanza, nel suo appartamento, ma i mobili sono diversi, i vestiti che porta sono diversi, la strada dove vive è diversa: si trova nel 1918. L’elettroshock ha sortito un effetto collaterale, effetto che Greta deve cercare di comprendere per tornare a casa al più presto, ma si rende conto che alcune cose che nella sua vita (siamo nel 1985) si sono verificate, in queste altre vite parallele non lo hanno fatto: il suo compagno l’ha sposata e il suo amato fratello gemello è vivo. Si accorgerà, poi, che ad ogni seduta il salto temporale si ripete ciclicamente, portandola anche nel 1941, poi di nuovo al punto di partenza nel 1985 per ricominciare nel ’18. Così ogni settimana…

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Il desiderio di essere qualcun altro rappresenta uno dei tratti caratteristici degli esseri umani: nel corso dei millenni siamo stati divinità, semidei, eroi, titani, maghi, ninfe, muse, streghe e perfino anche altre copie di noi stessi. Con questo bel romanzo ci viene aperta una finestra su mondi plausibili, realizzabili nel limite delle ragionevoli varianti del tempo, dello spazio e, soprattutto, delle scelte di ognuno di noi. Non vi dirò in quale delle sue vite Greta decide di vivere, perché questa scelta deve rimanere custodita fra le pagine del libro. Vi dirò però che quest’opera ci permette di riflettere su noi stessi, il che rappresenta l’obiettivo primario se non unico di ogni mattone che costituisce l’immensa libreria della Letteratura mondiale. Però, dal mio personale punto di vista, la soluzione che trova Greta non rappresenta il modo giusto di affrontare la realtà: lei, a pensarci bene, che cosa fa? Fugge dal dolore, cosa che noi non possiamo permetterci di fare.

Il tema dell’insoddisfazione derivante dalle nostre vite, il tema di una parte ancora oggi molto controversa della storia della medicina, il tema della morte, del lutto e dell’elaborazione di questo, il tema della fuga, tutti questi argomenti che hanno meritato e meritano più d’un libro ciascuno sono raggruppati nell’unico racconto delle esperienze di Greta Wells, disposte con delicatezza e calma, senza la foga di giungere al cuore dell’azione o di sorprendere il lettore con colpi di scena esplosivi. È il giusto modo di narrare la vita, la vita di un singolo, minuscolo, essere umano come me e come voi

La riscossa olandese, seconda parte: Amsterdam, emporium mundi

Di Andrea Carria

 

Nel primo articolo di questa rubrica dedicata all’Olanda del Seicento (consultabile qui), abbiamo incontrato i protagonisti della letteratura olandese del cosiddetto “periodo classico”. In quello di oggi ci immergeremo invece nelle strade delle città olandesi, cercando di immaginarci cosa vedessero gli scrittori e gli artisti dell’epoca quando si chiudevano la porta di casa alle spalle.

Prima di partire, è bene ricordare che nel secolo d’oro delle Province Unite le città ricoprirono un ruolo importantissimo e insostituibile. Ogni centro urbano era a capo di una propria rete commerciale che si era sviluppata grazie all’abbondanza di vie di comunicazione presenti sul territorio e a una campagna fortemente antropizzata dalla secolare opera di bonifica. I polders – questo il nome delle terre strappate alle acque del Mare del Nord – assicuravano raccolti abbondanti e diversificati, alla base dell’approvvigionamento delle città.

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Jan Vermeer, “Veduta di Delft” (1660-1661), Mauritshuis, L’Aja

Negli urbanizzati Paesi Bassi, metà della popolazione viveva in città. L’interconnessione fra quest’ultima e la campagna era quindi, in un certo senso, ancora più “forzata”, in quanto le brevi distanze che separavano l’una dall’altra ne aumentavano la dipendenza reciproca: la campagna provvedeva al sostentamento della città rifornendo i suoi mercati di alimenti (soprattutto ortaggi e prodotti caseari), combustibile (torba) e altre materie prime, mentre la città metteva a disposizione della campagna i servizi, tra cui le sedi dei vari uffici e delle istituzioni pubbliche.

Non tutto il territorio dei Paesi Bassi era disseminato di centri abitati con la stessa densità. Se le province occidentali, infatti, erano caratterizzate da numerose città di media grandezza (Delft, Haarlem, Leida, Gouda, Rotterdam, Utrecht), intervallate da qualche metropoli (Amsterdam, L’Aja) e da estensioni agricole ridotte, le province orientali presentavano una situazione molto diversa: poche città (per lo più piccole) e ampie proprietà agricole che assicuravano allo stile di vita rurale lo stesso primato che aveva nel resto dell’Europa moderna.

La città più grande della provincia d’Olanda e di tutta la Repubblica era Amsterdam, una metropoli che in meno di cento anni era passata dai 30.000 abitanti del 1570 ai 200.000 degli anni Cinquanta e Sessanta del XVII secolo. Guidata da un governo oligarchico composto dai maggiori esponenti dell’alta borghesia cittadina (i regenten), Amsterdam non fu l’unica città a essere interessata dall’incremento demografico, il quale fu un fenomeno comune a tutto il territorio della Repubblica delle Sette Province Unite, dapprima relativo solo all’Olanda e alle altre province occidentali, ma poi esteso anche alle aree agricole dell’Est. Tale aumento si spiega innanzitutto con la forte immigrazione che, a cominciare dall’ultimo venticinquennio del XVI secolo, portò nei Paesi Bassi settentrionali numerosi profughi fiamminghi e valloni, tuttavia fu anche la prosperità generale – in netta contrapposizione con la situazione europea nel suo complesso, afflitta da guerre, carestie ed epidemie – a influenzare questo aumento.

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I Paesi Bassi settentrionali in una carta del XVI secolo, tratta dalla “Descrittione di tutti i Paesi Bassi, altrimenti detti Germania inferiore” di Lodovico Guicciardini (Anversa, 1567)

Per far fronte alla nuova massa di persone che venivano per restare, Amsterdam dovette inevitabilmente approntare dei progetti di ampliamento urbano. Ma parlare di ampliamento in una città del genere, la cui esistenza dipendeva dal mantenimento del precario equilibrio fra acque e lavoro dell’uomo, poteva rivelarsi un’impresa immane. I primi progetti di ingrandimento risalivano già alla seconda parte del Cinquecento e tra gli obiettivi figuravano sia la costruzione di nuovi quartieri, sia la sistemazione delle zone critiche della città, a rischio costante di allagamento. Un passo importante in questa direzione fu compiuto già all’epoca del Principe d’Orange Guglielmo il Taciturno, il quale dotò Amsterdam di nuove fortificazioni che andarono a rinforzare i bastioni già esistenti. I canali, la maggiore caratteristica della città, si svilupparono durante il XVII secolo, quando vennero integrati nel tessuto urbano quelli che in origine erano stati fossati difensivi.

Al termine della stagione degli interventi edilizi – che impegnarono quasi tutto il XVII secolo – la città di Amsterdam era già il primo scalo commerciale d’Europa. La città, infatti, sorgeva sulle acque ed era proiettata totalmente verso di esse; a testimoniarlo era la forma stessa della sua pianta: un semicerchio il cui diametro era interamente occupato dal molo del porto. Quello che spesso non emerge è che Amsterdam non aveva (e non ha) uno sbocco diretto sul Mare del Nord, nonostante quest’ultimo si trovi a poca distanza. Una delle metropoli europee più grandi del Seicento era in effetti una città fluviale, sorta alla confluenza del fiume Amstel (dal quale deriva il suo nome) con l’Ij, un ramo dello Zuiderzee, il mare interno dell’Olanda oggi in gran parte bonificato. Per raggiungere il suo porto, dunque, occorreva essere intenzionati a farlo, e nel XVII secolo non mancavano certo i motivi. Tuttavia attraccare non doveva essere così semplice: i problemi maggiori riguardavano i bassi fondali, l’autorizzazione all’accesso, rilasciata dalle autorità preposte al traffico marittimo, e, subito dopo, la mancanza di punti d’attracco a causa del grande affollamento di pescherecci, mercantili e navi di tutti i tipi.

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Malgrado gli inconvenienti arrecati dalla sua felice ma non sempre comodissima posizione geografica, Amsterdam era irresistibile per un gran numero di uomini, molti dei quali sceglievano di rimanere. L’Olanda dei primi trenta-quarant’anni del Seicento era infatti un Paese in piena crescita e come tale offriva numerose opportunità con un buon grado di riuscita. Amsterdam era il fiore all’occhiello della Repubblica e il suo palcoscenico sul mondo. Come emporium mundi, la città concentrava su di sé la percentuale più elevata degli scambi internazionali: al suo porto facevano capo, nel periodo di massima espansione mercantile e coloniale dell’Olanda, le più lucrative rotte commerciali, le quali connettevano Amsterdam ai quattro angoli del mondo.

I prodotti che vi giungevano a bordo delle navi erano quindi i più disparati e tutti trovavano posto nei suoi magazzini, pronti per essere riesportati. Solo alcuni di questi prodotti venivano lavorati direttamente ad Amsterdam, dove avevano sede i cantieri navali, le raffinerie di zucchero, varie botteghe orafe e artigiane.

Anche ad Amsterdam molti mestieri erano riuniti in corporazioni. Ogni corporazione – di cui facevano parte in genere soltanto i maestri – dettava le proprie regole interne in fatto di materie prime e qualità della produzione, ma doveva anche sottostare alle direttive imposte dall’amministrazione civile, la quale pare fosse particolarmente ligia nell’effettuazione dei controlli. A volte i poteri pubblici e quelli corporativi entravano in contrasto a causa di una visione diversa del mercato e dei sistemi di produzione: i primi tendevano a essere meno rigidi e più liberali, soprattutto riguardo all’integrazione di lavoratori non olandesi; i secondi, invece, erano sostenitori di una politica protezionistica atta a limitare la concorrenza e a ingessare i sistemi di produzione.

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Jan van der Heyden, “Il municipio di Amsterdam” (1667), Galleria degli Uffizi, Firenze

La città di Amsterdam era economicamente efficiente anche grazie alle sue numerose infrastrutture. La Borsa e il Banco di cambio erano i più rilevanti, ma di certo non gli unici. Altre strutture utili alle attività finanziarie e commerciali della città erano la pesa pubblica, il servizio postale, quello di senseria e gli istituti previdenziali, fra cui, comprensibilmente, spiccavano le assicurazioni marittime.

Come ogni altra grande città europea, ad Amsterdam viveva una comunità ebraica piuttosto numerosa. Il suo nucleo originario, di stirpe sefardita, proveniva dalla Penisola Iberica; si trattava di gente dedita ai commerci che in città trovò un ambiente particolarmente favorevole alla conduzione dei propri affari. In seguito giunsero dall’Europa Orientale gruppi più numerosi di stirpe ashkenazita, tra i quali molti Rabbi e studiosi delle Scritture. Caratteristica importantissima della comunità di Amsterdam consisteva nell’essere forse l’unica comunità ebraica di una grande città europea a non risiedere in un ghetto, ma in un quartiere come gli altri, il Vloonburg. Questo era possibile grazie alla politica tollerante professata dalle autorità civili cittadine e repubblicane, le quali avevano precocemente intuito che la pace religiosa era una condizione non negoziabile per la prosperità dei commerci.