Diario da una scuola inglese

Di Gian Luca Nicoletta

 

“La mattina, ogni mattina quando entro attraversando il grande atrio di linoleum bianco, si sente soltanto l’eco dei miei passi. Intorno a me si alza la tromba di un’alta scalinata a giorno, fatta solo di legno e ferro, che porta su, in alto sino alla fonte di tutta la luce bianca e pallida che passa attraverso il lucernario dell’ultimo piano. Le chiavi per poter chiamare l’ascensore ancora non le ho, quindi faccio sempre uno sbuffo un po’ sconfortato al pensiero di dover fate tutte quelle scale sino al terzo e ultimo piano; quello dove si trova la mia piccola stanzetta, la piccionaia dove poche persone hanno il coraggio (o la pazienza, o i polmoni) di arrivare. Se all’arrivo ho addosso ancora tutto il freddo della mattina, giunto alla mia meta non vedo l’ora di togliermi la sciarpa e il cappotto perché, dopo tutte quelle scale, si muore di caldo. Nel corridoio si sentono i primi segni di vita: qualcuno chiacchiera al telefono, i primi “morning!” dati di lontano con un gesto rapido della mano. In linea di massima trovo sempre il mio orario già bello e stampato — sempre a colori — sulla scrivania dove di solito mi sistemo, anche se i posti non sono assegnati: in prima ora devo stare con L. per fare Storia e Geografia, e per il resto della giornata con M. e A. tra Matematica, Scienze, poi la pausa pranzo, e infine Inglese.

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Dalla tromba delle scale sale feroce un rombo misterioso: “Sono le 9 — penso — hanno aperto le porte“. E infatti dalla mia piccionaia vedo la fiumana di ragazze e ragazzi che scalpitano, strillano, giocano, corrono, vivono la loro adolescenza in questa parte privilegiata di mondo. Chiudo le mie cose nell’armadietto, prendo il mio bloc notes, la penna e scendo nella trincea.L. è una ragazzina di year 8, cioè fa la seconda media. Sta seduta con la schiena ingobbita, ha un paio di occhiali rettangolari, incarnato pallido (rarissimo in questa scuola), e una faccia che se fosse un dipinto il titolo sarebbe “La Noia“. “Mmm… cominciamo bene…” faccio io mentre mi avvicino a Mrs. D. che accende il proiettore. Chiedo quale delle ragazze sia L. e l’insegnante, come tutti i suoi colleghi, la indica con un bell’indice puntato nella sua direzione. “Grazie tante! Il lavoro è triplicato!“L. non deve sapere che sono lì per lei. Può sospettarlo, ma non deve averne la conferma. Quando i ragazzi sanno che sono lì per loro, tranne M., il mio gioiello, il mio lavoro diventa molto più difficile. Non faccio in tempo a muovermi per la classe che subito L. mette le mani sulla sua scheda, non vuole che guardi cos’ha scritto (o più probabilmente cosa non ha scritto), ha paura del giudizio, mette su un bel broncio e dagli occhi fiammeggia una scritta diretta solo a me: “STAI ALLA LARGA”.

Ma io non posso stare alla larga, sono pagato per stare lì con lei e per aiutarla. Rimango discreto, mi faccio bastare la scarsa visuale che le sue manine non riescono a coprire e cerco di capire se ha capito la differenza tra il settore primario, secondario e terziario (tra l’altro, ho scoperto che oggi esiste anche il quaternario, cioè il settore del lavoro strettamente collegato alla tecnologia computerizzata: sviluppo di app, sistemi informatici etc., non si finisce mai di imparare!).L. non si impegna, sbuffa sonoramente come risposta a ogni mio stimolo, a ogni mio tentativo di farle capire che con me la strada è in discesa, ma vengo sempre aspramente tagliato fuori. Alle 10 in punto Mrs. D. dà ordine di sistemare i quaderni al centro dei tavoli, il materiale rimane tutto e sempre a scuola, e alle 10:05 le porte si aprono. Ci si alza tutti e si va alla lezione successiva.A me chi tocca, adesso? M. e A. con matematica, bravi! Ora stiamo lavorando sugli angoli interni dei poligoni, le operazioni tra numeri positivi e negativi e le frazioni, tutto mischiato! A. non ci sarà in classe perché si trova in isolamento: è stato beccato a scrivere frasi di odio razziale contro i bianchi nel bagno. Nessuno ce l’ha con lui, ma qualche giorno prima ha affrontato in classe il tema dello schiavismo e le barbarie che i bianchi hanno perpetrato a danno dei neri hanno turbato la sua psiche, già di per sé molto fragile. Forse nemmeno capisce il perché del suo isolamento, ma da queste parti fanno del protocollo un vero vangelo: la procedura si avvia e si porta a termine, costi quello che costi! Nel mio piccolo suggerisco di far organizzare alla professoressa una lezione sui neri che hanno combattuto per la loro libertà e la loro dignità: Malcom X, Rosa Parks, Martin L. King e via discorrendo, magari può essere utile per riequilibrare le sue informazioni.

