“Il mondo fuori”: l’inizio della mia avventura!

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori, propongo a voi e a me stesso un’operazione abbastanza delicata: il libro di cui infatti sto per parlarvi è diverso da quelli che tratto di solito sul blog perché è mio! Come forse già saprete — e se vi fosse sfuggito questa è l’occasione giusta per informarvi — il mese di ottobre per me è cominciato con la pubblicazione del mio primo romanzo, Il mondo fuori!

La casa editrice che ha creduto in questo progetto è la Porto Seguro di Firenze, una casa editrice giovane, dinamica e non a pagamento. In Italia il mondo della media e piccola editoria è infatti diviso al suo interno in due grandi categorie: le case editrici a pagamento, ossia quelle che in cambio della pubblicazione del libro chiedono all’autore un contributo economico (spesso si tratta di un numero minimo di copie da acquistare), e le case editrici non a pagamento come la mia, vale a dire quelle che invece accettano tutti i rischi di una pubblicazione senza pretendere dall’autore esborsi di nessun tipo. Fortunatamente, è quello che è successo a me e al mio libro (fidatevi, la qualità di uno scritto non va da nessuna parte se non si ha la fortuna di imbattersi in qualcuno che sia disposto a dare fiducia al lavoro che si propone: purtroppo, tanti bravi autori di oggi devono scendere a compromessi con la difficile realtà editoriale italiana e riformulare, portafoglio alla mano, le proprie previsioni!). Pubblicando Il mondo fuori, la Porto Seguro ha infatti deciso di investire in un romanzo in cui crede per aver riconosciuto in esso del potenziale. Il merito quindi è più loro che mio. Da neo autore, posso solamente dire di essere consapevole di aver raggiunto un traguardo tutt’altro che scontato.

il_mondo_fuori-2

Ma di cosa tratta il libro?, vi starete chiedendo. Per parlarne, comincerei da un brano che penso sia rappresentativo dello stile e del registro che ho impiegato nella scrittura di queste pagine:

«Fino a prova contraria respiro e i minuti debbono pur scorrere, dunque ho deciso di provare a dare un senso al mio ozio scrivendo queste pagine. Non so ancora se durerò o cosa ne verrà fuori, né intendo farmene un problema. Tutti i progetti che avevo fatto sulla vita sono sfumati uno dopo l’altro e questo mi ha insegnato a lavorare senza alcun piano, ad affidarmi all’istinto e a rimettere tutto nelle mani del Caso.»

La voce narrante dal tono disincantato è quella di M., il protagonista senza nome di questa storia. Il mondo fuori è un libro di rivalsa, che ingaggia un corpo a corpo serrato contro la solitudine e lo smarrimento di sé, rielaborando in chiave contemporanea un classico della letteratura: l’amore impossibile fra due persone. Questa volta l’attrazione scocca fra M., uomo maturo e scrittore fallito, e Stefano, un diciassettenne pieno di problemi che si sta lasciando andare alla deriva. Ognuno a modo suo, sia M. che Stefano sono vittime delle convenzioni sociali, e ancora di più delle gabbie mentali che si costruiscono da soli. Quello che ho cercato di descrivere con questo romanzo sono i muri contro cui vanno a sbattere le persone quando non sono sincere con sé stesse e foderano la loro esistenza con una matassa di bugie che presto o tardi è comunque destinata a dissolversi. Da questa base, che potrei definire teorica, è scaturita la narrazione stessa: una narrazione in prima persona, a cura del protagonista del romanzo e che nemmeno lui aveva previsto quando ha iniziato a scrivere. Procedendo con la lettura si assiste infatti a un graduale decentramento tematico e stilistico: l’analisi e le riflessioni che caratterizzano la prima parte si diradano man mano che il protagonista, inizialmente costretto dalle circostanze, si rimette in gioco dando ripetizioni a domicilio. Il suo diario-memoriale cambia così gradualmente forma e diventa una storia. Il romanzo che per tutta la vita ha inseguito e che non è mai riuscito a scrivere gli è arrivato adesso nella maniera più semplice e inaspettata. Nessuna grande trama, nessuna grande ambientazione, nessuna filosofia dietro, solo il racconto genuino e giornaliero di quello che sta vivendo insieme a Stefano, l’allievo di cui intanto si è innamorato.

