Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?

Di Andrea Carria

 

La storia, spesso si dice, ha il cattivo vizio di ripetersi. Ma il presente ne possiede uno ancora peggiore, quello di focalizzare l’attenzione su di sé fino a dare l’impressione che quanto lo riguarda stia accadendo oggi per la prima volta e abbia l’aspetto di un complicatissimo rebus senza indizi. In realtà non c’è niente di più sbagliato: indizi e precedenti esistono il più delle volte, ma per poterli riconoscere c’è bisogno che la storia — e a maggior ragione se si tratta di una geo-storia — dialoghi con tutti i fattori che concorrono a determinare l’essenza di uno spazio.

Questa semplice ma importantissima regola è stata la bussola di Fernand Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici dell’École des Annales, il quale intendeva la storia come una disciplina trasversale percorsa da fittissime interconnessioni da studiare sul lungo periodo (longue durée), in cui i particolari più minuti della quotidianità potevano rivelarsi perfino più importanti dei grandi avvenimenti politici e militari.
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 eminente dei sistemi economico-commerciali dell’età moderna e del capitalismo, a Braudel si devono anche alcune delle descrizioni più lucide e suggestive del mondo mediterraneo. Mediterraneo è anche il titolo del volume collettaneo del 1985 da lui curato e in larga parte scritto. Si tratta di uno dei suoi libri più famosi e letti, un piccolo capolavoro che in dodici contributi si propone di raccontare l’essenza del Mare Nostrum.

Cinque di questi portano la firma di Braudel. Fresca e gioiosa, la sua scrittura è prima di tutto uno stile personalissimo con cui raccontare la storia. Senza nulla togliere agli altri autori del volume — studiosi di formazione diversa, del calibro di Filippo Coarelli, Maurice Aymard, Roger Arnaldez, Jean Gaudemet e Piergiorgio Solinas —, solo quando si leggono i saggi di Braudel i fatti diventano protagonisti di una narrazione. Succede allora che quei fatti, di colpo, non sono più quelli che conosciamo fin dall’epoca delle prime lezioni di storia a scuola, ma diventano qualcosa di diverso, come diverso è un paesaggio quando si cambia punto d’osservazione. La differenza è che con Braudel il punto d’osservazione non può che salire, permettendo di vedere millenni di storia riuniti in poche pagine. Pagine non solo belle letterariamente — di respiro calviniano, oserei dire —, ma anche illuminanti e ricchissime di spunti. Leggere Mediterraneo è comprendere tutto d’un fiato il senso del passare dei secoli.

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Sebbene la narrazione dei fatti passati sia la cifra comune alla maggior parte dei saggi di questo libro, il principale merito di Braudel e degli altri autori è aver attualizzato il più possibile la storia. E lo hanno fatto in virtù del principio che ricordavo all’inizio, secondo cui per ogni fatto storico è possibile individuare uno o più precedenti che, se adeguatamente contestualizzati, forniscono la naturale cartina al tornasole della maggior parte delle sfide del presente. Ciò non vuol dire che la storia sia la magistra vitae dei Latini, e nemmeno che su di essa si possano fare delle previsioni: la cosa che invece viene messa in luce è la strettissima concatenazione di cause ed effetti che lo storico usa per interpretare il passato secondo i suoi modelli, e che il resto degli uomini dovrebbe invece acquisire per non considerarsi alla completa deriva degli eventi. Mediterraneo costituisce un esempio mirabile di questo procedimento, e ci restituisce un libro meta-storico dal quale chiunque può trarre importanti insegnamenti da applicare alla vita di tutti i giorni.

Leggere Mediterraneo oggi è prima di tutto confrontarsi con un classico della storiografia. Ma la storia è solo una delle sue identità. Archeologia, antropologia, etnologia, storia del diritto e della religione: ognuna di queste discipline aggiunge la propria pennellata a questo grande affresco, il cui risultato finale è a dir poco straordinario: raccontare i caratteri di uno spazio, il Mediterraneo, che non è raccontabile per la sua stessa conformazione di bacino liquido stretto in mezzo a popoli e a culture diversissime, che il mare avvicina e allontana ogni volta che cambia il vento della storia.

