Gli ebrei di San Nicandro, una storia dimenticata

Di Andrea Carria

 

Le pause caffè possono essere istruttive. La storia di cui infatti sto per parlarvi mi è stata raccontata durante una di queste da un collega, che in ufficio gode della meritata fama di dispensatore di aneddoti spassosi e di storie memorabili.

«Hai mai sentito parlare di San Nicandro?».
«No, non mi pare. Non so neanche dove sia. Perché?».

Mentre la macchinetta finiva di erogare i nostri caffè, il mio collega ha cominciato a raccontarmi la storia più improbabile che potesse esserci, i cui fatti sembravano essere usciti direttamente dalla sceneggiatura di un film. Due giorni dopo si presenta al lavoro con un libro: se avevo ancora dei dubbi — mi dice — questo me li avrebbe fatti sparire.

E il libro ce l’ho qui davanti ancora adesso, fresco di lettura. Non è un romanzo, ma un libro di storia, un saggio. Elena Cassin (1909-2011), l’autrice, è stata una storica delle religioni italiana, specializzata in culture mesopotamiche. Dopo aver conseguito il dottorato all’Università di Roma nel 1933, lasciò l’Italia per la Francia, dove condusse per intero la propria carriera accademica, divenendo membro di alcuni degli istituti di ricerca più prestigiosi d’Oltralpe, come l’École des Annales (fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre negli anni Venti) e il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS).

Nel 1957 la Cassin pubblica in Francia un libro che si allontana dai suoi studi abituali e che racconta una storia alla quale è molto legata. Il libro si intitola San Nicandro: histoire d’une conversion, ma in Italia verrà pubblicato in un’edizione aggiornata solo nel 1995 dalla casa editrice Corbaccio, la stessa che ho consultato io. La Prefazione — molto utile e interessante — è di Alberto Cavaglion, uno dei nostri maggiori studiosi della storia e della cultura ebraiche. Ho scelto di ricordare questo dato perché, oltre a fornire validissime indicazioni di metodo, penso che la sua lettura sia quantomai propedeutica: la storia che introduce si sottrae infatti alle esperienze e alle categorie storiografiche note, colorando con sfumature inaspettate un periodo della storia del nostro paese in cui si è generalmente portati a non vederne.

Siamo nel 1935. San Nicandro è un paese del promontorio del Gargano abitato da gente semplice, principalmente braccianti agricoli e pastori. È un borgo collinare appartato, difficile da raggiungere, dove l’isolamento naturale è reso meno duro dalla presenza di altri piccoli centri nelle medesime condizioni, sparsi nei dintorni. Le città sono lontane, stanno in pianura (Foggia dista più di cinquanta chilometri; San Severo, da dove parte il trenino locale che serve San Nicandro e gli altri borghi del monte Gargano, poco meno di trenta). A San Nicandro vive Donato Manduzio. Ha cinquant’anni e da giovane ha combattuto nella Prima guerra mondiale, riportando una lieve invalidità che gli permette di percepire una piccola pensione. In compenso è stato proprio al fronte che Donato ha imparato a leggere e scrivere (è un uomo intelligente), e nelle giornate di ozio che la sua inabilità gli impone si dedica alla lettura di romanzi e libri di magia (ha fama di essere un abile guaritore, e in occasione delle feste paesane si reinventa anche come organizzatore di spettacoli).

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Donato Manduzio (1885-1948)

Negli anni Trenta il Gargano, terra con una tradizione mistica molto forte, è toccato, al pari di altre zone del Sud Italia, da alcuni moti di rinnovamento religioso. Uno dei gruppi più attivi sul territorio è quello valdese, i cui proseliti svolgono un’intensa opera di predicazione. Donato è uno dei primi sannicandresi a prestare ascolto alle loro parole e a frequentare i loro incontri. Al centro della fede valdese sta la parola di Dio, e un giorno Donato riceve da uno dei membri della congregazione una Bibbia. Questo regalo cambierà per sempre la sua vita: leggendo il libro, Donato apprende infatti verità sulle quali non aveva mai riflettuto prima, e in particolare si fa strada in lui la convinzione che la vera religione non sia quella cattolica che gli è stata trasmessa e neppure quella verso la quale vorrebbero attirarlo i suoi amici valdesi; il solo modo corretto di servire Dio, crede Donato, è quello degli ebrei così come viene descritto nell’Antico Testamento.

A questa lettura incredibilmente intensa della Bibbia, Donato fa seguire la scrittura di un diario dettagliatissimo e l’istituzione di pratiche devozionali vere e proprie (feste, cerimonie, diete e digiuni), che nelle sue intenzioni dovranno ristabilire il culto perduto del popolo d’Israele. Perduto, sì, perché Donato Manduzio, ingenuo come solo un provinciale di quel tempo poteva essere, è convinto che quello ebraico sia un popolo scomparso al pari dei babilonesi o degli egizi, e che lui e lo sparuto gruppo di sannicandresi che intanto ha convertito grazie alle sue doti di trascinatore siano gli unici seguaci rimasti di questa antica religione. A farlo accorgere dell’abbaglio che ha preso ci pensa un ambulante che ha per caso sentito ciò che Donato diceva a un altro convertito. Ebrei? Certo che ci sono! In città ne abitano tanti. A Bari, Napoli, Firenze, Roma… A Manduzio si apre un mondo. Se ci sono altri ebrei, lui deve conoscerli.

Comincia a scrivere lettere su lettere alle quali, all’inizio, fatica a ricevere risposte: il regime fascista impone agli ebrei italiani maggiore cautela e Donato Manduzio, questo sedicente ebreo spuntato dal nulla, potrebbe essere un provocatore o, peggio, una spia. Alla fine è il rabbino capo di Roma a scrivergli, ma si tratta ancora di una lettera che vuole mantenere le distanze. Le cose cambiano qualche tempo dopo con il nuovo rabbino David Prato, il quale decide di inviare a San Nicandro un suo delegato perché constati personalmente l’esistenza di un gruppo di ebrei nel promontorio del Gargano. Si tratta di Raffaele Cantoni, colui che per anni rimarrà il principale punto di riferimento della comunità di San Nicandro, fornendo i paramenti sacri con cui Donato può officiare i culti nella propria casa — di fatto riconosciuta da tutti come la sinagoga del paese —, i sillabari dove studiare la lingua ebraica e, non da ultimo, il proprio sostegno morale. Durante la guerra, quando il regime manderà Cantoni al confino sulle isole Tremiti, a solo una ventina di chilometri dalla costa garganica, Donato si incaricherà di rifornirlo con generi alimentari e di consumo per alleviare la sua detenzione.

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Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il gruppo è ancora saldo sebbene diviso al proprio interno. I fascisti non hanno mai preso iniziative repressive, molto probabilmente perché stentano a comprendere ciò che sta avvenendo a San Nicandro e, tranne alcune convocazioni in Prefettura per Donato e altri suoi confratelli, non pensano di dover prendere la cosa troppo sul serio. Del resto come trattare, nella limitatissima casistica prevista dal regime, chi era italiano per nascita ma al tempo stesso si dichiarava ebreo?

