Storie e voci dalla campagna aretina: “I misteri della porta accanto” di Lorenza Maria Mori

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo di oggi, cari lettori, vi parlerò di un libro fresco di stampa con il quale sono entrato immediatamente in sintonia. I misteri della porta accanto (Porto Seguro Editore) è il secondo libro di Lorenza Maria Mori, una brava autrice della mia terra che nel 2013 ha esordito con il volume autobiografico È il freddo di questa notte (Edizioni Archivio Dedalus).

Più che il secondo libro, I misteri della porta accanto è il primo romanzo della Mori; vale la pena specificarlo fin d’ora, in quanto l’approdo al romanzo costituisce un punto di svolta significativo nell’attività di ogni autore, ossia il superamento di un bel traguardo personale.

Il romanzo ripercorre la storia di una famiglia toscana tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La protagonista, Lisa, va a vivere insieme al compagno (e poi marito), Sandro, nel podere di campagna di San Bartolo, alle porte di Arezzo. Il podere prima era stato della madre di Lisa, la quale l’aveva tirato a lucido investendoci grande passione ed energie. Scegliendo San Bartolo come posto in cui costruire la propria famiglia, Lisa diventa quindi l’erede materiale e soprattutto morale del lavoro della madre, la quale rimane un punto di riferimento fondamentale per tutta la storia anche quando, nella seconda parte del libro, gli avvenimenti prendono il sopravvento sugli aneddoti e sui ricordi che invece caratterizzano la prima parte — la quale, proprio per questo motivo, si presenta come la più frammentaria fra le due.

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Luigi Bechi (1830-1919), Casolare a Castiglioncello, olio su tela

San Bartolo, nelle descrizioni della Mori, appare come un luogo incantato. La sua terra è generosa e se le vengono dedicate le attenzioni che richiede produce frutti in abbondanza in ogni stagione: ortaggi saporiti in primavera e in estate, uva da trasformare poi in vino in autunno, olive da raccogliere e spremere prima che cadano le gelate invernali, e poi ancora frutti di stagione dolci e succosi, erbe selvatiche che bisogna imparare a riconoscere al pari dei funghi che spuntano nei boschetti circostanti, e fiori con cui abbellire il giardino dove i cani e i gatti della famiglia possono scorrazzare in libertà.

La vita in quel posto sarebbe un idillio se solo i Biagini lo permettessero. Menchino Biagini, il marito, e la Ilia, la moglie, sono due contadini che vivono nel casolare confinante con la proprietà di Lisa. Sebbene non ne siano i proprietari ma dei semplici fittavoli (i “padroni”, come i Biagini comunemente si esprimono, abitano a Milano), i due coniugi — anziani, ma non per questo meno temibili — trattano l’intera collina di San Bartolo come se fosse cosa loro. Sono persone semplici e rozze, nate e cresciute in luoghi sperduti da cui hanno preso solo le peggiori caratteristiche. Arezzo è a pochi chilometri — da San Bartolo, il campanile del duomo pare che si possa afferrare con la mano — eppure, dopo tutti gli anni che vivono lì, i Biagini non si sono mai lasciati ingentilire nei modi. Anzi, sono stati loro a trapiantare a valle le usanze più primitive dei monti dell’Appennino da cui provengono. Considerandosi i proprietari di tutto, non rispettano né i confini né le proprietà altrui; impongono la loro volontà in maniera surrettizia, mai limpida, ricorrendo spesso e volentieri al sabotaggio, alle minacce, alle vendette, al furto. Il furto, in particolare, è la loro specialità: prosciutti, salumi, litri di vino e di olio, polli, tutto ciò che può essere portato via a piedi attraverso i campi viene trafugato.

A farne le spese sono in molti, ma in particolare sono Lisa e la sua famiglia, per i quali è difficile difendersi perché non hanno prove. Ma, se sui furti di qualche pollo o di qualche ortaggio si può anche chiudere un occhio (in fondo i Biagini non sono che ladruncoli saltuari, sfruttano l’occasione e, in genere, non arrecano gran danno), quando a essere in pericolo è la vita stessa (degli animali, ma anche delle persone), Lisa e Sandro decidono finalmente di opporsi, e la loro reazione porterà allo scoperto una serie di fatti e di verità in grado di riscrivere la storia recente non solo di San Bartolo, ma anche di Arezzo, dove, proprio durante il suo periodo più florido, si era da tempo adagiata la mano invisibile della massoneria e della P2…

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I misteri della porta accanto è un semplice romanzo solo all’apparenza. Le sue pagine racchiudono significati profondi e messaggi di umanità che il lettore non può non cogliere. Nonostante i dissidi e la cattiveria che ho appena finito di evocare, quello che la Mori riesce a trasmettere è una lezione preziosa sulla convivenza e su ciò che di bello ha da offrire a ciascuno. Convivenza non solo fra gli uomini, che come ho detto può essere difficilissima da realizzare, ma anche fra gli animali e le piante, i quali — spesso ce ne dimentichiamo — vivono ininterrottamente fra noi e insieme a noi, e hanno proprio per questo una grandissima importanza sulla qualità della nostra esistenza. Nel libro, la loro è molto più che una semplice presenza: cani, gatti, uccelli e moltissime altre creature che vivono intorno a San Bartolo sono dei personaggi a tutti gli effetti, i protagonisti di interi capitoli. Anche loro hanno un carattere, delle abitudini, dei sentimenti. Gioiscono e soffrono al pari degli uomini e spesso sono proprio loro a pagare il prezzo più alto, pedine sacrificabili nelle mani di giocatori (umani) avidi e senza scrupoli. Non è facile trattare materiale simile all’interno di un romanzo, tenendosi al tempo stesso lontani sia dalle approssimazioni che dai luoghi comuni, e la bravura della Mori consiste appunto nell’essere riuscita a trasmettere per ciascun essere vivente quella che, usando un termine improprio, è la sua personalità.

