Chimico o scrittore? La metafora del centauro in Primo Levi

Di Andrea Carria

 

Nel 1966, l’ex deportato Primo Levi pubblicò il suo terzo libro, il primo svincolato dal tema del Lager. Il volume si intitolava Storie naturali e si componeva di quindici racconti fantascientifici (o «fantabiologici», come li ribattezzò Italo Calvino). Giunti al dodicesimo, un po’ a sorpresa, ci si imbatteva nel titolo latino Quaestio de Centauris, e cominciando a leggerlo ci si rendeva pure conto che esso non seguiva il filo conduttore degli altri racconti. Suo protagonista è Trachi, un giovane centauro di duecentosessanta anni nato dall’unione di un uomo con una cavalla sull’isola di Colofone. Dal racconto si capisce che nel corso dei secoli gli incroci fra specie diverse si erano fatti più rari, ma che ci fu un’epoca remota in cui connubi di questo tipo erano all’ordine del giorno e che fu allora che si originò la razza dei centauri.

La Quaestio è il primo testo di Levi in cui compaia il centauro, la figura mitologica con la quale lo scrittore torinese si identificò per lunga parte della propria carriera letteraria. Prima di essere incluso nelle Storie naturali, il racconto era già apparso sulle colonne della rivista «il Mondo», in data 4 aprile 1961. Da allora Levi cominciò a paragonare sé stesso a un centauro sempre più frequentemente, tanto negli scritti che nelle interviste. Tra queste, una delle più significative è quella rilasciata per «L’Unità» a Edoardo Fadini, nel 1966:

«Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri). E mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli».

Sembrerebbe dunque che Primo Levi si considerasse un centauro perché svolgeva contemporaneamente due attività fra loro diversissime: il chimico che per tutta la settimana lavorava in una fabbrica, e lo scrittore che trovava il tempo per dare voce a ciò che aveva dentro nel fine settimana o alla sera. Come il busto di un uomo innestato su un corpo di cavallo era una stranezza che poteva abitare soltanto la fantasia, così un chimico che inventava e scriveva storie poteva esistere solo come un caso fortuito nonché bizzarro.

centauro

I riferimenti alla figura del centauro — o comunque, se non proprio all’animale mitologico, al concetto di spaccatura o di dimezzamento — continuarono ancora a tornare anche successivamente. A Giuseppe Grassano, nel 1979, disse:

«È vero che ho fatto delle sbandate e continuerò forse a farle appunto perché sono un po’ centauro. Sono un liceale con un’educazione umanistica, ma insieme anche un chimico e infine un ex deportato. Quindi ho almeno tre fonti di scrittura».

Ciò che si può osservare da queste dichiarazioni è che la concezione originaria del centauro scivolò nel tempo verso altri lidi, arricchendosi dal punto di vista semantico: l’educazione, scissa in una componente umanistica e una scientifica, e il vissuto, diviso fra l’esperienza comune di chimico e quella straordinaria di deportato.

Un altro luogo famoso della sua Opera dominato da questa separazione è il capitolo Tiresia della Chiave a stella dove Levi racconta il mito greco di un uomo che viene trasformato in donna e che rimarrà segnato da quella duplice appartenenza per il resto dei suoi giorni. In quella circostanza Levi si paragona dichiaratamente a quel personaggio mitologico:

«un po’ Tiresia mi sentivo, e non solo per la duplice esperienza: in tempi lontani anch’io mi ero imbattuto negli dèi in lite fra loro; anch’io avevo incontrato i serpenti sulla mia strada, e quell’incontro mi aveva fatto mutare condizione donandomi uno strano potere di parola: ma da allora, essendo chimico per l’occhio del mondo, e sentendomi invece sangue di scrittore nelle vene, mi pareva di avere in corpo due anime, che sono troppe».