«Qui si racconta una piccola storia, luminosa: come, da un cammino di tenebre, uscì una luce; una luce che brilla nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Durante tutto questo tempo, Donato non ha mai smesso di aggiornare il proprio diario. Esso è (ma sarebbe meglio dire era, giacché se ne sono da tempo perse le tracce) una via di mezzo fra il diario propriamente detto e una cronaca molto soggettiva della vita della comunità. Donato vi annota tutto ciò che reputa importante, ma i brani più numerosi riguardano i sogni e le visioni attraverso cui passerebbe il suo dialogo con Dio. Delle sue esperienze, che potremmo tranquillamente definire extrasensoriali, Donato fornisce descrizioni molto precise che scendono nel dettaglio. Gli scenari, che tendono a ripetersi con pochissime variazioni, sono mutuati dal mondo agricolo e pastorale tipico della realtà sannicandrese, e Donato, che spesso li invoca prima di prendere una decisione importante per la comunità, li tratta al pari di segni (dei veri e propri omina) o, in casi più rari, di ordalie.

Un fatto di fondamentale importanza si verifica nel settembre del 1943. Il fronte sta risalendo l’Italia ed entro la fine del mese Foggia e il Gargano passano definitivamente sotto il controllo degli Alleati. Anche da San Nicandro passano le divisioni angloamericane, e un giorno una di queste viene richiamata da una bandiera sventolante dove campeggia la stella di David. Sono Donato e gli altri che, come guidati da un istinto atavico che gli suggerisce cosa fare, improvvisano lo stendardo che gli varrà l’incontro, carico di conseguenze, con il maggiore Spitzer alias Phinn E. Lapide (il futuro autore di Mosè in Puglia, il primo libro sulla storia degli ebrei di San Nicandro) e il resto della Brigata Israeliana.

Ho parlato di incontro fondamentale perché da questo momento nel gruppo si fa ufficialmente strada il sionismo. Donato, che finora ha esercitato un ascendente fortissimo su tutti i fratelli grazie ai messaggi che Dio gli avrebbe inviato sotto forma di visioni e sogni, non pensa che il gruppo debba disperdersi in Palestina, ma ormai non può nemmeno zittire coloro che hanno un’opinione diversa dalla sua e sono già sul piede di partenza. L’ultimo rito che vede unita la comunità è la circoncisione rituale, avvenuta nell’agosto del 1946 ad opera del rabbino di Ravenna, intervenuto allo scopo. Ora che anche l’ultimo segno esteriore che differenziava gli ebrei di San Nicandro da tutti gli altri è stato cancellato, Donato Manduzio sente vicino il completamento della sua missione e può spegnersi in pace. La morte sopraggiunge il 15 marzo 1948, all’età di sessantatré anni.

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San Nicandro Garganico oggi

Scomparso il fondatore, la comunità segue il destino che il comportamento di alcuni suoi membri aveva tracciato. Molti partono per la Palestina insieme alle proprie famiglie, dando un contributo concreto alla creazione dello Stato di Israele: si istalleranno nei kibbutz e qualcuno combatterà perfino nella prima Guerra arabo-israeliana del 1948. Altri invece restano a San Nicandro, rispettando così la volontà di Donato.

L’edizione italiana del libro di Elena Cassin comprende diverse integrazioni rispetto a quella francese originaria. L’autrice riferisce, ad esempio, del suo ultimo viaggio in Israele compiuto nei primi anni Novanta, dove ha incontrato i discendenti dei sannicandresi emigrati nell’immediato Dopoguerra: sono indistinguibili dai loro coetanei israeliani e perfettamente integrati. I cambiamenti più sostanziali hanno riguardato invece San Nicandro, un paese che la Cassin trova molto mutato rispetto al borgo di braccianti che aveva conosciuto al tempo delle sue prime ricerche, e che è ormai del tutto proteso verso la modernità. Qui, fra case nuove e vie asfaltate, la studiosa scopre che quello che resta della comunità è costituito da sole donne, le quali vivono la religione ebraica in una versione privata e domestica il cui sforzo maggiore consiste nel cercare di educare i figli al rispetto della legge del Sinai. Oggi gli sparuti ebrei di San Nicandro sopravvivono più o meno allo stesso modo, con in più la consapevolezza di dover cercare di preservare a ogni costo la propria memoria.

A distanza di tanti anni, l’impresa di Donato Manduzio non smette di stupire. Essa infatti non ha costituito solo un unicum per quel che riguarda la storia delle conversioni, ma rappresenta anche un caso di studio interessantissimo per quel che concerne il contesto socio-politico avverso in cui si è realizzata. Uno degli aspetti meno trattati dal libro della Cassin sono proprio le modalità in cui l’ebraismo sannicandrese si è sviluppato nonostante il regime fascista, il quale, ricordiamolo, approvava proprio in quegli anni (1938) il Manifesto della Razza e le leggi razziali. Sarebbe interessante chiarire anche questo aspetto, e magari la direzione in cui muoversi potrebbe essere quella di inquadrare il fenomeno San Nicandro all’interno di un contesto storico più ampio, cercando, ossia, di vedere anche qualcosa in più rispetto all’unicità e al provincialismo di cui questa «piccola storia, luminosa» necessariamente è pervasa.

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C’era una volta l’Europa, e forse c’è ancora… Il Manifesto di Ventotene

Di Gian Luca Nicoletta

 

In vista del voto per le elezioni europee di domani, ho ritenuto opportuno dedicare l’articolo conclusivo della serie sull’Europa al testo che per primo ne ha gettato le basi, grazie alla riflessione di quattro brillanti cervelli che hanno improntato le loro vite e le loro opere a questo progetto. Sto parlando di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann e il testo in questione è il Manifesto di Ventotene.

Il Manifesto, edito per la prima volta nel 1944 ma scritto precedentemente, costituisce un documento imprescindibile per ciò che concerne l’ideazione e l’idealizzazione di un progetto tanto vaso e complesso come l’Europa.

Il testo nacque a Ventotene, isola sulla quale Spinelli e Rossi furono confinati dal regime fascista. I due intellettuali, con l’aiuto di Colorni e di Hirschmann, misero per iscritto e con intento programmatico il frutto di anni di dibattiti e di studi politici: progettare una nuova Europa, costituita da Stati interdipendenti affinché catastrofi del calibro della guerra allora in corso non potessero più ripetersi.

Il sottotitolo del Manifesto riporta: Per un’Europa libera e unita. In questo senso si muovono Spinelli e Rossi nella stesura del testo. Svegliare le coscienze, educare quelle giovani, affinché si giunga alla conclusione che un’Europa “libera e unita” non solo è necessaria ma prima di tutto è possibile.

«Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. […] La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera il suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.»[1]

Spinelli, autore delle prime due parti del testo mentre Rossi redigerà la terza, parte da un concetto storicamente affermato: i popoli, almeno quelli moderni, si sono autodeterminati e riconosciuti per mezzo delle medesime tradizioni storico-culturali ed etniche che li accomunavano. Questi poi hanno sviluppato le forme di governo a loro più adatte e nel corso del loro sviluppo hanno elaborato l’idea dello “spazio vitale”, ovverosia la necessità di possedere uno spazio geografico sempre maggiore rispetto a quello già posseduto in modo da poter esplicitare le proprie funzioni di Stato in maniera piena, legittima. Questa espansione geografica però implica, inevitabilmente, la sopraffazione di altri popoli che abitavano quelle terre. In questo modo si giunge a un sistema duale, nel quale una parte dello Stato governa mentre un’altra è soggetta al potere dei governanti:

«Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze.»[2]

Lo sviluppo della necessità di uno spazio vitale è stato il metodo principale sfruttato dal regime nazista per giustificare la propria politica di invasione nei confronti di altri popoli europei, che sono stati definiti come altro-inferiore. Spinelli scrive chiaramente che la Germania di Hitler ha rappresentato il non plus ultra di questa involuzione del genere umano: è interessante segnalare come questa affermazione rientri all’interno di un testo politico. L’intento è chiaro, non ripercorrere gli errori del passato non basta: bisogna ricordare che cosa fosse la Germania nazista e pensare a quella tutte le volte che assistiamo alla violazione della Libertà.

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Bozzetto (2016 – tratto da una foto) di Ursula Hirschmann. Fonte: Gariwo

La seconda parte del Manifesto riporta il sottotitolo I compiti del dopoguerra – l’unità europea. All’interno di questa parte del testo, Spinelli teorizza cosa accadrà una volta che il conflitto sarà giunto al termine. Scrive che gli uomini ragionevoli dovranno mantenere salde le proprie idee di libertà poiché la classe dirigente ancorata a un’idea vecchia di ordinamento politico tenterà in ogni modo di restaurare l’ordine vigente prima del 1939. In altre parole si correrà il grande rischio di riportare tutto a com’era e dunque di ripristinare le stesse condizioni che hanno causato lo scoppio della guerra, un rischio che nessuno può più permettersi.

«La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali.»[3]

Si presti attenzione ai tempi verbali adottati: il futuro semplice esprime certezza, assoluta sicurezza di qualcosa che sarà. Spinelli oltre a immaginare la situazione dell’immediato dopoguerra lancia anche un monito per tutti coloro che avranno la lucidità per ragionare su ciò che dovrà essere fatto. Non è un pericolo, quello delle vecchie classi dirigenti che ripartiranno alla carica per ristabilire il vecchio ordine, è una certezza. Le cose non potranno che andar così e dunque è necessario sviluppare una coscienza politica nuova in chiave internazionalistica. Abbattere i nazionalismi o i patriottismi infervorati; l’unica via sarà quella che condurrà tutti gli europei a una condizione nuova di comunità:

«Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. […] Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta.»[4]

Da una parte Spinelli esprime con forza il fatto che dopo la fine della guerra le cose dovranno necessariamente cambiare: gli Stati sovrani dovranno cedere, senza obiezioni, parte della loro sovranità in favore di qualcosa di più grande: un sistema unico, democratico, pacifico che abbia come obiettivo primario garantire la coesistenza fra tutti i popoli d’Europa in nome della pace.

In secondo luogo Spinelli sostiene che una comunità nuova non può nascere sulle ceneri di uno Stato distrutto quale sarà la Germania. La soppressione totale del Paese tedesco non è pensabile poiché anche questo fa e farà parte della nuova Europa; come ha scritto anche Montale nel suo articolo apparso su Il Mondo: “E la Germania ha cessato per ora di esistere: è indispensabile che risorga”[5].

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Altiero Spinelli (1907-1986)

Sia Spinelli che Montale avevano già compreso che la Germania di Hitler non era la Germania dei Tedeschi: un errore del genere sarebbe imperdonabile in fase di costituzione dell’unione europea. Le tappe più macabre e cruente della storia di uno Stato segnano indubbiamente il suo percorso e la cultura di tutto il popolo che lo compone, ma rimane altresì vero che queste tappe non possono influire totalmente sul giudizio espresso nei riguardi di un’intera nazione: i Tedeschi sono stati nazisti, gli Italiani sono stati fascisti, ma non è possibile affermare che la Germania sia nazista, che l’Italia sia fascista. Esperienze di vent’anni come quelle dei totalitarismi non possono cancellare tutta la storia precedente di un Paese. Non si può sacrificare l’Italia rinascimentale per demolire qualsiasi traccia di fascismo come allo stesso modo non si può rinnegare la Germania dello Sturm und Drang per abbattere le radici del nazismo. È doveroso avere chiaro il quadro d’insieme e dunque ricordare che il nazismo è esistito, che il fascismo è esistito, ma in virtù dei drammi generati si deve ragionare con cognizione di causa nel momento in cui si progetta un nuovo ordine politico e preparare le condizioni affinché ciò che è stato non si ripeta mai più.

Spinelli prosegue il suo programma e immagina un’Europa che abbia rapporti pacifici non solo al suo interno, ma anche con gli altri Stati extraeuropei. Il movimento di unione dell’Europa, auspica lui, sarà un movimento popolare virtuoso e pacifico, tanto che a lungo andare anche gli altri Paesi degli altri continenti giungeranno a un comune accordo di convivenza civile e pacifica. Queste le sue ultime parole in conclusione della seconda parte del Manifesto:

«E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo. […] Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!»[6]

La terza parte del Manifesto, redatta da Rossi, si concentra sulle riforme che dovranno avere luogo all’interno della società per favorire la formazione e la continuità del nuovo ordine europeo.

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In questa parte i punti programmatici sono frutto dalla cultura politica di Rossi e Spinelli, dunque azioni concrete di mutamento della società politicamente orientate, ovverosia la base indispensabile per formare l’Europa è quella di un sistema politico unitario:

«Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. […] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.»[7]

Il movimento che unirà l’Europa viene definito come “rivoluzione”. L’idea di Rossi relativamente alla nascita della nuova comunità è quella di un corso del tutto nuovo, libero dalle categorie politiche precedentemente imposte all’infuori di quella socialista. Per lui come per Spinelli, antifascisti che hanno attivamente operato in opposizione al regime, il socialismo coincide con l’unica via logica nonché politicamente adatta a rimettere in piedi un continente devastato dagli estremismi di segno politico opposto. Dunque l’Europa unita sarà sinonimo di “emancipazione delle classi lavoratrici” e condizioni di vita dignitose per tutti i cittadini:

«Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori.»[8]

L’Europa nascerà in nome di una dimensione sicuramente non nazi-fascista ma neanche caratterizzata da un’unica ideologia politica. Il testo prosegue con una lista di punti da prendere in considerazione obbligatoriamente se si vuole costruire un’Europa libera e democratica. Rossi dunque scrive di come non sia più possibile lasciare ai privati le imprese, che svolgono un’attività necessariamente monopolistica. Le masse dei lavoratori vengono sfruttate e, in base a ciò che producono, vengono sfruttate anche le masse dei consumatori. Le grandi imprese private devono essere smantellate e amministrate equamente da tutti gli operai che vi lavorano, poiché il potere delle imprese può aumentare a dismisura ed influenzare le attività politiche se il settore che dominano a livello industriale si rivela fondamentale per lo Stato, influenzando in questo modo l’attività politica per volgerla a loro vantaggio.

