Teorie della compossibilità in Leibniz e Deleuze: è davvero questo il migliore dei mondi possibili?

Di Andre Carria

 

La filosofia, si sa, ha il proprio lessico e se si desidera intraprenderne lo studio una delle prime cose da fare è alzare le mani e rassegnarsi alla creatività linguistica dei filosofi. Purtroppo non tutti sono in possesso dell’estro giusto, ma questo non li ha mai distolti dall’inventare parole nuove per i loro concetti. Tra i maggiori filosofi inventori di parole vi è Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716), sotto al cui copyright troviamo termini assai fortunati come per esempio monadologia e teodicea. Anche compossibile è una parola leibniziana, ma a differenza delle altre non è stato lui a inventarla. Questo aggettivo esisteva già nella filosofia scolastica, e venne usato sia da Duns Scoto che da Tommaso per esprimere il concetto di qualcosa che si rende possibile all’interno di un sistema per il fatto di non porsi in contraddizione con gli elementi che lo compongono. Partendo dal significato letterale di possibile con, Leibniz utilizzò l’aggettivo compossibile e il sostantivo compossibilità da esso derivato per illustrare la sua teoria del migliore dei mondi possibili.

Questa teoria è tanto famosa quanto spesso banalizzata. Buona parte di responsabilità va senz’altro attribuita a Voltaire, che nel Candide ne fece il ritornello preferito da Pangloss, il precettore-filosofo che rappresenta giustappunto una riuscitissima parodia del pensiero leibniziano. In realtà la teoria originaria è tutto l’opposto di un bell’aforisma e rappresenta invece il punto d’arrivo di un ragionamento rigoroso e articolato, dove Leibniz fornisce un assaggio anche delle sue elevatissime competenze logiche e teologiche.

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William Blake, The Ancient of Days (1794)

Siamo nella Teodicea (1710), una delle sue opere più importanti, e verso la fine del libro Leibniz si mette sulle tracce del ragionamento che ha portato Dio alla creazione del mondo. La sua concezione della divinità affina un’idea presente già in Descartes e in Newton, e in generale molto diffusa in tutta la filosofia meccanicistica moderna, secondo la quale l’agire di Dio sarebbe molto simile al lavoro di un grande orologiaio che ha dotato l’universo di tutte le leggi necessarie al suo corretto funzionamento. Al Dio orologiaio, Leibniz preferisce però l’immagine di un Dio architetto che, più di regolare, pianifica nella propria mente l’ordinamento che avrà il mondo in ogni suo dettaglio. È a questo punto che entra in gioco il concetto di compossibilità: per Leibniz, infatti, il mondo è un insieme regolato dove accadono soltanto cose compatibili fra loro e che non si escludono l’un l’altra. Non solo a livello logico, dove vige il principio di contraddizione, ma anche a livello ontologico, dove ogni individuo o «sostanza individuale» presuppone un «concetto completo» di sé. Vale a dire? Vale a dire che ogni individualità o soggetto contiene il concetto delle sue azioni o predicati. Per esempio, spiega Liebniz, il soggetto Adamo contiene il predicato peccare, mentre il soggetto Cesare contiene il predicato attraversare il Rubicone. Alla luce di queste considerazioni, la definizione che può essere data al concetto completo è una sorta di summa che contempla tutto quello che può essere affermato come vero rispetto a ciascuna individualità. È dunque per il fatto che i concetti completi di due individualità distinte non possono contraddirsi l’un l’altro senza venire meno alla definizione stessa di concetto completo, e quindi alla veridicità di entrambe, se nel mondo non possono co-esistere due cose in contraddizione fra loro.

Il rigore di questa impostazione logica porta verso il disciplinamento di un’altra idea cara alla filosofia moderna, secondo la quale tutto ciò che è possibile alla fine accadrà; falso, risponde Leibniz: accadranno soltanto quelle cose che fra loro sono compossibili. Il che non significa negare a tutte le altre cose la possibilità di succedere, ma soltanto di escluderla in questo mondo, il nostro. Negli altri mondi, dove Dio ha previsto leggi differenti, accadranno cose diverse, ma sempre tutte compossibili le une con le altre. Vediamo nello specifico di cosa si tratti tornando alla Teodicea.

