8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.