Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel

Di Andrea Carria

Una delle funzioni, degli obblighi morali della letteratura è di confrontarsi con i grandi problemi del presente. A ricordarcelo è Philippe Claudel, autore dell’Arcipelago del Cane (Ponte alle Grazie, 2019), romanzo incentrato sul dramma umano che, ormai da anni, si sta consumando nel Mediterraneo: quello dei migranti

L’ambientazione scelta da Claudel è una piccola isola facente parte di un arcipelago immaginario che si fatica a distinguere sulla carta geografica. Il nome Cane, che è lo stesso tanto per l’arcipelago quanto per la maggiore delle sue isole, è dovuto alla forma del litorale di quest’ultima che ricalca la sagoma dell’animale:

«Il Cane è lì, disegnato sul foglio sottile. Fauci spalancate, zanne snudate. Che si accinge a sbranare una lunga e chiara immensità cobalto che la carta costella di numeri indicanti la profondità e di frecce che segnalano le correnti. Le sue mascelle sono due isole curve, la sua lingua pure, un’isola, e i suoi denti anche, alcuni appuntiti, altri tozzi, quadrati, altri ancora taglienti come daghe. I suoi denti, dunque, sono delle isole. Fra di esse, quelle in cui si svolge la storia, la sola abitata, proprio in punta alla mascella inferiore. Proprio sull’orlo dell’immensa preda azzurra che non sa di essere appetita.»

L’isola è, nel senso più assoluto, un microcosmo. La sua comunità è costituita da poche anime che basano la propria esistenza sulla fede nell’immutabilità delle cose. Qui le persone non muoiono mai davvero: il ruolo che ricoprono viene ripreso e portato avanti dalle nuove generazioni con pochissime, trascurabili differenze, e tanto basta a vanificare lo scorrere del tempo. Il senso di immutabilità viene alimentato proprio dalla preminenza che il ruolo e la funzione sociale hanno rispetto all’individuo, il quale impara a costruire la propria identità in strettissima relazione con quelle di tutti gli altri. Se da una parte tutto questo appiana e livella, è pure vero che cimenta il senso di appartenenza delle persone alla comunità. Tradizioni e riti sono essenziali per assicurare il funzionamento di questo piccolo ma sofisticato marchingegno, e la S’tunella, la grande battuta di pesca al tonno a cui prendono parte tutti i pescatori dell’isola una volta all’anno, è l’ingranaggio più importante di tutti.

arcipelago

Sull’Isola del Cane il benessere e la stabilità sono un’alchimia che dipende da tanti fattori. Le tradizioni sono importanti, ma affinché la vita possa scorrere tranquilla come sempre c’è bisogno che tutti si impegnino a mantenere l’equilibrio. Così, se il mare e il vulcano che getta la propria ombra sulle case richiedono attenzioni costanti, lo stesso vale per gli ingressi dei nuovi venuti dalla terraferma, mai visti di buon occhio. Ne sa qualcosa il Maestro della scuola elementare, un forestiero proveniente dal Continente che fatica a inserirsi. I suoi problemi di incomprensione con gli abitanti dell’Isola emergono tutti in una sola volta in seguito a un singolare ritrovamento: una mattina, sulla spiaggia, lui e altri tre testimoni (la Vecchia, lo Spada e America), scoprono tre cadaveri arenati. Il colore della loro pelle non mente: si tratta di migranti provenienti dalle terre a sud delle onde.

Che fare? Per il Maestro non ci sono dubbi e dice di voler avvertite le autorità in modo che vengano a far luce sulla faccenda; ma gli altri – tra cui il Sindaco, il Parroco e il Dottore, che nel frattempo sono stati doverosamente informati – non la pensano affatto allo stesso modo e insistono perché la cosa rimanga segreta. Di fronte a un rifiuto così ostinato, al Maestro non resta che acconsentire: i corpi vengono dapprima nascosti e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

Montale4

Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, pure il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso: da quello sciagurato giorno si comporta in modo strano e ha cominciato a fare degli esperimenti ancora più strani con dei manichini e una barca. Il Sindaco è davvero preoccupato. E se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo e raccontargli ogni cosa? A quel punto che ne sarebbe di lui, della sua Isola e dell’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciarla?

Lo svolgimento del romanzo è racchiuso nelle risposte che il Sindaco – col benestare del Parroco e del Dottore, ovvero l’intellighenzia dell’Isola al gran completo – darà a queste domande. Come nel caso dei cadaveri, la soluzione va di nuovo trovata alla svelta e senza tanti convenevoli. Chi, col proprio comportamento e i propri ideali, attenta alla comunità va neutralizzato, giacché su un’isola la vita del singolo vale sempre meno di quella dell’intero gruppo: è la regola. Gli autoctoni lo sanno ancora prima di nascere e l’accettano senza problemi; non lo fanno invece gli stranieri che vengono dalla terraferma come il Maestro, ed è per questo che vanno tenuti alla larga. Arrivano con i loro ideali e la loro istruzione credendosi migliori, ma non sanno riconoscere ciò che è veramente essenziale. Poi accade che finiscono male e se ne meravigliano, quando invece dovrebbero prendersela soltanto con loro stessi, con le loro frivolezze da intellettuali e le loro utopie, lasciando in pace chi lavora davvero per il benessere degli altri, ipocriti insensati che non sono altro!