Ma c’è anche un’altra cosa che ho apprezzato del libro: l’autenticità. Benché sia un romanzo, I misteri della porta accanto è anche una galleria ricchissima di esperienze, volti e fatti di vita vissuta. L’autrice lo specifica nella nota conclusiva al racconto, ma questo il lettore lo aveva già capito da un pezzo, da solo. Sul piano delle probabilità c’è uno scarto sottilissimo fra realtà e immaginazione, ma quando si costruisce un romanzo non è più una questione di statistiche e ciò che vi metti di reale o di immaginario, e in che quantità, deciderà del respiro che avrà l’opera, e tu sarai l’ultima persona a saperlo. Anche il romanzo della Mori, dunque, parla al suo posto e delle sue scelte di scrittrice. Se ne leggono poche pagine ed è subito chiaro che la materia che sta trattando è di prima o di primissima mano. Ce lo dice il respiro della pagina, ma il respiro della pagina è fatto a sua volta di tanti, piccoli dettagli che la mente riconosce come autentici e che, per quanto ispirata possa essere, la sola immaginazione dell’autore non avrebbe saputo rendere altrettanto vividi.

Di questa autenticità partecipano in maniera speciale le battute in aretino dei personaggi, dove — e qui, mi perdonerete, sono giocoforza orientato nel giudizio dalla comune provenienza — per me è stato bello ritrovare la lingua di casa. Non so se qualcuno di voi ha mai provato a scrivere nel proprio dialetto, comunque posso assicurarvi che è tutto tranne un’operazione facile. Bisogna mettersi in modalità di ascolto, risentire frasi ed espressioni note di cui però, magari, esistono molte varianti e quella che cerchi è proprio la variante che non senti da più tempo. E poi le parole. Non bastano che siano quelle giuste, ma all’interno della frase le parole giuste devono anche stare nelle posizioni giuste e combinarsi le une con le altre in modo da restituire la cadenza e l’intonazione originaria, altrimenti il risultato non riesce e gli accrocchi, in casi come questo, proprio non funzionano… insomma, se non è lavoro da filologi e linguisti, poco ci manca!
Questa digressione mi è servita per far capire quanto il risultato conseguito da Lorenza Maria Mori sia da apprezzare. E chi meglio di un suo conterraneo che, leggendo certi passaggi del libro, s’è piegato ‘n due dalle rise (come, appunto, si direbbe ad Arezzo) potrebbe dirlo?

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Sì, dalle rise, perché I misteri della porta accanto è un libro dolce e amaro, divertente e malinconico allo stesso tempo. In esso c’è tanta vita, e la vita, si sa, recita sia il buono che il cattivo tempo. E in questa storia, in questa storia di vita, di campagna e di provincia, troviamo tutto mescolato. Troviamo la genuinità del mondo contadino come oggi non esiste più insieme alla sua parte più cruda e nera. Troviamo la gioia per le piccole cose insieme alla sofferenza che solo i dolori più grandi sanno dare. Troviamo l’apparenza e il pregiudizio che nascondono — ma per fortuna non soffocano — l’essenza e la verità. C’è posto per la cattiveria, per l’arroganza, per la piccolezza degli esseri umani, ma anche per la loro bontà, per la loro schiettezza, per il loro amore. Troviamo l’Uomo, e con esso la sua parte che vorrebbe piegare la natura ai propri capricci e quella che invece fa di tutto per vivere in armonia con essa. E così per tutto il libro, dove insieme alle tante qualità che ho evidenziato fin qui ci imbattiamo pure in quelle piccole imperfezioni che ogni opera artigianale — come alla fine ogni romanzo è (o dovrebbe essere) — porta con sé.

Sono sicuro che molti di voi, cari lettori, leggeranno I misteri della porta accanto. Sono altresì sicuro che la maggior parte di voi, influenzati dal titolo e della copertina, lo leggerà pensando a esso come un libro che racconta una storia familiare misteriosa, a tratti inquietante. Ebbene, io non posso dirvi se abbiate ragione oppure no, posso però dirvi come l’ho trovato io: un libro fresco, sincero e piacevolmente empatico, una vera storia della porta accanto, ma anche una storia di libertà e sulla ricerca della libertà. La libertà di scegliere, di mettere e sapersi mettere in discussione, la libertà di reagire alle provocazioni o quella di dimostrarsi superiore. È un libro sulla libertà perché tutti gli elementi e i caratteri che ricordavo poco sopra non si pongo mai in opposizione gli uni agli altri, aut-aut, ma coabitano lo stesso spazio, lo stesso areale, la stessa mente, dando anche da questo punto di vista una grande lezione sul significato di concetti importanti come rispetto, convivenza e inclusione.

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Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.

Lo stile tropicale della decadenza: “Acque morte” di William Somerset Maugham

Di Andrea Carria

 

Il libro di cui vi parlo oggi mi è finito tra le mani per caso. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di William Somerset Maugham (1874-1965), ma il problema di autori con una bibliografia sterminata come la sua è capire da dove iniziare. Acque morte (1932) non rientra nel novero delle opere più conosciute dello scrittore inglese e difficilmente troverete qualcuno che ve lo presenti come il suo capolavoro. Nondimeno, rimane uno dei suoi libri meglio riusciti e, per me, uno dei pochi che ho avuto più voglia di rileggere (in genere, non sono il tipo che torna sullo stesso libro più di una volta). Ma vediamo brevemente di cosa tratta questa storia, evitando accuratamente ogni spoiler.

