Stranieri in terra propria: residenti per nascita, viaggiatori per professione

Di Flavio Salvioni

 

Da mesi, se non anni, nel nostro paese e nel resto dei paesi appartenenti al territorio della Comunità Europea, sentiamo parlare dello straniero in diversi modi. Spesso questa parola viene collegata a tutta una serie di accezioni, negative o non, che denotano un quadro migratorio dal carattere quasi post-bellico e di ingenti proporzioni.

La mia riflessione, da straniero a mia volta, nasce in una comune giornata lavorativa vissuta sui mezzi pubblici della città di Londra: la città multiculturale per antonomasia. Quella mattina ero seduto sul bus, e intorno a me avevo persone di diverse etnie e culture che, chi più o chi meno, si amalgamano in questo folle impasto cittadino fatto di quotidianità fra casa, famiglia, lavoro; e che semplicemente vivono la loro vita in una città che non ha dato loro origini.

Alla mia mente è balzata la nozione di accoglienza che sembra andare in netta contrapposizione con il concetto intrinseco della parola straniero, ma che in realtà può essere considerato una via per poterlo elevare in positivo.

Partiamo, quindi, dalla definizione base della parola straniero. Dalla Treccani:

Stranièro: aggettivo e sostantivo maschile che deriva dal latino extraneus “estraneo, esterno”.

La stessa Treccani ci fornisce già due possibili definizioni:

1. Di altri paesi, di altre nazioni (…) In particolare riferito a persona, che appartiene per cittadinanza ad uno stato estero, ma che gode dei diritti civili attribuiti ai cittadini dello stato, a condizione di reciprocità e nell’osservanza di norme contenute in leggi speciali…
2. Con connotazione ostile, alludendo a popolazioni nemiche o comunque avverse e odiate.

Già dal nostro dizionario enciclopedico per eccellenza possiamo notare la duplicità di questo termine. Si può immaginare quale delle due definizioni, nel corso della storia, abbia preso più piede, travolgendo popoli e generazioni di persone che, da convinti patrioti armati di libero arbitrio, rivendicano il pezzo di terra sul quale vivono come loro unica risorsa da difendere dallo straniero usurpatore.

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Triste la condizione di colui che crede nel proprio confine come estrema linea di demarcazione fra “casa mia”e “casa tua”. Arida la mente e l’anima di coloro che, poveri di cultura, attaccano, senza cognizione di causa e senza nemmeno guardarsi indietro per vedere cosa ha portato lo scambio culturale.

Disagio. Questo mi viene naturale vedere fra le righe degli articoli di cronaca e nelle immagini che siamo costretti a vedere in televisione. La riflessione di quella mattina, infatti, non era solo riferita alle differenze culturali, ma anche alle diversità che con rendono il panorama umano vario: religioni, orientamenti sessuali, idee politiche, espressione artistica e letteraria e quant’altro una mente umana ricca e attiva produce.

Disagio nel non essere capito o accettato nella “Terra natia”e la frustrazione che ne consegue.

«Tu prova ad avere un mondo nel cuore/ e non riesci ad esprimerlo con le parole…» diceva Fabrizio De André nella canzone Un Matto. Il brano è tratto dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo, album con il il quale il cantautore si ripropone di musicare la raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River. Traspare dai versi della canzone il disagio di questo personaggio che vuole a tutti i costi farsi accettare dalla comunità del paese in cui vive, ma i cui sforzi vengono letti come scatti della pazzia di un povero matto, tanto che viene costretto nel manicomio dove poi muore per finir tumulato malvolentieri sulla collina. In quel “malvolentieri” è raccolta tutta la frustrazione del protagonista, che avrebbe voluto esprimere quanto aveva da dare a questo mondo, ma che l’ignoranza della gente lo ha relegato al ruolo del matto perché considerato estraneo alla morale comune.

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Disagio nell’amare la persona indipendentemente dal sesso che questa abbia, come nel caso del bisessuale, o di innamorarsi di una persona dello stesso sesso senza avere addosso l’etichetta “contro natura”. Limitazione della propria libertà e dolore dovuti a retaggi culturali che bloccano la mente delle persone, le quali nemmeno si peritano di approfondire il perché e il come succede, e soprattutto che male possa fare… in fin dei conti è solamente amore, la cosa più bella e pura che abbiamo. Questo background spinge a cercare un posto capace di accogliere e includere un amore controverso come quello omosessuale, è quindi possibile consideralo uno straniero in negativo, come suggerisce la seconda definizione della Treccani, ma senza possibilità di redimersi e pulire la propria reputazione; come se avesse commesso un reato. A tal proposito mi viene in mente il libro, da cui poi è stato tratto l’omonimo film nel 2015, Holding the Man dello scrittore-attore-attivista Australiano Timothy Conigrave. Il libro è una raccolta delle sue memorie dall’adolescenza e nella prima età adulta, nel quale Timothy vive la sua relazione con un ragazzo conosciuto al liceo. Le memorie si articolano tra la disapprovazione delle famiglie dei due e quella della comunità nelle tre decadi dagli anni ’70 ’80 e ’90. Timothy e John vivono la loro relazione attraverso questi periodi di lotta per l’amore libero, l’AIDS e l’opinione pubblica che li porta a sentirsi estranei non solo in casa propria, ma anche in un mondo che non li accetta. Soli contro tutto e tutti e non accolti in quel nido familiare che li avrebbe dovuti amare senza problemi, si vedono contrastati anche nel momento dell’estremo saluto. Uno scenario non tanto lontano dalla realtà attuale che ancora oggi fa versare fiumi di inchiostro (o di sangue) e crea scalpore, tanto da gridare allo scandalo.

Disagio nell’aver studiato e coltivato le proprie passioni in virtù di un futuro basato su di esse, per esser poi portati alla realtà dal fatto che solo in pochi possono godere di questo diritto. Sì, parlo di coloro che hanno studiato una vita per poi ritrovarsi nei negozi a servire la gente (che molto spesso non è così educata da comprendere il tuo stato di frustrazione), a tentare di portare a casa uno stipendio per poter vivere dignitosamente. Relegare quegli studi a una banale passione secondaria che “non ti porta il pane sulla tavola”. Vivere per lavorare (non importa come o dove), comprare casa, mettere su famiglia e morire. Ecco la prospettiva. Chi vive di passioni è visto come la cicala della situazione, che canta tutto il giorno per poi rimanere sprovvista e sola nel momento del bisogno, la sola e unica artefice delle proprie sventure. Non viene dato il giusto valore, e nemmeno la possibilità di poter mettere a frutto i talenti rendendoli parte integrante e fondante della nostra vita, dimostrando così che potenzialmente aiuterebbero a creare quanto elencato sopra. Inimmaginabile quello che si è costretti a patire in un periglioso calvario che parte dal raggiungimento del diploma professionale o laurea, la ricerca del lavoro, la depressione data dagli insuccessi e la decisione finale che, nella più rosea delle ipotesi, sfocia nell’accettare la condizione lavorativa alternativa (e molto spesso sottopagata) oppure che ti pone di fronte ad altre due scelte che sono l’andare via dalla città di origine (espatrio o non) oppure l’estrema soluzione.

Disagio nel ritrovarsi figli di una patria che non è assolutamente inclusiva e che anzi, “TORNATEVENE A CASA VOSTRA” urlato in faccia a testate giornalistiche e TV, è la frase più usata. Il fomento del più vile dei sentimenti, l’odio, che risveglia antiche (ma non troppo) smanie di potere per coloro che parlano di supremazia, che pensano che l’uso delle mani per convincere chi sovverte alla propria idea, o peggio ancora prova ad opporsi, sia la cosa migliore. Estremismi e fantasie politiche basate sull’ignoranza, su di una fantomatica protezione dello Stato e dell’uso delle sue risorse (lavoro, servizi territoriali, etc.) che si dice siano appannaggio degli autoctoni e non di coloro che vengono da fuori, i summenzionati stranieri, che sono qui appositamente per depredarci dei nostri diritti.

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Malessere, disagio, frustrazione. Queste sono le voci più evidenti che appaiono nelle vie del mondo. Paura per un futuro che regressione economica e sfruttamento intensivo delle risorse stanno piano piano logorando. Ma se guardiamo il lato positivo possiamo notare che tutto questo sta generando un continuo flusso migratorio e sta creando mescolanza di culture e attitudini a livello mondiale. Una sana diversità, che ci sta dando la magia della scoperta di quanto era lontano da noi e che mai avremmo preso in considerazione di poterlo scoprire da soli, con i nostri mezzi e nel nostro piccolo.

Tutto questo ci dovrebbe insegnare ad amare la diversità, a farla nostra e includerla nella nostra vita come risorsa unica di cooperazione. Accogliere il prossimo, il famoso e famigerato straniero, perché siamo in grado di condividere le nostre risorse e insieme crearci un futuro. Una cosa dovrebbe essere manifesto dei nostri partiti politici, delle nostre idee: l’amore. L’amore in tutte le sue espressioni come simbolo di libertà e inclusione.

In fondo siamo tutti stranieri erranti in questo mondo, in cerca di un posto che ci accolga e ci ami per quello che siamo e che, nel rispetto delle leggi che regolano lo Stato, esprimerci in tutto il nostro potenziale.

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1 commento su “Stranieri in terra propria: residenti per nascita, viaggiatori per professione”

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