Leggere Mediterraneo oggi è anche capire dove l’attuale vento ci sta portando. Lo scontro fra civiltà è una corrente che le onde del Mare Nostrum hanno già assecondato, così come pure le spinte migratorie o la diffusione di usi, costumi, prodotti, mercanzie, idee. Perché? Perché il Mediterraneo è sia confine che soglia, ma se si vuole sopravvivere sulle sue sponde — tanto belle quanto difficili da dominare — è come soglia che dobbiamo considerarlo:

«La decadenza, le crisi e i malesseri del Mediterraneo coincidono appunto con i guasti, le insufficienze, le fratture del sistema di circolazione che lo attraversa, lo travalica e lo circonda, e che per secoli lo [ha] posto al di sopra di se stesso».

No, non è retorica da intellettuali, ma la scoperta che hanno fatto migliaia di anni fa i popoli neolitici il giorno in cui hanno messo la prima barca in mare, probabilmente da qualche parte lungo la costa fenicia: un giorno fortunato perché è in quel preciso momento che è stata impressa l’accelerazione più grande allo sviluppo delle civiltà.

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È nel palcoscenico del Mediterraneo che del resto si sono sviluppati i sistemi culturali di riferimento del mondo occidentale e di quello mediorientale, sistemi che in passato si sono scontrati varie volte, ma che ancora più spesso si sono semplicemente integrati e sovrapposti senza darlo a vedere, senza clamori. Forse è proprio per questo che ci ricordiamo più delle Crociate o di Lepanto, dell’invasione turca dei Balcani o della Reconquista: come i momenti d’ozio, anche quelli di mediazione e confronto tendono a lasciare il posto, nella memoria collettiva, agli avvenimenti più rumorosi, fra i quali si sceglie poi di dare credito alla voce che intona la nostra stessa canzone. Ma non è così che funzionano le cose, men che meno in un mondo complesso, stratificato e interdipendente come quello mediterraneo, un mondo nel quale, come Braudel giustamente ricorda:

«[…] l’uomo occidentale non deve ascoltare soltanto le voci che gli suonano familiari; ce ne sono sempre altre, estranee, e la tastiera esige l’uso di entrambe le mani».

Il capitolo Migrazioni dello storico Maurice Aymard, è uno dei contributi fondamentali di questo libro, e leggerlo alla luce dei populismi di oggi ci mostra quante verità vengono nascoste sotto al tappeto da certe retoriche politiche, semplicistiche e di bassa lega.

«Per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla. Contro tale minaccia va attualmente un po’ dappertutto lo stesso spirito di rivolta, la stessa ricerca appassionata di un’identità che rischia di essere distrutta dal livellamento linguistico, politico ed economico».

È l’esatta descrizione di ciò che sta avvenendo adesso, eppure chi, leggendo queste parole, darebbe loro 34 anni di età? La minaccia dell’altro — invasore o forestiero che sia — è il Leitmotiv che sta alla base di tutta la storia del Mediterraneo, un mare che da tremila anni — dice ancora Aymard — «non ha mai cessato di attrarre popoli venuti da fuori, dalla foresta, dalla steppa o dal deserto». Se c’è una cosa che non appartiene alla storia del Mediterraneo e che invece ne corrompe l’intima natura, questa cosa è proprio l’istituzione di nuove frontiere: muri, recinti spinati, porti chiusi.

Leggere Mediterraneo oggi significa dunque essere uomini e donne più consapevoli dei tempi in cui viviamo, tempi in cui la semplificazione e la strumentalizzazione della storia indirizzano mentalità e coscienze, gonfiando i risultati elettorali. Detta nel modo più prosaico, leggere Mediterraneo è la dimostrazione, evidente a tutti, che la storia non è mai così come appare e che il semplice riferito a essa sta solo nello stile letterario in cui si decide di raccontarla.