Siamo nel primo Novecento. Il dottor Saunders, il protagonista, è un medico inglese che abita a Fuchu, una città cinese sulla costa non ben collocata, dove la sua professionalità è così apprezzata dagli asiatici che un giorno i figli di un facoltoso uomo d’affari con problemi di cataratte non esitano a partire per un lungo viaggio via mare pur di assicurarsi le sue prestazioni. Il dottore accetta e dopo alcune settimane di viaggio e numerosi scali raggiunge l’isola dove abita il suo paziente, «in fondo all’arcipelago malese». L’intervento dura poco e sortisce gli effetti desiderati, ma Saunders non può tornare subito a casa: in quell’angolo di mondo non esistono servizi di trasporto e per spostarsi fra un’isola e l’altra bisogna attendere che arrivi qualche vascello che segua più o meno la stessa rotta. Così, mentre il dottore si prepara di malavoglia a un lungo e noioso soggiorno, alla locanda del porto arrivano due forestieri con i quali Saunders si intrattiene per una bevuta. Sono il capitano Nichols, un briccone poco di buono che di traffico in traffico solca da decenni le acque tra l’Australia e l’India, e un giovane australiano piuttosto diffidente di nome Fred Blake. I due dicono di essere in viaggio per affari, ma Saunders, pure lui uomo di mondo, è pronto a scommettere che in realtà siano impegnati in qualche traffico illecito, forse d’oppio. Decide comunque di farseli amici nella speranza di un passaggio a bordo della loro barca, il Fenton, ma prima deve riuscire a vincere la netta opposizione di Fred Blake, il quale, per Saunders non ci sono dubbi, deve nascondere un segreto davvero importante…

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Acque morte esercita su di me una forza magnetica di cui non conosco nulla. Mi piace pensare che sia una sorta di potere occulto nel cui sortilegio è caduto lo stesso Maugham. Nella Prefazione, l’autore riferisce infatti come questa storia sia nata a causa di una speciale intromissione nella sua mente di scrittore: quella del dottor Saunders, niente meno.

«Un personaggio che credevi di aver liquidato, un personaggio di cui ti eri curato non più di tanto, non si dilegua nell’oblio. Ti accade di ripensarci. Spesso è una cosa molto irritante. Ne hai fatto quel che volevi, non ti serve più. […] Ma lui se ne infischia. Incurante del decoroso sepolcro che gli hai allestito, continua caparbiamente a vivere, è anzi sotto sotto attivissimo; e un giorno, con tua sorpresa, scopri che si è spinto fin nella prima linea dei tuoi pensieri; e non c’è che fare, devi dargli retta».

E anche per il lettore non è troppo diverso: Saunders, effettivamente, è uno di quei personaggi nati con un carattere proprio a cui si continua a pensare. Forse perché il suo profilo umano è uno specchio dove è facile riconoscersi. In lui pregi e difetti si riuniscono senza dare come risultato nessuna somma morale. È un uomo di mondo che ne ha viste e vissute abbastanza per permettersi di essere quello che è: un accanito fumatore d’oppio, probabilmente omosessuale, egoista, disinteressato e cinico, ma è anche un tipo alla mano, profondo conoscitore del carattere umano, mezzo filosofo, schietto nella parola e senza pregiudizi.

La storia — ve ne renderete conto leggendo il libro — non fa grandi investimenti sulla maggior parte di quegli elementi che rendono i romanzi avvincenti in senso convenzionale (non si tratta di un romanzo di avventure), eppure avvincente rimane l’aggettivo più giusto per parlarne. Tutto ruota intorno all’incontro di questi tre uomini, diversissimi in tutto e ognuno con il proprio vissuto alle spalle: quello di Fred Blake rappresenta il mistero con cui Maugham pungola la curiosità del lettore. Cosa avrai mai combinato di tanto grave il giovane australiano da costringerlo a prendere la via del mare insieme a un individuo poco raccomandabile come Nichols? E Nichols? Una bella sagoma di personaggio pure la sua; lui che cambia versione dei fatti a seconda di come tira il vento, ma che, annunciandosi già con la faccia, proprio per questo non delude nemmeno un po’ chi lo sta a sentire…

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Ma Acque morte è anche altro: almeno per me, infatti, è l’atmosfera decadente che le sue pagine rilasciano a costituire il più dolce narcotico. È un sentimento che non ha niente a che fare con l’oppio né con il languore dei tramonti dell’Oriente; è qualcosa di molto più essenziale e persistente, come se tutto quello che i tre uomini incontrano durante il loro viaggio, cose e persone, sia sfiorato dall’ombra cupa del decadimento e della morte. Delle alterne fortune del mondo, quei remoti paradisi conservano una memoria di pietra e di marmo. Sull’isola di Kanda, dove Saunders avrebbe finalmente potuto trovare un piroscafo per tornare a casa, le vestigia della potenza commerciale olandese di un tempo sono i grandi palazzi vuoti che si affacciano sul porto, e che a loro volta avevano sostituito gli edifici dei precedenti padroni, i portoghesi, del cui passaggio rimane la rocca in rovina che domina l’isola. Qui vive gente che non è un popolo, ma un misto di tutti i popoli della terra; vivono vicini, ma non insieme, ognuno preso dai propri miseri traffici o perso nella propria solitudine. Proprio come Erik Christessen, arrivato dalla Danimarca insieme alla compagnia commerciale del proprio paese, il quale ha poi fatto di tutto per trasformare quel soggiorno temporaneo in una permanenza:

«Il paese è morto. Viviamo di ricordi, è questo che dà all’isola il suo carattere. Un tempo, col traffico che c’era, il porto a volte era pieno e le navi dovevano aspettare al largo che la partenza di una flotta permettesse l’attracco. Spero che vi tratterrete abbastanza per una visita, vi farò da guida. È una delizia. Un’isola insospettata in mari remoti».