Un punto è dedicato anche alle giovani generazioni: Rossi afferma che i giovani debbano essere assistiti con provvidenze necessarie per ridurre le distanze fra varie posizioni sociali, di modo che tutti si trovino ad avere le medesime condizioni di partenza a parità di competenze acquisiste e potenzialità dimostrabili. La nuova politica dovrà favorire i più idonei anziché i più ricchi. Questo punto si collega ad un altro molto importante:

«La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;»[9]

La società della nuova Europa non sarà una società dedita alla carità bensì una società dedita al lavoro. Dovranno essere create soluzioni assistenzialistiche per favorire i meno abbienti e risanare le disuguaglianze economiche e sociali che dividono il Paese. In questo modo le classi sociali saranno coinvolte in un processo di omogeneizzazione e si potranno abbattere definitivamente le differenze tra persone che causano conflitti e fratture all’interno della medesima società.

Nell’ultima parte del documento, Rossi punta a sciogliere un nodo politico-istituzionale che ha caratterizzato l’operato del fascismo e che verrà ridiscusso anche dai Padri Costituenti:

«Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.»[10]

La religione non dovrà più influire sulla vita politica e civile della società, i piani dovranno essere ben distinti e non influenzabili l’uno dall’altro.

Questi i punti fondamentali sui quali si dovrà basare la nuova comunità europea: una comunità libera dai totalitarismi (tanto nazi-fascisti quanto comunisti), una comunità dove i membri della società siano essenzialmente considerati come esseri umani e dove le differenze sociali vengano appianate da un serio lavoro politico volto alla piena espressione della persona; una comunità nella quale il lavoro sia il mezzo migliore per l’affermazione di sé e attraverso il quale ognuno possa apportare il proprio, positivo, contributo al miglioramento della società nella sua interezza in primo luogo, in secondo luogo al miglioramento dei rapporti internazionali che ispireranno anche gli altri Paesi del resto del mondo sino alla formazione di un unico e grande governo mondiale, fondato sulla pace e sul rispetto della persona umana in quanto tale.

 

 

 

[1] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte I La crisi della civiltà moderna, punto 1.

[2] Ibidem, punto 3

[3] Ibidem, parte II “I compiti del dopoguerra – l’unità europea”, corsivo mio.

[4] Ibidem, corsivo mio.

[5] E. Montale L’Europa e la sua ombra, 18/06/1949, in “Il secondo mestiere. Prose 1920/1978”, Mondadori, Milano 1996, tomo II, p. 822

[6] A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni “Il Manifesto per un’Europa libera e unita”, parte II I compiti del dopoguerra – l’unità europea

[7] Ibidem, parte III I compiti del dopoguerra – la riforma della società, corsivo mio.

[8] Ibidem

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?

Di Andrea Carria

 

La storia, spesso si dice, ha il cattivo vizio di ripetersi. Ma il presente ne possiede uno ancora peggiore, quello di focalizzare l’attenzione su di sé fino a dare l’impressione che quanto lo riguarda stia accadendo oggi per la prima volta e abbia l’aspetto di un complicatissimo rebus senza indizi. In realtà non c’è niente di più sbagliato: indizi e precedenti esistono il più delle volte, ma per poterli riconoscere c’è bisogno che la storia — e a maggior ragione se si tratta di una geo-storia — dialoghi con tutti i fattori che concorrono a determinare l’essenza di uno spazio.

Questa semplice ma importantissima regola è stata la bussola di Fernand Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici dell’École des Annales, il quale intendeva la storia come una disciplina trasversale percorsa da fittissime interconnessioni da studiare sul lungo periodo (longue durée), in cui i particolari più minuti della quotidianità potevano rivelarsi perfino più importanti dei grandi avvenimenti politici e militari.
Esperto
 eminente dei sistemi economico-commerciali dell’età moderna e del capitalismo, a Braudel si devono anche alcune delle descrizioni più lucide e suggestive del mondo mediterraneo. Mediterraneo è anche il titolo del volume collettaneo del 1985 da lui curato e in larga parte scritto. Si tratta di uno dei suoi libri più famosi e letti, un piccolo capolavoro che in dodici contributi si propone di raccontare l’essenza del Mare Nostrum.

Cinque di questi portano la firma di Braudel. Fresca e gioiosa, la sua scrittura è prima di tutto uno stile personalissimo con cui raccontare la storia. Senza nulla togliere agli altri autori del volume — studiosi di formazione diversa, del calibro di Filippo Coarelli, Maurice Aymard, Roger Arnaldez, Jean Gaudemet e Piergiorgio Solinas —, solo quando si leggono i saggi di Braudel i fatti diventano protagonisti di una narrazione. Succede allora che quei fatti, di colpo, non sono più quelli che conosciamo fin dall’epoca delle prime lezioni di storia a scuola, ma diventano qualcosa di diverso, come diverso è un paesaggio quando si cambia punto d’osservazione. La differenza è che con Braudel il punto d’osservazione non può che salire, permettendo di vedere millenni di storia riuniti in poche pagine. Pagine non solo belle letterariamente — di respiro calviniano, oserei dire —, ma anche illuminanti e ricchissime di spunti. Leggere Mediterraneo è comprendere tutto d’un fiato il senso del passare dei secoli.

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Sebbene la narrazione dei fatti passati sia la cifra comune alla maggior parte dei saggi di questo libro, il principale merito di Braudel e degli altri autori è aver attualizzato il più possibile la storia. E lo hanno fatto in virtù del principio che ricordavo all’inizio, secondo cui per ogni fatto storico è possibile individuare uno o più precedenti che, se adeguatamente contestualizzati, forniscono la naturale cartina al tornasole della maggior parte delle sfide del presente. Ciò non vuol dire che la storia sia la magistra vitae dei Latini, e nemmeno che su di essa si possano fare delle previsioni: la cosa che invece viene messa in luce è la strettissima concatenazione di cause ed effetti che lo storico usa per interpretare il passato secondo i suoi modelli, e che il resto degli uomini dovrebbe invece acquisire per non considerarsi alla completa deriva degli eventi. Mediterraneo costituisce un esempio mirabile di questo procedimento, e ci restituisce un libro meta-storico dal quale chiunque può trarre importanti insegnamenti da applicare alla vita di tutti i giorni.