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“Essere matita è segreta ambizione”, lo sguardo ai desideri nascosti

Di Gian Luca Nicoletta

 

Noi de Lo Specchio di Ego siamo sempre molto attenti allo studio delle vostre tendenze di lettura rispetto ai nostri articoli. E dunque grazie a un’attenta analisi fatta da Andrea Carria, abbiamo notato che la poesia di Valerio Magrelli “Essere matita è segreta ambizione” ha destato non poco il vostro interesse.
Per darvi giusta soddisfazione, quindi, dedicherò questo articolo a una tra le mie attività preferite: l’analisi del testo.

           Essere matita è segreta ambizione.
           Bruciare sulla carta lentamente
           e nella carta restare
           in altra nuova forma suscitato.
5          Diventare così da carne segno,
           da strumento ossatura
           esile del pensiero.
           Ma questa dolce
           eclissi della materia
10       non sempre è concessa.
           C’è chi tramonta solo col suo corpo:
           allora più doloroso ne è il distacco.

La poesia di Magrelli si presenta come un unico componimento, il quale non è diviso in strofe ed è caratterizzato da versi liberi. Tuttavia, per una migliore comprensione e analisi, possiamo suddividere il testo in quattro sezioni narrative: i versi 1-4; 5-7; 8-10 e 11-12.

I. vv. 1-4: il primo verso si apre con un’importante metafora, seguita da un’inversione. L’uso di questa figura sintattica ha il compito di dare maggior risalto alla parola che viene posta a fine verso, indipendentemente dal suo posto nell’ordinaria disposizione logica. Dunque ambizione è il sostantivo sul quale deve concentrarsi di più la nostra attenzione: in tutti noi c’è il desiderio profondo ma mai svelato, segreto. In cosa consiste questo desiderio? A questo punto è necessario sciogliere la metafora essere matita:  ciò vuol dire farsi segno scritto, diventare qualcosa che rimane sulla carta e che, anche in assenza di uno scrivente, rimane.
Bruciare sulla carta lentamente/e nella carta restare: 
prosegue il significato lanciato dalla prima metafora, ossia il desiderio di tutti noi segue la linea logica di una matita, la quale si consuma, brucia in quanto fatta di legno, sul foglio di carta mentre adempie compito per il quale è nata, ovverosia restare sulla carta ma in che modo? Ce lo dice Magrelli stesso, in una nuova forma, poiché non saremmo più un esile stelo di grafite, saremmo parola nuova, messaggio veicolato, ragionato e infine scritto.

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II. vv. 5-7: la metamorfosi della nostra ambizione, che coincide con noi stessi, prosegue nella prima metà del componimento, ci viene descritto molto più da vicino a cosa andiamo incontro quando decidiamo di farci matita. Diventiamo da carne segno, smettiamo i nostri panni umani e prendiamo le sembianze di qualcosa di molto più esile, una frase, una parola se non una sola lettera, e da mero strumento quale siamo nella nostra forma umana (uno strumento che può avere mille sfaccettature: una macchina per la riproduzione, un mezzo per produrre e svolgere lavoro…) assurgiamo a una funzione molto più nobile seppur sempre funzionale a qualcosa: ossatura esile del pensiero. Qui torna uno dei più grandi e studiati leitmotiv della letteratura mondiale: l’eterno scarto fra il pensiero e la parola, l’impossibilità tipica degli esseri umani di far coincidere quel che pensano con quanto scrivono. Possiamo conoscere tutte le parole del mondo, ogni sfumatura di significato di ogni sinonimo, ma non riusciremo mai a riprodurre fedelmente i nostri pensieri tramite la parola. Possiamo veicolare i messaggi, certo, dunque siamo ossatura ma rimarremo sempre un’ossature esile, fragile.

