Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?

Di Andrea Carria

 

La storia, spesso si dice, ha il cattivo vizio di ripetersi. Ma il presente ne possiede uno ancora peggiore, quello di focalizzare l’attenzione su di sé fino a dare l’impressione che quanto lo riguarda stia accadendo oggi per la prima volta e abbia l’aspetto di un complicatissimo rebus senza indizi. In realtà non c’è niente di più sbagliato: indizi e precedenti esistono il più delle volte, ma per poterli riconoscere c’è bisogno che la storia — e a maggior ragione se si tratta di una geo-storia — dialoghi con tutti i fattori che concorrono a determinare l’essenza di uno spazio.

Questa semplice ma importantissima regola è stata la bussola di Fernand Braudel (1902-1985), uno dei maggiori storici dell’École des Annales, il quale intendeva la storia come una disciplina trasversale percorsa da fittissime interconnessioni da studiare sul lungo periodo (longue durée), in cui i particolari più minuti della quotidianità potevano rivelarsi perfino più importanti dei grandi avvenimenti politici e militari.
Esperto
 eminente dei sistemi economico-commerciali dell’età moderna e del capitalismo, a Braudel si devono anche alcune delle descrizioni più lucide e suggestive del mondo mediterraneo. Mediterraneo è anche il titolo del volume collettaneo del 1985 da lui curato e in larga parte scritto. Si tratta di uno dei suoi libri più famosi e letti, un piccolo capolavoro che in dodici contributi si propone di raccontare l’essenza del Mare Nostrum.

Cinque di questi portano la firma di Braudel. Fresca e gioiosa, la sua scrittura è prima di tutto uno stile personalissimo con cui raccontare la storia. Senza nulla togliere agli altri autori del volume — studiosi di formazione diversa, del calibro di Filippo Coarelli, Maurice Aymard, Roger Arnaldez, Jean Gaudemet e Piergiorgio Solinas —, solo quando si leggono i saggi di Braudel i fatti diventano protagonisti di una narrazione. Succede allora che quei fatti, di colpo, non sono più quelli che conosciamo fin dall’epoca delle prime lezioni di storia a scuola, ma diventano qualcosa di diverso, come diverso è un paesaggio quando si cambia punto d’osservazione. La differenza è che con Braudel il punto d’osservazione non può che salire, permettendo di vedere millenni di storia riuniti in poche pagine. Pagine non solo belle letterariamente — di respiro calviniano, oserei dire —, ma anche illuminanti e ricchissime di spunti. Leggere Mediterraneo è comprendere tutto d’un fiato il senso del passare dei secoli.

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Sebbene la narrazione dei fatti passati sia la cifra comune alla maggior parte dei saggi di questo libro, il principale merito di Braudel e degli altri autori è aver attualizzato il più possibile la storia. E lo hanno fatto in virtù del principio che ricordavo all’inizio, secondo cui per ogni fatto storico è possibile individuare uno o più precedenti che, se adeguatamente contestualizzati, forniscono la naturale cartina al tornasole della maggior parte delle sfide del presente. Ciò non vuol dire che la storia sia la magistra vitae dei Latini, e nemmeno che su di essa si possano fare delle previsioni: la cosa che invece viene messa in luce è la strettissima concatenazione di cause ed effetti che lo storico usa per interpretare il passato secondo i suoi modelli, e che il resto degli uomini dovrebbe invece acquisire per non considerarsi alla completa deriva degli eventi. Mediterraneo costituisce un esempio mirabile di questo procedimento, e ci restituisce un libro meta-storico dal quale chiunque può trarre importanti insegnamenti da applicare alla vita di tutti i giorni.

Leggere Mediterraneo oggi è prima di tutto confrontarsi con un classico della storiografia. Ma la storia è solo una delle sue identità. Archeologia, antropologia, etnologia, storia del diritto e della religione: ognuna di queste discipline aggiunge la propria pennellata a questo grande affresco, il cui risultato finale è a dir poco straordinario: raccontare i caratteri di uno spazio, il Mediterraneo, che non è raccontabile per la sua stessa conformazione di bacino liquido stretto in mezzo a popoli e a culture diversissime, che il mare avvicina e allontana ogni volta che cambia il vento della storia.