Leggere Mediterraneo oggi è prima di tutto confrontarsi con un classico della storiografia. Ma la storia è solo una delle sue identità. Archeologia, antropologia, etnologia, storia del diritto e della religione: ognuna di queste discipline aggiunge la propria pennellata a questo grande affresco, il cui risultato finale è a dir poco straordinario: raccontare i caratteri di uno spazio, il Mediterraneo, che non è raccontabile per la sua stessa conformazione di bacino liquido stretto in mezzo a popoli e a culture diversissime, che il mare avvicina e allontana ogni volta che cambia il vento della storia.

Leggere Mediterraneo oggi è anche capire dove l’attuale vento ci sta portando. Lo scontro fra civiltà è una corrente che le onde del Mare Nostrum hanno già assecondato, così come pure le spinte migratorie o la diffusione di usi, costumi, prodotti, mercanzie, idee. Perché? Perché il Mediterraneo è sia confine che soglia, ma se si vuole sopravvivere sulle sue sponde — tanto belle quanto difficili da dominare — è come soglia che dobbiamo considerarlo:

«La decadenza, le crisi e i malesseri del Mediterraneo coincidono appunto con i guasti, le insufficienze, le fratture del sistema di circolazione che lo attraversa, lo travalica e lo circonda, e che per secoli lo [ha] posto al di sopra di se stesso».

No, non è retorica da intellettuali, ma la scoperta che hanno fatto migliaia di anni fa i popoli neolitici il giorno in cui hanno messo la prima barca in mare, probabilmente da qualche parte lungo la costa fenicia: un giorno fortunato perché è in quel preciso momento che è stata impressa l’accelerazione più grande allo sviluppo delle civiltà.

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È nel palcoscenico del Mediterraneo che del resto si sono sviluppati i sistemi culturali di riferimento del mondo occidentale e di quello mediorientale, sistemi che in passato si sono scontrati varie volte, ma che ancora più spesso si sono semplicemente integrati e sovrapposti senza darlo a vedere, senza clamori. Forse è proprio per questo che ci ricordiamo più delle Crociate o di Lepanto, dell’invasione turca dei Balcani o della Reconquista: come i momenti d’ozio, anche quelli di mediazione e confronto tendono a lasciare il posto, nella memoria collettiva, agli avvenimenti più rumorosi, fra i quali si sceglie poi di dare credito alla voce che intona la nostra stessa canzone. Ma non è così che funzionano le cose, men che meno in un mondo complesso, stratificato e interdipendente come quello mediterraneo, un mondo nel quale, come Braudel giustamente ricorda:

«[…] l’uomo occidentale non deve ascoltare soltanto le voci che gli suonano familiari; ce ne sono sempre altre, estranee, e la tastiera esige l’uso di entrambe le mani».

Il capitolo Migrazioni dello storico Maurice Aymard, è uno dei contributi fondamentali di questo libro, e leggerlo alla luce dei populismi di oggi ci mostra quante verità vengono nascoste sotto al tappeto da certe retoriche politiche, semplicistiche e di bassa lega.

«Per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla. Contro tale minaccia va attualmente un po’ dappertutto lo stesso spirito di rivolta, la stessa ricerca appassionata di un’identità che rischia di essere distrutta dal livellamento linguistico, politico ed economico».

È l’esatta descrizione di ciò che sta avvenendo adesso, eppure chi, leggendo queste parole, darebbe loro 34 anni di età? La minaccia dell’altro — invasore o forestiero che sia — è il Leitmotiv che sta alla base di tutta la storia del Mediterraneo, un mare che da tremila anni — dice ancora Aymard — «non ha mai cessato di attrarre popoli venuti da fuori, dalla foresta, dalla steppa o dal deserto». Se c’è una cosa che non appartiene alla storia del Mediterraneo e che invece ne corrompe l’intima natura, questa cosa è proprio l’istituzione di nuove frontiere: muri, recinti spinati, porti chiusi.

Leggere Mediterraneo oggi significa dunque essere uomini e donne più consapevoli dei tempi in cui viviamo, tempi in cui la semplificazione e la strumentalizzazione della storia indirizzano mentalità e coscienze, gonfiando i risultati elettorali. Detta nel modo più prosaico, leggere Mediterraneo è la dimostrazione, evidente a tutti, che la storia non è mai così come appare e che il semplice riferito a essa sta solo nello stile letterario in cui si decide di raccontarla.

“Essere matita è segreta ambizione”, lo sguardo ai desideri nascosti

Di Gian Luca Nicoletta

 

Noi de Lo Specchio di Ego siamo sempre molto attenti allo studio delle vostre tendenze di lettura rispetto ai nostri articoli. E dunque grazie a un’attenta analisi fatta da Andrea Carria, abbiamo notato che la poesia di Valerio Magrelli “Essere matita è segreta ambizione” ha destato non poco il vostro interesse.
Per darvi giusta soddisfazione, quindi, dedicherò questo articolo a una tra le mie attività preferite: l’analisi del testo.

           Essere matita è segreta ambizione.
           Bruciare sulla carta lentamente
           e nella carta restare
           in altra nuova forma suscitato.
5          Diventare così da carne segno,
           da strumento ossatura
           esile del pensiero.
           Ma questa dolce
           eclissi della materia
10       non sempre è concessa.
           C’è chi tramonta solo col suo corpo:
           allora più doloroso ne è il distacco.

La poesia di Magrelli si presenta come un unico componimento, il quale non è diviso in strofe ed è caratterizzato da versi liberi. Tuttavia, per una migliore comprensione e analisi, possiamo suddividere il testo in quattro sezioni narrative: i versi 1-4; 5-7; 8-10 e 11-12.

I. vv. 1-4: il primo verso si apre con un’importante metafora, seguita da un’inversione. L’uso di questa figura sintattica ha il compito di dare maggior risalto alla parola che viene posta a fine verso, indipendentemente dal suo posto nell’ordinaria disposizione logica. Dunque ambizione è il sostantivo sul quale deve concentrarsi di più la nostra attenzione: in tutti noi c’è il desiderio profondo ma mai svelato, segreto. In cosa consiste questo desiderio? A questo punto è necessario sciogliere la metafora essere matita:  ciò vuol dire farsi segno scritto, diventare qualcosa che rimane sulla carta e che, anche in assenza di uno scrivente, rimane.
Bruciare sulla carta lentamente/e nella carta restare: 
prosegue il significato lanciato dalla prima metafora, ossia il desiderio di tutti noi segue la linea logica di una matita, la quale si consuma, brucia in quanto fatta di legno, sul foglio di carta mentre adempie compito per il quale è nata, ovverosia restare sulla carta ma in che modo? Ce lo dice Magrelli stesso, in una nuova forma, poiché non saremmo più un esile stelo di grafite, saremmo parola nuova, messaggio veicolato, ragionato e infine scritto.