Non tristi ma malinconici, sono i tropici descritti da Maugham in questo libro, dove anche il periodo storico scelto per l’ambientazione fa parte di uno dei tanti crepuscoli di cui è costellata la storia. È una malinconia contagiosa, che s’attacca addosso affettando l’anima, che miete vittime soprattutto fra i più giovani — i quali sono pure i più vulnerabili. Ciascuno dei personaggi viene da una storia di miserie, e nessuno appartiene più a qualcosa. Tutti, tutti loro sono relitti di un mondo che è sfuggito alla loro presa. I luoghi di provenienza sono lontani, hanno dovuto abbandonarli o non sono loro mai appartenuti: non a Saunders, radiato dall’Ordine dei medici e ora professionista affermato solo tra i nativi di Fuchu; non a Nichols, capitano esperto ma alla perenne ricerca di lavoro; non a Fred Blake, che a soli vent’anni ha dovuto abbandonare la sua città nel cuore della notte, come un fuggiasco; e nemmeno a Christessen il sognatore e al suo quasi suocero Frith che, dopo vent’anni nella sperduta Kanda, alimenta ancora la fantasia di farsi un nome traducendo in inglese i Lusiadi di Camões. Ma mentre i più vecchi possono opporre la propria dura scorza alla putrescenza di un mondo che sta rapidamente cambiando, di questo mondo i più giovani sono le vittime predilette. Proprio come il sommozzatore giapponese senza «nerbo» di cui il capitano Nichols si ritrova a celebrare un improvvisato funerale, poiché, come dice lui, «quando uno muore su una nave inglese deve avere un funerale inglese».

Acque morte non è un romanzo adatto per tutti i palati. Bisogna essere dei decadenti e dei nostalgici per apprezzarlo appieno; dei cinici, dei disincantati, ma anche dei romantici. Si regge su un sottile equilibrio tra vita e morte, tra indifferenza e sarcasmo, che soltanto una penna come quella di Maugham, una delle migliori del XX secolo senza esagerare, poteva condurre con una simile, impareggiabile maestria («il romanzo perfetto», si legge sulla quarta di copertina della nuova edizione adelphiana…).

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Ma, apprezzamenti personali a parte, Acque morte è pure un modello per qualsiasi aspirante scrittore. Saprete infatti senz’altro che i dialoghi sono una delle parti più difficili nella scrittura di un romanzo e che spesso una buona idea può naufragare a causa di un cattivo scambio di battute. Ebbene, questo in Acque morte non succede nemmeno una volta; la bravura di Maugham, forte anche della sua esperienza come sceneggiatore, restituisce dialoghi vividi e spassosi da leggere, dove la voce di ogni personaggio è sempre perfettamente modulata e riconoscibile. Sapiente è la scelta delle forme sintattiche più appropriate per ogni contesto (stilisticamente ammirabili, per esempio, sono gli aneddoti del capitano Nichols inseriti all’interno dei discorsi diretti), mentre colorito è l’uso degli idiomatismi, i quali, da parte loro, sono i principali apportatori di quell’humor tipicamente britannico con cui Maugham ama spruzzare le sue prose. Se c’è infatti una cosa alla quale la decadenza e la malinconia di questa storia non si attaccano, questa è proprio la scrittura di Maugham, fresca e viva come un ruscello di montagna.
Prima di chiudere il discorso sulla lingua e lo stile, un elogio meritato e importante va anche alla traduzione di Franco Salvatorelli, sempre attentissimo a restituire a ogni pagina il suo respiro originario.

Decadenti o meno che siate, spero di avervi convinto che Acque morte è un’opera di qualità innegabile a prescindere dai gusti. È pura fiction, ossia tutto ciò che la teoria del romanzo prescrive e definisce come intrattenimento. Rivela però anche dei significati profondi, parte dei quali li abbiamo visti e che la rendono ancora oggi attualissima nonostante i suoi 87 anni. Chi di voi, infatti, non ha mai provato la sensazione, almeno una volta nella vita, di sentirsi estraneo rispetto a un posto o a un tempo, e di vedersi senza scampo? I personaggi di Acque morte (il cui titolo originale inglese è The Narrow Corner) provano lo stesso sentimento, si sentono in trappola, e per scappare adottano soluzioni differenti. Ma le acque a cui si affidano sono morte. Morte, non tanto per ciò che vi alligna, ma perché scarsissime, limitatissime — morte, appunto — sono le vie di fuga che possono offrire:

«E sospirò, perché in ogni modo, si avverassero pure i sogni più fervidi della fantasia, alla fine non restava altro che illusione».

L’italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 2/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Come vi avevo annunciato nel mio ultimo articolo, oggi concluderemo il breve discorso sulle origini della letteratura italiana.
Ci eravamo fermati alla definizione di lingua italiana e a tutte le implicazioni che questa comporta dal punto di vista storico e culturale. Ora, finalmente, arriviamo alla parte più interessante: la nascita dei testi!