Nella mente di Dio non esiste un solo mondo ma tanti, tantissimi… infiniti! Sono disposti a piramide e nel vertice è collocato il più perfetto di tutti; scendendo, ovviamente, la perfezione diminuisce. Quando si parla di infiniti mondi, non è forse superfluo specificare che Leibniz non pensa a nessuna realtà aliena o a cose hollywoodiane di questo tipo (che poi la sua filosofia abbia avuto la sua parte nello sviluppo del genere fantascientifico è un altro discorso…). Per usare una terminologia più attuale, essi assomigliano di più a quello che noi definiamo realtà, dimensioni o mondi paralleli. Nel nostro Adamo ha disubbidito a Dio mangiando la mela, in un altro no; qui da noi Cesare ha attraversato il Rubicone e conquistato il potere, in un altro non si è mai ribellato al Senato. Come ciò sia possibile lo abbiamo visto prima: dipende dal concetto completo posseduto dalle individualità, che è diverso in ogni mondo.

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Ma che motivo ha il Dio di Leibniz di pensare così tanti mondi? Risposta: per rivendicare la sua libertà di scelta; se infatti ce ne fosse stato solo uno e Dio avesse voluto passare alla creazione, la sua libertà (che è illimitata) si sarebbe ridotta a un misero aut aut fra crearlo oppure non crearlo.

Altra domanda: allora è davvero il nostro il migliore dei mondi possibili? Sì e no. Il nostro mondo, l’unico effettivamente creato da Dio giacché gli altri sono rimasti idee nella sua mente, possiede delle caratteristiche che gli hanno fatto guadagnare l’esistenza perché lo rendono più perfetto degli altri; tra queste caratteristiche vi è la semplicità delle leggi naturali che lo governano, il numero di fenomeni e la grande eterogeneità di individui che lo popolano.

«In tal modo si ottiene la maggiore varietà possibile, ma col maggiore ordine possibile, che è quanto dire si ottiene la maggior perfezione possibile.»

Non è perfetto al grado assoluto, ideale, ma, dati tutti gli elementi che lo compongono, le relazioni fra di essi, il principio di compossibilità che mette armonia fra le cose rendendo ciascuna «uno specchio vivente e perpetuo dell’universo», nonché il fatto che Dio abbia comunque scelto di creare proprio queste individualità invece di altre, bisogna convenire che Lui abbia effettivamente foggiato il migliore fra i mondi che erano possibili.

«Ora questo collegamento o questo adattamento di tutte le cose create a ciascuna e di ciascuna a tutte le altre, fa sì che ogni sostanza semplice ha dei rapporti che esprimono tutte le altre e che, per conseguenza, essa è uno specchio vivente e perpetuo dell’universo.»

Negli anni ’60, Gilles Deleuze (1925-1995), uno dei commentatori più originali di Leibniz, ha ripreso il concetto di compossibilità e lo ha integrato nelle sue riflessioni sul molteplice (per lui il mondo è un insieme di molteplicità coesistenti che intrattengono fra loro vari tipi di rapporti). La parola ricorre nei suoi libri ed è stata argomento dei suoi corsi universitari. Nel saggio del 1969 Logica del senso, Deleuze disegna un percorso davvero molto complesso attraverso trentaquattro serie di paradossi (filosofici, letterari, psicanalitici). L’analisi viene svolta da una prospettiva che risente notevolmente dell’impostazione strutturalista benché Deleuze, libero pensatore per antonomasia, non ne abbia mai fatto completamente parte.