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II. vv. 5-7: la metamorfosi della nostra ambizione, che coincide con noi stessi, prosegue nella prima metà del componimento, ci viene descritto molto più da vicino a cosa andiamo incontro quando decidiamo di farci matita. Diventiamo da carne segno, smettiamo i nostri panni umani e prendiamo le sembianze di qualcosa di molto più esile, una frase, una parola se non una sola lettera, e da mero strumento quale siamo nella nostra forma umana (uno strumento che può avere mille sfaccettature: una macchina per la riproduzione, un mezzo per produrre e svolgere lavoro…) assurgiamo a una funzione molto più nobile seppur sempre funzionale a qualcosa: ossatura esile del pensiero. Qui torna uno dei più grandi e studiati leitmotiv della letteratura mondiale: l’eterno scarto fra il pensiero e la parola, l’impossibilità tipica degli esseri umani di far coincidere quel che pensano con quanto scrivono. Possiamo conoscere tutte le parole del mondo, ogni sfumatura di significato di ogni sinonimo, ma non riusciremo mai a riprodurre fedelmente i nostri pensieri tramite la parola. Possiamo veicolare i messaggi, certo, dunque siamo ossatura ma rimarremo sempre un’ossature esile, fragile.

 

III. vv. 8-10: nella seconda metà del componimento però accade qualcosa. L’ambizione, come tutti i desideri, può non compiersi nonostante la nostra volontà e il nostro impegno. E come nell’Infinito di Leopardi dove la cascata di pensieri viene introdotta da una semplice tuttavia fatale congiunzione, allo stesso modo Magrelli attiva un’altra linea di pensieri dopo aver sigillato le speranze con un ma. La sublimazione del nostro corpo, il passaggio dallo stato solido di carne a quello più etereo di segno, definito come una vera eclissi non sempre è possibile, anzi, non sempre è concessa. In questo termine sta un altro dei motivi della letteratura, cioè tutto il mondo di discorsi e opere che ruotano attorno all’ispirazione poetica, la quale giunge da fuori tipicamente da Dio o, prima ancora, dalle Muse. Dunque la capacità di scrivere non è qualcosa che noi costruiamo, bensì una possibilità che ci viene concessa da qualcosa o qualcuno che si trova al di fuori di noi stessi.

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IV. vv. 11-12: cosa accade a coloro cui non viene concesso il privilegio di trasformarsi in matita, ossia di scrivere? Al termine della loro esistenza trapassano senza lasciare nulla di sé, chi non ha avuto questo dono tramonta solo. Lo sguardo di Magrelli si rivolge indirettamente a chi rimane in vita, persone che non hanno più nulla a cui aggrapparsi per poter ricordare la persona amata: non rimane un messaggio, una lettera, nemmeno un pensiero. Il taglio è brusco e la separazione è immediata, dunque il distacco diventa molto più doloroso.

Questo bellissimo componimento, così semplice nella lingua ma dai risvolti assai pregni di significato, rappresenta un invito a tutti noi a scrivere. Non a diventare scrittori, che è cosa diversa, ma più semplicemente a lasciare traccia dei nostri pensieri. Esistono i diari, che ultimamente vengono riscoperti dalla critica e dagli studi sull’autobiografia, anche di chi non ha mai fatto della scrittura creativa il proprio mestiere, come ci ricorda il bellissimo esempio dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
In fondo tutti abbiamo questa segreta ambizione, cui potremmo concedere una possibilità se solo trovassimo il coraggio di fare i conti con la nostra intimità, con la profondità spesse volte oscura dei nostri pensieri.

La vita nella morte: “La persuasione e la rettorica” di Carlo Michelstaedter

Di Andrea Carria

 

La vicenda umana e intellettuale di Carlo Michelstaedter è come una cometa che si spegne dopo un accecante bagliore. Della cometa essa non possiede solo la luminosità, ma anche la durata: appena ventitré anni. Ma Michelstaedter ha saputo fare addirittura meglio, poiché gliene sono bastati appena cinque – gli ultimi – per meritarsi un posto fra i grandi nomi del libero pensiero.

Se il suicidio con cui decise di mettere fine alla sua giovane vita fa di Michelstaedter un romantico e accomuna la sua sorte a quella di altri décadent, il tipo di opera che lo ha reso celebre è allo stesso tempo la più insolita e la più comune che ci possa essere. La persuasione e la rettorica (Adelphi, 2011) – questo il titolo del lavoro che meditò e scrisse tra il 1905 e il 1910 – è infatti la sua tesi di laurea.

Ma chi era Michelstaedter? A cosa si deve la fortuna della sua tesi e in che rapporto sta essa col suo suicidio?

Carlo Michelstaedter nacque nel 1887 a Gorizia da una famiglia borghese di origine ebraica. All’epoca la città apparteneva ancora all’Impero austroungarico, ma la sua posizione di confine ne faceva un crocevia culturale e linguistico ideale. Michelstaedter, che conosceva sia il tedesco che l’italiano, seppe avvalersene, ma al momento giusto. Nella sua carriera di studente, infatti, non si distinse per meriti particolari e, anzi, cambiò più volte idee sul corso di studi da seguire, fino ad approdare, nel 1905, alla Facoltà di Lettere di Firenze, dove rimase per quattro anni prima di tornare a Gorizia e lì completare la propria tesi di laurea.

La persuasione e la rettorica è un testo che rispecchia i limiti e i furori della giovane età in cui fu scritto. Le idee alla base del libro non dicono apparentemente nulla di originale e, anzi, si presentano fin da subito consapevoli del proprio passato: «quanto io dico — si legge nella Prefazione — è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole». I due sostantivi del titolo costituiscono una dicotomia che percorre il libro dall’inizio alla fine, descrivendo le due strade fra cui ogni uomo è costretto a scegliere: la persuasione, ossia la vita autentica, lontana da illusioni e falsità, da convenzioni e lusinghe; e la rettorica, che è l’esatto contrario dell’altra ma ha dalla sua parte il miraggio della sicurezza e del successo.

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La vita persuasa è la vita che vuole sé stessa. Colui che sceglie questa strada non è schiavo di pseudo bisogni perché, concentrato com’è a vivere autenticamente il presente dando il giusto valore alle cose, non avverte la mancanza di ciò che non ha, la quale invece tormenta la maggior parte degli uomini incitandoli costantemente nella corsa senza traguardo verso il soddisfacimento.

«No, egli deve permanere, non andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggono sempre nel futuro; egli deve permanere seppur vuole ch’essi gli siano nel presente, che siano suoi veramente. Egli deve resister senza posa alla corrente della sua propria illusione; s’egli cede in un punto e si concede a ciò che a lui si concede, nuovamente si dissolve la sua vita, ed ei vive la propria morte […]».

Questo modo di fare è proprio dello stile di vita rettorico, del quale l’uomo dispone di tanti modelli ed esempi fin dalla più tenera età. L’educazione e la società spingono l’individuo a incastrarsi in una forma, ad assumere, mediante la promessa illusoria del piacere e della felicità, posizioni convenienti e ruoli utili al proseguimento della vita (philopsichia), i quali però contrastano con le istanze più vere e profonde dell’uomo.