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Esempio di manoscritto medievale. Fonte: festivaldelmedioevo.it

Tutto comincia in Provenza, la regione a sud-est della Francia confinante con l’Italia (voi penserete: ma non s’era detto che saremmo partiti dalla Sicilia? Sì è vero, ma vi chiedo solo un altro po’ di pazienza). Lì, già a partire dal X-XI secolo d.C., la cultura delle corti feudali è improntata alla narrazione in poesia delle virtù e dei vizi dei cavalieri. Fate attenzione a non confondere ciò con le canzoni di gesta, ovverosia i grandi poemi cavallereschi come quello su Orlando Tristano e Isotta. Anche quelli sono francesi ma riguardano il nord, con forti legami con la cultura anglosassone e il ciclo arturiano di cui prima o poi vi parlerò.
Con la nascita e l’espandersi del Sacro Romano Impero, la Provenza ne venne inglobata e questo causò un doppio effetto: da un lato il particolarismo della cultura provenzale sparì nella sua autonomia, dall’altro però i poeti provenzali e soprattutto i temi da loro cantati si diffusero praticamente in tutta l’Europa di allora: Francia, Germania e Italia principalmente.

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Statua di Federico II a Jesi, sua città natale

Un ruolo strategico in tutto questo è ricoperto da Federico II di Svevia, il quale divenne re di Sicilia (eccoci finalmente!) e imperatore del Sacro Romano Impero agli inizi del XIII secolo. Federico II era per parte di padre tedesco e per parte di madre francese, ciò significa che ricevette un’educazione culturale proveniente da entrambi gli ambienti dei genitori.
Diventando sovrano di un impero molto esteso, dal nord dell’Europa continentale sino al sud della Sicilia (eccezion fatta per il nord e il centro Italia dove governavano rispettivamente le municipalità comunali e il Papa), e non essendovi ancora un concetto di capitale di uno Stato come quello che abbiamo noi oggi, Federico II diede vita a quella che oggi viene definita “corte itinerante“, cioè periodicamente l’imperatore e tutto il suo seguito di notabili, amministratori, consiglieri e poeti si spostava da una parte all’altra del suo vasto impero.
Sede privilegiata del suo peregrinare fu il sud Italia: prendiamo a titolo d’esempio il Palazzo dei Normanni a Palermo, residenza reale dello stesso Federico, a Napoli c’è l’importante università che porta il suo nome e in Puglia (dove Federico morì) è sempre meta di visite Castel del Monte. I soggiorni siciliani furono particolarmente importanti per la trasmissione della letteratura. I poeti siciliani al servizio dell’impero — cioè notai e amministratori che, sapendo leggere e scrivere, potevano anche comporre opere letterarie — entrarono in contatto con i poeti francesi discesi in Italia assieme all’imperatore e lì, grazie a questo fortunato scambio, nacque la vera e propria letteratura italiana, con la formazione della Scuola siciliana il cui padre ancora oggi viene ricordato e studiato: Giacomo da Lentini. Questi, ricevuta l’eredità letteraria dai poeti provenzali, ne rielaborò i temi e le forme, creando quella composizione metrica in poesia che ha segnato la storia della letteratura di tutto il continente: il sonetto.

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Castel del Monte, nella provincia di Barletta-Andria-Trani

La fortuna della Scuola siciliana durò per tutto il regno di Federico II, particolarmente dal 1220 al 1250. In questo trentennio hanno visto la luce importanti componimenti quali Meravigliosamente dello stesso Lentini e il più comico Contrasto di Cielo d’Alcamo. Terminata questa stagione d’oro, però, la Storia vi fece il suo ingresso: i rapporti fra impero e papato si inasprirono, e videro un ruolo sempre maggiore i guelfighibellini: i primi erano per la supremazia del papato sulle questioni non solo spirituali ma anche terrene, mentre i secondi privilegiavano una visione dei poteri separati, lasciando all’impero il controllo delle terre. Queste due fazioni si trovavano in tutto il centro e nord italia, più nello specifico i guelfi nel centro, dove regnava il Papa, mentre i ghibellini nel nord, dove l’autorità era mantenuta da figure laiche.
Ora, dato che in Sicilia vi era un imperatore, quale poteva essere la fazione più popolare di laggiù? I ghibellini, ovviamente! Dunque i poeti siciliani, che ricordiamo erano notai e amministratori, iniziarono a intrattenere rapporti sempre più stretti con altri notai e amministratori (e dunque poeti) ghibellini del centro-nord Italia. Grazie a questa comunicazione tra le due parti della penisola avvenne un altro fondamentale scambio culturale: nel 1266 le truppe angioine (che sostenevano il Papa) sconfissero a Benevento Manfredi, erede di Federico II, e così nel sud Italia si installò la dinastia D’Angiò. Tuttavia a questa conquista corrispose anche la “migrazione” della letteratura siciliana, la quale venne accolta a braccia aperte in Umbria, Toscana ed Emilia. Qui assistiamo alla nascita dei poeti “siculo-toscani”, cioè di coloro che ripeterono con la poesia siciliana lo stesso lavoro che i siciliani fecero a loro tempo con la poesia provenzale. Si passò dal dialetto siciliano a quello umbro e poi toscano, il quale divenne sempre più un dialetto ricercato, raffinato, per dare ai temi cavallereschi e soprattutto d’amore il lustro che meritavano, giungendo, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, alla nascita del dolce stil novo battezzato Da Dante nel XXIV canto del Purgatorio.

