Una città dentro: l’evoluzione narrativa in “Prima di perderti” di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

 

Da tanto tempo avevo voglia di scrivere questo articolo, perché da tanto tempo avevo voglia di leggere Prima di perderti di Tommaso Giagni.
Se questo nome non vi è nuovo la causa può essere imputabile a due motivi: 1) siete dei veri bongustai della letteratura contemporanea; 2) avete letto il primo articolo che scrissi su questo autore e che trovate qui.

Oggi vi parlo, appunto, dell’ultima opera di questo scrittore che, secondo il mio parere di laureato in Lettere con una certa esperienza, farà strada. Anche questo romanzo è stato pubblicato da Einaudi nella collana “Stile libero – big” e pensate che dalla sua data di pubblicazione ho impiegato tre anni per riuscire a trovare il tempo per dedicarmici come merita, che vergogna!

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Ma veniamo al testo: il romanzo è diviso in due parti, intitolate rispettivamente “al primo sangue” e “all’ultimo sangue”. Il protagonista della vicenda si chiama Fausto e suo padre, Giuseppe, si è appena suicidato.
Non è un giallo, non ci sono assassini da scoprire, è tutto splendidamente chiaro: Giuseppe è un vigliacco, uno spaventato dalla vita, uno scrittore di biografie e che in quanto tale ha passato la propria sopravvivenza (dire vita sarebbe troppo) raccontando l’esistenza di altri. Non è uno scrittore mediocre, però, le sue biografie sono apprezzate ma tutti si domandano quand’è che prenderà in mano il proprio talento per produrre qualcosa di veramente suo. Anche qui non ci sono misteri: mai.

Ma allora cos’è che dobbiamo scoprire? Su quale aspetto della vicenda si concentra l’orizzonte d’attesa di chi legge? Sul rapporto tra Fausto e Giuseppe. Anche Fausto è uno scrittore, ma a differenza del padre lui ha avuto da subito un grande successo con i suoi romanzi, con le sue opere letterarie. Una tra queste, in particolare, torna sovente nel corso del testo e si tratta di Esoticoatto, opera molto significativa poiché rappresenta un romanzo nel romanzo il cui protagonista altri non è che uno dei personaggi secondari che lo stesso Giagni ha inserito nel suo libro d’esordio: L’Estraneo. Un bel gioco di rimandi che crea un’interessantissima rete che già Cesare Segre aveva battezzato intertestualità. Questo collegamento così forte, mi sono detto, non può essere casuale, e dunque ho deciso di leggere Prima di perderti alla luce de L’Estraneo e ora propongo a voi la mia interpretazione di questa lettura inter-testuale.

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Entrambi i romanzi sono ambientati a Roma e, come ne L’Estraneo, anche qui c’è un raffronto –  che ha sempre il sapore di una lotta fratricida – tra la Roma di periferia e la Roma bene (Roma di Quaresima e Roma delle Rovine, ricordate?). Fausto, dopo la morte del padre, decide una mattina di prendere le sue ceneri per poterle spargere in un grande prato adiacente a un cantiere che sembra esso stesso un’altra città. Qui arriviamo al secondo punto di contatto, la differenza fra ciò che viene antropologicamente definito “luogo” e cosa invece è “non-luogo” (dunque vi ripropongo la fondamentale lezione di Marc Augé per inquadrare meglio il discorso sulla città, mentre se volete fare un passo indietro in senso cronologico vi consiglio La metropoli e la vita dello spirito di Georg Simmel). Ma ecco che il romanzo prende una piega del tutto inaspettata: quando Fausto sta per spargere le ceneri del padre, a seguito di un improvviso fascio di luce si manifesta davanti a suoi occhi, in carne e ossa, Giuseppe! Un’apparizione? Un fantasma? La figura è solida, pienamente cosciente e parla direttamente col figlio.
Prende vita (scusate il gioco di parole…) in questo modo il confronto finale tra il protagonista e suo padre, ma ciò avviene con la struttura di un duello. Dopo Giuseppe, quindi, appaiono Benedetta, l’ex moglie nonché madre di Fausto; Catia, la sua ex ragazza, e un susseguirsi di persone, luoghi e non-luoghi che hanno avuto, in proporzioni e momenti diversi della vita del protagonista, un ruolo nella determinazione di chi è diventato Fausto oggi.

Ciò che mi interessa evidenziare (non proseguirò con la trama perché vi consiglio caldamente di acquistare il libro) è l’evoluzione della narrativa che ho visto con questo secondo testo di Tommaso Giagni, in particolare confrontandolo col primo.
Vedete, se ne L’Estraneo il protagonista anonimo si aggira per Roma, vuole vivere i quartieri periferici dopo aver già tentato di vivere i quartieri ricchi della capitale, dunque c’è un’unità atomica che esplora lo spazio circostante, in questo secondo romanzo il rapporto è completamente invertito: è l’ambiente che si coagula all’interno di un’unità atomica, definendo l’identità di quest’ultima non più come risultato dei luoghi che vive nel presente ma come risultato dei luoghi che ritrova nella memoria e che rivive attraverso un’esperienza intima. L’Estraneo è un romanzo fortemente incentrato sul presente: una nuova vita, un nuovo quartiere, una nuova ragazza; mentre Prima di perderti è fortemente incentrato sul passato: il rapporto che Fausto aveva coi genitori, il rapporto che lui aveva con la fidanzata, il quartiere dove lui viveva prima di andare a stare da solo. Rimane la dinamica, che poi può essere definita come una delle cifre stilistiche e narrative di Giagni, che vede al centro l’individuo e lo spazio che vive/non-vive, ma c’è stato un radicale ribaltamento di punti di vista che, come tutte le cose ribaltate, offre notevoli spunti di riflessione e approfondimenti interpretativi per l’uno e l’altro testo.

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Questa evoluzione apre anche un altro grande capitolo che supera, in termini di ampiezza, il discorso su Giagni e copre ogni scrittore che voglia fare questo mestiere seriamente: la ricerca. Scrivere un’opera letteraria vuol dire prima di tutto confrontarsi con sé stessi. Non per scrivere di esperienze segnanti nel proprio vissuto (quello lo reputo facoltativo), piuttosto per calibrare quanto si è in grado di cogliere sfumature, temi, “segni e motivi” per dirla con Avalle, che una volta organizzati in maniera organica possono dar vita a un testo letterario. Trovata una combinazione sarebbe quanto meno mediocre limitarsi alla ripetizione meccanica della stessa, operando una banale sostituzione di nomi, luoghi e sostantivi. Chiunque voglia diventare un professionista dello scrivere (e non dico questo da una cattedra, ma affondando fino ai fianchi nel terreno da arare della mia abilità di scrittura) ha il compito di ricercare nuovi punti di vista, nuove prospettive di un essere umano che si confronta con l’esistenza multiforme di ciò che accade nel mondo, sia fisico che interiore.
Questo Tommaso Giagni lo sta facendo bene, e gli auguro di continuare così!

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