Michelstaedter divide la sua tesi in due parti, intitolate significativamente Della persuasione la prima e Della rettorica la seconda. Le riflessioni che si sviluppano al loro interno instaurano un dialogo stretto con gli autori del corpus michelstaedteriano, fra cui i presocratici, Platone e il Vangelo. Come si vede da questa brevissima rassegna, la predilezione di Michelstaedter va tutta verso i testi in lingua greca; oltre a essere numericamente abbondanti, le citazioni in lingua originale hanno la caratteristica di porsi in continuità con il resto del testo, quasi come se per lui il passaggio dall’italiano al greco antico non esistesse. La definizione più giusta l’ha data il curatore delle Opere di Michelstaedter pubblicate da Adelphi, Sergio Campailla, secondo il quale il filosofo «non cita in greco, ma parla in greco».

Sulla lingua impiegata da Michelstaedter è necessario spendere qualche parola. La persuasione e la rettorica è una tesi di laurea, dunque non fu scritta con l’intenzione di essere pubblicata, o almeno non subito. Il testo venne editato postumo per la prima volta dai familiari nel 1913, con la cura scientifica del filosofo Vladimiro Arangio-Ruiz che era stato compagno di studi di Michelstaedter a Firenze, e poi di nuovo nel 1922 a cura di Emilio Michelstaedter, cugino dell’autore. Compresa quella Adelphi, a oggi si contano cinque edizioni e ciascuna ha dovuto affrontare e cercare di risolvere i problemi tipici di un testo non completamente revisionato. La sensibilità del lettore moderno non può non  sbattere contro la prosa vetusta di questo scrittore, giovane nell’età ma antico nei modi. Periodi lunghi e ingarbugliati, concordanze non sempre rispettate e una punteggiatura anarchica dove si riconosce l’impronta tedesca sono le peculiarità che più saltano all’occhio. Così come salta all’occhio la maggiore cura linguistico-sintattica della seconda parte del libro: le frasi appaiono più tornite e i discorsi si presentano in una forma complessivamente più limpida. Certo, l’italiano di Michelstaedter è comunque figlio del suo tempo e la sensazione di tenere fra le mani uno scritto molto più datato di quello che è in realtà rimane invariata.

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Nonostante i limiti che ho discusso finora, La persuasione e la rettorica rimane un’opera illuminata. I furori a cui accennavo prima, Michelstaedter li ha riversati in un lavoro che trasuda la passione con cui è stato scritto. Le idee antiche incontrano quelle nuove, combinandosi in una filosofia profonda e sconsolata, più personale che originale. Platone, Parmenide, Empedocle ed Eraclito dialogano direttamente con le falangi del pensiero di Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche, Ibsen. Quello che Michelstaedter costruisce nei fatti è un ponte che passa sopra millecinquecento anni di storia della filosofia per congiungere le scuole della Grecia presocratica con le avanguardie del pensiero romantico da una parte e decadente dell’altra. Tranne qualche riferimento hobbesiano, è come se la filosofia moderna, per lui, non fosse esistita, e anche l’idealismo hegeliano viene riassunto in blocco come l’apoteosi dello stile di vita rettorico.

Nondimeno il filosofo goriziano si dimostra una mente in anticipo sui tempi. Certe considerazioni (e pregiudizi) sulla scienza moderna, sul suo procedere per settori sempre più specialistici che finiscono per somigliare a compartimenti stagni, sono questioni che vengono dibattute ancora oggi. La riscoperta dei presocratici, poi, lo avvicina a Nietzsche quasi più del nichilismo e, a riprova che Michelstaedter si sia anticipatamente inserito in un filone di studi destinato a un futuro, basta ricordare la profonda influenza esercitata da Parmenide e dai presocratici in generale sul pensiero di Martin Heidegger.

La qualità dello scritto di Michelstaedter emerge anche in alcuni brani di autentica bellezza letteraria. Voglio ricordarne due: il primo, proprio all’inizio del libro, è la metafora del peso che pende da un gancio, dove immagine scelta, sua rappresentazione, espressività della lingua e contenuto confezionano un brano che è fatto apposta per essere ricordato; il secondo è la nota parabola dell’areostato (a volte pubblicata anche da sola), dove Michelstaedter paragona la teoria delle idee di Platone al volo di un pallone aerostatico che, dovendo rinunciare alla meta, si illude comunque di aver guadagnato l’agognata «leggerezza» dei cieli.

Carlo Michelstaedter si uccise con un colpo di pistola il 17 ottobre 1910, appena dopo aver completato la sua tesi. Non è pensabile separare la vasta eco che questa ha avuto nella cultura filosofica e letteraria italiana dalla ricca messe di fatti e coincidenze straordinari che accompagnano la sua biografia, tuttavia le scoperte e gli studi compiuti nel frattempo hanno portato nuovo materiale all’attenzione del pubblico. La persuasione e la rettorica non è infatti la sola opera di Michelstaedter degna di interesse: dalla cospicua quantità di carte, poesie, lettere e disegni che egli ha lasciato (attualmente custodita nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia), soprattutto nel corso degli anni Ottanta e Novanta sono state realizzate varie pubblicazioni che fortunatamente, grazie alle numerose ristampe, non hanno davvero mai abbandonato le librerie italiane.

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La Biblioteca Statale Isontina di Gorizia

Il suo gesto solleva importanti e inevitabili interrogativi, e molti hanno cercato di trovare una risposta proprio nelle pagine più tormentate della sua tesi di laurea. In essa, la mancanza di un vero vademecum verso la persuasione mette in luce le difficoltà teoriche da lui incontrate nell’abbozzare una strada alternativa alla rettorica. Come è stato giustamente osservato, Michelstaedter stenta a fornire una descrizione dettagliata e compiuta della persuasione, cosicché quello che viene affermato riguardo a essa si rivela essere, piuttosto, la negazione di ciò che è la rettorica. È probabile, anzi certo, che, come si legge in un passo nel libro, Michelstaedter vedesse nel titolo di dottore che stava per conseguire il preludio del proprio incasellamento definitivo, come pedina, nello scacchiere del mondo rettorico. Altri ancora collegano il suicidio a certi episodi biografici (delusioni amorose, incomprensioni e tragedie familiari) e addirittura, più recentemente, a una malattia tenuta segreta. Se si desidera trovare una causa per la sua morte, di certo non deve essere tralasciato nulla, anche se in casi come questo le carte sono in genere più utili per rimettere in discussione piuttosto che per portare conferme:

1. Vita morte,
la vita nella morte.
Morte vita,
la morte nella vita.

2. Noi col filo,
col filo della vita,
nostra sorte
filammo a questa morte.

3. E più forte
è il sogno della vita,
se la morte
a vivere ci aita.

4. Ma la vita
la vita non è vita,
se la morte
la morte è nella vita.

5. E la morte
morte non è finita,
se più forte
per lei vive la vita.

6. Ma se vita
sarà la nostra morte,
nella vita
viviam solo la morte….

7. Morte vita,
la morte nella vita.
Vita morte
la vita nella morte.

(C. Michelstaedter, Il canto delle crisalidi, in Poesie, 1912)

 

Una città dentro: l’evoluzione narrativa in “Prima di perderti” di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

 

Da tanto tempo avevo voglia di scrivere questo articolo, perché da tanto tempo avevo voglia di leggere Prima di perderti di Tommaso Giagni.
Se questo nome non vi è nuovo la causa può essere imputabile a due motivi: 1) siete dei veri bongustai della letteratura contemporanea; 2) avete letto il primo articolo che scrissi su questo autore e che trovate qui.