Leggere Mediterraneo oggi è anche capire dove l’attuale vento ci sta portando. Lo scontro fra civiltà è una corrente che le onde del Mare Nostrum hanno già assecondato, così come pure le spinte migratorie o la diffusione di usi, costumi, prodotti, mercanzie, idee. Perché? Perché il Mediterraneo è sia confine che soglia, ma se si vuole sopravvivere sulle sue sponde — tanto belle quanto difficili da dominare — è come soglia che dobbiamo considerarlo:

«La decadenza, le crisi e i malesseri del Mediterraneo coincidono appunto con i guasti, le insufficienze, le fratture del sistema di circolazione che lo attraversa, lo travalica e lo circonda, e che per secoli lo [ha] posto al di sopra di se stesso».

No, non è retorica da intellettuali, ma la scoperta che hanno fatto migliaia di anni fa i popoli neolitici il giorno in cui hanno messo la prima barca in mare, probabilmente da qualche parte lungo la costa fenicia: un giorno fortunato perché è in quel preciso momento che è stata impressa l’accelerazione più grande allo sviluppo delle civiltà.

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È nel palcoscenico del Mediterraneo che del resto si sono sviluppati i sistemi culturali di riferimento del mondo occidentale e di quello mediorientale, sistemi che in passato si sono scontrati varie volte, ma che ancora più spesso si sono semplicemente integrati e sovrapposti senza darlo a vedere, senza clamori. Forse è proprio per questo che ci ricordiamo più delle Crociate o di Lepanto, dell’invasione turca dei Balcani o della Reconquista: come i momenti d’ozio, anche quelli di mediazione e confronto tendono a lasciare il posto, nella memoria collettiva, agli avvenimenti più rumorosi, fra i quali si sceglie poi di dare credito soltanto alla voce che intona la nostra stessa canzone. Ma non è così che funzionano le cose, men che meno in un mondo complesso, stratificato e interdipendente come quello mediterraneo, un mondo nel quale, come Braudel giustamente ricorda:

«[…] l’uomo occidentale non deve ascoltare soltanto le voci che gli suonano familiari; ce ne sono sempre altre, estranee, e la tastiera esige l’uso di entrambe le mani».

Il capitolo Migrazioni dello storico Maurice Aymard, è uno dei contributi fondamentali di questo libro, e leggerlo alla luce dei populismi di oggi ci mostra quante verità vengono nascoste sotto al tappeto da certe retoriche politiche, semplicistiche e di bassa lega.

«Per tre o quattro millenni le migrazioni avevano fatto la storia e l’unità del Mediterraneo: oggi minacciano di disfarla. Contro tale minaccia va attualmente un po’ dappertutto lo stesso spirito di rivolta, la stessa ricerca appassionata di un’identità che rischia di essere distrutta dal livellamento linguistico, politico ed economico».

È l’esatta descrizione di ciò che sta avvenendo adesso, eppure chi, leggendo queste parole, darebbe loro 34 anni di età? La minaccia dell’altro — invasore o forestiero che sia — è il Leitmotiv che sta alla base di tutta la storia del Mediterraneo, un mare che da tremila anni — dice ancora Aymard — «non ha mai cessato di attrarre popoli venuti da fuori, dalla foresta, dalla steppa o dal deserto». Se c’è una cosa che non appartiene alla storia del Mediterraneo e che invece ne corrompe l’intima natura, questa cosa è proprio l’istituzione di nuove frontiere: muri, recinti spinati, porti chiusi.

Leggere Mediterraneo oggi significa dunque essere uomini e donne più consapevoli dei tempi in cui viviamo, tempi in cui la semplificazione e la strumentalizzazione della storia indirizzano mentalità e coscienze, gonfiando i risultati elettorali. Detta nel modo più prosaico, leggere Mediterraneo è la dimostrazione, evidente a tutti, che la storia non è mai così come appare e che il semplice riferito a essa sta solo nello stile letterario in cui si decide di raccontarla.

1 commento su “Perché leggere “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel oggi?”

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