Solo? In realtà, no. M. ha infatti troppi conti in sospeso per essere sincero oggi senza riscrivere parallelamente la storia della sua vita. I fatti del presente cominciano a dialogare segretamente con episodi lontani del passato, il quale risorge insieme alle sue bugie e rimescola tutte le carte. M. è davvero innamorato di Stefano oppure sta soltanto cercando di rivivere il primo amore della sua gioventù…? E, se sì, quale…? Mentre, dal canto suo, Stefano è realmente sincero con M. o è solo un opportunista che sta sfruttando le debolezze del suo insegnante…? E se addirittura il ragazzo non esistesse e tutto quanto non fosse altro che l’ennesima allucinazione di M…?

«Non si può lavorare e vivere soltanto per sé stessi. In qualunque progetto che si avvia, l’altro è contemplato fin dal principio. Chi si vieta perfino di pensarla, una vita riscaldata dall’affetto dell’altro, non avrà il cuore né la testa per progettare alcunché; oppure li impiegherà una sola volta per costruirsi un recinto bello alto, possibilmente angusto, con solidi pali e nessuna fessura fra di essi, e in quello starà tutto quanto il suo ingenium

idea

Detto ciò, non penso certo che il mio romanzo sia il romanzo che la narrativa italiana stesse aspettando! Sono un tipo molto critico con sé stesso e già all’indomani della stipula del contratto di edizione ero tentato di riscrivere il libro dalla radice! Nessun autore è mai completamente soddisfatto della propria opera e un esordiente, dopo l’entusiasmo iniziale, credo sia il più scontento di tutti. Ancora adesso, quando vado a rileggerlo, mi accorgo di cose che avrei scritto e trattato in maniera differente, vedo imprecisioni, approssimazioni, nodi narrativi non completamente sciolti, sviste e perfino refusi che mi fanno mordere le mani! Mi viene in mente cosa disse Gianni Vattimo in un programma culturale di Raidue di molti anni fa per spiegare il rapporto tra in-sé (oggetto) e per-sé (coscienza) nel pensiero di Jean-Paul Sartre: non appena un progetto si realizza, spiegava Vattimo, la coscienza dell’autore, se prima si identificava totalmente con esso, ora non si riconosce più nella cosa che ha creato perché nel frattempo si è accorta che il risultato finale somiglia, ma non è quello che aveva in mente. Scusate i riferimenti elevatissimi che ho usato per parlare di me, ma credetemi se vi dico che è proprio quello che ho provato anch’io in questa mia prima, piccola esperienza di scrittore!

Ma forse è l’ora di smettere con le autocritiche, altrimenti vi convincerete che il primo a sconfessare il romanzo sono proprio io! In realtà questa pubblicazione rappresenta il coronamento di un lavoro iniziato ormai cinque anni fa. Durante questo periodo il libro ha cambiato aspetto molte volte, ha subito integrazioni e tagli, ha accolto nuovi personaggi e ha modificato il loro nome più volte, eppure alla fine è rimasto sempre lo stesso libro: il libro di una persona per la quale la scrittura rappresenta un valore aggiunto alla propria vita e che ama così tanto quello che fa da pretendere sempre il massimo! Non è perfetto, ma ne vado fiero e spero che vi piacerà!

Mi auguro che questa presentazione vi abbia incuriosito e vi ringrazio tutti fin da ora. Non mi resta di augurarvi buona lettura e di ricordarvi che sono molto curioso di conoscere il vostro parere, di leggere le vostre recensioni, i vostri commenti e le vostre critiche a cominciare da qui, sul blog!

Andrea Carria, Il mondo fuori, Porto Seguro Editore, Firenze, 2019.

il_mondo_fuori

Annunci

Stranieri in terra propria: residenti per nascita, viaggiatori per professione

Di Flavio Salvioni

 

Da mesi, se non anni, nel nostro paese e nel resto dei paesi appartenenti al territorio della Comunità Europea, sentiamo parlare dello straniero in diversi modi. Spesso questa parola viene collegata a tutta una serie di accezioni, negative o non, che denotano un quadro migratorio dal carattere quasi post-bellico e di ingenti proporzioni.

La mia riflessione, da straniero a mia volta, nasce in una comune giornata lavorativa vissuta sui mezzi pubblici della città di Londra: la città multiculturale per antonomasia. Quella mattina ero seduto sul bus, e intorno a me avevo persone di diverse etnie e culture che, chi più o chi meno, si amalgamano in questo folle impasto cittadino fatto di quotidianità fra casa, famiglia, lavoro; e che semplicemente vivono la loro vita in una città che non ha dato loro origini.

Alla mia mente è balzata la nozione di accoglienza che sembra andare in netta contrapposizione con il concetto intrinseco della parola straniero, ma che in realtà può essere considerato una via per poterlo elevare in positivo.

Partiamo, quindi, dalla definizione base della parola straniero. Dalla Treccani:

Stranièro: aggettivo e sostantivo maschile che deriva dal latino extraneus “estraneo, esterno”.

