C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… parte II

Di Gian Luca Nicoletta

 

Dopo l’introduzione a questo nuovo filone tematico che ho deciso di inaugurare con voi, riprendo il discorso da dove l’avevo interrotto l’ultima volta: siamo a Ginevra e sul palco dei conferenzieri sale il primo intellettuale che, assieme ai suoi appunti, ci illustra come immagina la nuova Europa. Si tratta del filosofo francese Julien Benda. Nel suo intervento, tenuto proprio il 2 Settembre 1946, “monsieur Benda” mette sin da subito in chiaro un punto essenziale dal quale partire: una coscienza dell’Europa intesa come entità spirituale e non solo geografica non è mai esistita.

Il motivo per cui questa coscienza non è mai esistita, e tanto meno esiste secondo lui, è da collegare al fatto che, storicamente, nel panorama civile e politico europeo sono prima nate le singole coscienze locali, le quali dopo si sono trasformate negli Stati sovrani, che a loro volta avevano come primario obiettivo il definire loro stesse e la propria autonomia, in contrapposizione ad un “altro” che incarnava tutto ciò che ogni determinata coscienza locale non era. In questo modo tutti i popoli europei, ognuno con i propri tempi e le proprie mutazioni storico-sociali, si sono autodefiniti in base a ciò che avevano di caratteristico e che non trovavano negli altri. Questo processo non è stato lo stesso per tutti i popoli e non ha portato ai medesimi risultati. Benda pone, come esempi contrapposti a favore della propria tesi, lo sviluppo di due Stati come la Francia e l’Inghilterra in opposizione alla Germania e all’Italia: i primi due hanno dato vita a questo sistema di identificazione del sé e dell’altro già nel medioevo, a partire dal secolo XIV; al contrario la Germania e l’Italia hanno messo in essere questo meccanismo molto più tardi, nel pieno secolo XIX e con tempi e dinamiche ovviamente differenti. Questo punto è fondamentale nell’analisi di Benda, il quale sostiene l’idea di uno Stato visto come un organismo naturale e vivente: composto di più elementi legati gli uni agli altri, tutti devono svilupparsi nelle medesime proporzioni e negli stessi tempi se si vuole sperare di vedere l’intero organismo sopravvivere. Visti gli sviluppi sproporzionati e scoordinati dei popoli europei se ne deduce che l’Europa non è fatta per vivere come un sistema organico: non ne possiede le caratteristiche essenziali. Il ragionamento di Benda prosegue sulla linea degli sviluppi autonomi, giungendo al momento cruciale in cui l’autodeterminazione dei diversi popoli europei ha portato a quella che lui definisce una “catastrophe”:

«j’estime que l’Europe, du moins pour sa plus grande partie, est parfaitement responsable de la catastrophe ; […] en raison de l’attachement de plus en plus profond qu’elle a toujours marqué à ses divisions»[1]

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Julien Benda

La catastrofe rappresenta, per Benda, non solo un semplice sostantivo che identifica la seconda guerra mondiale bensì la tappa di un processo storico preciso; iniziato durante il Medioevo e portato alle estreme conseguenze con lo scoppio del conflitto. L’attaccamento alle divisioni di cui si parla è da collegare sia alle caratteristiche storico-culturali di ogni Stato sia ai meri interessi, primi fra tutti quelli economici, che ogni Stato nutriva per garantire la propria egemonia sugli altri o quanto meno la propria indipendenza sul piano internazionale.

È bene chiarire un punto che può sembrare scontato oggigiorno ma che tuttavia necessita di essere nuovamente messo in evidenza dall’analisi e riflessione critica: per gli uomini e le donne che hanno vissuto con piena coscienza e maturità intellettuale il conflitto, la creazione di un’unità europea (parlare di Comunità a quest’altezza cronologica sarebbe anacronistico nonché azzardato) rappresenta prima di tutto la presa di coscienza concreta di una realtà tangibile: la pace. A quasi settantacinque di distanza dalla Liberazione è invece pensiero comune fra le giovani e giovanissime generazioni che l’Europa oramai sia un’istituzione politica al pari delle altre: per noi è sempre esistita. Dunque è importante considerare, ed interessante rivalutare, questo senso della catastrophe di cui Benda parla.