 

III. vv. 8-10: nella seconda metà del componimento però accade qualcosa. L’ambizione, come tutti i desideri, può non compiersi nonostante la nostra volontà e il nostro impegno. E come nell’Infinito di Leopardi dove la cascata di pensieri viene introdotta da una semplice tuttavia fatale congiunzione, allo stesso modo Magrelli attiva un’altra linea di pensieri dopo aver sigillato le speranze con un ma. La sublimazione del nostro corpo, il passaggio dallo stato solido di carne a quello più etereo di segno, definito come una vera eclissi non sempre è possibile, anzi, non sempre è concessa. In questo termine sta un altro dei motivi della letteratura, cioè tutto il mondo di discorsi e opere che ruotano attorno all’ispirazione poetica, la quale giunge da fuori tipicamente da Dio o, prima ancora, dalle Muse. Dunque la capacità di scrivere non è qualcosa che noi costruiamo, bensì una possibilità che ci viene concessa da qualcosa o qualcuno che si trova al di fuori di noi stessi.

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IV. vv. 11-12: cosa accade a coloro cui non viene concesso il privilegio di trasformarsi in matita, ossia di scrivere? Al termine della loro esistenza trapassano senza lasciare nulla di sé, chi non ha avuto questo dono tramonta solo. Lo sguardo di Magrelli si rivolge indirettamente a chi rimane in vita, persone che non hanno più nulla a cui aggrapparsi per poter ricordare la persona amata: non rimane un messaggio, una lettera, nemmeno un pensiero. Il taglio è brusco e la separazione è immediata, dunque il distacco diventa molto più doloroso.

Questo bellissimo componimento, così semplice nella lingua ma dai risvolti assai pregni di significato, rappresenta un invito a tutti noi a scrivere. Non a diventare scrittori, che è cosa diversa, ma più semplicemente a lasciare traccia dei nostri pensieri. Esistono i diari, che ultimamente vengono riscoperti dalla critica e dagli studi sull’autobiografia, anche di chi non ha mai fatto della scrittura creativa il proprio mestiere, come ci ricorda il bellissimo esempio dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
In fondo tutti abbiamo questa segreta ambizione, cui potremmo concedere una possibilità se solo trovassimo il coraggio di fare i conti con la nostra intimità, con la profondità spesse volte oscura dei nostri pensieri.

La vita nella morte: “La persuasione e la rettorica” di Carlo Michelstaedter

Di Andrea Carria

 

La vicenda umana e intellettuale di Carlo Michelstaedter è come una cometa che si spegne dopo un accecante bagliore. Della cometa essa non possiede solo la luminosità, ma anche la durata: appena ventitré anni. Ma Michelstaedter ha saputo fare addirittura meglio, poiché gliene sono bastati appena cinque – gli ultimi – per meritarsi un posto fra i grandi nomi del libero pensiero.

Se il suicidio con cui decise di mettere fine alla sua giovane vita fa di Michelstaedter un romantico e accomuna la sua sorte a quella di altri décadent, il tipo di opera che lo ha reso celebre è allo stesso tempo la più insolita e la più comune che ci possa essere. La persuasione e la rettorica (Adelphi, 2011) – questo il titolo del lavoro che meditò e scrisse tra il 1905 e il 1910 – è infatti la sua tesi di laurea.

Ma chi era Michelstaedter? A cosa si deve la fortuna della sua tesi e in che rapporto sta essa col suo suicidio?

Carlo Michelstaedter nacque nel 1887 a Gorizia da una famiglia borghese di origine ebraica. All’epoca la città apparteneva ancora all’Impero austroungarico, ma la sua posizione di confine ne faceva un crocevia culturale e linguistico ideale. Michelstaedter, che conosceva sia il tedesco che l’italiano, seppe avvalersene, ma al momento giusto. Nella sua carriera di studente, infatti, non si distinse per meriti particolari e, anzi, cambiò più volte idee sul corso di studi da seguire, fino ad approdare, nel 1905, alla Facoltà di Lettere di Firenze, dove rimase per quattro anni prima di tornare a Gorizia e lì completare la propria tesi di laurea.