La stessa Treccani ci fornisce già due possibili definizioni:

1. Di altri paesi, di altre nazioni (…) In particolare riferito a persona, che appartiene per cittadinanza ad uno stato estero, ma che gode dei diritti civili attribuiti ai cittadini dello stato, a condizione di reciprocità e nell’osservanza di norme contenute in leggi speciali…
2. Con connotazione ostile, alludendo a popolazioni nemiche o comunque avverse e odiate.

Già dal nostro dizionario enciclopedico per eccellenza possiamo notare la duplicità di questo termine. Si può immaginare quale delle due definizioni, nel corso della storia, abbia preso più piede, travolgendo popoli e generazioni di persone che, da convinti patrioti armati di libero arbitrio, rivendicano il pezzo di terra sul quale vivono come loro unica risorsa da difendere dallo straniero usurpatore.

stranieri_in_terra_propria_2

Triste la condizione di colui che crede nel proprio confine come estrema linea di demarcazione fra “casa mia”e “casa tua”. Arida la mente e l’anima di coloro che, poveri di cultura, attaccano, senza cognizione di causa e senza nemmeno guardarsi indietro per vedere cosa ha portato lo scambio culturale.

Disagio. Questo mi viene naturale vedere fra le righe degli articoli di cronaca e nelle immagini che siamo costretti a vedere in televisione. La riflessione di quella mattina, infatti, non era solo riferita alle differenze culturali, ma anche alle diversità che con rendono il panorama umano vario: religioni, orientamenti sessuali, idee politiche, espressione artistica e letteraria e quant’altro una mente umana ricca e attiva produce.

Disagio nel non essere capito o accettato nella “Terra natia”e la frustrazione che ne consegue.

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore/ e non riesci ad esprimerlo con le parole…» diceva Fabrizio De André nella canzone Un Matto. Il brano è tratto dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo, album con il il quale il cantautore si ripropone di musicare la raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River. Traspare dai versi della canzone il disagio di questo personaggio che vuole a tutti i costi farsi accettare dalla comunità del paese in cui vive, ma i cui sforzi vengono letti come scatti della pazzia di un povero matto, tanto che viene costretto nel manicomio dove poi muore per finir tumulato malvolentieri sulla collina. In quel “malvolentieri” è raccolta tutta la frustrazione del protagonista, che avrebbe voluto esprimere quanto aveva da dare a questo mondo, ma che l’ignoranza della gente lo ha relegato al ruolo del matto perché considerato estraneo alla morale comune.

stranieri_in_terra_propria_3

Disagio nell’amare la persona indipendentemente dal sesso che questa abbia, come nel caso del bisessuale, o di innamorarsi di una persona dello stesso sesso senza avere addosso l’etichetta “contro natura”. Limitazione della propria libertà e dolore dovuti a retaggi culturali che bloccano la mente delle persone, le quali nemmeno si peritano di approfondire il perché e il come succede, e soprattutto che male possa fare… in fin dei conti è solamente amore, la cosa più bella e pura che abbiamo. Questo background spinge a cercare un posto capace di accogliere e includere un amore controverso come quello omosessuale, è quindi possibile consideralo uno straniero in negativo, come suggerisce la seconda definizione della Treccani, ma senza possibilità di redimersi e pulire la propria reputazione; come se avesse commesso un reato. A tal proposito mi viene in mente il libro, da cui poi è stato tratto l’omonimo film nel 2015, Holding the Man dello scrittore-attore-attivista Australiano Timothy Conigrave. Il libro è una raccolta delle sue memorie dall’adolescenza e nella prima età adulta, nel quale Timothy vive la sua relazione con un ragazzo conosciuto al liceo. Le memorie si articolano tra la disapprovazione delle famiglie dei due e quella della comunità nelle tre decadi dagli anni ’70 ’80 e ’90. Timothy e John vivono la loro relazione attraverso questi periodi di lotta per l’amore libero, l’AIDS e l’opinione pubblica che li porta a sentirsi estranei non solo in casa propria, ma anche in un mondo che non li accetta. Soli contro tutto e tutti e non accolti in quel nido familiare che li avrebbe dovuti amare senza problemi, si vedono contrastati anche nel momento dell’estremo saluto. Uno scenario non tanto lontano dalla realtà attuale che ancora oggi fa versare fiumi di inchiostro (o di sangue) e crea scalpore, tanto da gridare allo scandalo.

