“Il nome della rosa” su Rai 1: che cosa non ha funzionato?

Di Andrea Carria

 

Dopo tanta attesa sapientemente preparata dalla pubblicità, lunedì sera, su Rai 1, è andata in onda la prima puntata della fiction Il nome della rosa, ispirata al romanzo di Umberto Eco. Noi dello Specchio di Ego la aspettavamo con impazienza e qualcuno di voi lettori avrà (spero!) già avuto modo di leggere l’articolo di Gian Luca Nicoletta con cui, pochi giorni fa, salutavamo il suo approssimarsi. In quello di oggi io vi esporrò le mie impressioni su questa produzione che, almeno nelle intenzioni, presentava tutte le caratteristiche di una serie evento.

Dirò subito che mi aspettavo qualcosa di più. Non nella ricostruzione storica e di costume, dove negli ultimi anni la Rai ha compiuto innegabili passi da gigante (e il pensiero corre subito alla serie del 2016 I Medici), ma piuttosto nella sceneggiatura e nel cast. Per una serie di quattro puntate, si rendeva giustamente necessario l’adattamento della sceneggiatura mediante l’aggiunta di scene extra, digressioni, flashback e opportune integrazioni di trama. E la puntata inizia proprio con una di queste scene, dove vediamo il giovane Adso da Melk prendere dapprima parte agli orrori della guerra per poi disobbedire all’autorità paterna facendosi novizio di Guglielmo da Baskerville, un frate francescano famoso per la sua intelligenza in tutta la cristianità. Il ragazzo lo incontra per la prima volta in veste di ospite di suo padre, di stanza in Italia con l’esercito imperiale, e rimane tanto affascinato dalla sua figura enigmatica da decidere di seguirlo nella sua delicatissima missione per conto del proprio ordine. Una missione che, a seconda di come andrà, deciderà della sopravvivenza dei francescani, da anni in odore di eresia per lo schieramento più conservatore della Chiesa di Roma, tra le cui fila spicca il temibile inquisitore domenicano Bernardo Gui.

Fin dalle sequenze iniziali la sceneggiatura vira con decisione verso una tematica che nel romanzo di Eco è praticamente inesistente: l’amore. Il rapporto tra Adso e la giovane ragazza in fuga dalla guerra — i quali nel libro si limitano ad avere un mero rapporto occasionale, comunque sufficiente per tormentare a lungo l’animo del protagonista — si configura fin da subito come una storia d’amore impossibile, destinata, presumibilmente, ad acquisire una centralità sempre maggiore di puntata in puntata. La ragione di questa scelta è facilmente comprensibile: nel Nome della rosa non ci sono personaggi femminili rilevanti, e questo espediente ha fornito a Giacomo Battiato, il regista, il filone narrativo più efficace con cui rassicurare la sensibilità di genere del grande pubblico (ricordo brevemente come questa soluzione sia stata adottata anche da Peter Jackson nello Hobbit [2012], per il quale fu inventato ad hoc il personaggio di Tauriel).

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Guglielmo da Baskerville (John Turturro) e Adso (Damian Hardung) in una scena della serie tv

Venendo invece al cast, c’è da dire che i nomi che lo compongono non hanno ancora dato prova di tutto il loro enorme potenziale. Il ventenne Damian Hardung (Adso) si è comportato onestamente nei panni del novizio spaesato e al tempo stesso incuriosito dalla serie di misteriosi omicidi che sta sconvolgendo la vita dell’Abbazia, tuttavia la speranza è che questa non sia l’unica faccia prevista per lui dal copione. I più attesi rimangono però i grandi del cinema internazionale (insoliti per una fiction Rai, ma si deve tenere conto che la serie è una coproduzione italo-tedesca, già acquistata all’estero in Canada, Stati Uniti, Australia e Regno Unito). Comunque, se sul Bernardo Gui di Rupert Everett è ancora presto per esprimere una critica (il suo ruolo diventerà decisivo più avanti), lo stesso non vale per il Guglielmo interpretato da John Turturro, per il quale a deporre negativamente è la magistrale (e indimenticata) interpretazione di Sean Connery nel film del 1986, diretto da Jean-Jacques Annaud. Connery aveva infatti sposato il profilo caratteriale e umano che Eco aveva attribuito al personaggio di Guglielmo: un fine erudito dalla personalità complessa e ricca di sfumature, dove perspicacia e arguzia si integravano perfettamente con il carisma, il fine sarcasmo e la nobiltà d’animo che ne facevano un vero trascinatore. Turturro percorre invece una strada del tutto diversa: la sua performance restituisce un Guglielmo depotenziato nelle sue maggiori prerogative, più compassato e meno risoluto, più buono che affascinante e, in definitiva, molto più frate che leader. Anche in questo caso è assai probabile che si tratti di una scelta voluta da parte del regista e degli sceneggiatori. Se lo abbiano fatto nella speranza di evitare un paragone diretto con la performance dell’attore scozzese, non so stabilirlo; se però la spiegazione fosse questa, ci tengo a dire che il risultato non è stato raggiunto perché semplicemente inevitabile.