La persuasione e la rettorica è un testo che rispecchia i limiti e i furori della giovane età in cui fu scritto. Le idee alla base del libro non dicono apparentemente nulla di originale e, anzi, si presentano fin da subito consapevoli del proprio passato: «quanto io dico — si legge nella Prefazione — è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole». I due sostantivi del titolo costituiscono una dicotomia che percorre il libro dall’inizio alla fine, descrivendo le due strade fra cui ogni uomo è costretto a scegliere: la persuasione, ossia la vita autentica, lontana da illusioni e falsità, da convenzioni e lusinghe; e la rettorica, che è l’esatto contrario dell’altra ma ha dalla sua parte il miraggio della sicurezza e del successo.

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La vita persuasa è la vita che vuole sé stessa. Colui che sceglie questa strada non è schiavo di pseudo bisogni perché, concentrato com’è a vivere autenticamente il presente dando il giusto valore alle cose, non avverte la mancanza di ciò che non ha, la quale invece tormenta la maggior parte degli uomini incitandoli costantemente nella corsa senza traguardo verso il soddisfacimento.

«No, egli deve permanere, non andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggono sempre nel futuro; egli deve permanere seppur vuole ch’essi gli siano nel presente, che siano suoi veramente. Egli deve resister senza posa alla corrente della sua propria illusione; s’egli cede in un punto e si concede a ciò che a lui si concede, nuovamente si dissolve la sua vita, ed ei vive la propria morte […]».

Questo modo di fare è proprio dello stile di vita rettorico, del quale l’uomo dispone di tanti modelli ed esempi fin dalla più tenera età. L’educazione e la società spingono l’individuo a incastrarsi in una forma, ad assumere, mediante la promessa illusoria del piacere e della felicità, posizioni convenienti e ruoli utili al proseguimento della vita (philopsichia), i quali però contrastano con le istanze più vere e profonde dell’uomo.

Michelstaedter divide la sua tesi in due parti, intitolate significativamente Della persuasione la prima e Della rettorica la seconda. Le riflessioni che si sviluppano al loro interno instaurano un dialogo stretto con gli autori del corpus michelstaedteriano, fra cui i presocratici, Platone e il Vangelo. Come si vede da questa brevissima rassegna, la predilezione di Michelstaedter va tutta verso i testi in lingua greca; oltre a essere numericamente abbondanti, le citazioni in lingua originale hanno la caratteristica di porsi in continuità con il resto del testo, quasi come se per lui il passaggio dall’italiano al greco antico non esistesse. La definizione più giusta l’ha data il curatore delle Opere di Michelstaedter pubblicate da Adelphi, Sergio Campailla, secondo il quale il filosofo «non cita in greco, ma parla in greco».

Sulla lingua impiegata da Michelstaedter è necessario spendere qualche parola. La persuasione e la rettorica è una tesi di laurea, dunque non fu scritta con l’intenzione di essere pubblicata, o almeno non subito. Il testo venne editato postumo per la prima volta dai familiari nel 1913, con la cura scientifica del filosofo Vladimiro Arangio-Ruiz che era stato compagno di studi di Michelstaedter a Firenze, e poi di nuovo nel 1922 a cura di Emilio Michelstaedter, cugino dell’autore. Compresa quella Adelphi, a oggi si contano cinque edizioni e ciascuna ha dovuto affrontare e cercare di risolvere i problemi tipici di un testo non completamente revisionato. La sensibilità del lettore moderno non può non  sbattere contro la prosa vetusta di questo scrittore, giovane nell’età ma antico nei modi. Periodi lunghi e ingarbugliati, concordanze non sempre rispettate e una punteggiatura anarchica dove si riconosce l’impronta tedesca sono le peculiarità che più saltano all’occhio. Così come salta all’occhio la maggiore cura linguistico-sintattica della seconda parte del libro: le frasi appaiono più tornite e i discorsi si presentano in una forma complessivamente più limpida. Certo, l’italiano di Michelstaedter è comunque figlio del suo tempo e la sensazione di tenere fra le mani uno scritto molto più datato di quello che è in realtà rimane invariata.