Disagio nell’aver studiato e coltivato le proprie passioni in virtù di un futuro basato su di esse, per esser poi portati alla realtà dal fatto che solo in pochi possono godere di questo diritto. Sì, parlo di coloro che hanno studiato una vita per poi ritrovarsi nei negozi a servire la gente (che molto spesso non è così educata da comprendere il tuo stato di frustrazione), a tentare di portare a casa uno stipendio per poter vivere dignitosamente. Relegare quegli studi a una banale passione secondaria che “non ti porta il pane sulla tavola”. Vivere per lavorare (non importa come o dove), comprare casa, mettere su famiglia e morire. Ecco la prospettiva. Chi vive di passioni è visto come la cicala della situazione, che canta tutto il giorno per poi rimanere sprovvista e sola nel momento del bisogno, la sola e unica artefice delle proprie sventure. Non viene dato il giusto valore, e nemmeno la possibilità di poter mettere a frutto i talenti rendendoli parte integrante e fondante della nostra vita, dimostrando così che potenzialmente aiuterebbero a creare quanto elencato sopra. Inimmaginabile quello che si è costretti a patire in un periglioso calvario che parte dal raggiungimento del diploma professionale o laurea, la ricerca del lavoro, la depressione data dagli insuccessi e la decisione finale che, nella più rosea delle ipotesi, sfocia nell’accettare la condizione lavorativa alternativa (e molto spesso sottopagata) oppure che ti pone di fronte ad altre due scelte che sono l’andare via dalla città di origine (espatrio o non) oppure l’estrema soluzione.

Disagio nel ritrovarsi figli di una patria che non è assolutamente inclusiva e che anzi, “TORNATEVENE A CASA VOSTRA” urlato in faccia a testate giornalistiche e TV, è la frase più usata. Il fomento del più vile dei sentimenti, l’odio, che risveglia antiche (ma non troppo) smanie di potere per coloro che parlano di supremazia, che pensano che l’uso delle mani per convincere chi sovverte alla propria idea, o peggio ancora prova ad opporsi, sia la cosa migliore. Estremismi e fantasie politiche basate sull’ignoranza, su di una fantomatica protezione dello Stato e dell’uso delle sue risorse (lavoro, servizi territoriali, etc.) che si dice siano appannaggio degli autoctoni e non di coloro che vengono da fuori, i summenzionati stranieri, che sono qui appositamente per depredarci dei nostri diritti.

stranieri_in_terra_propria_4

Malessere, disagio, frustrazione. Queste sono le voci più evidenti che appaiono nelle vie del mondo. Paura per un futuro che regressione economica e sfruttamento intensivo delle risorse stanno piano piano logorando. Ma se guardiamo il lato positivo possiamo notare che tutto questo sta generando un continuo flusso migratorio e sta creando mescolanza di culture e attitudini a livello mondiale. Una sana diversità, che ci sta dando la magia della scoperta di quanto era lontano da noi e che mai avremmo preso in considerazione di poterlo scoprire da soli, con i nostri mezzi e nel nostro piccolo.

Tutto questo ci dovrebbe insegnare ad amare la diversità, a farla nostra e includerla nella nostra vita come risorsa unica di cooperazione. Accogliere il prossimo, il famoso e famigerato straniero, perché siamo in grado di condividere le nostre risorse e insieme crearci un futuro. Una cosa dovrebbe essere manifesto dei nostri partiti politici, delle nostre idee: l’amore. L’amore in tutte le sue espressioni come simbolo di libertà e inclusione.

In fondo siamo tutti stranieri erranti in questo mondo, in cerca di un posto che ci accolga e ci ami per quello che siamo e che, nel rispetto delle leggi che regolano lo Stato, esprimerci in tutto il nostro potenziale.

Torna il premio Nobel per la Letteratura tra polemiche, novità e vecchie abitudini

Di Andrea Carria

 

Dopo i brutti scandali che ne hanno offuscato l’immagine, il premio Nobel per la Letteratura torna quest’anno e raddoppia i premiati. A distanza di 45 anni dall’ultima volta, sono infatti due gli scrittori insigniti del massimo riconoscimento letterario mondiale: Peter Handke, a cui va il premio per il 2019, e Olga Tokarczuk, che invece entrerà negli annali di Stoccolma come vincitrice a tutti gli effetti dell’edizione mai celebrata del 2018.

A conferma di una delle leggi non scritte del Nobel, nessuno dei due faceva parte della rosa dei favoriti. Handke (1942), austriaco, è uno scrittore di chiara fama che ha esordito nel 1966 con il romanzo I calabroni (Guanda), il quale è tuttora considerato da molti come il suo capolavoro. Tokarczuk (1962), meno nota in Italia, è invece una delle maggiori scrittrici polacche contemporanee, conosciuta soprattutto per il romanzo del 2007 I vagabondi (Bompiani).