La prima puntata di questa fiction tanto attesa mi ha quindi lasciato tiepido. Sono convinto che parte della responsabilità vada al grande film dell’86 il quale, volenti o nolenti, guida in generale buona parte delle impressioni di ciascuno. Costumi e scenografia convincono ma da soli non bastano (in pratica, l’attuale produzione ha eguagliato gli standard che erano già fissati trentatré anni prima), computer grafica ed effetti speciali sono perfettibili come in ogni altra produzione Rai, e le musiche di Volker Bertelmann accompagnano dignitosamente la storia, senza tuttavia rischiare di prendere in ostaggio l’orecchio del telespettatore oltre i titoli di coda.

A mio avviso i limiti della produzione sono ben altri e si possono racchiudere in un’unica domanda: per quale motivo Giacomo Battiato ha deciso di confrontarsi con la resa cinematografica di un capolavoro assoluto (cosa difficilissima già di per sé), il quale a sua volta aveva già incontrato la fortunata cinepresa di Annaud riscuotendo premi su premi (tra cui l’oscar come miglior film straniero), il plauso generale della critica e la cosa che senza forse conta di più, vale a dire l’acclamazione del pubblico?

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Il regista, Giacomo Battiato

Non dimentichiamoci d’altra parte che il romanzo di Umberto Eco rimane essenzialmente un giallo, e che come tale ha conquistato i suoi lettori. Dopo un successo planetario che lo ha portato a essere uno dei libri più stampati al mondo e gli appena ricordati successi cinematografici (tra l’altro nemmeno troppo lontani nel tempo), come intrattenere il grande pubblico di oggi, per il quale i fatti salienti di questa storia sono ormai di dominio popolare, se né l’adattamento né i personaggi si rendono interessanti in modo particolare, ma anzi danno quasi l’impressione — alla mente che già conosce la storia — di non tenere il ritmo che il giallo originariamente possiede e che il film di Annaud, in quanto produzione dal minutaggio più limitato rispetto alla serie televisiva, riesce comunque a riproporre per tutta la sua durata?

Siamo solo alla prima puntata ed esprimere giudizi troppo severi è prematuro, ma per quello che si è visto fin qui non rimane che augurarsi che Battiato e i suoi sceneggiatori abbiano pensato a un colpo di teatro col quale dare una svolta a questa produzione. Non sarebbe una conquista ma un arretramento, se gli sforzi sostenuti per migliorare scenografie e costumi siano stati realizzati a scapito della sceneggiatura e, soprattutto, dell’interpretazione. Le produzioni Rai possono essere fatte oggetto di tante critiche e anche questa volta non sarà diverso; se però c’è una cosa che nell’ultimo ventennio di fiction la televisione nazionale ha dimostrato di poter garantire con una certa costanza sono le performance apprezzabili dei suoi cast. Giuseppe Fiorello, Vittoria Puccini, Anna Valle, Alessio Boni (qui presente nel ruolo secondario di frate Dolcino) non sono solo nomi, ma icone di un genere cinematografico con una dignità che loro e tanti altri colleghi hanno contribuito a costruire. Il mio augurio più sincero è che Turturro, Everett e gli altri étrangers riescano, da qui alla fine, a conferirgliene altrettanta.

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