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Nonostante i limiti che ho discusso finora, La persuasione e la rettorica rimane un’opera illuminata. I furori a cui accennavo prima, Michelstaedter li ha riversati in un lavoro che trasuda la passione con cui è stato scritto. Le idee antiche incontrano quelle nuove, combinandosi in una filosofia profonda e sconsolata, più personale che originale. Platone, Parmenide, Empedocle ed Eraclito dialogano direttamente con le falangi del pensiero di Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche, Ibsen. Quello che Michelstaedter costruisce nei fatti è un ponte che passa sopra millecinquecento anni di storia della filosofia per congiungere le scuole della Grecia presocratica con le avanguardie del pensiero romantico da una parte e decadente dell’altra. Tranne qualche riferimento hobbesiano, è come se la filosofia moderna, per lui, non fosse esistita, e anche l’idealismo hegeliano viene riassunto in blocco come l’apoteosi dello stile di vita rettorico.

Nondimeno il filosofo goriziano si dimostra una mente in anticipo sui tempi. Certe considerazioni (e pregiudizi) sulla scienza moderna, sul suo procedere per settori sempre più specialistici che finiscono per somigliare a compartimenti stagni, sono questioni che vengono dibattute ancora oggi. La riscoperta dei presocratici, poi, lo avvicina a Nietzsche quasi più del nichilismo e, a riprova che Michelstaedter si sia anticipatamente inserito in un filone di studi destinato a un futuro, basta ricordare la profonda influenza esercitata da Parmenide e dai presocratici in generale sul pensiero di Martin Heidegger.

La qualità dello scritto di Michelstaedter emerge anche in alcuni brani di autentica bellezza letteraria. Voglio ricordarne due: il primo, proprio all’inizio del libro, è la metafora del peso che pende da un gancio, dove immagine scelta, sua rappresentazione, espressività della lingua e contenuto confezionano un brano che è fatto apposta per essere ricordato; il secondo è la nota parabola dell’areostato (a volte pubblicata anche da sola), dove Michelstaedter paragona la teoria delle idee di Platone al volo di un pallone aerostatico che, dovendo rinunciare alla meta, si illude comunque di aver guadagnato l’agognata «leggerezza» dei cieli.

Carlo Michelstaedter si uccise con un colpo di pistola il 17 ottobre 1910, appena dopo aver completato la sua tesi. Non è pensabile separare la vasta eco che questa ha avuto nella cultura filosofica e letteraria italiana dalla ricca messe di fatti e coincidenze straordinari che accompagnano la sua biografia, tuttavia le scoperte e gli studi compiuti nel frattempo hanno portato nuovo materiale all’attenzione del pubblico. La persuasione e la rettorica non è infatti la sola opera di Michelstaedter degna di interesse: dalla cospicua quantità di carte, poesie, lettere e disegni che egli ha lasciato (attualmente custodita nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia), soprattutto nel corso degli anni Ottanta e Novanta sono state realizzate varie pubblicazioni che fortunatamente, grazie alle numerose ristampe, non hanno davvero mai abbandonato le librerie italiane.

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La Biblioteca Statale Isontina di Gorizia

Il suo gesto solleva importanti e inevitabili interrogativi, e molti hanno cercato di trovare una risposta proprio nelle pagine più tormentate della sua tesi di laurea. In essa, la mancanza di un vero vademecum verso la persuasione mette in luce le difficoltà teoriche da lui incontrate nell’abbozzare una strada alternativa alla rettorica. Come è stato giustamente osservato, Michelstaedter stenta a fornire una descrizione dettagliata e compiuta della persuasione, cosicché quello che viene affermato riguardo a essa si rivela essere, piuttosto, la negazione di ciò che è la rettorica. È probabile, anzi certo, che, come si legge in un passo nel libro, Michelstaedter vedesse nel titolo di dottore che stava per conseguire il preludio del proprio incasellamento definitivo, come pedina, nello scacchiere del mondo rettorico. Altri ancora collegano il suicidio a certi episodi biografici (delusioni amorose, incomprensioni e tragedie familiari) e addirittura, più recentemente, a una malattia tenuta segreta. Se si desidera trovare una causa per la sua morte, di certo non deve essere tralasciato nulla, anche se in casi come questo le carte sono in genere più utili per rimettere in discussione piuttosto che per portare conferme:

1. Vita morte,
la vita nella morte.
Morte vita,
la morte nella vita.

2. Noi col filo,
col filo della vita,
nostra sorte
filammo a questa morte.

3. E più forte
è il sogno della vita,
se la morte
a vivere ci aita.

4. Ma la vita
la vita non è vita,
se la morte
la morte è nella vita.

5. E la morte
morte non è finita,
se più forte
per lei vive la vita.

6. Ma se vita
sarà la nostra morte,
nella vita
viviam solo la morte….

7. Morte vita,
la morte nella vita.
Vita morte
la vita nella morte.

(C. Michelstaedter, Il canto delle crisalidi, in Poesie, 1912)

 

Una città dentro: l’evoluzione narrativa in “Prima di perderti” di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

 

Da tanto tempo avevo voglia di scrivere questo articolo, perché da tanto tempo avevo voglia di leggere Prima di perderti di Tommaso Giagni.
Se questo nome non vi è nuovo la causa può essere imputabile a due motivi: 1) siete dei veri bongustai della letteratura contemporanea; 2) avete letto il primo articolo che scrissi su questo autore e che trovate qui.

Oggi vi parlo, appunto, dell’ultima opera di questo scrittore che, secondo il mio parere di laureato in Lettere con una certa esperienza, farà strada. Anche questo romanzo è stato pubblicato da Einaudi nella collana “Stile libero – big” e pensate che dalla sua data di pubblicazione ho impiegato tre anni per riuscire a trovare il tempo per dedicarmici come merita, che vergogna!

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Ma veniamo al testo: il romanzo è diviso in due parti, intitolate rispettivamente “al primo sangue” e “all’ultimo sangue”. Il protagonista della vicenda si chiama Fausto e suo padre, Giuseppe, si è appena suicidato.
Non è un giallo, non ci sono assassini da scoprire, è tutto splendidamente chiaro: Giuseppe è un vigliacco, uno spaventato dalla vita, uno scrittore di biografie e che in quanto tale ha passato la propria sopravvivenza (dire vita sarebbe troppo) raccontando l’esistenza di altri. Non è uno scrittore mediocre, però, le sue biografie sono apprezzate ma tutti si domandano quand’è che prenderà in mano il proprio talento per produrre qualcosa di veramente suo. Anche qui non ci sono misteri: mai.

Ma allora cos’è che dobbiamo scoprire? Su quale aspetto della vicenda si concentra l’orizzonte d’attesa di chi legge? Sul rapporto tra Fausto e Giuseppe. Anche Fausto è uno scrittore, ma a differenza del padre lui ha avuto da subito un grande successo con i suoi romanzi, con le sue opere letterarie. Una tra queste, in particolare, torna sovente nel corso del testo e si tratta di Esoticoatto, opera molto significativa poiché rappresenta un romanzo nel romanzo il cui protagonista altri non è che uno dei personaggi secondari che lo stesso Giagni ha inserito nel suo libro d’esordio: L’Estraneo. Un bel gioco di rimandi che crea un’interessantissima rete che già Cesare Segre aveva battezzato intertestualità. Questo collegamento così forte, mi sono detto, non può essere casuale, e dunque ho deciso di leggere Prima di perderti alla luce de L’Estraneo e ora propongo a voi la mia interpretazione di questa lettura inter-testuale.

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Entrambi i romanzi sono ambientati a Roma e, come ne L’Estraneo, anche qui c’è un raffronto –  che ha sempre il sapore di una lotta fratricida – tra la Roma di periferia e la Roma bene (Roma di Quaresima e Roma delle Rovine, ricordate?). Fausto, dopo la morte del padre, decide una mattina di prendere le sue ceneri per poterle spargere in un grande prato adiacente a un cantiere che sembra esso stesso un’altra città. Qui arriviamo al secondo punto di contatto, la differenza fra ciò che viene antropologicamente definito “luogo” e cosa invece è “non-luogo” (dunque vi ripropongo la fondamentale lezione di Marc Augé per inquadrare meglio il discorso sulla città, mentre se volete fare un passo indietro in senso cronologico vi consiglio La metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel). Ma ecco che il romanzo prende una piega del tutto inaspettata: quando Fausto sta per spargere le ceneri del padre, a seguito di un improvviso fascio di luce si manifesta davanti a suoi occhi, in carne e ossa, Giuseppe! Un’apparizione? Un fantasma? La figura è solida, pienamente cosciente e parla direttamente col figlio.
Prende vita (scusate il gioco di parole…) in questo modo il confronto finale tra il protagonista e suo padre, ma ciò avviene con la struttura di un duello. Dopo Giuseppe, quindi, appaiono Benedetta, l’ex moglie nonché madre di Fausto; Catia, la sua ex ragazza, e un susseguirsi di persone, luoghi e non-luoghi che hanno avuto, in proporzioni e momenti diversi della vita del protagonista, un ruolo nella determinazione di chi è diventato Fausto oggi.

Ciò che mi interessa evidenziare (non proseguirò con la trama perché vi consiglio caldamente di acquistare il libro) è l’evoluzione della narrativa che ho visto con questo secondo testo di Tommaso Giagni, in particolare confrontandolo col primo.
Vedete, se ne L’Estraneo il protagonista anonimo si aggira per Roma, vuole vivere i quartieri periferici dopo aver già tentato di vivere i quartieri ricchi della capitale, dunque c’è un’unità atomica che esplora lo spazio circostante, in questo secondo romanzo il rapporto è completamente invertito: è l’ambiente che si coagula all’interno di un’unità atomica, definendo l’identità di quest’ultima non più come risultato dei luoghi che vive nel presente ma come risultato dei luoghi che ritrova nella memoria e che rivive attraverso un’esperienza intima. L’Estraneo è un romanzo fortemente incentrato sul presente: una nuova vita, un nuovo quartiere, una nuova ragazza; mentre Prima di perderti è fortemente incentrato sul passato: il rapporto che Fausto aveva coi genitori, il rapporto che lui aveva con la fidanzata, il quartiere dove lui viveva prima di andare a stare da solo. Rimane la dinamica, che poi può essere definita come una delle cifre stilistiche e narrative di Giagni, che vede al centro l’individuo e lo spazio che vive/non-vive, ma c’è stato un radicale ribaltamento di punti di vista che, come tutte le cose ribaltate, offre notevoli spunti di riflessione e approfondimenti interpretativi per l’uno e l’altro testo.

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Questa evoluzione apre anche un altro grande capitolo che supera, in termini di ampiezza, il discorso su Giagni e copre ogni scrittore che voglia fare questo mestiere seriamente: la ricerca. Scrivere un’opera letteraria vuol dire prima di tutto confrontarsi con sé stessi. Non per scrivere di esperienze segnanti nel proprio vissuto (quello lo reputo facoltativo), piuttosto per calibrare quanto si è in grado di cogliere sfumature, temi, “segni e motivi” per dirla con Avalle, che una volta organizzati in maniera organica possono dar vita a un testo letterario. Trovata una combinazione sarebbe quanto meno mediocre limitarsi alla ripetizione meccanica della stessa, operando una banale sostituzione di nomi, luoghi e sostantivi. Chiunque voglia diventare un professionista dello scrivere (e non dico questo da una cattedra, ma affondando fino ai fianchi nel terreno da arare della mia abilità di scrittura) ha il compito di ricercare nuovi punti di vista, nuove prospettive di un essere umano che si confronta con l’esistenza multiforme di ciò che accade nel mondo, sia fisico che interiore.
Questo Tommaso Giagni lo sta facendo bene, e gli auguro di continuare così!