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M. mi vede e sorride, è contento di rivedermi (l’ho detto che è il mio gioiello!). Guardandolo dall’altro capo della classe gli faccio cenno toccandomi l’orecchio e lui annuisce energicamente: il professore ha già il microfono collegato al suo trasmettitore, così può sentire bene la lezione. M. non è sordo ma ha gravi problemi d’udito, dunque seguire le lezioni e ascoltare i compagni è sempre una sfida. Ha modi un po’ teatrali e quando un’operazione non gli riesce sembra che stia lavorando a un difficilissimo quesito teologico. Mi avvicino, guardo l’esercizio sul suo pc, e gli faccio notare che +2 -3 non fa -5, ma -1. Si dà un colpo sulla fronte e sistema il grafico (la cosa mi dà parecchia soddisfazione e comunque non è necessario fargli sapere che io truccavo le mie espressioni per farmi tornare il risultato come volevo…).N. e Y. fanno davvero troppo chiasso. Sulla lavagna i loro nomi sono segnati già con S (cioè Sanzione) 1 e S2. Dopo l’ennesimo richiamo si arriva a S3: fine della corsa. Il professore, un uomo fin troppo paziente per i miei gusti, dal suo computer clicca delle opzioni sul registro e riprende la lezione. Dopo qualche minuto bussa alla porta un uomo della sicurezza interna: N. e Y. vengono “rimossi” dalla classe (non senza proteste e altro chiasso). Il secchione che è in me esulta e l’adulto pure.In questo modo riesco a raggiungere incolume l’ora del pranzo e poi da lì alla fine della giornata è questione di un’ora: 60 minuti di sforzo e poi le gabbie saranno nuovamente aperte, via!

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Durante l’uscita io sono addetto alla pattuglia del pomeriggio, cioè mi devo assicurare che nessun ragazzo faccia troppo chiasso, disturbando tutte le case attaccate all’intero plesso. Ne approfitto per prendere un po’ d’aria fresca senza troppe preoccupazioni, dopo una giornata l’ultima cosa che i ragazzi vogliono è attardarsi vicini al luogo deputato alla loro reclusione. Forse uno su dieci è cosciente del privilegio che ha ad andare a scuola. Loro non lo sanno, non lo vedono che ancora oggi sono molte le differenze sociali basate sul sesso e sul colore della pelle. Non l’hanno ancora capito che almeno l’80% di loro dovrà faticare il doppio per avere un posto di lavoro comunque subordinato a quello che otterrà l’altro 20% con metà della fatica. Questo non è un quartiere di avvocati e medici, è un quartiere di operai, di commesse, di personale di servizio. La divisa è bella e allontana lo spettro della diversità, la scuola fornisce un portatile a tutti, ma la strada è assai più lunga e tortuosa.Alle 16:40 molte stanze hanno già le luci spente. Rimane qualche professore che sistema la propria bacheca con un po’ di musica a tutto volume, tanto Mr. T., il preside, non fa storie quando non ci sono gli studenti. Io scendo dalla mia piccionaia con di nuovo indosso la mia sciarpa e il mio cappotto, ora le scale sono in discesa e non costa nulla. Consegno il mio badge in segreteria e me ne torno da dove me ne sono venuto, pensando alla scuola che ho fatto e all’aiuto che ho dato ad altre giovani menti.”

Il femminile e le piccole cose in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

 

Questo è il terzo articolo in cui vi parlo di Shirley Jackson, la scrittrice americana celebrata niente meno che da Stephen King e che in Italia, in questi anni, sta finalmente avendo la visibilità che merita.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo breve pubblicato nel 1962. L’edizione italiana a cura della casa editrice Adelphi è del 2009 e la traduzione dall’inglese è di Monica Pareschi. Vi svelerò subito il mio giudizio dicendovi che questo romanzo è un piccolo gioiello. La storia è quella di una famiglia colpita da un evento catastrofico accaduto alcuni anni prima rispetto al presente narrativo, ma di cui la protagonista, che racconta in prima persona, niente rivela per parecchie pagine. Costei è Mary Katherine Blackwood, per tutti Merricat, una bambina dall’età imprecisata che parla come fanno tutti i bambini quando raccontano qualcosa: non spiegano e danno tutto per scontato. Merricat vive in una grande casa in cima al paese insieme a ciò che resta della sua famiglia: la sorella maggiore Constance e lo zio Julian, paralizzato su una sedia a rotelle e unico superstite della sciagura che, tra gli altri, ha ucciso anche i genitori delle due sorelle. Non vi svelerò altro al riguardo, state tranquilli, aggiungo soltanto che tale fatto ha avuto delle conseguenze devastanti sui sopravvissuti che vanno oltre il dolore: Constance, per esempio, non mette piede fuori casa da quel fatidico giorno e non riesce più nemmeno a rimanere da sola in una stanza se ci sono degli estranei; dal canto suo, Merricat cresce invece selvaggia e randagia e, tolta la compagnia di Jonas, il suo fedelissimo gatto, non ha amici.

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Questo romanzo è di difficile classificazione. Probabilmente non può essere associato ad alcun genere, sebbene sia imparentato con il romanzo gotico. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, Jackson è una scrittrice a cui piace sperimentare con il fantastico e il paranormale senza utilizzare schemi preconcetti. Nel caso delle sue storie si può parlare appropriatamente di perturbante. In letteratura il perturbante è vincolato dalla presenza di uno o più elementi strani, fuori posto, che stridono con la logica, la razionalità e le leggi naturali che regolano il mondo, provocando un effetto disorientante più o meno intenso. Il fantastico è il genere letterario in cui questo effetto è stato maggiormente studiato, mentre si parla di effetto perturbante ben riuscito quando l’opera insinua il dubbio nella mente del lettore e lo conserva finché l’autore o chi per lui non suggerisce la soluzione dell’enigma con una spiegazione. Le tipologie di spiegazione sono state classificate da Tzvetan Todorov in un importantissimo saggio del 1970 intitolato La letteratura fantastica, dove lo studioso ha trattato anche casi che non sono fantastici in senso stretto perché il perturbante presente in essi è spiegabile razionalmente. Secondo questo standard, nemmeno Abbiamo sempre vissuto nel castello sarebbe una storia fantastica. È invece una storia verosimile nel senso che è plausibile che i fatti possano essere accaduti così come sono stati descritti (per usare la classificazione todoroviana, si parlerebbe di racconto strano puro, ossia di un racconto insolito che però la ragione è in grado di spiegare), tuttavia certi passaggi, come per esempio i giochi e i rituali magici di Merricat, conservano fino in fondo la propria ambiguità.

Merricat è una bambina strana che nei suoi giochi mescola realtà e fantasia fino a non rendersi perfettamente conto di quando finisce una e comincia l’altra. Anche il rapporto di complementarietà e di dipendenza che ha con la sorella è strano. Constance è la più grande, si occupa della casa e dello zio Julian in modo ineccepibile, ma quando deve vedersela con gli estranei e col mondo esterno in generale è a Merricat che si rivolge. La bambina dice spesso di voler proteggere Constance e mette in pratica tutta una serie di esorcismi e talismani che, a suo dire, dovrebbero rendere inviolabili i confini della loro proprietà, il castello del titolo. A volte però i piccoli riti di Merricat non funzionano o vengono accidentalmente sabotati, ed è proprio allora che gli estranei fanno la loro comparsa sulla porta, rischiando di compromettere il delicatissimo equilibrio domestico faticosamente mantenuto. È davvero colpa del chiodo “magico” che si è staccato dall’albero, del “tesoro” che è stato dissotterrato, oppure sarebbero venuti comunque? Ecco, il perturbante di Jackson si annida in questi particolari. È una poetica delle piccole cose, dei rituali quotidiani, dei merletti che si mettono sopra ai baratri sperando di nasconderli. Merricat e Constance sono bambine e adulte a fasi alterne e speculari, e questo rafforza, anzi fonda, la loro simbiosi.

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Il dubbio è anche rappresentato dall’età mai dichiarata di entrambe. Merricat è una bambina perché si comporta da tale e pure gli altri la apostrofano così, ma non tutti i lati della sua personalità sono infantili, anzi. Potrebbe essere invece più grande è soffrire di qualche patologia che ne ha condizionato lo sviluppo intellettivo, oppure, visto lo choc patito a seguito della catastrofe, potrebbe aver messo in atto un meccanismo di difesa di tipo regressivo. Ma nemmeno Constance è quella che dovrebbe essere in tutto e per tutto. Delle due ad esempio è proprio Constance la più dissociata dal mondo e a volte non si capisce se assecondando le fantasie di Merricat stia giocando a sua volta, stia applicando una strategia dettata dai problemi della sorella oppure se stia facendo sul serio veramente.

Dalla lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello si esce piacevolmente straniti. Abbandonarsi alla prosa di Shirley Jackson significa infatti entrare in un mondo ribaltato e dalle proporzioni sfalsate dove aleggia, incostante, una presenza materna e domestica in cui viene naturale cercare asilo. La poetica delle piccole cose cui accennavo sopra è la stessa che si ritrova anche nel romanzo Lizzie, e come lì evoca contenuti e dissidi molto profondi. I particolari che risaltano maggiormente sono concentrazioni particolarmente dense di materia psichica, sono le concrezioni più dure che emergono alla fine di un’elaborata tessitura archetipica che esalta l’anima junghiana di ciascun elemento soltanto per mettere a nudo la portata del conflitto con la sua parte maschile. Intimità, dolcezza e protezione non sono mai loro stesse fino in fondo, e ogni sentimento benevolo arriva trattenuto, se non quando adombrato dalla presenza del suo contrario maschile e dominatore.

La contrapposizione tra femminile e maschile si ritrova anche nelle dinamiche fra la casa e il mondo. Se infatti nella prima, soprattutto grazie a Constance, regnano la dolcezza e la cura, fuori il mondo è violento, usurpatore e virile. La società, nella quale l’idea di mondo ha un’immediata rappresentazione, è prettamente maschile e ne ripropone i caratteri tipici. Come nel famoso racconto La lotteria, dove una donna finisce lapidata in un sabba parossistico a cui partecipa tutta la comunità, la società che Jackson descrive il più delle volte è insensibile, rabbiosa, brutale, spavalda e, nel romanzo di cui parlo oggi, pure apertamente ostile all’idea che due donne possano essere in grado di vivere da sole nella casa più bella del paese. Per il piccolo cosmo femminile creato da Merricat e Constance gli uomini sono la vera insidia, e quando arrivano finiscono sempre per tirare fuori la loro vera natura, oppure portando quantomeno turbamento e scompiglio.

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Come romanzo “gotico”, invece, mi sento di ribadire ciò che dissi tempo fa a proposito del libro forse più famoso della scrittrice, L’incubo di Hill House: Shirley Jackson non scrive horror, ma si colloca agli albori di questo genere letterario testimoniando concretamente come ci si è arrivati o raccontando quello che è accaduto prima. E Abbiamo sempre vissuto nel castello lo fa addirittura alla lettera, mostrando nientemeno che la genesi di una casa stregata… Jackson possiede un’immaginazione così fervida e un senso letterario così sviluppato da trovare quello che altri neppure cercano, di scegliere di fermarsi dove la gran parte dei suoi colleghi sa invece solo cominciare.

Consiglio la lettura di questo romanzo insieme a quella di tutti gli altri suoi libri. Lo consiglio come potrei consigliare una passeggiata sulla spiaggia al tramonto o una visita al museo di notte. Ecco, leggere Shirley Jackson è esattamente come fare un giro al museo fuori dall’orario di chiusura: ciò che è noto diventa improvvisamente ignoto, le ombre si fanno più interessanti delle cose esposte e niente, alla fine, niente somiglia più a sé stesso.