I libri sono in pericolo: distopia e contemporaneità

Di Gian Luca Nicoletta

 

Titolo allarmante? Forse ma, sapete, questo è un tema che a mio modo di vedere sta diventando sempre più pressante, e in maniera inversamente proporzionale sempre meno affrontato, nella nostra contemporaneità. I libri sono in pericolo? Dipende dal punto di vista:

  • Commerciale: ogni anno si registra un aumento di libri pubblicati, tant’è che solo nel 2017 sono stati più di 72.000;
  • Imprenditoriale: l’anno scorso sono state censite circa 5.000 case editrici attive (cioè quelle che hanno pubblicato almeno un libro);
  • Economico: è stato stimato che il catalogo dei libri in commercio comprende più di 1.000.000 di titoli.

[La fonte di questi dati è disponibile qui]
Eppure… eppure il numero dei lettori non cresce e nemmeno cresce il numero delle ore che si dedicano alla lettura. Aumenta però il numero di ore che passiamo on-line, sui social network o davanti a uno smartphone. Su un altro versante aumentano le “informazioni” che circolano in rete, prodotte con ritmi che farebbero resuscitare e poi di nuovo morire, ma stavolta dall’invidia, Henry Ford e Frederick Taylor. Dunque la questione, il pomo della discordia: leggiamo di meno ma si producono più informazioni, la gente si considera sempre più informata (e riflettiamo un secondo sull’etimo di questo termine, in+formare) perché sta su internet e sa che lì ci sono le notizie, quelle vere.
Viviamo al contempo in una società che forse viaggia a una velocità per noi non più sostenibile, fatta di impulsi e risposte che devono giocoforza essere immediate: condivisione e like, like e commento, commento e risposta, tag e condivisione, dunque di nuovo condivisione e like… all’infinito.

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Viviamo anche in un mondo in cui sta diventando difficile difendere le posizioni di chi esprime un proprio pensiero in virtù di quanto ha letto e di quanto ha studiato. Forse è complice proprio la rivoluzione digitale della nostra generazione, quella dei millennials: abbiamo avuto in sorte l’irripetibile possibilità di nascere in un mondo in cui le distanze geografiche sono pressoché annullate, la nostra generazione ha fondato un mezzo di comunicazione la cui portata sarà paragonata all’invenzione della ruota o alla scoperta del fuoco, tutti possiamo parlare ed esprimere la nostra posizione ma… ciò che viene espresso è intuizione pura, speculazione dilettante. Viviamo in un mondo in cui le indicazioni sull’acquisto di un telefonino valgono più dei consigli di medici specialisti, siamo alla mercé di sistemi di comunicazione che mettono al centro della costruzione retorica (perché quella non morirà mai e anzi, diventerà una disciplina alchemica e segreta) l’odio verso gli altri.

C’è stato un tempo, a metà del secolo scorso, in cui uno scrittore di nome Ray Bradubury e uno scrittore di nome George Orwell immaginarono un mondo nel quale fosse vietato leggere, dove ci si dovesse informare tramite mezzi di comunicazione avveniristici e nel quale da grandi schermi televisivi ci veniva detto chi era il nemico della nazione, chi doveva essere l’oggetto del nostro odio. Quel mondo si trova in due romanzi oggi fondamentali della letteratura distopica, mi sto riferendo a 1984 e a Fahrenheit 451, pubblicati rispettivamente per la prima volta nel 1949 e 1953.
Il genere distopico è uno dei filoni letterari della più grande famiglia “fantascienza” e ha come peculiarità quella di essere ambientata nel futuro, generalmente dopo un grande sconvolgimento sociopolitico (che può essere un’epidemia mondiale, la terza guerra mondiale e via dicendo). In questi romanzi dunque ci viene riportata la realtà dopo il grande sconvolgimento, il quale ha solo la mera funzione di collocare la storia nel tempo. Il cuore di tutto l’impianto narrativo è quello dei nuovi stili di vita, del nuovo ordine sociale che, per gli abitanti di questi due romanzi, è dato come un elemento certo e immutabile.

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In questi due romanzi i rispettivi protagonisti vivono serenamente le loro vite, convinti di non avere alcun ruolo speciale al di là di quello che la società nella quale vivono ha loro assegnato. Si trovano però costretti a rendersi conto che qualcosa non quadra, i conti non tornano perché intuiscono che l’essere umano può fare di più e meglio, comprendono che l’elemento di maggior rischio per il potere costituito e dominante è quello rappresentato da una larga moltitudine di persone che leggono, pensano e criticano (nel senso più profondo del termine, cioè analizzano i fatti). Entrambi i protagonisti troveranno una parziale via di fuga in due elementi che ci sono particolarmente cari: uno nella scrittura, l’altro nella lettura. Queste però, nel mondo distopico, sono pratiche illegali e perseguite a norma di legge. La cultura e la letteratura diventano atti illeciti e da punire, perché la società che precede lo sconvolgimento sociopolitico è stata indottrinata a credere che non sia necessario pensare con la propria testa, che i libri siano oggetti fuorvianti e che vincolano mortalmente il pensiero, anziché liberarlo.

Ecco, io ho il timore di credere che noi siamo quella società. Non vivremo tanto a lungo da vedere la distopia realizzarsi, ma con la nostra generazione si sta avviando il processo che si concluderà con la messa al bando dei libri, dello studio, della ricerca della conoscenza seguendo le orme di chi ci ha preceduto e ha saputo illuminare il buio pesto dell’ignoranza. Siamo portatori di una grande missione che si ripercuoterà sulle future generazioni: ripristinare il valore pratico, etico, morale e giusto della lettura, della conoscenza per la conoscenza, dell’arte per l’arte e di tutte queste per l’umanità. Non lasciamoci intimidire, come tanti nei romanzi distopici, da chi urla, da chi aggredisce verbalmente e fisicamente, perché l’unico vero scudo che può salvarci è quello fatto di carta, quello fatto di parole pensate e sensate.
Salviamo il nostro futuro e la nostra libertà di pensiero: leggiamo!

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1 commento su “I libri sono in pericolo: distopia e contemporaneità”

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