GERMAN WRITER PETER HANDKE
Peter Handke

Peter Handke, che secondo la motivazione dei giurati si merita il premio «per un’opera influente che con ingegno linguistico ha esplorato la periferia dell’esperienza umana», è uno scrittore dalla penna e dalle opinioni molto forti: continuano infatti a far discutere le sue posizioni filo serbe al tempo della Guerra dei Balcani e l’atteggiamento tenuto nei confronti del massacro di Srebrenica del 1992 — da lui negato —, tanto che in Bosnia le associazioni delle vittime hanno già dichiarato l’intenzione di recapitare a Stoccolma una lettera ufficiale con cui richiedere la revoca del premio.

Decisamente meno polemica ma non per questo al riparo da ogni nuvola, è l’assegnazione del premio a Olga Tokarczuk, insignita «per un immaginario narrativo che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita», la quale costruisce i suoi libri (romanzi, ma anche saggi, racconti e poesie) avendo come stella polare la cultura e la società polacche. Era nell’aria che l’edizione impedita dagli scandali sessuali avrebbe visto trionfare una donna: anche questo è infatti un modo per chiedere scusa e voltare pagina, ma purtroppo nemmeno questa volta siamo riusciti a vedere una donna da sola con il suo premio; troppo spesso, a occasioni come questa, si legano infatti simboli da onorare ed errori da riparare. Speriamo davvero che sia l’ultima volta, intanto congratulazioni a Olga per l’importante e meritatissimo traguardo!

olga_tokarczuk
Olga Tokarczuk

Il premio Nobel torna e con esso l’Europa, la quale fa il pieno inaspettato di medaglie. L’Europa dell’Est e quella Centrale, al tempo stesso avamposti di periferia e baluardi della tradizione letteraria più antica e longeva. E se iniziasse da qui, da quello che potrebbe anche essere visto come un tentativo di par condicio, il percorso di risanamento della Vecchia Europa? Vedremo.

Intanto, nell’anno dei ritorni, delle scuse e dei doppi premi, tra i banchi della giuria c’è posto anche per una ventata di gioventù: spetta infatti alla ventottenne Rebecka Kärde (1991), già affermata critica letteraria nel panorama scandinavo e non solo, il titolo di giurata più giovane reclutata dalla Reale Accademia.

Insomma, tra sorprese e polemiche, qualche bella novità e motivazioni che come al solito dicono tutto e nulla, sembra proprio che l’anno di stop non abbia cambiato le vecchie abitudini del premio letterario più prestigioso e criticato del mondo, del quale nessuno mai è contento ma di cui tutti noi abbiamo sentito la mancanza!

Incombe su di noi un velo di colore: la magia di William Turner e del romanticismo inglese

Di Gian Luca Nicoletta

 

Una domenica pomeriggio, preda del tedio caratteristico di queste giornate tanto lunghe quanto brevi, mi sono detto che per una volta avrei potuto parlare di qualcosa di diverso dai romanzi inglesi. Così sono uscito, ho preso il bus a due piani e mi sono recato al Tate Britain, un bellissimo museo situato nel quaritere di Millbank e che ospita in gran quantità opere recenti e meno di artisti britannici, ma non solo. Tra questi spicca il nome di uno dei maestri del romanticismo inglese, William Turner.

Vi avevo detto che mi sono recentemente trasferito a Londra? Beh, ora lo sapete.
Ma in questo articolo non vi parlerò di romanzi inglesi.

Vi dirò la verità, trovare Turner nel Tate Britain non è facile quanto possa sembrare. Gli inglesi sanno essere maestri nel riqualificare, rinnovare, dare nuova vita ai luoghi (pensate che ogni venerdì, nella galleria che ospita dipinti del Rinascimento, dopo le 18 inizia il party con cocktail e dj set!), e dunque prima di giungere alle sale che ospitano le produzioni che mi interessava osservare, sono passato per sculture di ferro del 1940, dipinti dell’astrattismo europeo e busti deformi degli anni ’70.

Ma Mr. Turner non ha fretta, e nemmeno io.

Il suo percorso pittorico è stato eccezionalmente lungo, per un uomo vissuto fra il 1700 e il 1800, e la sua tecnica e la sua capacità di innovare il panorama artistico inglese ed europeo, strabilianti. Il suo talento gli valse, all’apice della carriera, il nome di Maestro della luce, per l’eccezionale modo di dare vita ai raggi di luce che in alcune delle sue opere sono il segno caratteristico.

Le dimensioni delle sue tele solo tendenzialmente medie e grandi; i soggetti, tipicamente paesaggi, quelli della campagna inglese, della campagna italiana e poi tanto, tanto mare. Questi elementi sono fondamentali nella poetica pittorica romantica, che inizia a germogliare sul finire del XVIII secolo per poi esplodere nella prima metà del XIX. Nel 1700 l’uomo ha fondato la società come la intendiamo noi oggi, in termini e concetti relativi alla classe sociale, al proprio status; l’idea di Stato, le leggi universali, il Diritto. La forma aggregativa in cui tutto questo si esprime al meglio è la città: lì avvengono gli scambi commerciali, i poteri nazionali entrano in contatto e nei tribunali cittadini la Legge viene discussa e applicata.

Col Romanticismo, al contrario, si riscopre il valore inestimabile della solitudine, della spiritualità e la forza della natura. Gli avamposti della cultura che scoprono questo cambiamento sono, come al solito, la pittura e la letteratura. Nelle tele dei pittori romantici si può osservare un’inversione delle proporzioni mai vista prima. Da che era l’uomo che affermava la sua supremazia sul creato, l’eletto da Dio poiché dotato di qualità e virtù che nessun altro animale possiede, ora lo vediamo diventare piccolo, micriscopico di fronte a una natura che ha ritrovato (o forse ricordato) la sua grandezza, che non si sente minore all’uomo perché è essa stessa la divinità.

Sentendo e ragionando su questi elementi, la pittura di Turner riesce a esprimere l’eterno tentativo dell’uomo di portare a compimento un qualsiasi tentativo di affermare la propria unicità, di poter essere sicuro del proprio essere perché ha fatto qualcosa: ha conquistato la cima di un monte, ha ucciso una chimera, ha costruito un impero. Ma in tutti questi esempi, la Natura è sempre presente e raffigura non tanto l’ostacolo, quanto il valore ultimo della grandezza cui ambisce l’uomo.

È una pittura che non ci mortifica, perché c’è sempre una componente eroica che sta ora in un gesto, ora in uno sguardo. È una pittura che ci chiede di essere preparati quando decidiamo di affrontare la nostra battaglia per conquistare l’eterno. Perché se è vero che i soggetti umani che sono rappresentati nei dipinti di Turner stanno dando la loro vita per affrontare il Sublime, è altrettanto vero che l’essere umano Turner, coi suoi difetti, coi suoi traumi, con le sue ansie e le sue paure, ha affrontato — armato di pennello e tavolozza — la sua personale battaglia per conquistare l’eterno, e c’è riuscito.

Le potenzialità dell’io narrante: Machado de Assis, maestro di stile

Di Andrea Carria

 

Il mio incontro con lo scrittore di cui vi parlo oggi è avvenuto per caso mentre strofinavo gli occhi sugli scaffali della biblioteca, alla ricerca di un nuovo libro. Arrivato alla lettera M, il mio sguardo è caduto su un libricino grigiastro e vetusto che probabilmente non aveva mai avuto un aspetto migliore di quello. A richiamare la mia attenzione, comunque, era stato il titolo sul dorso: Memorie dall’aldilà di Joaquim Maria Machado de Assis. Era il titolo perfetto per il tipo di lettore che sono, ma il fatto che fino ad allora non ne avessi saputo nulla (l’unica eco che le mie ricerche bibliografiche mi suggerivano erano le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand) alimentava la mia voglia di saperne di più su di esso e sul suo autore.

Stavo per prendere il libro in mano quando mi sono accorto che accanto ce n’era un altro uguale, solo un po’ più spesso e con la copertina cartonata tendente al beige. Ho lasciato le Memorie dove erano e ho tolto quest’ultimo volume dallo scaffale; voltando la copertina dalla parte giusta, sotto al nome dello stesso autore, ho letto Don Casmurro. Questo titolo mi diceva ancora meno del primo, pensavo mentre iniziavo a sfogliarne le pagine ingiallite, sforzandomi di decifrare i caratteri minutissimi in cui era scritta la nota introduttiva. Per fortuna mi sono bastate poche righe per capire una cosa fondamentale, anzi due: la prima era che la mia ricerca fra gli scaffali si era appena conclusa, e la seconda era che il libro che stavo stringendo fra le dita era nientemeno che un capolavoro della letteratura mondiale.

library-922998_1920

I volumi che ho scoperto in biblioteca quel giorno appartengono all’edizione con cui la casa editrice Rizzoli, a metà degli anni ’50, presentava al pubblico italiano le principali opere di Joaquim Maria Machado de Assis (1839-1908), lo scrittore a cui la critica letteraria assegna la palma di maggiore romanziere brasiliano di sempre. Quell’edizione, in particolare, era stata pensata come una trilogia di cui avrebbe dovuto far parte anche un terzo romanzo, Quincas Borba; dico avrebbe dovuto perché in biblioteca non ne ho trovato traccia, ma in realtà i tre romanzi sono legati fra loro per davvero, non fosse altro per il fatto di appartenere tutti al periodo più prolifico dell’autore (1880-1904), quando, dopo aver abbandonato in un cassetto le prose eccessivamente romantiche degli esordi, de Assis abbracciò uno stile psicologico e introspettivo che lo rispecchiava maggiormente.

La mia lettura di Machado de Assis è cominciata il giorno stesso, a casa, con le Memorie dall’aldilà (1881), dove la storia inizia con il protagonista, Braz Cubas, che racconta la propria vita da morto. Ho subito pensato a Dostoevskij e alle sue Memorie del sottosuolo, meravigliandomi — anzi, no, constatando — constatando come la ri-nascita di uno scrittore spesso passi dalla scrittura di un memoriale.

«Ho esitato alquanto prima di decidere se dovessi iniziare queste memorie dal principio o dalla fine, cioè: se dovessi mettere prima la mia nascita o la mia morte. Ammettendo che l’uso comune sia quello d’incominciare dalla nascita, due ragioni mi hanno spinto ad adottare un metodo differente: la prima è che io non sono veramente un autore defunto, ma un defunto autore per il quale la fossa è stata una nuova culla; la seconda è che così lo scritto riuscirà più bello e più originale.»

Lo stile maturo di de Assis rivela subito la preminenza conferita all’analisi psicologica rispetto al resto dei contenuti, e si approfondisce pagina dopo pagina, quando anche per il lettore diventa evidente che dalla trama non debba aspettarsi granché. Incontri e amicizie, amori e malumori, tentativi di carriera e inciampi: qualunque cosa accada, tutto ruota intorno alla figura di Braz Cubas (Biagio Cubas, nella traduzione di Laura Marchiori) che, narrando in prima persona, detta sia i tempi che le modalità del racconto, fino a includervi un dialogo diretto con il lettore. Accanto all’introspezione, trovano spazio pure riflessioni, massime sulla vita e amare divagazioni filosofiche intrise di sfiducia e di scetticismo. Una cosa da non fare assolutamente è credere però che le Memorie siano un libro pessimista. Se infatti fossi chiamato a individuare la cifra della scrittura di de Assis nemmeno io — come tutti i suoi lettori, penso — avrei esitazioni a indicare l’umorismo. Un umorismo cinico e disincantato, sottile ed elegante nelle forme. Saranno stati gli influssi della letteratura inglese di cui de Assis si è sempre dimostrato un grande appassionato, comunque, per portare un esempio più prossimo a noi, dico che personalmente  lo scetticismo e l’ironia dei suoi scritti mi ricordano da vicino alcune delle più belle pagine di Pirandello.

20190816_094822

Quando poi sono passato a Don Casmurro (1900) ho ritrovato molte delle stesse caratteristiche; stavolta però la trama aveva un peso maggiore rispetto alle Memorie, le quali per alcuni non possono essere considerate un vero romanzo. Il protagonista nonché l’io narrante (un’accoppiata, come abbiamo visto, molto cara a de Assis) è Bento Santiago, un vedevo a cui viene affibbiato il soprannome di Don Casmurro a seguito di un’incomprensione con un aspirante poeta incontrato per caso in treno:

«Non consultate i dizionari. In questo caso “Casmurro” non ha il significato che vi si trova scritto, ma quello, datogli dal volgo, di uomo taciturno e riservato. “Don” è stato aggiunto, ironicamente, per attribuirmi arie da aristocratico. E tutto questo perché sonnecchiavo! Anch’io non ho trovato un titolo migliore per il mio racconto, e se non ne troverò un altro sino alla fine del libro, resterà questo. Il poeta del treno saprà che non gli serbo rancore e, con un piccolo sforzo, poiché il titolo è suo, potrà credere che anche l’opera sia sua. Ci sono libri che forse hanno soltanto questo del loro autore, e qualcuno nemmeno questo.»

Già con queste poche righe è possibile farsi un’idea abbastanza esatta sul registro adottato, dove vediamo all’opera gran parte degli elementi stilistici di cui ho già parlato a proposito delle Memorie. C’è però da dire che in questo caso disillusione e umorismo possiedono non solo un valore stilistico, ma anche una precisa motivazione narrativa: Don Casmurro sta infatti per raccontare la storia della sua vita, segnata dall’infelice storia d’amore con l’amica d’infanzia Capitù, e l’utilizzo di un tono sconsolato e autoironico gli permette di costituire una prima barriera contro il dolore della memoria.

Ma Bento è un narratore che non ha fretta, e così la storia inizia molti anni prima, quando lui e Capitù erano ancora due bambini, e continua con la giovinezza dei ragazzi fino al loro fidanzamento. Da quel momento in poi la trama, che conserva la propria semplicità a ogni snodo narrativo, converge verso un triangolo amoroso di tipo classico, dove l’elemento più innovativo introdotto dall’autore è il dubbio irrisolto sull’infedeltà di Capitù. È qui che il lettore ritrova la maggiore fra le abilità di de Assis: la caratterizzazione psicologica. Il ritratto che egli fa della personalità potente e maliziosa della donna, oppure la complessa evoluzione interiore sperimentata dal protagonista mentre assiste all’agonia del proprio matrimonio, sono magnifici esempi di stile che potevano riuscire solo a un sottile osservatore dell’animo umano.

Nonostante fra Don Casmurro e le Memorie dall’aldilà esistano molti elementi comuni, a mio parere i due libri non sono riusciti allo stesso modo. Vi svelo subito che la mia preferenza va alle Memorie, e non soltanto perché le ho lette per prime. In esse il modo di trattare il testo, di piegarlo alle esigenze metanarrative volute dall’autore, di frammentarlo in tanti capitoli (alcuni dei quali brevissimi), di usare questa stessa suddivisione per le divagazioni filosofiche ed esistenziali a cui de Assis comunque non rinuncia, funziona molto meglio per un romanzo con una trama “debole”, da rimpinguare con altro, che per uno con una trama “forte”, addirittura di ispirazione tragica, shakespeariana, come Don Casmurro. Il quale avrebbe forse beneficiato di una struttura più statica e compatta, come per esempio quella dei romanzi realisti (penso a Zola) o di formazione (per esempio Dickens), due generi letterari ai quali pure il romanzo di de Assis potrebbe essere ricondotto.

Machado_de_assis_1905_small

I miei sono accostamenti che necessiterebbero di un approfondimento, ma in questa sede mi sono serviti per ricordare anche un’altra caratteristica fondamentale della scrittura di Machado de Assis. Se mi avete seguito fin qui, avrete senz’altro notato che mentre parlavo della sua opera di scrittore non ho mai menzionato nulla che ricordasse la sua terra d’origine, tanto che, tolti il nome e quel breve riferimento alla nazionalità brasiliana all’inizio, questo articolo avrebbe potuto trattare di un qualsiasi romanziere europeo. Ebbene, si tratta dello stesso effetto che ho provato io nel leggere le Memorie dell’aldilà prima e Don Casmurro dopo: se infatti non fosse stato per qualche notazione geografica essenziale inserita qua e là, mi sarei del tutto dimenticato che le due storie si stessero svolgendo a Rio de Janeiro.
Può sembrare strano, e in un certo senso lo è, ma da parte di de Assis pure questa è stata una scelta professionale molto precisa: rinunciare a tutti i folklori e a tutti gli indianismi di cui abbondava la letteratura brasiliana ottocentesca per acquisire una propria identità letteraria, totalmente diversa. Iniziò così per lui un intenso periodo di letture che lo condusse alla scoperta dei romanzieri inglesi del XIX secolo e di tutti quei pensatori, classici e moderni, che ispirarono la sua concezione del mondo. Libri e autori, questi, che lo aiutarono a riconoscere anche quale fosse la sua patria d’elezione. Se infatti in vita Machado de Assis viaggiò pochissimo e se poteva evitava di lasciare la sua Rio, come scrittore, come romanziere, egli scelse l’Europa ed è per questo che io credo sia giusto che il suo nome compaia a fianco dei più grandi letterati del Vecchio Continente.

Se vi ho incuriosito e volete cimentarvi con la lettura, vi dico subito che Machado de Assis non è fra gli autori classici che oggi vanno per la maggiore. In Italia, le edizioni più recenti di alcune sue opere sono uscite qualche anno fa presso un paio di case editrici. Una di queste, Fazi, ha pubblicato Don Casmurro nella traduzione di G. Manzi e L. Nachbin nel 2014, mentre la torinese Lindau ospita nel proprio catalogo altre opere importanti che in questo articolo non hanno però trovato spazio. Non mi risultano invece nuove edizioni di Memorie dall’aldilà; potete provare con i siti di libri usati oppure tentando la fortuna nei mercatini, anche se il mio consiglio, come potete immaginare, è di rivolgere sempre un occhio alle biblioteche!