La chiave a stella uscì nel 1978, e il dimezzamento che propone è quello iniziale fra lo scrittore e il chimico. Levi era tornato dal Lager con tante cose da raccontare ed è stato per aver fermato su carta i ricordi che sono nati i suoi primi due libri: Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963). Casualmente, finché si era trattato di scrivere due libri di testimonianza, Levi non aveva fatto ancora menzione del centauro. Certo, come ho già detto, Quaestio de Centauris risale almeno al 1961, tuttavia non si sa se al tempo della composizione del racconto Levi avesse già compiuto il passo decisivo verso la propria identificazione con il personaggio. Questo è accertato solo in seguito, tanto negli scritti quanto nelle dichiarazioni pubbliche, quando Levi stava per pubblicare quelle Storie naturali che almeno apparentemente imboccavano la direzione opposta rispetto ad Auschwitz. Fu in quel momento che il sangue di scrittore prese a scorrergli più velocemente nelle vene. Fu allora che l’ex deportato si accorse che le cose che aveva da dire erano anche altre, e che i libri scritti in precedenza non le avevano esaurite. Ma scrivere racconti d’invenzione di genere fantascientifico gli appariva come un’attività dissonante rispetto a quella fino ad allora svolta per dovere morale, quasi sconveniente per un autore che col proprio pubblico aveva già assunto l’impegno di raccontare la verità su quanto avveniva nei campi di annientamento nazisti. Passare dallo scrivere di una realtà drammatica come il Lager allo scrivere racconti d’invenzione poteva rappresentare un azzardo, un suicidio letterario. Se dunque Levi intendeva farlo davvero, avrebbe dovuto attrezzarsi.

Quando Storie naturali comparve in libreria, il nome che si poteva leggere sulla copertina del volume era quello di un certo Damiano Malabaila. La prima accortezza di Levi fu infatti quella di scegliersi uno pseudonimo, che è uno degli espedienti più letterari di sempre.

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Malgrado sia impegnativo stabilire quando e come Primo Levi abbia mutato opinione sull’essere spaccato in due metà, la lettura dei suoi ultimi libri sembrerebbe suggerire che l’antica frattura fosse stata da lui risolta, o che quantomeno non lo insidiasse più come un tempo. Se è infatti vero che la prima versione della metafora del centauro descriveva un uomo diviso fra due mestieri non dialoganti, allora è vero anche che negli ultimi scritti di Levi non c’è traccia di questa immagine. In quel periodo la sua produzione letteraria è segnata da un libro di racconti, Lilìt (1981); dal primo vero romanzo, Se non ora, quando? (1982); da un volume di poesie, Ad ora incerta (1984); da una raccolta di articoli, L’altrui mestiere (1985); da una seconda raccolta, Racconti e saggi (1986); e dal suo libro più sofferto, I sommersi e i salvati (1986). Tranne L’altrui mestiere, ciò che hanno in comune tutti questi libri sono la trattazione di Auschwitz e l’anteriorità degli scritti alla data di pubblicazione. La Shoah era il suo argomento; per parlarne Levi non aveva bisogno di nessuna autorizzazione o maschera.

A ben guardare, Levi si interessa ai centauri non più che agli ibridi, dei quali i primi non sono altro che una specificazione. I suoi racconti fantascientifici brulicano di personaggi dalle sembianze commiste, ma nessuno di loro, nemmeno il più strano degli esseri, è un mostro. Il bestiario di Levi ne è esente, e anche il campionario di tipi umani che ha messo insieme nel corso degli anni. Neppure i nazisti che incontrò in Lager lo erano: se infatti li avesse definiti mostri, li avrebbe resi non-umani, mentre Levi, come molti altri testimoni e autori a partire da Hannah Arendt, ha sempre portato prove a carico dell’appartenenza al genere umano dei suoi aguzzini.

A dare credito all’idea che il centauro non abbia accompagnato Levi fino alla fine sono anche le parole che pronunciò in occasione del suo incontro con lo scrittore americano Philip Roth, avvenuto nel settembre 1986. Raccogliendo lo spunto lanciatogli dal collega, Levi disse cose di un certo significato a proposito della sua spaccatura:

«Sono d’accordo con te sul fatto che ho “una sola anima senza saldature”, e ancora una volta ti ringrazio. La mia affermazione “due anime sono troppe” è per metà uno scherzo, ma per l’altra metà allude a cose molto serie. Ho vissuto in fabbrica per quasi trent’anni, e devo ammettere che non c’è contraddizione fra l’essere chimico e l’essere scrittore: c’è anzi un reciproco rinforzo. Ma stare in fabbrica, anzi, dirigere una fabbrica, significa molte altre cose diverse e lontane dalla chimica […]. Tutti questi affari sono brutalmente incompatibili con lo scrivere, che esige una certa pace dell’anima; perciò mi sono sentito veramente «nato una seconda volta» quando ho raggiunto l’età della pensione e ho potuto dare le mie dimissioni, rinunciando così alla mia anima numero uno».

Che sia «un’anima sola, capace e senza saldature» come disse Roth, oppure un’anima sola nata dalla fusione di due anime prima estranee l’una all’altra, in realtà non fa molta differenza: quello che conta è che l’anima dello scrittore sia una, che Levi a un certo punto della vita sia arrivato ad auto-percepirsi come un uomo le cui molte pulsioni non sono mai state in disaccordo fra loro, ma che al contrario abbiano tutte quante contribuito alla scrittura dei suoi libri. In particolare di uno.

Sono infatti dell’idea che se una riconciliazione fra i due versanti della vita professionale di Levi sia avvenuta, la svolta in quella direzione si ebbe intorno al 1975, il quale è sia l’anno del suo pensionamento sia quello di pubblicazione del Sistema periodico.

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Philip Roth e Primo Levi a Torino nel 1986

In qualità di libro che mette d’accordo entrambi i suoi mestieri operando tra di essi una sintesi perfetta, Il sistema periodico può essere considerato a pieno diritto il libro che consente a Primo Levi di mettere in cantina la metafora del centauro. Dopo la scrittura di quel libro, che egli considerava al pari di un ex voto sciolto, e dopo il calore con cui venne accolto sia dal pubblico che dalla critica, Levi non aveva più bisogno di giustificare la propria opera di scrittore come una divagazione rispetto alla professione riportata sulla sua carta d’identità. Non ne aveva più bisogno perché, semplicemente, era stata proprio la sua trentennale professione di chimico che gli aveva permesso di scrivere il libro, dimostrando così che chimica e letteratura non erano due universi estranei l’uno all’altro. Certo, tale presa di coscienza non si compì dall’oggi al domani; ancora dopo la pubblicazione del Sistema periodico Levi avrebbe infatti continuato a parlare della propria spaccatura (l’abbiamo visto poco sopra nell’intervista a Grassano del 1979), tuttavia la tendenza che si cominciò a registrare a partire dalla seconda metà degli anni Settanta era quella di una graduale rarefazione.

Nel Sistema periodico la parola centauro si incontra una volta sola, e significativamente in uno dei pochi capitoli non autobiografici del libro, Argon, in un passaggio in cui Levi sta svolgendo alcune considerazioni generali sull’uomo e su certi suoi linguaggi «di confine»: «l’uomo è centauro, groviglio di carne e di mente, di alito divino e di polvere», si legge. Il riferimento, qui, è ai suoi antenati ebraico-piemontesi e alla loro parlata bizzarra: «parlata scettica e bonaria, che solo ad un esame distratto potrebbe apparire blasfema, mentre è ricca invece di affettuosa e dignitosa confidenza con Dio, Nôssgnôr, Adonai Eloénô, Cadòss Barôkhú». Un’altra forma di ibridismo centauresco è possibile ritrovarla all’inizio del capitolo Nichel, a proposito del diploma di laurea:

«Avevo in un cassetto una pergamena miniata, con su scritto in eleganti caratteri che a Primo Levi, di razza ebraica, veniva conferita la laurea in Chimica con 110 e lode: era dunque un documento ancipite, mezzo gloria e mezzo scherno, mezzo assoluzione e mezzo condanna».