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Come sappiamo, lo strutturalismo inserisce l’oggetto dell’analisi all’interno di una struttura – né reale né immaginaria, direbbe lo stesso Deleuze – fatta di simboli, posizioni, rapporti differenziali e seriali. Le cose non possiedono un senso intrinseco a priori, ma questo viene conferito loro dalla posizione che occupano all’interno della struttura, dove si determinano e avvengono tutti i rapporti fra di esse. I rapporti fra le cose, o relazioni, sono più importanti delle cose in sé, in quanto è grazie alle relazioni e al loro continuo mutamento che gli oggetti divengono concetti e possono essere definiti. A loro volta, le relazioni sono raggruppabili in serie di eventi che ripudiano la successione cronologica tradizionale che conduce verso lo storicismo. La struttura, infatti, non deve essere pensata come un albero con la sua gerarchia unidirezionale, ma come una rete che si allarga sulla superficie (rizoma), privilegiando le connessioni multiple e la continuità spaziotemporale fra le serie, le quali possono ovviamente intrattenere relazioni le une con le altre. Perché ci sia relazione, è comunque necessario che gli elementi di una o più serie siano compatibili fra loro, ed è qui che Deleuze rispolvera il concetto di compossibilità:

«Il mondo espresso è fatto di rapporti differenziali e di singolarità attenenti. Esso forma precisamente un mondo nella misura in cui le serie dipendenti da ogni singolarità convergono con quelle che dipendono da altre: è questa convergenza che definisce la “compossibilità” come regola di una sintesi del mondo.»

Nei corsi che Deleuze tenne al polo universitario di Vincennes dal 1969, Leibniz e il compossibile sono temi sempre attuali. Su YouTube esistono i video di alcune sue lezioni e spulciando il Web è possibile trovare pure qualche trascrizione in italiano. Una delle più interessanti per il tema di questo articolo è quella del 22 aprile 1980 (trovate il link in fondo all’articolo). Ricorderete che poco fa avevamo lasciato il Dio di Leibniz nel momento in cui aveva scelto di realizzare questo mondo perché era il più perfetto fra quelli che, date le premesse, poteva creare. Riguardo alla perfezione non sapevamo nulla di più, mentre ora, con l’interpretazione fornita da Deleuze, scopriamo che la perfezione a cui probabilmente guardava Dio si riferiva al massimo grado di continuità esistente fra le serie, e che questo a sua volta si fonda sul principio di compossibilità:

«[…] che cos’è un mondo? Un mondo è definito per la sua continuità. Che cosa separa due mondi incompossibili? Il fatto che ci sia discontinuità fra i due mondi. Che cosa definisce un mondo compossibile? La compossibilità di cui è capace. Che cosa definisce il migliore dei mondi? È il mondo il più continuo. Il criterio di scelta di Dio sarà la continuità. Di tutti i mondi incompossibili gli uni con gli altri e possibili in sé stessi, Dio farà passare all’esistenza quello che realizza il massimo di continuità. Perché il peccato di Adamo è compreso nel mondo che ha il massimo di continuità? Bisogna credere che il peccato di Adamo è una formidabile connessione diretta fra il peccato di Adamo e l’incarnazione e la redenzione di Cristo. C’è continuità.»

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La continuità, dunque, è il principio guida di Dio nella creazione del mondo. Egli è un Dio a cui piace variare e che dà grande importanza sia alle proprietà che al numero dei fenomeni; e la loro quantità è inscindibile dal grado di continuità che il mondo può assicurare. Da tutto ciò consegue anche una trasformazione dell’immagine di Dio: non più orologiaio, non più architetto, ma giocatore. Un Dio giocatore che si diverte a trovare la giusta combinazione del mondo, che potrebbe essere la sequenza di mosse più utile per acquisire la maggiore quantità di spazio come negli scacchi, oppure quelle forme (triangoli? rettangoli? cerchi?) tra loro compossibili che gli permettano, al pari di un abile piastrellista, di ricoprire la massima superficie. Senza buchi che interrompano la continuità fra le serie, e con un’aderenza così perfetta fra tutte le parti da non far accorgere l’occhio o il cervello della separazione. Del resto, ci ricorda sempre Deleuze, la continuità, prima ancora di essere estensione, «è una differenza che tende a scomparire».

 

G. Deleuze, “Sur Leibniz”, Corsi Vincennes (22/04/1980)

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