“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer: il fascino dell’oralità incontra l’eleganza della prosa

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori, invaderò il campo del mio collega Gian Luca Nicoletta e vi parlerò di una saga familiare. La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (1893-1944), fratello maggiore del più noto Isaac B. Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978, è un romanzo del 1943 che in Italia è apparso per i tipi Adelphi soltanto nel 2013 nella traduzione dallo yiddish a cura di Anna Linda Callow.

Come suggerisce il titolo, il romanzo ripercorre la storia della famiglia Karnowski per tre generazioni, e a ciascuna di esse è dedicata una parte del libro. Non fatevi tuttavia trarre in inganno dalla parola generazione, alla quale è facile pensare in termini plurali: di ogni generazione della famiglia Karnowski si fa carico un unico membro, il quale dà anche il nome alla parte del romanzo che lo vede come protagonista.

La prima racconta la storia di David Karnowski, il capostipite del nuovo ramo della famiglia, il quale decide di lasciare la natale Polonia per la Germania. Siamo sullo scorcio del XIX secolo e la scelta di David è la stessa di molti altri ebrei polacchi. La Germania di allora, guidata dal Kaiser Guglielmo II, è infatti una potenza politica, economica e militare in piena espansione in cui, con un po’ di intraprendenza, è possibile fare fortuna. David e la moglie Lea giungono così a Berlino e grazie al duro lavoro riescono a costruirsi una piccola fortuna. Ma David ha anche un altro motivo che lo ha condotto in quella città: egli è un commerciante ebreo come tanti, ma soprattutto si considera un uomo di grande cultura, uno studioso appassionato delle Scritture e un convinto seguace del filosofo Moses Mendelssohn, al quale a Berlino è stato dedicato addirittura un monumento. Per questo motivo David si sente superiore alla media dei suoi correligionari, che invece di perfezionare il loro tedesco si ostinano ancora a parlare in yiddish, e frequenta soltanto studiosi della sua levatura. Ciononostante David rimane un altezzoso solitario per la maggior parte del tempo, e nemmeno la moglie Lea riesce a seguirlo nei suoi intenti pro germanici e intellettualistici. Così, tanto più David cerca di diventare tedesco curando la lingua ed evitando la compagnia di altri ebrei di recente arrivo, quanto più sua moglie si aggrappa al ricordo del villaggio natale, del quale in casa continua a onorare la lingua, la cultura e le superstizioni.

singer

Il primogenito di David e Lea è Georg, un bambino che crescendo sfiderà l’autorità paterna per scegliere da solo la propria strada. Georg è nato a Berlino, si sente tedesco, e per lui tanto la religione tradizionale del padre quanto la mentalità paesana della madre sono eredità che non gli appartengono. D’altronde, esaudendo un desiderio che è anche quello di David, Georg sarà il primo Karnowski a frequentare l’università. Grazie all’ascendente esercitato su di lui dalla bella e brillante Elsa Landau, il suo primo amore, si laureerà in Medicina e durante la Grande guerra si metterà in luce come chirurgo. Riappropriatosi degli abiti civili, Georg diventa uno dei più stimati chirurghi di Berlino, e insieme al successo professionale arrivano anche quello sociale ed economico. Malgrado sia ebreo, nella Germania di Weimar i suoi lineamenti esotici, tra i quali spicca il grosso naso dei Karnowski, riscuotono un grande successo fra le bionde ragazze tedesche…

Dal matrimonio di Georg con un’infermiera berlinese nasce un bambino, Georg Joachim, chiamato comunemente Jegor, nella cui persona il sangue ebraico del padre e quello tedesco della madre si fanno la guerra. Scuro con gli occhi azzurri, Jegor vivrà come un incubo la propria identità di sangue misto durante l’adolescenza. Intanto i nazisti hanno conquistato il potere e Jegor è costretto a subire umiliazioni quotidiane sia da parte dei coetanei sia dei professori. La forte crisi di identità spinge il ragazzo dentro un isolamento senza via d’uscita, fatto di risentimento, rabbia e odio nei confronti di sé stesso. In particolare, Jegor se la prende con il padre, che vede come il responsabile di tutte le sue sciagure. Nega la sua ascendenza ebraica e cerca asilo nei lineamenti della madre e del suo cognome tedesco, col quale inizia a firmarsi. I ragazzi biondi sono la sua ossessione e l’ideale ariano di cui non può far parte diviene il punto di riferimento, la meta inarrivabile della sua vita. La sua lotta senza speranza per riappropriarsi dell’identità tedesca costituisce il momento più toccante e drammatico del romanzo.

Quando ho cominciato a leggere questo libro, non sapevo bene cosa aspettarmi. Le saghe familiari non sono il mio genere preferito e di Israel J. Singer non avevo letto niente prima di allora, ciononostante ho iniziato a vedere il libro positivamente dopo pochissime pagine. Faccio una piccola premessa: quando leggo un romanzo, due cose sono importantissime per la mia esperienza di lettura, cioè la storia raccontata e lo stile in cui è scritta. Sebbene l’importanza dell’una e dell’altra vari da libro a libro per mille e più motivi, all’inizio è lo stile ad avere il compito più difficile, in quanto deve avvincere il lettore ancora prima che questo abbia la possibilità di farsi conquistare dalla storia. Se ho letto con tanto trasporto la storia della famiglia Karnowski dalla prima all’ultima pagina, il merito è tutto dello stile letterario di Singer, uno stile personale senza essere personalizzato.

Israel_Joshua_Singer

In un importante saggio del 1936 dedicato all’attività del narratore, Walter Benjamin ha scritto qualcosa che ho ritrovato leggendo il romanzo di Singer:

«L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi.»

La prosa di Israel J. Singer non è infatti così riconoscibile come quella di tanti altri scrittori, che magari fanno fatica a tenere fuori dall’opera la propria personalità. In questo, lui è ancora un narratore ottocentesco, per il quale il racconto ha la priorità su tutto il resto. Riguardo poi all’esperienza, Singer integra quella personale con l’esperienza di un intero popolo, quello degli ebrei ashkenaziti dell’Europa Orientale, di cui nei suoi libri egli rivela i caratteri identitari che sono stati trasmessi di generazione in generazione in ogni famiglia.

A differenza di molti autori del Novecento che si sono cimentati con svariati generi, Singer è inoltre un romanziere autentico. Nella Famiglia Karnowski — che molti considerano la più grande saga familiare in lingua yiddish, superiore anche ai Fratelli Ashkenazi che lo stesso Singer aveva pubblicato nel 1936 — la storia assume subito il tono e il ritmo di un’altra epoca: quelli dei racconti che si sentivano un volta intorno a un fuoco acceso, quando l’unica fretta del narratore era quella di ritrovarsi ancora lì la sera successiva per riprendere il racconto da dove lo aveva lasciato. La sua prosa è calda e avvolgente, mette il lettore a proprio agio, lo invita a rilassarsi e ad ascoltare. Ascoltare, sì, perché la lettura della Famiglia Karnowski non stanca come fa anche il migliore dei libri dopo molte pagine, ma rinnova costantemente la volontà del lettore di saperne di più e andare avanti, proprio come succede quando si ascolta una bella storia raccontata da una bella voce.

Ma le affinità con lo stile orale non finiscono qui. Al pari dei racconta-storie di una volta, Singer arricchisce la propria narrazione con storie parallele, nuovi filoni e digressioni da percorrere al momento. Col suo stile rilassato, lo scrittore prende a braccetto ognuno dei suoi personaggi, compresi quelli secondari, e a volte capita che ne accompagni qualcuno per un tempo più lungo di quello che le esigenze di trama avrebbero richiesto. D’altro canto, questa caratteristica si rende essenziale per una migliore ricostruzione della dimensione corale e paesana tipica del mondo yiddish. Alcune volte, la comunità diviene essa stessa protagonista e tutti i suoi pittoreschi personaggi diventano gli attori dell’ultimo capitolo di una storia millenaria fatta di rivalità, attriti, solidarietà, professioni di fede e arte di arrangiarsi. Il tipo di comunità yiddish rievocato da Singer è un microcosmo che si basa su dinamiche standardizzate, su leggi ataviche, immutabili e indipendenti: al variare del tempo e del luogo (spesso dovuto ad accidenti storici come il nazismo), il microcosmo si ricostituisce altrove tale e quale nella sua struttura, e a volte capita che siano quelle stesse persone ad animarlo. O comunque persone molto simili alle precedenti, volti nuovi per ruoli vecchi dove è difficile, se non impossibile, essere originali.

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Una menzione particolare va, secondo me, al modo anch’esso pacato con cui Israel J. Singer ha saputo raccontare l’ascesa del nazismo. Pacato nel senso che il romanziere ha evitato di raccontare la ferocia del regime ma, come anche nel caso di Fred Uhlman, ne ha saputo esprimere ugualmente la crudeltà. I nazisti sono spietati e odiosi anche se non vengono mai nominati come tali (Singer parla di «nuovi padroni», di «uomini in stivali» e usa anche altri epiteti dello stesso genere, ma non nomina mai direttamente né loro né il loro capo). Egli non si sofferma nemmeno sugli avvenimenti storici e politici in sé, bensì sulle conseguenze che ricadono sulla vita delle persone. Sono le vite delle persone, non le piazze, i teatri dell’orrore su cui insiste la penna di Singer, e la naturale empatia che il lettore prova nei confronti dei personaggi ne centuplica il rimbombo.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito e che si collega all’assenza di chiari riferimenti storici (finché non si arriva allo scoppio della Prima guerra mondiale, mi pare infatti di non aver incontrato indizi diretti sul periodo in cui si svolge la storia) è l’abilità con cui Singer è riuscito a descrivere l’ambiente umano nel quale incubava il nazismo. Il cognato di Georg, il tenente Hugo Holbek, riassume il senso di spaesamento di milioni di soldati che una volta tornati dal fronte non hanno più saputo riprendere una vita normale. La descrizione del suo comportamento — che Singer comunque non analizza mai — la frustrazione per le sue aspettative tradite, la devozione per una divisa che non può più togliere e che allo stesso tempo rende indegno ai suoi occhi qualunque altro lavoro sono gli elementi che meglio esprimono il disagio che ha spinto milioni di ex soldati fra le braccia di Hitler. Ancora una volta, Singer non si è affidato ad analisi o a riflessioni, non ha svolto ricognizioni storiche né disamine sociali: gli è bastato mostrare uomini come il tenente Holbek alle prese con la vita di tutti i giorni per superare in chiarezza decine di saggi di storia.

Come per gli altri libri di cui vi ho parlato sin qui, anche della Famiglia Karnowski vi raccomando fortemente la lettura. Che siate amanti di saghe familiari, di romanzi storici o semplicemente dei bravi lettori, Israel J. Singer avrà le parole giuste con cui tenervi attaccati alla pagine. L’incontro con questo romanzo non tradirà le vostre attese.

Pubblicato da

Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura

5 pensieri su ““La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer: il fascino dell’oralità incontra l’eleganza della prosa”

  1. Un romanzo bellissimo. Da ragazza ho letto quasi tutte le opere di Isaac, il fratello premio Nobel di Israel: un grande scrittore. Solo più tardi ho conosciuto Israel, che non è da meno. E c’è pure una sorella, scrittrice anche lei! Una famiglia geniale…

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  2. Ciao! Concordo con quello che hai detto, devo proprio ammettere che questo romanzo mi è piaciuto tantissimo. Leggerò sicuramente altro di lui e di suo fratello. Non sapevo invece che ci fosse una sorella e che pure lei fosse scrittrice, devo proprio informarmi! Grazie per il commento, torna a trovarmi qui sul blog, a presto 🙂

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