Oggi vi parlo, appunto, dell’ultima opera di questo scrittore che, secondo il mio parere di laureato in Lettere con una certa esperienza, farà strada. Anche questo romanzo è stato pubblicato da Einaudi nella collana “Stile libero – big” e pensate che dalla sua data di pubblicazione ho impiegato tre anni per riuscire a trovare il tempo per dedicarmici come merita, che vergogna!

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Ma veniamo al testo: il romanzo è diviso in due parti, intitolate rispettivamente “al primo sangue” e “all’ultimo sangue”. Il protagonista della vicenda si chiama Fausto e suo padre, Giuseppe, si è appena suicidato.
Non è un giallo, non ci sono assassini da scoprire, è tutto splendidamente chiaro: Giuseppe è un vigliacco, uno spaventato dalla vita, uno scrittore di biografie e che in quanto tale ha passato la propria sopravvivenza (dire vita sarebbe troppo) raccontando l’esistenza di altri. Non è uno scrittore mediocre, però, le sue biografie sono apprezzate ma tutti si domandano quand’è che prenderà in mano il proprio talento per produrre qualcosa di veramente suo. Anche qui non ci sono misteri: mai.

Ma allora cos’è che dobbiamo scoprire? Su quale aspetto della vicenda si concentra l’orizzonte d’attesa di chi legge? Sul rapporto tra Fausto e Giuseppe. Anche Fausto è uno scrittore, ma a differenza del padre lui ha avuto da subito un grande successo con i suoi romanzi, con le sue opere letterarie. Una tra queste, in particolare, torna sovente nel corso del testo e si tratta di Esoticoatto, opera molto significativa poiché rappresenta un romanzo nel romanzo il cui protagonista altri non è che uno dei personaggi secondari che lo stesso Giagni ha inserito nel suo libro d’esordio: L’Estraneo. Un bel gioco di rimandi che crea un’interessantissima rete che già Cesare Segre aveva battezzato intertestualità. Questo collegamento così forte, mi sono detto, non può essere casuale, e dunque ho deciso di leggere Prima di perderti alla luce de L’Estraneo e ora propongo a voi la mia interpretazione di questa lettura inter-testuale.

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Entrambi i romanzi sono ambientati a Roma e, come ne L’Estraneo, anche qui c’è un raffronto –  che ha sempre il sapore di una lotta fratricida – tra la Roma di periferia e la Roma bene (Roma di Quaresima e Roma delle Rovine, ricordate?). Fausto, dopo la morte del padre, decide una mattina di prendere le sue ceneri per poterle spargere in un grande prato adiacente a un cantiere che sembra esso stesso un’altra città. Qui arriviamo al secondo punto di contatto, la differenza fra ciò che viene antropologicamente definito “luogo” e cosa invece è “non-luogo” (dunque vi ripropongo la fondamentale lezione di Marc Augé per inquadrare meglio il discorso sulla città, mentre se volete fare un passo indietro in senso cronologico vi consiglio La metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel). Ma ecco che il romanzo prende una piega del tutto inaspettata: quando Fausto sta per spargere le ceneri del padre, a seguito di un improvviso fascio di luce si manifesta davanti a suoi occhi, in carne e ossa, Giuseppe! Un’apparizione? Un fantasma? La figura è solida, pienamente cosciente e parla direttamente col figlio.
Prende vita (scusate il gioco di parole…) in questo modo il confronto finale tra il protagonista e suo padre, ma ciò avviene con la struttura di un duello. Dopo Giuseppe, quindi, appaiono Benedetta, l’ex moglie nonché madre di Fausto; Catia, la sua ex ragazza, e un susseguirsi di persone, luoghi e non-luoghi che hanno avuto, in proporzioni e momenti diversi della vita del protagonista, un ruolo nella determinazione di chi è diventato Fausto oggi.

Ciò che mi interessa evidenziare (non proseguirò con la trama perché vi consiglio caldamente di acquistare il libro) è l’evoluzione della narrativa che ho visto con questo secondo testo di Tommaso Giagni, in particolare confrontandolo col primo.
Vedete, se ne L’Estraneo il protagonista anonimo si aggira per Roma, vuole vivere i quartieri periferici dopo aver già tentato di vivere i quartieri ricchi della capitale, dunque c’è un’unità atomica che esplora lo spazio circostante, in questo secondo romanzo il rapporto è completamente invertito: è l’ambiente che si coagula all’interno di un’unità atomica, definendo l’identità di quest’ultima non più come risultato dei luoghi che vive nel presente ma come risultato dei luoghi che ritrova nella memoria e che rivive attraverso un’esperienza intima. L’Estraneo è un romanzo fortemente incentrato sul presente: una nuova vita, un nuovo quartiere, una nuova ragazza; mentre Prima di perderti è fortemente incentrato sul passato: il rapporto che Fausto aveva coi genitori, il rapporto che lui aveva con la fidanzata, il quartiere dove lui viveva prima di andare a stare da solo. Rimane la dinamica, che poi può essere definita come una delle cifre stilistiche e narrative di Giagni, che vede al centro l’individuo e lo spazio che vive/non-vive, ma c’è stato un radicale ribaltamento di punti di vista che, come tutte le cose ribaltate, offre notevoli spunti di riflessione e approfondimenti interpretativi per l’uno e l’altro testo.

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Questa evoluzione apre anche un altro grande capitolo che supera, in termini di ampiezza, il discorso su Giagni e copre ogni scrittore che voglia fare questo mestiere seriamente: la ricerca. Scrivere un’opera letteraria vuol dire prima di tutto confrontarsi con sé stessi. Non per scrivere di esperienze segnanti nel proprio vissuto (quello lo reputo facoltativo), piuttosto per calibrare quanto si è in grado di cogliere sfumature, temi, “segni e motivi” per dirla con Avalle, che una volta organizzati in maniera organica possono dar vita a un testo letterario. Trovata una combinazione sarebbe quanto meno mediocre limitarsi alla ripetizione meccanica della stessa, operando una banale sostituzione di nomi, luoghi e sostantivi. Chiunque voglia diventare un professionista dello scrivere (e non dico questo da una cattedra, ma affondando fino ai fianchi nel terreno da arare della mia abilità di scrittura) ha il compito di ricercare nuovi punti di vista, nuove prospettive di un essere umano che si confronta con l’esistenza multiforme di ciò che accade nel mondo, sia fisico che interiore.
Questo Tommaso Giagni lo sta facendo bene, e gli auguro di continuare così!