Ecco qui, per grandi linee e facendo passi lunghi quanto secoli, una brevissima descrizione della nascita della nostra letteratura. Come vi dicevo, il Medio Evo non fu solo un periodo di oscurantismo, di caccia alle streghe e di epidemie, nient’affatto. Fu il periodo in cui germogliarono i semi delle nostre radici europee, una serie di temi, argomenti, scambi culturali e politici che hanno caratterizzato in senso culturale e antropologico un intero continente. A quel tempo si viaggiava e tanto: pensate alla corte di Federico II, pensate al lungo esilio di Dante che in un ventennio l’ha portato in molte delle più importanti città del nord Italia dell’epoca. C’era vero scambio culturale e vera osmosi tra menti e testi, tra idee e filosofie che, se trovassimo il modo di riproporre anche oggi, non credo farebbero gran danno, anzi.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale: una storia di bombe e provincia

Di Andrea Carria

 

All’indomani dell’Unità d’Italia, la Valtiberina o Alta Valle del Tevere (un triangolo di terra diviso a metà fra la Toscana orientale e l’Umbria settentrionale) era ancora una zona periferica e isolata. A partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, i Granduchi si erano dati parecchio da fare per dotare la Toscana di una rete ferroviaria moderna ed efficiente, ma i loro sforzi si erano sempre concentrati altrove, tanto che la linea Firenze-Arezzo, la cosiddetta Ferdinanda, fu una delle ultime a essere aperte alla circolazione.

Vero è che la realizzazione di nuove infrastrutture nella Toscana sud-orientale era aggravata dalla politica antimoderna dello Stato Pontificio. Ciò era particolarmente evidente in Valtiberina, dove non si poteva concepire nessun progetto senza coinvolgere anche la parte umbra della vallata. I comuni altotiberini vedevano nella ferrovia un modo per rompere il forzato isolamento in cui erano stati lasciati negli ultimi secoli, e dopo il 1861 cercarono più volte di far includere nei piani del governo centrale i propri interessi. Certo, le possibilità non mancavano: la Valtiberina è un crocevia naturale fra quattro regioni, e la storia ha dimostrato che le cause dell’isolamento in cui è sprofondata con la fine del Rinascimento sono da imputare più alle scelte compiute che alla mancanza di opportunità. Ne è la riprova il fatto che, quando venivano pianificate le tratte ferroviarie che ancora oggi cuciono insieme l’Italia, la Valtiberina è stata sempre scartata in favore di altre zone (la Valdichiana, il Trasimeno, la parte inferiore dell’appennino umbro-marchigiano), oppure semplicemente ignorata perché alcune delle opere di cui si avvertiva il bisogno (un collegamento diretto con la Romagna, per esempio) furono realizzate molto tardivamente.

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La stazione di Arezzo nel 1886. I treni come questo, che partivano dal primo binario, erano diretti a Fossato di Vico

Fu così che, dopo ripetuti no, nel 1886 si giunse all’inaugurazione della Ferrovia dell’Appennino Centrale (F.A.C.), il cui comitato promotore era stato fondato appena otto anni prima, nel 1878. La ferrovia, che collegava Arezzo a Fossato di Vico, se da un lato faceva uscire la vallata dal proprio immobilismo logistico, dall’altro era a tutti gli effetti un contentino. Le ragioni di questa affermazione sono più di una. Tanto per cominciare la linea della F.A.C. era del tutto secondaria all’interno della rete ferroviaria nazionale, della quale peraltro non fece mai formalmente parte: responsabile della sua gestione era infatti un consorzio le cui basi erano costituite da capitali privati. Sul piano tecnico, inoltre, la F.A.C. era a binario unico e scartamento ridotto (detto in soldoni, i binari erano più stretti del 26% rispetto a quelli normali), il che permetteva, sì, di risolvere più agilmente i problemi posti dalla complessa orografia appenninica, ma all’arrivo nelle stazioni di raccordo con la Rete Ferroviaria Italiana (R.F.I), Arezzo da una parte e Fossato di Vico dall’altra (in quest’ultima località esistevano perfino due stazioni distinte), i treni non potevano transitare sui binari a scartamento normale, creando così rallentamenti e disagi durante le operazioni di trasbordo di passeggeri e merci.

Il percorso della Ferrovia dell’Appennino Centrale era lungo poco meno di 134 km e si snodava attraverso l’Umbria settentrionale e la Toscana orientale. Come abbiamo visto, uno dei terminal era il borgo appenninico di Fossato di Vico, una scelta tutt’altro che casuale. Già allora Fossato era infatti una delle stazioni della R.F.I. sulla linea Roma-Ancona, e per la F.A.C. rappresentava il punto di raccordo naturale. Prima di giungere alla stazione di Arezzo e congiungersi alla linea Roma-Firenze, il treno della F.A.C., per tutti il trenino, faceva, tra stazioni e caselli, ben trentuno fermate. Le principali erano in corrispondenza dei centri abitati più grandi: Gubbio, Umbertide, Città di Castello (dove si trovavano le officine sociali e la sede locale della direzione), Sansepolcro e Anghiari. I tratti più impervi erano quello fra le stazioni di Mocaiana e di Monte Corona, e quello fra le stazioni di Anghiari e Arezzo: in essi il trenino percorreva parecchi chilometri in mezzo a strette valli boscose scarsamente popolate, dove i torrenti e i dislivelli imponevano la costruzione di ponti, rampe e parecchie gallerie. Quasi la totalità di queste si trovava nel secondo dei due tratti, passante per la valle del torrente Cerfone: fu infatti l’ultimo a essere completato, ma anche quello che richiese il dispendio più grosso in termini di tempo, uomini e risorse (per la pericolosità rappresentata dei suoi dislivelli, nello spezzone compreso fra Arezzo e Palazzo del Pero venne introdotto un sistema di controllo della velocità). In compenso esistevano anche tratti pianeggianti dislocati, pure questi, in due aree ben distinte: la valle di Gubbio, da Branca a Mocaiana, e la valle del Tevere, da Monte Corona ad Anghiari, una valle ampia e lunga più del doppio rispetto alla precedente, dove la ferrovia passava il fiume in tre punti soltanto.

