Ghost Town: 8 luoghi da scoprire dal divano aspettando la riapertura

Di Andrea Carria

 

In queste settimane a casa mi sono imbattuto in una serie di documentari che, oltre a costituire un inquietante parallelismo con la situazione attuale delle nostre città, mi hanno permesso di viaggiare dal divano e di affacciarmi su un mondo di cui fino ad allora conoscevo poco o nulla: quello delle ghost town, le città fantasma.

Su Rai Play Ghost Town è il titolo della serie che ho guardato io: 8 puntate alla scoperta dei paesi disabitati sparsi per l’Italia, e qualcuno anche in giro per il mondo. L’attore e fotografo Sandro Giordano è la guida che conduce lo spettatore fra le macerie di questi posti usciti dalla grazia di Dio, destreggiandosi fra percorsi impervi, nottate all’addiaccio, fotografie e interviste ai testimoni. È una serie ben fatta, intrigante e che consiglio a tutti di vedere.

Ma come fa una città, un paese a perdere tutti i suoi abitanti e diventare una ghost town? Non esiste un’unica ragione, eppure la casistica è alquanto ridotta e quasi sempre è legata a un evento catastrofico come un’alluvione o un terremoto.
Le 8 località che vi presento qua sotto sono quelle che Sandro Giordano ha visitato per la realizzazione dei documentari. Quando l’emergenza da Coronavirus sarà rientrata, potrebbero essere mete per delle gite fuori porta, ma intanto accontentiamoci di vederle in questo articolo e poi, soprattutto, sperando che raccogliate l’invito, gratuitamente on line.

Pyramiden (Isole Svalbard, Norvegia). Il primo episodio della serie si svolge alla latitudine estrema del circolo polare artico. Qui, nell’arcipelago delle Isole Svalbard, dove è più facile incontrare un orso bianco che un’altra persona, c’è la ghost town di Pyramiden, un’enclave russa in terra di Norvegia che durante l’Unione Sovietica fu un centro minerario attivissimo, dedito all’estrazione del carbone. Al tempo del suo massimo splendore Pyramiden contava un migliaio di abitanti, i quali alloggiavano negli enormi casermoni concepiti dall’architettura comunista: palazzi immensi di molti piani i cui appartamenti godevano di ogni comodità tranne una: la cucina. Tutti i pasti venivano infatti consumati in comune nella grande mensa, pure questa, al pari dei casermoni, una caratteristica della filosofia sociale comunista.
Per quanto attiva e ricca, Pyramiden non sopravvisse a lungo al tracollo dell’Unione Sovietica. Dopo un incidente aereo nel quale rimasero uccisi molti dei suoi abitanti, gli ultimi residenti lasciarono la cittadina nel 1998 a seguito della decisione del governo russo di chiudere la colonia. Oggi a Pyramiden vivono solo sei guardiani incaricati della manutenzione delle strutture.

Pyramiden
La Piazza Rossa di Pyramiden con in primo piano il busto di Lenin

Apice (Bn). Nella storia di Apice i terremoti sono sempre stati una costante, ma quelli che hanno inciso di più sul suo destino si sono verificati nel Novecento a meno di venti anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo fu quello del 1962, che lesionò gravemente il paese costringendo parecchi residenti a trasferirsi ad Apice Nuova, l’abitato che venne costruito a seguito di quell’evento. Il colpo di grazia arrivò diciotto anni dopo, la notte del 23 novembre 1980, quando a tremare fu tutta l’Irpinia. Apice, già danneggiata ma ancora in piedi almeno in parte, non resse il nuovo urto e si spopolò completamente. Oggi è una ghost town dove, tra la vegetazione che ha invaso i suoi ruderi, si può solo intuire la vivacità che la contraddistingueva osservando ciò che rimane delle sue piazze e dei suoi palazzetti nobiliari, sui quali veglia, ancora oggi imponente, il Castello dell’Ettore. 

Craco (Mt). In Basilicata, il borgo di Craco domina ancora oggi il territorio circostante dall’alto dei suoi quasi 400 metri. A dargli ulteriore slancio è la Torre Normanna, posta proprio in vetta all’abitato, il quale è costituito da costruzioni in pietra che quasi si confondono con il colore delle rocce cui sono aggrappate. Nonostante il carattere pittoresco, Craco è un paese fantasma dal 1963, quando gli smottamenti provocati da una violenta alluvione determinarono il suo spopolamento. Buona parte del suo territorio comunale è infatti a elevato rischio idrogeologico (i calanchi che si osservano in zona non sono mai state bellezze naturali sorte lì a caso), una circostanza che purtroppo non è stata tenuta in adeguata considerazione nemmeno quando, negli anni ’60, venne costruito il nuovo abitato di Craco Peschiera, il quale accolse una parte degli sfollati del centro storico. Gli altri — forse addirittura più di quelli che rimasero — presero la via dell’emigrazione e si dispersero in giro per il mondo, dall’America all’Australia, e ancora oggi cercano di mantenere viva la memoria del paese di origine mediante associazioni o gruppi social.

Bodie (California, USA). In quella che oggi è solo una landa desolata della California orientale, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento si estendeva una fiorente cittadina che contava diverse migliaia di abitanti. Il suo nome, Bodie, era quello del primo cercatore che scoprì oro in quel territorio nel 1859, dando iniziò a uno dei capitoli più emblematici della Gold rush statunitense. Il destino di questa città di frontiera era legato a filo doppio con i suoi giacimenti auriferi: l’inizio fu così entusiasmante che Bodie nacque e raggiunse l’apice del proprio sviluppo nel giro di pochissimi anni, ospitando tutte quelle attività che caratterizzavano la vita di una città dell’epoca. Oltre alle miniere, cuore pulsante di Bodie erano i saloon; lungo la Main Street se ne contavano a decine, e c’è da scommettere che le scene che si potevano vedere al loro interno fra gli avventori non fossero troppo diverse da quelle che il cinema western avrebbe immortalato anni dopo.
La fine di Bodie fu segnata dall’esaurimento dei filoni minerari. Già prima dell’inizio del nuovo secolo, la città aveva perduto irrimediabilmente il proprio slancio e stava cominciando a spopolarsi. Tra inverni rigidi, siccità, epidemie, terremoti e incendi in particolar modo, Bodie sopravvisse alla bell’e meglio fino agli anni ’40 del Novecento, quando anche gli ultimi irriducibili se ne andarono, riconsegnando la città al deserto al quale l’avevano solo momentaneamente sottratta.

Craco
Veduta di Craco

Romagnano al Monte (Sa). Il terremoto dell’Irpinia del 1980 è tra i più devastanti che l’Italia ricordi, e oggi il borgo di Romagnano al Monte è uno dei luoghi simbolo di quel disastro. Fino al giorno prima di quel fatidico 23 novembre, Romagnano era un paese vivo sebbene di dimensioni limitate. Costruito su un costone roccioso a strapiombo sulle gole del torrente Platano, ciò che oggi rimane di Romagnano al Monte sono pochi ruderi e un panorama mozzafiato sull’Appennino Calabro-Lucano. Il terreno era così impervio e lo spazio a disposizione così limitato che le case di Romagnano si susseguono le une in fila alle altre sulla strada principale, conferendo all’abitato un impianto stretto e allungato che si allarga solo attorno alla piazza. Qui si affacciano la chiesa madre e lo spiazzo sopraelevato dove un tempo si ergeva un castello. Nei secoli, la scarpata intorno al castello andò a ospitare varie abitazioni le quali, disposte ad anelli concentrici e ad altezze sfalsate, conferiscono a Romagnano al Monte l’aspetto di un paese-presepe.

Roghudi (Rc). Le gole dell’Aspromonte assicurano un isolamento naturale nel quale non soltanto uomini e animali possono vivere pressoché indisturbati, ma anche, a quanto pare, le lingue. Roghudi, il cui ultimo avamposto è un’enclave nel comune di Melito di Porto Salvo, è stato per secoli e secoli uno sperduto borgo di montagna dove si parlava il grecanico, un dialetto antichissimo risalente al tempo in cui i primi coloni Greci giunsero sulle sponde della Magna Grecia calabra. In epoca moderna, l’area e la vitalità del grecanico si sono sempre più ridotte, ma non sempre per mano o volontà degli uomini. Nel 1971 una violenta alluvione fece franare una parte del costone roccioso sul quale è abbarbicato il paese, decidendone così la sorte. Roghudi, dichiarato inagibile, venne abbandonato dai suoi abitanti che si spostarono nella frazione di Ghorìo (poi anch’essa evacuata due anni dopo a causa di una nuova alluvione), oppure nei comuni limitrofi tra cui Melito di Porto Salvo, dove più tardi sarebbe sorta l’enclave.
Oggi l’antico borgo di Roghudi è una ghost town veramente spettrale. Lo sperone di roccia dove fu costruito gli assicurava una posizione strategica, ma anche molto, molto pericolosa: case e vie sono infatti sospese sul largo letto della fiumara Amendolea, un corso d’acqua dal flusso torrentizio la cui portata, in inverno, può generare una potenza devastante in grado di travolgere ogni cosa.

Bodie
Alcuni degli edifici in legno rimasti a Bodie

Poggioreale (Tp). La Valle del Belice, nella Sicilia Occidentale, è una terra ricca e fertile che però rischia sempre di venire ricordata soltanto per il terremoto che la devastò nel 1968. I danni furono ingenti e fra i paesi disastrati o distrutti ci fu anche Poggioreale, un borgo agricolo che da tempo aveva raggiunto l’aspetto e le dimensioni di una ridente cittadina. Come sarebbe successo altre volte in futuro, anche nel caso di Poggioreale si decise di non riparare il vecchio paese e di costruirne uno nuovo a poca distanza. Purtroppo il progetto non riscosse grande entusiasmo da parte della popolazione (anche perché l’assetto modernista scelto per la nuova Poggioreale non si sposava granché con il territorio circostante né con la cultura e le tradizioni che gli abitanti del luogo si impegnavano a tenere vive), e così a moltissimi poggiorealesi non rimase altra scelta se non l’emigrazione.
Immaginarsi come fosse Poggioreale prima del terremoto è forse impossibile per chi non l’ha conosciuta quand’era piena di vita; basta però considerare le dimensioni della sua piazza, cuore pulsante della vita sociale, per farsi un’idea del fermento che doveva animarla nei suoi anni migliori.

Gairo (Nu). Le zone ad alto rischio idrogeologico ricoprono l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. L’antico paese di Gairo ne è un chiaro esempio. Situato sulle alture della Barbagia ogliastrina, Gairo era un piccolo borgo dalle case di pietra quando nel 1951 un’alluvione devastante portò al suo abbandono, il quale si concluse nel 1963 con l’addio degli ultimi residenti. L’area era infatti troppo pericolosa per ricostruire il paese dov’era e com’era, e così gli abitanti furono costretti a ricominciare altrove. Trovandosi però in disaccordo su dove costruire la nuova Gairo, gli abitanti presero strade diverse e si sparpagliarono.
La Sardegna è una delle regioni che ha sofferto di più lo spopolamento e in certe sue aree esso è ancora attivo. Fra le molte ragioni di questo fenomeno ci sono anche le dismissioni — relativamente recenti — dei numerosi complessi minerari che per lungo tempo hanno costituito l’ossatura della sua economia, ognuna delle quali ha creato i suoi quartieri e paesi fantasma.

Roghudi
Scorcio di Roghudi

E voi conoscete qualche altra ghost town? Se la risposta è sì e vi va di condividerla, lasciate un commento qua sotto!

Autore: Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura. Recensioni e segnalazioni di libri.

12 pensieri riguardo “Ghost Town: 8 luoghi da scoprire dal divano aspettando la riapertura”

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