Il romanzo si legge bene, velocemente. La scrittura di Claudel è piacevole e indugia più sulle descrizioni paesaggistiche che su quelle umane, le quali vengono presentate come dati di fatto che non necessitano di spiegazioni. La prosaicità del luogo è ben resa dal linguaggio asciutto e senza fronzoli dei personaggi, mentre il focus esterno alla storia, prossimo al naturalismo benché non lo sia, è adeguato al racconto di questa circostanziata comédie humaine dei nostri giorni. Una menzione a parte merita il lirismo di certi brani come quello iniziale, dove la voce narrante si impone all’attenzione con un tono imperioso che pare voglia ricalcare quello di Dio sul Sinai (e forse proprio della voce di Dio si tratta):

«Bramate l’oro e spargete cenere.
Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza.
Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto schiuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una fanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.
Come giudicheranno il vostro tempo i secoli futuri?»

hands-2606959_1920

Anche se L’Arcipelago del Cane è un romanzo, la storia tuttavia somiglia molto a un dramma delle parti dove ogni personaggio è soprattutto espressione di un preciso ruolo sociale. Le descrizioni che interessano Claudel non riguardano gli individui nella loro evoluzione romanzesca, bensì il contributo che ciascuno apporta alla definizione dell’intreccio. Il fatto stesso che nessuno di loro abbia un nome proprio ma venga identificato dal ruolo, dalla professione o al più dal soprannome, rafforza la sensazione di trovarsi al cospetto di maschere o quanto meno di proto-personaggi dall’individualità appena abbozzata.

L’Arcipelago del Cane è una critica al sistema che permette la tragedia dell’immigrazione e il lassismo morale con cui, unanimi, rispondono tutte le società occidentali. Si tratta di una critica, di una denuncia e pure di un appello: un appello rivolto a ognuno a guardarsi dentro. Sono infatti convinto che i personaggi senza nome né volto né vissuto di questa storia siano l’elemento più convincente usato da Claudel per mettere ciascuno di fronte alla propria realtà di Uomo e di Donna. Se quei personaggi non hanno nome né volto né vissuto è perché ciò che essi dicono, pensano e fanno non riguarda il dire, il pensare e il fare di un individuo determinabile univocamente per mezzo di un nome, un cognome e una faccia, ma sono il dire, il pensare e il fare di tutti, atteggiamenti in cui ciascuno di noi si è calato almeno una volta quando ha dato fiato a quel pregiudizio, quando ha evitato di prendere posizione oppure l’ha presa, quando indirettamente ha dato credito a chi da questa tragedia trae il suo sporco vantaggio o quando ha pensato che tutto questo semplicemente non lo riguardi. I volti e i nomi dei personaggi dell’Arcipelago del Cane sono i nostri volti e i nostri nomi di cittadini perbene e permale: Claudel lo afferma a chiare lettere. Sta però al lettore capire quale, fra quelli del Sindaco, del Maestro, del Dottore, del Parroco, della Vecchia, è il volto che meglio lo rappresenta.

In definitiva ho trovato questo libro un esperimento valido e interessante. Non il miglior romanzo che abbia mai letto (la componente umana di cui ho parlato sopra mi è mancata), ma sicuramente degno di nota nonché ricco di colpi di scena. Finalmente una presa di posizione chiara e netta da parte del mondo intellettuale.

Autore: Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura. Recensioni e segnalazioni di libri.

3 pensieri riguardo “Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel”

  1. Sono rimasto molto colpito dalla trama. Mi interessa leggere di una comunità (inventata ma verosimile) rimasta ancorata a vecchie tradizioni che pur di non rompere questo equilibrio è capace di cose immorali e terrificanti. Interessante anche come tutti vengano chiamati con nomi che indicano la loro professione (Maestro, Sindaco, Dottore). E il tema dell’immigrazione e dello straniero viene narrato in maniera molto interessante. Ottimo articolo!

    Piace a 1 persona

    1. Ciao, ti ringrazio molto per aver apprezzato l’articolo. Questo è un libro interessante sotto molti aspetti, anche perché i colpi di scena non mancano! E’ una lettura che da un certo punto di vista spiazza, perché non puoi non metterti nei panni dei personaggi e chiederti: “Chi ha ragione?”, ma soprattutto: “E io che avrei fatto al loro posto…?”

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...