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Il tracciato della F.A.C. con le località più importanti in evidenza

L’intero percorso veniva coperto in tempi diversi a seconda della direzione: poco meno di cinque ore da Arezzo a Fossato, e circa cinque ore e mezzo da Fossato ad Arezzo. Il tempo in più serviva a rifornire la locomotiva di acqua e carbone (prima del passaggio al diesel, il sistema di trazione era a vapore), in quanto i convogli che provenivano da Fossato — a differenza di quelli provenienti da Arezzo, per i quali era previsto il cambio della locomotiva a Città di Castello — erano gli unici a percorrere tutta la linea. Nel 1936 fecero la loro comparsa le prime automotrici diesel, le quali, garantendo una velocità massima di 70 km/h rispetto ai 35 km/h di prima, abbatterono sensibilmente i tempi di percorrenza.

Malgrado quelli che i pendolari di oggi considererebbero autentici disagi, la popolazione dell’Alta Valle del Tevere trasse da subito importanti benefici dal passaggio della ferrovia. Gli spostamenti divennero più rapidi e più comodi per tutti, le merci poterono circolare molto più rispetto al passato, e per gli abitanti della parte toscana significò anche poter andare e venire dal proprio capoluogo in giornata. Per fare la stessa cosa, i loro corrispettivi umbri dovettero invece attendere fino al 1915, quando la F.A.C. venne agganciata, all’altezza della stazione di Monte Corona, dalla Linea Centrale Umbra, costituendo il primo — ma pur sempre tardivo — collegamento ferroviario tra Perugia e i comuni della Valtiberina umbra.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale rimase attiva cinquantotto anni. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale i bombardamenti tanto dei tedeschi quanto degli Alleati arrecarono danni gravissimi al suo tracciato, causando ripetute interruzioni ai convogli. Le stazioni stesse vennero prese di mira. Emblematico è il caso di quella di Arezzo, completamente distrutta dagli intensi bombardamenti che si abbatterono sulla città nel dicembre del 1943: furono così devastanti che il trenino smise di raggiungere il proprio capolinea sei mesi prima della soppressione del servizio.
In generale fu l’intera linea della F.A.C. a essere gravemente danneggiata. Binari, ponti, stazioni, convogli: tutto ciò che finiva a tiro degli aerei veniva fatto saltare in aria. A fronte di una situazione simile, il 18 giugno 1944 il Ministero dei Trasporti dispose l’interruzione definitiva del servizio, e un anno dopo, con l’ordine di servizio n. 1 del 22 maggio 1945, la Società diede comunicazione che la ferrovia, visti gli ingenti danni subiti, non sarebbe stata ricostruita, ma che il personale licenziato avrebbe goduto di una «preferenza alla riassunzione per l’Esercizio della Umbertide-Sansepolcro».

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Ex galleria della F.A.C. in località Val de’ Gatti, nei pressi di Anghiari

Già allora i documenti governativi stavano dunque facendo emergere una volontà precisa: quella di ripristinare, in un futuro più o meno lontano, soltanto il collegamento fra i due vertici della Valtiberina e di convertirlo, magari, allo scartamento normale. L’ipotesi di ricostruire l’intera linea venne abbandonata fin dall’inizio, col risultato che le comunità delle valli appenniniche — più impervie da raggiungere e proprio per questo ancora più bisognose — tornarono al loro isolamento. Tra queste comunità c’era anche Gubbio. Se infatti i centri altotiberini vennero di nuovo collegati nel 1956 grazie al prolungamento fino a Sansepolcro della Linea Centrale Umbra, Gubbio rimase tagliata fuori da ogni relazione ferroviaria. Nei periodi successivi questa deficienza infrastrutturale non è mai stata risolta, e ancora oggi Gubbio, con i suoi trentamila abitanti e il suo turismo, è servita soltanto dalla strada gommata (credo infatti che non sia sufficiente che l’attuale stazione di Fossato di Vico ospiti nella propria segnaletica anche il nome di Gubbio, è un compromesso che funziona poco e male: la distanza fra le due località è di oltre venti chilometri!).

La F.A.C. è stata una delle pochissime linee ferroviarie dell’Italia Centrale distrutte durante la Seconda guerra mondiale a non essere ricostruita. Fu una scelta dettata dal disinteresse, dalla mancanza di opportunità e di risorse o dal mero calcolo sulla convenienza? Credo che nessuno di questi fattori debba essere scartato, anche se penso che la gestione privata della ferrovia abbia fatto scivolare agli ultimi posti la sua eventuale ricostruzione da parte della R.F.I., già oberata dal ripristino della propria rete ferroviaria.

Dopo pochi anni dalla chiusura, della Ferrovia dell’Appennino Centrale rimaneva ben poco. I materiali vennero riciclati nella ricostruzione dei paesi e delle case, le locomotive furono vendute a ditte private, la vegetazione si riappropriò del vecchio tracciato e iniziò a minacciare i vecchi caselli di campagna, sebbene molti dei quali, oggi, siano stati recuperati e trasformati in abitazioni private.

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Se questa storia vi ha interessato, potrete trovare maggiori informazioni nel volume di Mariano Garzi e Piero Muscolino La Ferrovia dell’Appennino Centrale – Linea Arezzo-Fossato, ricco di fotografie d’epoca e documenti. Purtroppo la seconda edizione di quest’opera (2002) è fuori commercio già da molti anni, e l’editore, al momento, pare non avere intenzione di ristamparla. Se sarete più fortunati di me, potreste trovarla in qualche mercatino dell’usato: io l’ho cercata a lungo, ma finora l’unica che sono riuscito a stringere fra le mani è la copia della biblioteca comunale di Anghiari.

L’Italiano prima degli italiani: alle origini della nostra letteratura, parte 1/2

Di Gian Luca Nicoletta

 

Vi siete mai chiesti dove ha avuto origine la nostra letteratura nazionale? Vi siete mai posti domande del tipo “ma chi sarà stato il primo poeta italiano?”, “dove sarà nata la nostra letteratura?”
Ebbene, in caso vi foste fatti domande del genere ma non avete avuto fortuna con le risposte, o se dubbi amletici di tal foggia non vi abbiano mai sfiorato, oggi sono qui per aiutarvi con la soluzione.

Ho deciso di dividere questo discorso in due articoli, poiché la faccenda si presenta non priva di precisazioni necessarie. La prima riguarda la definizione di lingua italiana, poiché questa riduce in maniera troppo semplicistica le reali sfaccettature che hanno reso tanto ricca la nostra lingua. Ho scritto nella prima riga “letteratura nazionale“, il quale è un termine che, per il discorso che affronteremo, è caratterizzato da diverse insidie. Utilizzando l’aggettivo “nazionale” faccio implicito riferimento a una nazione, l’Italia, e questa sappiamo che ha visto la luce nel 1861, grazie all’Unità.
Prima di questa, molto prima di questa, in realtà, la nostra letteratura aveva già conosciuto periodi di splendore indiscussi. Altrimenti come considereremmo Dante, Leopardi, Goldoni, Alfieri, Vico etc. se non, appunto, autori italiani?

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Quindi è bene correggere quanto sopra ho scritto: sostituiamo letteratura nazionale con letteratura in lingua italiana.
Questa soluzione vi sembra più adatta? Forse sì, ma sappiate che le insidie ancora non sono terminate: se consideriamo la letteratura italiana come quell’insieme eterogeneo di prosa e poesia scritto da autori e autrici nati e cresciuti nella nostra penisola e che ne parlano la lingua… beh, potremmo correre il rischio di dire una grande imprecisione. Infatti già dall’Alto Medioevo, circa tra il IX e il X secolo, la penisola italiana altro non era che un vero e proprio ricettacolo di dialetti: siciliano, tosco-umbro, veneziano, fiorentino, milanese, etc. Molti di questi erano caratterizzati da diverse connotazioni linguistiche e grammaticali, dunque come considerare le rispettive opere nell’ambito della definizione di “letteratura italiana”, quando dell’Italiano che intendiamo e parliamo oggi avevano ben poco?

Facciamo allora un altro passo indietro: 476 d.C., cade l’Impero Romano d’Occidente. Dal nord e dall’est Europa giungono le popolazioni comunemente definite “barbariche” che smantellano un’intero apparato statale fino ad allora dominante. Cambia la classe dirigente, cambia la geografia politica (nascono i cosiddetti regni romano-barbarici), cambia la piramide sociale. Le grandi città si svuotano dopo i saccheggi e il grosso della popolazione si muove verso i piccoli centri fuori dalle città. Ha così il via il fenomeno sociale e urbanistico dell’incastellamento: nascono i nostri tipici borghi medievali.
Fino al 476 d.C., la lingua parlata da tutta la società era il latino, seppur sostanzialmente diverso dal Latino dell’epoca di Cicerone e di Augusto. Era un latino del popolo, che non faceva uso di complesse strutture sintattiche e nemmeno di termini propri delle classi più colte. Ricordate che la classe dirigente era stata azzerata, dunque nessuno più si esprimeva nel Latino che oggi troviamo solo scritto sui libri.

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Questo latino popolare si trova esattamente a metà fra il Latino classico e i dialetti dell’Alto Medioevo, e data la sua peculiarità che lo rende in sé definito e diverso dagli altri, oggi viene definito come Mediolatino. Questo, finalmente, è il terreno comune e fertile dal quale tutti i dialetti posteriori hanno attinto prima di svilupparsi nell’arco di circa dieci secoli. A questo antenato, ancor prima che al Latino, fanno capo il siciliano, il toscano, il fiorentino, il milanese etc. Ognuno di questi dialetti, per motivi storici e politici, ha subito influenze diversissime da altre lingue europee, ma tutte si ritrovano ad affondare le radici nel Mediolatino e nel Latino.

Quindi, per chiudere il cerchio e tornare alla primigena definizione di letteratura in lingua italiana, possiamo definire come tale tutta quella produzione di prosa e poesia scritta in uno dei dialetti parlati nella penisola italiana, isole comprese, che ha discendenza diretta dal Mediolatino. In questo modo siamo sicuri di comprendere il 100% della produzione scritta e anche il 100% dei dialetti parlati.
Come vedremo nel prossimo articolo, quello in cui affronteremo direttamente le tradizioni della letteratura, l’Italia del Medioevo è una penisola particolarmente frizzante, sia a livello sociale che politico. L’immaginario del Medioevo quale periodo dei “secoli bui” non avrà nulla a che spartire col periodo in cui hanno vissuto e scritto i veri e propri fondatori della nostra lingua.

Vi do quindi appuntamento alla seconda parte dell’articolo, quando ci ritroveremo nella bellissima Sicilia e lì assisteremo alla nascita della Letteratura!

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Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno