La pittura del Novecento, parte I: le avanguardie artistiche

Di Andrea Carria

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la stagione delle avanguardie ha rivoluzionato il mondo dell’arte sotto ogni punto di vista, andando a stravolgere non soltanto l’oggetto artistico propriamente detto — l’opera d’arte — ma anche il suo concetto e le relative finalità. Animate da una tensione innovatrice esuberante e mai paga, le avanguardie hanno abbattuto gli steccati fra le singole arti elevando a regola la contaminazione delle tecniche e degli stili. Era una sperimentazione a trecentosessanta gradi, la loro, tuttavia la pittura rimaneva il centro d’irradiazione indiscusso, nonché il laboratorio privilegiato, di questo travolgente vortice innovativo.

Tutto cominciò sullo scorcio del XIX secolo: in Francia, un gruppo di artisti refrattario al mondo delle accademie diede vita a un movimento pittorico scandaloso e rivoluzionario. Erano gli impressionisti, pittori che rompevano con la tradizione delle belle arti mettendo a punto tecniche nuove e ritraendo soggetti non convenzionali. Gli impressionisti furono infatti i primi a esplorare fino in fondo le potenzialità della luce e del colore puro. Steso a pennellate ampie e guizzanti che ne favorivano l’accostamento piuttosto che la mescolanza, il colore era il solo strumento attraverso cui gli artisti giungevano alla definizione tanto delle forme quanto dei volumi. Anche la prospettiva era opera del colore: nei quadri impressionisti non c’è traccia di costruzioni prospettiche, la profondità è una questione puramente cromatica che si ottiene mediante il contrasto chiaro-scuro e la gamma più vasta di gradazioni di tonalità.

marc
Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis

L’attenzione impressionista per il colore fu dapprima ereditata da artisti quali Cézanne, Gauguin e Van Gogh e poi, attraverso la loro mediazione, dall’espressionismo, la prima fra le avanguardie propriamente dette. Con l’espressionismo (di cui si ricordano autori di area nord europea come Munch, Marc e Kirchner) l’uso del colore divenne ancora più audace, tanto da sovvertire completamente il cromatismo naturale delle cose. A monte di questo passaggio ci fu un netto cambio di prospettiva: dall’osservazione diretta del mondo, en plein air, tipica dell’impressionismo, l’artista passò a proiettare, su quello stesso mondo, il proprio paesaggio interiore. Ma non solo. Negli ambienti artistici più avanzati si era intanto fatta strada l’idea che la riproduzione fedele della natura non avrebbe dischiuso il segreto della realtà, il quale, come la scienza stava rivelando sotto molteplici ambiti, si nascondeva proprio sotto alle forme più ordinarie. L’espressionismo fu, quindi, la prima sfida consapevole e dichiarata mossa dall’arte al concetto di mimesis, con lo scopo di raggiungere un altro livello di rappresentazione della realtà.

Legato all’espressionismo per ciò che riguarda la dimensione interiore è il surrealismo. Il surrealismo, una delle avanguardie più tardive, nacque in Francia negli anni Venti del XX secolo e fu forse il movimento più trasversale di tutti, interessando non solo la pittura ma anche la letteratura, la poesia e il cinema. André Breton (1896-1966), il suo teorico, ne scrisse il manifesto nel 1924, convertendo in programma alcune delle teorie contenute nell’Interpretazione dei sogni di Freud. A differenza dell’espressionismo che privilegiava la soggettività dell’artista, il surrealismo indagò infatti un’altra dimensione interiore, quella dell’inconscio e della sfera onirica. I quadri si popolarono così di scenari e creature irreali, le leggi fisiche venivano spesso eluse proprio come accade nei sogni e grande importanza nel processo creativo veniva assegnata al cosiddetto “automatismo psichico”, ossia all’associazione casuale di immagini, idee, concetti e parole. A livello pittorico i surrealisti (fra cui Dalí, Magritte, Ernst e per certi versi pure Chagall) mantennero più di altri loro colleghi avanguardisti la forma grafica del soggetto, preferendo scombinarla e ricombinarla nell’aspetto, oppure calarla in scenari paradossali, piuttosto che procedere alla sua stilizzazione.

the-lovers-2
René Magritte, Gli amanti, 1928, Museum of Modern Art di New York

Non si dimentichi inoltre che quanto si stava verificando a livello grafico sulla tela era sostenuto da una consistente riflessione teorica. I movimenti d’avanguardia redigevano manifesti in cui dichiaravano i propri princìpi e scopi artistici (lo abbiamo visto con Breton), ma a volte la teorizzazione si spingeva oltre i punti programmatici. L’astrattismo, per esempio, si connotò da subito come una corrente fortemente intellettualizzata. Vasilij Kandinskij (1866-1944), suo fondatore e massimo esponente, fu un pittore attivissimo con i pennelli e alacre nel lavoro con la penna. A lui si debbono alcuni degli scritti metafisici più rivoluzionari sul concetto di arte e di pittura. Il più famoso di tutti è Lo spirituale nell’arte (1912), un testo di “arte comparata” in cui la vena visionaria del pittore russo naturalizzato francese illustra un interessante parallelismo fra pittura e colori da una parte, e musica e suoni dall’altra.

In generale, comunque, erano lo sguardo e l’approccio a essere cambiati. Riprendendo quanto ho già scritto poco sopra, gli avanguardisti non avevano rinunciato a descrivere la realtà né a cercare la verità: si erano però accorti che le tecniche tradizionali erano inadeguate e che la mimesis lasciava da parte troppe cose. L’interiorità dell’uomo e la sua parte sommersa, per esempio, ma anche l’integrità delle forme, la purezza del colore, lo scorrere del tempo. Il tempo, in particolare, fu una delle tematiche filosofiche e scientifiche più discusse a inizio Novecento che l’arte seppe a suo modo reinterpretare. La relatività einsteiniana aveva dimostrato che il tempo fisico non scorre sempre allo stesso modo, mentre dal canto suo il filosofo Henri Bergson (1859-1942) era giunto alla conclusione che il tempo della coscienza, la cosiddetta durata (durée), era un flusso ininterrotto che si accresceva continuamente, una corrente senza tagli e senza cesure in cui nulla si perdeva e che aveva ben poco a che vedere con il tempo della fisica, rigorosamente scandito in istanti fra loro consecutivi ma separati. È probabile che questa cornice intellettuale debba rimanere quello che è — una semplice cornice, appunto — e che di filiazioni dirette non ce ne siano state; tuttavia ciò che è interessante notare è come anche l’arte, nel caso della problematizzazione del concetto tempo, abbia saputo intercettare uno dei temi caldi dell’epoca, ritagliandosi un posto nel dibattito grazie alle proprie peculiarità.

Les_Demoiselles_d'Avignon
Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, Museum of Modern Art di New York

L’approdo del tempo in pittura si deve a Pablo Picasso (1881-1973) e al cubismo: se infatti fino a quel momento i quadri avevano sempre rappresentato un solo punto di vista, vale a dire un unico e preciso istante del tempo, nelle opere cubiste i punti di vista si moltiplicano di pari passo con gli istanti, e l’immagine viene presentata contemporaneamente da varie angolazioni. È precisamente a questo che ci si riferisce con il nome “quarta dimensione”, la principale novità introdotta dal cubismo che, da sola, riuscì a mettere fra parentesi qualcosa come cinquecento anni di prospettiva geometrica!

A proposito di geometria, le linee e le forme pure sono state uno dei territori di ricerca di molte avanguardie artistiche, prima fra tutte il già ricordato astrattismo — compresa la sua filiazione suprematista. Affidandosi esclusivamente a esse e al colore, i pittori astrattisti dimostrarono che in arte la rappresentazione degli oggetti reali poteva essere superata e sostituita con altro. Ma cosa vedere, cosa cercare in dipinti come quelli, davanti ai quali la mente dell’osservatore di oggi, come quella dell’osservatore di allora, si trova smarrita? Un linguaggio nuovo: ecco la risposta che con ogni probabilità avrebbero dato Kandinskij, Malevič e gli altri. Un linguaggio nuovo legato alla purezza delle forme e dei colori, ai loro significati profondi e alle sensazioni che sono in grado di ispirare. Forma e colore possono formare combinazioni infinite, ma solo alcune ne esprimono fino in fondo il potenziale. E Kandinskij proprio questo analizzava in saggi come Punto, linea, superficie (1926); saggi che non so se è azzardato definire filosofia dell’arte, fatto sta che proprio essi costituiscono la dimostrazione tangibile di come perfino l’arte, al tempo, più incomprensibile di tutte possedesse basi teoriche solidissime. Basi che, tra l’altro, potevano essere confermate per più d’una via.

Kandinsky - Jaune Rouge Bleu
Vasilij Kandinskij, Giallo, rosso, blu, 1925, Musée National d’Art Moderne di Parigi

Una via come quella che intraprese quasi parallelamente Piet Mondrian (1872-1944), ad esempio. Fine paesaggista in gioventù, fu proprio verso il 1912 che il pittore olandese giunse a una stilizzazione della natura che teneva insieme due cose ben distinte: l’esperienza cubista e l’osservazione diretta delle forme. Mondrian, in sostanza, si era accorto che la linea non era altro che la semplificazione estrema di qualunque oggetto naturale e, di conseguenza, l’elemento più “puro” a disposizione dell’artista. Lo si può capire molto bene osservando la serie dei suoi Alberi: realistico nelle forme ed espressionistico nel colore quello del 1908, nelle versioni successive l’albero si spoglia ogni volta di più dei suoi dettagli, i rami diventano archi e linee, le campiture fra quest’ultime si allargano fino a che la bidimensionalità del dipinto crea una sorta di fusione tra sfondo e oggetto, nel dissolvimento della reciproca alterità. Da lì ai quadrati con linee nere che avrebbero impresso il sigillo alla maturità artistica del pittore di Amersfoort non c’era che un passo.

Mondrian era meno scrittore di Kandinskij e non aveva la sua stessa indole speculativa; eppure anche lui si ritrovò a lasciare su carta parte delle sue idee sull’arte. Non è infatti da trascurare la sua attività di collaboratore a «De Stijl», la rivista uscita nel 1917 su iniziativa dell’architetto Theo van Doesburg (1883-1931), in cui vennero presentati, promossi e diffusi i princìpi artistici (ma anche spirituali e pratici della vita) del neoplasticismo, un’avanguardia tutta olandese che, soprattutto in architettura, avrebbe avuto contatti intensissimi con i principali esponenti del Bauhaus.

albero_grigio
Piet Mondrian, Albero grigio, 1911, Gemeentemuseum di L’Aja

Pure Mondrian, Van Doesburg e gli altri partirono quindi da una ricerca; una ricerca pittorica ed artistica in senso lato che però non era estranea a propositi epistemologici e, quindi, anche filosofici: una ricerca di conoscenza circa l’essenza delle cose; una ricerca da tradurre in arte, sì, ma che, mentre cercava e scopriva, si occupava di una cosa sola, del Vero.

Cosa successe, dunque, all’arte durante la stagione delle avanguardie? Nel primo articolo di questa nuova serie abbiamo visto insieme il contesto e i caratteri generali, ma il percorso è solo all’inizio; per rispondere potremmo però già dire di aver verificato una prima cosa molto importante: che la pittura, durante la stagione delle avanguardie, aveva fatto principalmente due cose: da una parte aveva rinunciato ai canoni estetici secolari che da sempre garantivano all’osservatore, in termini di riconoscimento, la fruizione visiva di qualsiasi opera, anche di quella simbolicamente più complessa; dall’altra — riflettendo su di sé, sulle sue tecniche e sui suoi fini — si era decisamente intellettualizzata, assumendo quei tratti meta-artistici che già interessavano sfere diverse dell’arte, come la letteratura e il teatro. La differenza più grande fra la pittura avanguardistica e quella dei secoli precedenti è secondo me questa, ossia che gli artisti avessero spinto moltissimo sulla parte mentale, senza che la platea dei fruitori, come accade sempre in casi come questo, avesse avuto il tempo di accorgersi che nel frattempo si era compiuto un ribaltamento concettuale ed estetico epocale.

A conclusione di ogni articolo di questa serie vi segnalerò un libro sull’argomento su cui ci siamo intrattenuti: per questo primo appuntamento di La pittura del novecento, il libro che vi consiglio è Il secolo spezzato delle avanguardie di Philippe Daverio (Rizzoli, 2014).

daverio avanguardie

Al prossimo appuntamento!

 

 

 

Immagine in copertina: George Grosz, Metropolis, 1916-17, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid

L’ambiente e la nostra sopravvivenza tra cinema e letteratura contemporanea

Di Gian Luca Nicoletta

 

Nell’articolo di oggi desidero parlarvi di un tema che da alcuni anni a questa parte ha iniziato a guadagnarsi sempre più spazio (pur tuttavia rimanendo piuttosto ai margini) nel dibattito pubblico: gli effetti disastrosi dell’inquinamento artificiale, cioè quello a opera di sostanze che di per sé non esistono in natura, e lo farò attraverso due opere ispirate a fatti realmente accaduti, rispettivamente un libro e un film: la prima è Fuoco al cielo di Viola Di Grado mentre la seconda è Cattive Acque diretto da Todd Haynes.

          Fuoco al Cielo è l’ultima opera della scrittrice catanese pubblicata per La Nave di Teseo nel 2019. I fatti raccontati vengono dalla tragica storia del villaggio russo di Musljumovo, situato a poca distanza da un impianto per la produzione di materiale necessario alla costruzione di bombe atomiche. Gli accadimenti che soggiacciono alla storia narrata sono essenzialmente questi: durante la produzione dei materiali radioattivi, gli scarti tossici di questi furono indebitamente sversati nel fiume che serve il villaggio. Lì tutti gli abitanti facevano il bagno, portavano gli animali ad abbeverarsi, usavano quell’acqua per irrigare i loro campi e, conseguentemente, mangiarne i frutti. L’impianto di produzione fu chiuso a causa di un incidente a seguito del quale si dispersero nell’aria ingenti quantità di sostanze estremamente tossiche e cancerogene. Gli abitanti della regione furono tenuti all’oscuro della pericolosità di queste sostanze e rimasero isolati e coinvolti in un complice silenzio con le autorità governative affinché nulla rivelassero al mondo, subendo passivamente le dolorose mutazioni genetiche e deformazioni che i materiali radioattivi portano con sé.

ambiente1

Sin qui i fatti storici, ora passiamo alla narrativa: in tutta onestà non mi sento di definire questo libro un romanzo, piuttosto un racconto lungo, se proprio bisogna cercare di darne una definizione in termini critici. Non è un romanzo per il semplice motivo che, a mio avviso, il personaggio che dovrebbe essere protagonista non compie alcun percorso formativo verso una migliore completezza. Al massimo potrebbe essere un antiromanzo, visto in quest’ottica, ma stando alla narrazione della vicenza e al modo di rappresentare pensieri e decisioni non azzarderei una definizione troppo marcata in questo senso.
Sicuramente il testo che ho letto è di tipo espressionistico. Dalla prima all’ultima pagina infatti assistiamo a una sequela ininterrotta di scene descrittive nelle quali prevale in maniera assoluta l’immagine forte, che rimane impressa nella mente e che ha come obiettivo quello di trasmette il profondo squallore caratterizzante le vite delle persone rimaste prigioniere, di fatto se non per loro volontà, nel villaggio di Musljumovo. Uno squallore che viene descritto principalmente in termini liquidi: sudore, acqua salmastra, umori corporali, essudati di ogni provenienza biologica e non che rivestono la pelle, i vestiti, le superfici del luoghi che si vivono, che si frequentano.
Se mi posso permettere di esprimere una critica, questa dev’essere rivolta alla semantica: il lessico impiegato risulta essenzialmente povero e, data l’assiduità delle descrizioni, queste ne escono danneggiate da un difetto di originalità a favore di una ripetitività che non aiuta la lettura: i divani, i tessuti, le magliette e i vestiti sono quasi sempre e solo “sdruciti”, mai lisi, consumati, consunti, strappati, bucati, logorati.

fonte tomas wuthrich fotografie
Fonte: Tomas Wüthrich Fotografie

La seconda opera che ho citato all’inizio è il film uscito da poco nelle sale e diretto da Todd Haynes: Cattive Acque, con Mark Ruffalo nel ruolo di Robert Billott e Anne Hathaway in quello di sua moglie, Sarah.
La storia è quella dell’avvocato Billott che, grazie alla determinata insistenza di un allevatore di Parkersburg, una città nello Stato del West Virginia, riesce a scoprire come e da quanto tempo l’industria chimica della DuPont stesse avvelenando decine di migliaia di persone a seguito del rilascio delle sostanze chimiche nei corsi d’acqua e, parimenti, dell’occultamento di altri rifiuti inquinanti in fustini nascosti sottoterra che hanno poi contaminato il terreno. Billott intraprenderà una lunga battaglia legale, ad oggi ancora in corso, contro un colosso industriale dal fatturato di 1 miliardo di dollari all’anno.
Il film, la cui visione consiglio a tutti, si concentra sia sulla battaglia nei tribunali fatta da Billott e dai suoi pochi sostenitori, sia sulla vicenda umana di tante persone che, ignare di quanto la DuPont stesse facendo, bevevano acqua avvelenata e andavano a lavoro in un impianto industriale dove costantemente respiravano particelle chimiche estremamente pericolose.
Su un piano parallelo viaggia anche la vita privata di Billott, la quale viene inevitabilmente condizionata da questa ricerca della verità e che metterà a repentaglio tanto la sua salute fisica quanto la tenuta del suo matrimonio. A dispetto di Fuoco al Cielo, sia il personaggio di Robert che quello di Sarah compiono, seppur per vie diverse e forse indipendenti, un percorso interiore che li condurrà a una migliore conoscenza di loro stessi e al superamento delle paure che caratterizzano la sfida cui ogni eroe è chiamato.

ambiente2
Anne Hathaway e Mark Ruffalo in una scena del film Cattive Acque

Come vedete le vittime di entrambe le storie sono accomunate da diversi elementi: primo fra tutti l’essere ignare del loro lento ma costante precipitare verso la morte, il secondo è il vettore della contaminazione, cioè l’acqua e la terra, e il terzo è il criminale: un colosso industriale che opera quasi sempre con la complicità delle forze governative, solo che nel primo caso si tratta di un’attiva partecipazione del governo russo agli esperimenti nucleari del centro vicino Musljumovo, nel secondo invece la complicità è dovuta a un eccessivo liberalismo del governo U.S.A. che lascia alle industrie un’ampio margine di autoregolamentazione sulle soglie cancerogene delle sostanze impiegate.

fonte greenpeace usa
Robert Billott – fonte: Greenpeace USA

Grazie a queste due storie, con i loro pregi e difetti che però non inficiano l’importanza e la necessaria trasmissione del tema che le accomuna, possiamo affrontare in maniera terza pur tuttavia artistica la consapevolezza di quanto grande e grave sia il male che un uso sconsiderato dei progressi scientifici possa apportare all’essere umano.

“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer: il fascino dell’oralità incontra l’eleganza della prosa

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori, invaderò il campo del mio collega Gian Luca Nicoletta e vi parlerò di una saga familiare. La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (1893-1944), fratello maggiore del più noto Isaac B. Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978, è un romanzo del 1943 che in Italia è apparso per i tipi Adelphi soltanto nel 2013 nella traduzione dallo yiddish a cura di Anna Linda Callow.

Come suggerisce il titolo, il romanzo ripercorre la storia della famiglia Karnowski per tre generazioni, e a ciascuna di esse è dedicata una parte del libro. Non fatevi tuttavia trarre in inganno dalla parola generazione, alla quale è facile pensare in termini plurali: di ogni generazione della famiglia Karnowski si fa carico un unico membro, il quale dà anche il nome alla parte del romanzo che lo vede come protagonista.

La prima racconta la storia di David Karnowski, il capostipite del nuovo ramo della famiglia, il quale decide di lasciare la natale Polonia per la Germania. Siamo sullo scorcio del XIX secolo e la scelta di David è la stessa di molti altri ebrei polacchi. La Germania di allora, guidata dal Kaiser Guglielmo II, è infatti una potenza politica, economica e militare in piena espansione in cui, con un po’ di intraprendenza, è possibile fare fortuna. David e la moglie Lea giungono così a Berlino e grazie al duro lavoro riescono a costruirsi una piccola fortuna. Ma David ha anche un altro motivo che lo ha condotto in quella città: egli è un commerciante ebreo come tanti, ma soprattutto si considera un uomo di grande cultura, uno studioso appassionato delle Scritture e un convinto seguace del filosofo Moses Mendelssohn, al quale a Berlino è stato dedicato addirittura un monumento. Per questo motivo David si sente superiore alla media dei suoi correligionari, che invece di perfezionare il loro tedesco si ostinano ancora a parlare in yiddish, e frequenta soltanto studiosi della sua levatura. Ciononostante David rimane un altezzoso solitario per la maggior parte del tempo, e nemmeno la moglie Lea riesce a seguirlo nei suoi intenti pro germanici e intellettualistici. Così, tanto più David cerca di diventare tedesco curando la lingua ed evitando la compagnia di altri ebrei di recente arrivo, quanto più sua moglie si aggrappa al ricordo del villaggio natale, del quale in casa continua a onorare la lingua, la cultura e le superstizioni.

singer

Il primogenito di David e Lea è Georg, un bambino che crescendo sfiderà l’autorità paterna per scegliere da solo la propria strada. Georg è nato a Berlino, si sente tedesco, e per lui tanto la religione tradizionale del padre quanto la mentalità paesana della madre sono eredità che non gli appartengono. D’altronde, esaudendo un desiderio che è anche quello di David, Georg sarà il primo Karnowski a frequentare l’università. Grazie all’ascendente esercitato su di lui dalla bella e brillante Elsa Landau, il suo primo amore, si laureerà in Medicina e durante la Grande guerra si metterà in luce come chirurgo. Riappropriatosi degli abiti civili, Georg diventa uno dei più stimati chirurghi di Berlino, e insieme al successo professionale arrivano anche quello sociale ed economico. Malgrado sia ebreo, nella Germania di Weimar i suoi lineamenti esotici, tra i quali spicca il grosso naso dei Karnowski, riscuotono un grande successo fra le bionde ragazze tedesche…

Dal matrimonio di Georg con un’infermiera berlinese nasce un bambino, Georg Joachim, chiamato comunemente Jegor, nella cui persona il sangue ebraico del padre e quello tedesco della madre si fanno la guerra. Scuro con gli occhi azzurri, Jegor vivrà come un incubo la propria identità di sangue misto durante l’adolescenza. Intanto i nazisti hanno conquistato il potere e Jegor è costretto a subire umiliazioni quotidiane sia da parte dei coetanei sia dei professori. La forte crisi di identità spinge il ragazzo dentro un isolamento senza via d’uscita, fatto di risentimento, rabbia e odio nei confronti di sé stesso. In particolare, Jegor se la prende con il padre, che vede come il responsabile di tutte le sue sciagure. Nega la sua ascendenza ebraica e cerca asilo nei lineamenti della madre e del suo cognome tedesco, col quale inizia a firmarsi. I ragazzi biondi sono la sua ossessione e l’ideale ariano di cui non può far parte diviene il punto di riferimento, la meta inarrivabile della sua vita. La sua lotta senza speranza per riappropriarsi dell’identità tedesca costituisce il momento più toccante e drammatico del romanzo.

Quando ho cominciato a leggere questo libro, non sapevo bene cosa aspettarmi. Le saghe familiari non sono il mio genere preferito e di Israel J. Singer non avevo letto niente prima di allora, ciononostante ho iniziato a vedere il libro positivamente dopo pochissime pagine. Faccio una piccola premessa: quando leggo un romanzo, due cose sono importantissime per la mia esperienza di lettura, cioè la storia raccontata e lo stile in cui è scritta. Sebbene l’importanza dell’una e dell’altra vari da libro a libro per mille e più motivi, all’inizio è lo stile ad avere il compito più difficile, in quanto deve avvincere il lettore ancora prima che questo abbia la possibilità di farsi conquistare dalla storia. Se ho letto con tanto trasporto la storia della famiglia Karnowski dalla prima all’ultima pagina, il merito è tutto dello stile letterario di Singer, uno stile personale senza essere personalizzato.

Israel_Joshua_Singer

In un importante saggio del 1936 dedicato all’attività del narratore, Walter Benjamin ha scritto qualcosa che ho ritrovato leggendo il romanzo di Singer:

«L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi.»

La prosa di Israel J. Singer non è infatti così riconoscibile come quella di tanti altri scrittori, che magari fanno fatica a tenere fuori dall’opera la propria personalità. In questo, lui è ancora un narratore ottocentesco, per il quale il racconto ha la priorità su tutto il resto. Riguardo poi all’esperienza, Singer integra quella personale con l’esperienza di un intero popolo, quello degli ebrei ashkenaziti dell’Europa Orientale, di cui nei suoi libri egli rivela i caratteri identitari che sono stati trasmessi di generazione in generazione in ogni famiglia.

A differenza di molti autori del Novecento che si sono cimentati con svariati generi, Singer è inoltre un romanziere autentico. Nella Famiglia Karnowski — che molti considerano la più grande saga familiare in lingua yiddish, superiore anche ai Fratelli Ashkenazi che lo stesso Singer aveva pubblicato nel 1936 — la storia assume subito il tono e il ritmo di un’altra epoca: quelli dei racconti che si sentivano un volta intorno a un fuoco acceso, quando l’unica fretta del narratore era quella di ritrovarsi ancora lì la sera successiva per riprendere il racconto da dove lo aveva lasciato. La sua prosa è calda e avvolgente, mette il lettore a proprio agio, lo invita a rilassarsi e ad ascoltare. Ascoltare, sì, perché la lettura della Famiglia Karnowski non stanca come fa anche il migliore dei libri dopo molte pagine, ma rinnova costantemente la volontà del lettore di saperne di più e andare avanti, proprio come succede quando si ascolta una bella storia raccontata da una bella voce.

Ma le affinità con lo stile orale non finiscono qui. Al pari dei racconta-storie di una volta, Singer arricchisce la propria narrazione con storie parallele, nuovi filoni e digressioni da percorrere al momento. Col suo stile rilassato, lo scrittore prende a braccetto ognuno dei suoi personaggi, compresi quelli secondari, e a volte capita che ne accompagni qualcuno per un tempo più lungo di quello che le esigenze di trama avrebbero richiesto. D’altro canto, questa caratteristica si rende essenziale per una migliore ricostruzione della dimensione corale e paesana tipica del mondo yiddish. Alcune volte, la comunità diviene essa stessa protagonista e tutti i suoi pittoreschi personaggi diventano gli attori dell’ultimo capitolo di una storia millenaria fatta di rivalità, attriti, solidarietà, professioni di fede e arte di arrangiarsi. Il tipo di comunità yiddish rievocato da Singer è un microcosmo che si basa su dinamiche standardizzate, su leggi ataviche, immutabili e indipendenti: al variare del tempo e del luogo (spesso dovuto ad accidenti storici come il nazismo), il microcosmo si ricostituisce altrove tale e quale nella sua struttura, e a volte capita che siano quelle stesse persone ad animarlo. O comunque persone molto simili alle precedenti, volti nuovi per ruoli vecchi dove è difficile, se non impossibile, essere originali.

1933-may-10-berlin-book-burning

Una menzione particolare va, secondo me, al modo anch’esso pacato con cui Israel J. Singer ha saputo raccontare l’ascesa del nazismo. Pacato nel senso che il romanziere ha evitato di raccontare la ferocia del regime ma, come anche nel caso di Fred Uhlman, ne ha saputo esprimere ugualmente la crudeltà. I nazisti sono spietati e odiosi anche se non vengono mai nominati come tali (Singer parla di «nuovi padroni», di «uomini in stivali» e usa anche altri epiteti dello stesso genere, ma non nomina mai direttamente né loro né il loro capo). Egli non si sofferma nemmeno sugli avvenimenti storici e politici in sé, bensì sulle conseguenze che ricadono sulla vita delle persone. Sono le vite delle persone, non le piazze, i teatri dell’orrore su cui insiste la penna di Singer, e la naturale empatia che il lettore prova nei confronti dei personaggi ne centuplica il rimbombo.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito e che si collega all’assenza di chiari riferimenti storici (finché non si arriva allo scoppio della Prima guerra mondiale, mi pare infatti di non aver incontrato indizi diretti sul periodo in cui si svolge la storia) è l’abilità con cui Singer è riuscito a descrivere l’ambiente umano nel quale incubava il nazismo. Il cognato di Georg, il tenente Hugo Holbek, riassume il senso di spaesamento di milioni di soldati che una volta tornati dal fronte non hanno più saputo riprendere una vita normale. La descrizione del suo comportamento — che Singer comunque non analizza mai — la frustrazione per le sue aspettative tradite, la devozione per una divisa che non può più togliere e che allo stesso tempo rende indegno ai suoi occhi qualunque altro lavoro sono gli elementi che meglio esprimono il disagio che ha spinto milioni di ex soldati fra le braccia di Hitler. Ancora una volta, Singer non si è affidato ad analisi o a riflessioni, non ha svolto ricognizioni storiche né disamine sociali: gli è bastato mostrare uomini come il tenente Holbek alle prese con la vita di tutti i giorni per superare in chiarezza decine di saggi di storia.

Come per gli altri libri di cui vi ho parlato sin qui, anche della Famiglia Karnowski vi raccomando fortemente la lettura. Che siate amanti di saghe familiari, di romanzi storici o semplicemente dei bravi lettori, Israel J. Singer avrà le parole giuste con cui tenervi attaccati alla pagine. L’incontro con questo romanzo non tradirà le vostre attese.

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

shakespeare4
Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

shakespeare2

Trieste e la “questione orientale”: una pagina di storia da ripassare nel Giorno del ricordo

Di Andrea Carria

 

Succede così: ci sono storie di cui un bel giorno si smette di parlare e che, alla lunga, rischiano di essere sommerse dall’inarrestabile corso della Storia. Non sempre c’è la volontà di dimenticarsene, tuttavia la possibilità esiste e spesso si verifica. Anche le questioni più ardue e annose possono andare incontro a questo rischio; anzi, proprio perché ardue, c’è da ritenere che il desiderio di voltare pagina abbia contribuito a tessere intorno a loro una sorta di silenzio, in primo luogo istituzionale, a cui poi si accoda quello della società civile.

Un esempio che si potrebbe fare riguardo alla storia del nostro Paese è la “questione orientale”, come venne chiamato il lungo braccio di ferro tra Italia e Jugoslavia per i territori dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia, una questione d’interesse nazionale la cui vitalità odierna si concentra quasi esclusivamente a livello locale.

Partiamo da un dato. Quando a scuola si studia la storia d’Italia, leggiamo per esempio che Trieste e Gorizia vennero ufficialmente annesse nel 1919 in virtù dei trattati di pace di Parigi al termine della Prima guerra mondiale. Va bene, ma poi? Nella mia piccola esperienza ho potuto constatare che spesso il dopo viene raccontato poco e male. Nel migliore dei casi le traversie storiche di queste e delle altre città lungo il confine orientale sono condensate in un paio di righe, oppure accennate mentre vengono ricapitolati i punti di questo o quel trattato. Ma la storia tutta intera è ben più complessa e, almeno per me, molto interessante da scoprire nei suoi dettagli.

Triest_1885
Il porto di Trieste nel 1885

Quando scoppiò la Grande Guerra, Trieste e Gorizia facevano parte delle cosiddette terre irredente, ossia quell’insieme di città e regioni abitate in maggioranza da italiani che, dalla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, erano rimaste in mano straniera. Ma questo era solo il punto di vista italiano, e sarebbe sbagliato vedere in quelle città lo specchio esatto dei sentimenti che animavano molti patrioti al di qua della frontiera. Per la maggior parte dei residenti le cose non stavano esattamente così. Prendiamo il caso di Trieste. Come tanti centri urbani dell’Impero asburgico, Trieste era una città multietnica, multiculturale e poliglotta: un po’ tedesca, un po’ slava e un po’ italiana, con un tocco di eccentricità conferitole dalle numerose minoranze che ha ospitato nel corso della sua storia. Collocata sulla sponda dell’Adriatico dove l’Italia incontra i Balcani, la fioritura di Trieste è sempre stata il riflesso dei traffici che il suo porto era in grado di attrarre. Proprio quest’ultimo venne proclamato porto franco nel 1719 e da quel momento conobbe uno sviluppo crescente, fino a diventare il porto più importante dell’Impero austroungarico, la sua porta sul Mediterraneo a tutti gli effetti. Insieme al porto crebbe il centro abitato vero e proprio: così, se all’inizio del XVIII secolo Trieste era solo un borgo come tanti altri, due secoli dopo essa era divenuta una città prospera e facoltosa, abitata da persone provenienti da mezza Europa, soprattutto dall’Italia.

Per quanto numerosa e favorevole all’annessione potesse essere, la popolazione italiana conviveva da secoli insieme a tante altre etnie, e queste non aspiravano certo che la loro città entrasse a far parte del regno sabaudo — nemmeno molti dei cosiddetti italiani, che poi spesso erano solo italofoni. Soprattutto non lo volevano i tedeschi e gli sloveni, le cui percentuali demiche rappresentavano qualcosa di molto più consistente di una minoranza. Il passaggio da uno stato multietnico come quello austriaco a uno nazionale come quello italiano non poteva quindi essere indolore, e infatti l’italianizzazione di Trieste, Gorizia e degli altri centri della zona conobbe momenti davvero difficili, in cui non mancarono né le migrazioni né gli scontri.

Nonostante all’Italia fossero stati appena riconosciuti nuovi territori, la verità è che i trattati di pace del 1919 avevano scontentato un po’ tutti. In numerosi ambienti del nostro Paese si fece largo l’idea dannunziana della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia aveva vinto, sì, la guerra eppure a Parigi le sue rivendicazioni territoriali erano rimaste per lo più inascoltate. Sull’onda di questo convincimento, nel 1919 una spedizione volontaria guidata dal solito Gabriele D’Annunzio diede sostanza alle massime ispirazioni irredentistiche occupando Fiume, in Croazia, e istituendo una sorta di autogoverno che chiedeva l’immediata annessione della città da parte dell’Italia. L’anno seguente, a Rapallo, il ministro degli Esteri italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni raggiunsero un’intesa su Fiume e sul nuovo confine fra i due Stati: l’Italia ottenne un sensibile incremento territoriale, addentrandosi di molti chilometri a est e a nord di Gorizia, in Carniola, allargandosi a tutta l’Istria, ad alcune isole dell’alto Adriatico e acquisendo l’enclave di Zara. Fiume venne invece trasformata in uno Stato libero (ribelli fino all’ultimo, il Vate e i suoi vennero cannoneggiati e fatti sgomberare dalla regia Marina), il cui collegamento con l’Italia era assicurato da una striscia costiera di pochi chilometri. Soltanto con il Trattato di Roma del 1924 Fiume divenne un capoluogo di provincia italiano a tutti gli effetti.

Foiba_di_Vines_-_recupero_cadaveri
Cadaveri recuperati dalla Foiba di Vines nel 1943

Durante il fascismo l’italianizzazione — già in atto — dei territori orientali venne accelerata e perseguita con rinnovato vigore dalle istituzioni, a scapito delle minoranze locali. Se infatti nelle città il numero degli italiani-italofoni fosse prevalente quasi dappertutto, stessa cosa non valeva nelle zone rurali, dove la popolazione slovena o croata era la stragrande maggioranza. L’italiano fu imposto nell’insegnamento scolastico, nella carta stampata e nella toponomastica, ma anche la vita associativa e culturale delle minoranze non sfuggì all’occhio sempre vigile del regime, il quale mirava all’annichilimento delle cosiddette culture “allogene” su tutto il territorio nazionale, alimentando malcontento e risentimento.

I semi della discordia gettati dall’Italia liberale e fertilizzati dal fascismo germogliarono durante la Seconda guerra mondiale, ed ebbero conseguenze tragiche. La caduta di Mussolini nel 1943 e i problemi sempre maggiori dell’esercito tedesco un po’ dappertutto crearono le condizioni per la formazione di una Resistenza partigiana motivata e ben organizzata. Nei Balcani il maresciallo Tito prese il comando dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia e cominciò un’inarrestabile risalita, liberando una città dopo l’altra. Giunte in Istria e in Slovenia, le sue milizie si trovarono di fronte a città e paesi italiani che gli slavi rivendicavano con forza. Erano città nemiche, le città degli invasori fascisti che erano calati sulla Jugoslavia insieme ai tedeschi nel 1941, città alle quali gli stessi partigiani titini erano legati da affetti e ricordi generazionali — ma anche da un dolore e da una rabbia molto più recenti. Fu contro quelle città, le prime città appartenenti al nemico che incontrarono nella loro marcia, che le forze di liberazione jugoslave scatenarono indiscriminatamente il proprio rancore — ingiustificabile —verso la dominazione straniera, italiana e fascista.

Una stima ufficiale delle vittime delle foibe — i pozzi carsici in cui vennero gettati i corpi dei nostri connazionali giustiziati — è tuttora impossibile accertarla per la mancanza di dati sicuri e di collaborazione tra i governi nazionali. La forbice indicata dagli storici è abbastanza ampia, tuttavia sono in molti a ritenere che il computo possa raggiungere i 5.000 morti fra uomini, donne, bambini e anziani. Un vero e proprio eccidio del quale per un tempo lunghissimo non si è parlato (il tema ha raggiunto e finalmente scosso la società civile italiana soltanto negli anni Novanta), che anzi si è cercato di minimizzare e che ha conosciuto numerosi tentativi di insabbiamento. Dal 2004 (legge 92 del 30 marzo), il 10 febbraio è il Giorno del ricordo, la data in cui l’Italia commemora questa pagina luttuosa della propria storia, ricordando non solo le vittime ma anche l’esodo che venne imposto ai sopravvissuti.

Il secondo dramma che si abbatté sui cittadini italiani di Istria e Dalmazia fu infatti quello dell’abbandono forzoso delle proprie città e abitazioni, ora che queste erano finite in mani jugoslave. Qualcosa come 300.000 persone vennero rimpatriate via mare, su piroscafi come il famoso Toscana, verso i porti italiani. A testimonianza di questo esodo è il Magazzino 18 nel porto vecchio di Trieste, dove sono tuttora accatastate le masserizie (sedie, valige, posate, fotografie) abbandonate dai profughi più di settant’anni fa e mai più recuperate. Nel 2014 Magazzino 18 è diventato anche il titolo di uno spettacolo del cantante Simone Cristicchi, il quale ha diviso pubblico e critica per alcune scelte interpretative.

Trieste-Italy_border

Ma Trieste non poteva essere la nuova casa di queste persone. Occupate Fiume, Pola, Capodistria, Rovigno, l’Esercito popolare puntava ora verso Trieste, ingaggiando una vera e propria gara contro il tempo con le forze alleate, le quali nel frattempo risalivano la Penisola italiana. La città era insieme un simbolo e un punto strategico importantissimo che avrebbe potuto fare la differenza sul futuro assetto mondiale. La corsa venne vinta per un pelo dagli jugoslavi il 1° maggio 1945, ma la liberazione definitiva avvenne solo con l’arrivo delle truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg.

Con la città occupata da due forze militari, era chiaro che per il suo possesso si sarebbe aperto un contenzioso fra Italia e Jugoslavia, e che non sarebbe stato facile. Né breve. La soluzione da applicare nell’immediato fu quella di dividere i territori contesi in due aree facenti capo a due amministrazioni militari diverse: la Zona A, comprendente Trieste e i comuni circostanti, venne assegnata agli Alleati; la Zona B, corrispondente all’Istria, venne invece affidata ai militari di Tito. Come Fiume a suo tempo, ufficialmente Trieste era un territorio libero e come tale, in seguito al Trattato di Parigi del 1947 che siglava la pace fra l’Italia e le potenze Alleate, venne incluso nel Piano Marshall per la ricostruzione postbellica. Prima che sulla città potesse tornare a sventolare il Tricolore passarono altri sette anni nei quali non si fecero mancare rivendicazioni, momenti di tensione e scontri, poi, nell’ottobre del 1954, il Memorandum di Londra decretò il passaggio ufficiale della Zona A alla Repubblica Italiana. A pochissimi chilometri gli ex territori italiani della Zona B, ormai avviati verso una storia completamente diversa sotto il regime comunista a guida Tito. L’ultima appendice diplomatica di questo interminabile contenzioso si ebbe nel 1975 con il Trattato di Osimo, quando venne definitivamente posta la parola fine sul passaggio delle frontiere.

Frontiere che, lungi dal riconciliare, nel caso di Trieste hanno almeno assicurato l’integrità urbana di una città, non furono altrettanto rispettose altrove. A Gorizia — che nel maggio del 1945 subì la deportazione di 665 cittadini verso la Jugoslavia — il confine fra Italia e Slovenia taglia ancora oggi il centro abitato e in alcuni casi le proprietà immobiliari dei cittadini. Simbolo dello smembramento è il bell’edificio della stazione della Linea Transalpina Trieste-Jesenice, un tempo stazione della città di Gorizia oggi sita in territorio sloveno, nell’abitato di Nova Gorica.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
La stazione della Transalpina a Nova Gorica (Slovenia)

La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

 

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

eunews.it
Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

corriere.it
25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

quirinale.it
25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei