Incombe su di noi un velo di colore: la magia di William Turner e del romanticismo inglese

Di Gian Luca Nicoletta

 

Una domenica pomeriggio, preda del tedio caratteristico di queste giornate tanto lunghe quanto brevi, mi sono detto che per una volta avrei potuto parlare di qualcosa di diverso dai romanzi inglesi. Così sono uscito, ho preso il bus a due piani e mi sono recato al Tate Britain, un bellissimo museo situato nel quaritere di Millbank e che ospita in gran quantità opere recenti e meno di artisti britannici, ma non solo. Tra questi spicca il nome di uno dei maestri del romanticismo inglese, William Turner.

Vi avevo detto che mi sono recentemente trasferito a Londra? Beh, ora lo sapete.
Ma in questo articolo non vi parlerò di romanzi inglesi.

Vi dirò la verità, trovare Turner nel Tate Britain non è facile quanto possa sembrare. Gli inglesi sanno essere maestri nel riqualificare, rinnovare, dare nuova vita ai luoghi (pensate che ogni venerdì, nella galleria che ospita dipinti del Rinascimento, dopo le 18 inizia il party con cocktail e dj set!), e dunque prima di giungere alle sale che ospitano le produzioni che mi interessava osservare, sono passato per sculture di ferro del 1940, dipinti dell’astrattismo europeo e busti deformi degli anni ’70.

Ma Mr. Turner non ha fretta, e nemmeno io.

Il suo percorso pittorico è stato eccezionalmente lungo, per un uomo vissuto fra il 1700 e il 1800, e la sua tecnica e la sua capacità di innovare il panorama artistico inglese ed europeo, strabilianti. Il suo talento gli valse, all’apice della carriera, il nome di Maestro della luce, per l’eccezionale modo di dare vita ai raggi di luce che in alcune delle sue opere sono il segno caratteristico.

Le dimensioni delle sue tele solo tendenzialmente medie e grandi; i soggetti, tipicamente paesaggi, quelli della campagna inglese, della campagna italiana e poi tanto, tanto mare. Questi elementi sono fondamentali nella poetica pittorica romantica, che inizia a germogliare sul finire del XVIII secolo per poi esplodere nella prima metà del XIX. Nel 1700 l’uomo ha fondato la società come la intendiamo noi oggi, in termini e concetti relativi alla classe sociale, al proprio status; l’idea di Stato, le leggi universali, il Diritto. La forma aggregativa in cui tutto questo si esprime al meglio è la città: lì avvengono gli scambi commerciali, i poteri nazionali entrano in contatto e nei tribunali cittadini la Legge viene discussa e applicata.

Col Romanticismo, al contrario, si riscopre il valore inestimabile della solitudine, della spiritualità e la forza della natura. Gli avamposti della cultura che scoprono questo cambiamento sono, come al solito, la pittura e la letteratura. Nelle tele dei pittori romantici si può osservare un’inversione delle proporzioni mai vista prima. Da che era l’uomo che affermava la sua supremazia sul creato, l’eletto da Dio poiché dotato di qualità e virtù che nessun altro animale possiede, ora lo vediamo diventare piccolo, micriscopico di fronte a una natura che ha ritrovato (o forse ricordato) la sua grandezza, che non si sente minore all’uomo perché è essa stessa la divinità.

Sentendo e ragionando su questi elementi, la pittura di Turner riesce a esprimere l’eterno tentativo dell’uomo di portare a compimento un qualsiasi tentativo di affermare la propria unicità, di poter essere sicuro del proprio essere perché ha fatto qualcosa: ha conquistato la cima di un monte, ha ucciso una chimera, ha costruito un impero. Ma in tutti questi esempi, la Natura è sempre presente e raffigura non tanto l’ostacolo, quanto il valore ultimo della grandezza cui ambisce l’uomo.

È una pittura che non ci mortifica, perché c’è sempre una componente eroica che sta ora in un gesto, ora in uno sguardo. È una pittura che ci chiede di essere preparati quando decidiamo di affrontare la nostra battaglia per conquistare l’eterno. Perché se è vero che i soggetti umani che sono rappresentati nei dipinti di Turner stanno dando la loro vita per affrontare il Sublime, è altrettanto vero che l’essere umano Turner, coi suoi difetti, coi suoi traumi, con le sue ansie e le sue paure, ha affrontato — armato di pennello e tavolozza — la sua personale battaglia per conquistare l’eterno, e c’è riuscito.

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