Oltre alla ripetizione della parola «mezzo», ciò che più colpisce è il termine «ancipite», il cui etimo latino significa avere due teste, essere bifronte. È probabile che nel Sistema periodico ci siano altri richiami centaureschi che io non ho saputo riconoscere, in ogni caso quello che si può desumere da questi esempi è che adesso la metafora del centauro descritta da Levi sembra avere maggiore attinenza con il contrasto fra l’italianità a cui lo scrittore sentiva di appartenere e la sua mai sconfessata ascendenza ebraica. E non a caso, in una delle interviste più tardive in cui tornò a toccare l’argomento (1981), Levi disse, sì, di sentirsi ancora un ibrido spaccato a metà, ma spiegò quella condizione mettendo un certo ordine tra le sue molteplici spaccature: «Italiano, ma ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto (o non sempre) disposto al lamento e alla querela». È probabile che quell’ordine fosse causale, ma il fatto che a quell’intervista Levi abbia risposto per iscritto, e proprio durante la stesura del romanzo Se non ora, quando?, dà adito a pensare che l’ultima rappresentazione del centauro a cui Levi giunse sia arrivata a includere il dimezzamento fra le due culture che si contendevano la sua identità, e che in un certo senso si concretizzavano nella sua attività di scrittore, come sembrano infatti dimostrare le parole del testo Itinerario di uno scrittore ebreo (1982):

«Dai miei lettori e dalla critica, in Italia ed all’estero, io vengo ormai considerato uno “scrittore ebreo”. Ho accettato questa definizione di buon animo, ma non subito e non senza resistenze: in effetti, l’ho accettata nella sua interezza solo abbastanza avanti nella vita e nel mio itinerario di scrittore».

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Ma che libro è Il sistema periodico? È un po’ di tutto, come ammise lo stesso Levi. È un’autobiografia, ma anche un libro d’invenzione; è un romanzo, ma anche un’opera di testimonianza; è un libro sul lavoro, ma anche un testo in cui affiora il lato spensierato del vivere; è un libro sulla chimica, ma non un trattato su di essa; è la storia di una battaglia personale contro il fascismo, nonché la dolce riscoperta della propria ascendenza ebraica; è un romanzo di formazione e quindi pedagogico, ma anche «l’affresco di una generazione e un’operazione culturale». Si potrebbe continuare a lungo, ma forse la cosa più giusta da dire su di esso l’ha già detta Primo Levi all’inizio del capitolo Carbonio:

«È, o avrebbe voluto essere, una microstoria, la storia di un mestiere e delle sue sconfitte, vittorie e miserie, quale ognuno desidera raccontare quando sente prossimo a conchiudersi l’arco della propria carriera, e l’arte cessa di essere lunga».

È in questo senso, di libro che trasporta la chimica nel campo della lettere facendone allo stesso tempo motivo e oggetto di letteratura, che Il sistema periodico aiuta Levi a saldare la frattura fra i suoi due mestieri. E ciò avviene, o forse è meglio dire comincia proprio nell’anno in cui lo scrittore andò in pensione dopo trent’anni di lavoro in fabbrica. Certo, Il sistema periodico non scrisse la parola fine alla storia del centauro – ricadute se ne avrebbero avute anche negli anni seguenti e tre anni più tardi La chiave a stella, libro gemello del Sistema periodico per ammissione stessa di Primo Levi, avrebbe ripreso e approfondito la questione con la teoria del parallelismo fra i mestieri di montatore, chimico e scrittore –, tuttavia il contributo dato da quel libro in tale direzione non può essere misconosciuto.

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