Con la guerra, tutta una serie di elementi che nel corso del tempo si erano affermati nelle menti degli europei[2] viene distrutta, vediamoli:

  • In ambito politico: la coscienza di valori nazionali e sociali propri della cultura occidentale, il più emblematico fra questi consiste nella netta separazione fra l’ambito religioso e quello politico (in qualunque forma istituzionale sia espresso quest’ultimo);
  • In ambito spirituale il quadro si presenta già diverso: l’ambito artistico e letterario è inteso come molto più dinamico e libero dalle frontiere, tanto che Benda riporta alcuni esempi noti:

«Il est un domaine de l’activité spirituelle où, jusqu’à un temps tout proche, la conscience des particularismes nationaux ne se fit pas sentir, c’est le domaine de l’art, éminemment de l’art plastique. François le Ier appelait Léonard de Vinci pour la décoration de Fontainebleau. Marie de Médicis confiait celle du Louvre à Rubens. Charles-Quint mandait le Titien en Espagne et l’instituait son peintre officiel.»[3]

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Il dinamismo culturale e artistico della prima età moderna faceva ben sperare, a posteriori. La ricca e soprattutto libera circolazione dell’arte e delle idee aveva messo in moto un sistema virtuoso di autocoscienza dell’idea di Europa, anche se questo processo è rimasto sempre e solo un fatto e mai una coscienza.

«une époque qui a vraiment connu la conscience d’un esprit européen, c’est la fin du XVIIIe siècle, avec ces hommes qui, non seulement possèdent une culture cosmopolite donnée par les Jésuites, mais s’en font gloire et y voient une valeur supérieure aux cultures étroitement nationales;»[4]

Il riferimento al secolo dei Lumi è di rigore: quelle che ad oggi rappresentano le grandi menti fondatrici del pensiero moderno, si pensi a Voltaire, a Montesquieu, si sono spese sino all’ultimo nell’accrescere la propria cultura e la propria coscienza, sia letteraria sia civile e politica in senso universale, trasversale.

Nel XVIII secolo nessuno immaginava un universalismo europeo e cosmopolita in chiave politica, ma è chiaro il concetto secondo il quale l’arte e la filosofia fossero dei veri e propri strumenti, utili e necessari, per innalzare lo spirito degli uomini e per renderli culturalmente liberi di muoversi attraverso l’Europa. La mobilità in questo senso è un fattore molto importante: entrano in relazione più individui che si vedono come “altro”, come “diverso” tout court. Il funzionamento del processo identitario prevede una distinzione di piani tra chi identifica l’altro e chi è identificato come tale. Dunque c’è una gerarchia di fondo che viene instaurata, seppur indirettamente, e che vede l’altro sul piano inferiore. Il passaggio sopracitato potrebbe invece essere interpretato come un primo tentativo di superamento di questa gerarchizzazione. Entrano cioè in relazione intellettuali che sono ben coscienti della propria storia politica ma che riconoscono nell’altro alcuni tratti comuni, quali le idee illuministe che si sono diffuse in tutta Europa durante il XVIII secolo.

Benda ad ogni modo accetta la sfida lanciatagli dal comitato ginevrino e si cimenta nella programmazione di una tanto probabile, quanto lontana nel futuro, unità europea. A tal proposito egli sostiene che molte saranno le difficoltà da affrontare e superare, sia in chiave politica che in chiave spirituale, dove intende l’ambito artistico, letterario e filosofico:

«Du point de vue politique. Comparons, toujours pour la clarté de notre exposé, avec le Nouveau Monde. Quand un homme d’outre-mer, au lieu de se sentir citoyen de l’Iowa ou du Maryland, se sent citoyen des Etats-Unis d’Amérique, il se sépare d’une réalité historique à peu près nulle pour s’agréger à une réalité considérable et mondialement considérée. […]»[5]

Il fatto è innegabile: un cittadino degli Stati Uniti, sia che viva in Iowa o nel Maryland non ha problemi ad identificare sé stesso come un cittadino statunitense a tutti gli effetti. Questo perché gli Stati Uniti rappresentano un’entità sociopolitica storicamente e mondialmente riconosciuta. Lo stesso non si verifica in Europa: un Francese, un Tedesco o un Italiano non riescono ad identificarsi come europei perché non c’è una coscienza o tanto meno uno sforzo intellettuale che vada in questa direzione. Benda rende bene l’dea quando dice che l’europeo “lâcherait la proie pour l’ombre”,  “lascerebbe la preda per l’ombra”, ovverosia abbandonerebbe una concretezza stabile per una chimera inarrivabile se dovesse scegliere di identificarsi come europeo piuttosto che Italiano o Francese o Tedesco.

Il fatto che Benda parli di istituzioni mondialmente riconosciute va approfondito, credo che la prospettiva da lui adottata vada presa in considerazione poiché essenziale per comprendere l’intero discorso che stiamo conducendo: nel momento in cui Benda parla di realtà considerabili e considerate egli fa riferimento sì a quella che, oramai, è una programmatica presa di coscienza del mondo che circonda i cittadini di tutte le Nazioni, ma poi è anche un’azione concreta da un punto di vista politico ed istituzionale: riconoscere le realtà culturali-politiche come organismi reali e poi farle fattivamente esistere a livello istituzionale. Riattivare, in chiave legittimante, il processo di identificazione del attraverso la separazione da ciò che non è sé. Dunque caricare di un significato nuovo questo processo quando realtà ben delimitate a livello culturale non riescono ad emergere a livello politico, isolandole da tutto ciò che è diverso per farle sorgere sotto la giusta luce e mettendole in sinergia con queste, così che tutti possano trarne beneficio.

È quindi chiaro ciò che Benda intende parlando di problemi politici: se non c’è un riconoscimento da parte dell’uomo preso nella sua singolarità e preso nel suo far parte di un’istituzione non ci può essere una realtà politica alla quale fare riferimento e con la quale, un giorno, riconoscersi.

In ambito spirituale, questa volta, parte del procedimento esposto sopra si è già concluso: le singole nazioni europee hanno provveduto a darsi una cultura e delle caratteristiche ben specifiche. Il problema è metterle in relazione le une con le altre:

«Dans l’ordre spirituel, culturel […] c’est la culture française, la littérature française, la littérature allemande, la littérature italienne, anglaise, scandinave, russe, ce n’est pas la littérature européenne, la quelle n’existe pas, n’a jamais existé, ne serait-ce que du fait qu’il n’y a pas de langue européenne. […] »[6]

Ancora una volta Benda torna sul tema del riconoscimento. In Europa ci sono e sono ben affermate la cultura francese e la sua letteratura, ciò vale anche per tutte le altre nazioni ma di espressamente europeo cosa c’è? Nulla. Gli unici che pare vedano qualcosa di europeo sono “gli americani, loro, parlano di un romanziere europeo”. Il punto in questione è di difficile interpretazione in quanto lascia in sospeso due considerazioni che rimandano al medesimo problema: è vero fino in fondo che gli “Americani” vedono un elemento comune a tutti gli europei che però non definiscono, o piuttosto questo elemento esiste realmente ma sono gli europei a non vederlo? La verità di questa considerazione dove si trova? Negli europei che, dal punto di vista di Benda, non riescono a far sistema o fra gli americani che questo sistema vedono, poiché se è vero che riescono a definirlo è altrettanto vero che lo considerano come “altro” dal loro, dunque una realtà di fatto? Il problema rimane irrisolto poiché Benda punta ad altro: il suo posizionamento in quanto intellettuale, francese, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, non gli consente di prendere pienamente atto di questa duplice sfaccettatura che hanno le sue parole.

Anche coloro che vivono oltreoceano, dunque, non riescono a vedere qualcosa che vada oltre una mera espressione geografica per quanto riguarda l’essenza, lo spirito, del nostro continente. Il percorso è compiuto solo a metà, dagli estranei che europei non sono e che dunque non hanno particolare interesse a comprenderne i significati profondi ma solo ad identificare la letteratura europea. All’interno, in Europa quindi, c’è invece il vuoto assoluto: nessun europeo ha veramente idea di cosa rappresenti questa relazione fra popoli, nessuno pare comprendere sino in fondo che è giunto il momento di tirare le somme di una storia lunga secoli e vedere quali sono i risultati di questa vicinanza.

Per tentare questa complicata operazione, Benda sostiene che si debba far ricorso a tre mezzi fondamentali, senza i quali non si potrebbe far nulla:

  • Una profonda riforma, a livello europeo, dell’insegnamento della storia nelle scuole;
  • Una seria campagna in favore di una lingua sovranazionale da parlare in tutto il continente;
  • Dare la precedenza, sia morale che pragmatica, alle scienze pure sulla letteratura. Poiché le prime sono universali e si fondano sulla parte razionale dell’essere umano mentre la seconda è individuale e locale.

 

La riforma della Scuola:

Benda  lamenta come nella sua esperienza di allievo abbia incontrato sempre e solo docenti di storia la cui missione fosse quella di educare le giovani menti ad amare ed apprezzare la propria storia nazionale. Dunque conoscere a memoria tutte le vittorie che il regno di Francia ha celebrato nel suo cammino ma allo stesso tempo accantonare le sconfitte: questo non è più possibile se veramente si vuole costruire l’unità europea.

L’insegnamento della storia in tutte le scuole d’Europa deve necessariamente cambiare. La concentrazione dei docenti deve focalizzarsi non più sulle singole personalità che hanno dato vita ai moti di affermazione nazionale, non più e non solo. Per creare una nuova unità europea è fondamentale prendere in esame prima di tutto quegli animi che vedevano l’Europa sì come un sogno, ma anche come una meta da raggiungere. Un cambiamento di paradigma che, a lungo termine, coinciderà con un cambiamento di forma mentis, di concezione dell’idea di Europa. Grazie al donare più spazio, in ambito didattico, a coloro che si sono spesi per l’unità europea o per il progetto di questa sarà poi possibile creare le menti dei nuovi europei.[8] Benda è altresì conscio del fatto che ragionando e concentrandosi su grandi sistemi comprensivi di diversi popoli, necessariamente andranno perse alcune specificità che ad oggi consideriamo fondamentali. Questo rappresenta un prezzo da pagare se si vuole giungere ad un’idea unitaria di spirito europeo. Nella formazione di un “canone” storico di riferimento per un intero continente è inevitabile privilegiare degli elementi essenziali per scartarne degli altri. La gerarchizzazione delle conoscenze non può prescindere da questo progetto:

«là encore, dirai-je aux éducateurs désireux de faire l’Europe, il vous faudra représenter à vos ouailles que ces hommes d’autrefois furent grands avec leurs yeux uniquement fixé sur des grandes synthèses humaines, leur volonté d’ignorer les passions particularistes de leur temps ; […] Il nous faudra proposer à l’Europe des héros de l’idée européenne.»[9]

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Una campagna in favore di un’unica lingua europea:

Questo secondo passaggio dei tre fondamentali è, per Benda, particolarmente cruciale: più della scuola è la lingua ad unire i popoli e dunque in questo senso devono muoversi le politiche di tutti i Paesi europei. La lingua eletta sarà la lingua dell’amministrazione, della politica e sarà per tutti la lingua con cui poter muoversi liberamente. Nonostante specifichi che questa lingua unica rappresenterebbe di fatto una lingua seconda, seppur la medesima lingua seconda per tutte le generazioni a venire, il campo linguistico è stato e rimane l’unico campo dove in assoluto nessuno intende cedere alle convinzioni altrui, neanche per un bene comune. La lingua che secondo Benda può onorare questo alto scopo è la lingua Francese:

«Cette langue, selon moi, c’est le français, à cause d’un caractère que les pires ennemis de la France lui ont reconnu, d’ailleurs souvent pour l’en disqualifier (voir les romantiques allemands) ; à savoir sa rationalité, c’est-à-dire la faculté qu’elle a, en vertu de ce caractère […] d’offrir à une plus grande variété d’hommes un terrain d’entente et de rencontre»[10]

Secondo il filosofo, la lingua francese rappresenta un’ampia piattaforma linguistica di incontro e confronto fra gli uomini. Questo carattere onnicomprensivo viene affidato al francese poiché dotato di una caratteristica unica, che ci collega al terzo punto delineato da Benda: il francese è l’idioma più adatto alla scienza che alla letteratura.

“La precedenza conferita alla scienza sulle letterature, ai prodotti dell’intelligenza su quelli della sensibilità”

La questione si presenta chiara agli occhi di Benda: consentire agli studi di tipo scientifico di avere “la precedenza” su quelli letterari ed umanistici.

Cerchiamo dunque di meglio definire questa precedenza: qual è dunque il valore da attribuirle? Credo che l’accezione più adatta e calzante ai fini del nostro discorso sia quella culturale; ovverosia adottare a livello sociale, e quindi conseguentemente culturale, una prospettiva che permetta alla società (civile, politica ed intellettuale) di dare una maggior rilevanza ed evidenza a ciò che è tecnicamente infallibile, a concetti e nozioni sulle quali non è possibile esprimere nulla di personale che non sia un’ipotesi di lavoro.

La netta separazione fra scienza e letteratura si collega bene al ragionamento di Benda, richiamando il percorso già visto dello sviluppo delle piccole identità politiche che si sono trasformate negli Stati moderni. L’unica eccezione può essere fatta per la letteratura che si propone come scientifica, essendo per costituzione più vicina alla descrizione del vero:

«il est évident que si nous voulons créer un esprit supernational, ce n’est pas elle (la littérature) que nous devons présenter pour suprême valeur, mais la littérature de tonalité scientifique»[12] 

La letteratura è parte integrante di questo processo poiché scritta da persone i cui spiriti artistici e critici sono completamente immersi in questo clima nazionale-locale. Le realtà descrivibili possono essere in conflitto fra di loro ma la contraddittorietà tra le storie narrate non entra in questo campo dove i lettori accettano senza discutere le realtà loro proposte.

La scienza non consente nulla di tutto ciò. Gli studi e gli esperimenti partono da intuizioni particolari e puntano all’astrazione universale, di modo che nessuno possa mai mettere in dubbio ciò che è.

Dunque questa precedenza delle scienze rappresenterebbe il vero motore per creare un’unità europea. Creando una società nella quale le realtà universali prevalgono su quelle locali, dove la lingua delle istituzioni è anche la lingua di tutti i componenti di questa società e dove il sistema scolastico punta la maggior parte delle sue energie sullo studio e l’apprezzamento degli eroi del sogno europeo. Una volta soddisfatte queste esigenze fondamentali, solo allora, si avrebbero delle ottime basi sulle quali dare vita ad un’unica nazione e finalmente giungere alla fratellanza fra tutti i popoli d’Europa.

«La formation de l’Europe impliquera pour les nations l’acceptation de cette idée, à laquelle, il faut bien le dire, elles semblent fort peu acquises : l’idée de sacrifice.»[13]

 

 

 

[1] Julien Benda, “Rencontres Internationales de Genève” (d’ora in poi R.I.G.) 2-14 Settembre 1946, p. 6, corsivo mio. Tutti gli interventi presenti in questa edizione sono redatti o tradotti in lingua francese.

[2] Col termine “europei” si intendono, in questa sede, tutti gli abitanti del continente Europa. Significati più spirituali, politici o diversi da quello prettamente geografico saranno specificati di volta in volta.

[3] J. Benda, R.I.G. p. 16

[4] Ibidem, p. 14

[5] Ibidem, p. 19

[6] Ibidem, p. 20, corsivi miei.

[7] Ibidem, p. 22, parentesi mia.

[8] Questa accezione del termine “europei” deve essere invece collegata non a un’appartenenza geografica bensì ad un’appartenenza culturale ad un’entità che è anche politica.

[9] J. Benda, op. cit. pp. 24-26

[10] Ibidem, pp. 27-28, parentesi del testo.

[11] Ibidem, p. 28, corsivo del testo.

[12] Ibidem, p. 30, parentesi mia.

[13] Ibidem, pp. 36-37.

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