Seguite l’inchiostro, ovvero la biografia di F. Scott Fitzgerald

Di Gian Luca Nicoletta

Ci sono alcuni “grandi scrittori” che hanno sempre goduto di questo importante aggettivo a qualificare la loro opera. Nell’immaginario comune, alcune penne come Hemingway, Goethe, Moravia, eccetera sono semplicemente “nati” scrittori e soprattutto “nati” col successo a portata di mano. Col libro di cui vi parlo oggi, al contrario, desidero ricordare a me stesso e anche a voi aspirati autrici e autori che la scrittura è, mi si perdoni il bisticcio di parole, un’arte artigiana: bisogna imparare a maneggiare gli strumenti e, cosa altrettanto importante, bisogna imparare a sporcarsi le mani. L’esempio che vi propongo è quello di Francis Scott Fitzgerald, la cui biografia d’autore è stata curata da Leonardo G. Luccone nel volume Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, con la traduzione di Vincenzo Perna e pubblicato da Minimum Fax.

Sarà bene cominciare da alcune parole chiave:
1) biografia d’autore: ripercorrere la vita di una scrittrice o uno scrittore scandendola secondo il ritmo delle pubblicazioni. Ci interessa poco (in termini di spazio dedicato nel volume) la vita prima della scrittura. In questa prospettiva, il rapporto fra il vissuto e la pratica scrittoria viene completamente ribaltato a favore della seconda: gli anni, le epoche e la storia sociale vengono cadenzate dalle date di uscita di racconti, romanzi, poesie, mentre il resto della vita “capita” fra un’opera e l’altra;
2) artigianalità: se proprio bisogna cercare un sostantivo per descrivere l’approccio al lavoro di Fitzgerald, indubbiamente questo sarà da privilegiare. Nella sua breve ma densa vita, Fitz “scrive in continuazione”, letteralmente. Non si ferma mai da quando, appena ventenne, decide di voler dedicare la propria vita a quest’arte e di volerne diventare uno dei punti di riferimento per la letteratura statunitense. Sin dai primi anni di pratica continua, Fitzgerald macina migliaia di parole a settimana: articoli, saggi, qualche poesia giovanile, ma soprattutto… racconti! Proprio così: l’autore del Grande Gatsby lascia il suo segno nella letteratura occidentale a suon di racconti brevi, moltissimi dei quali pubblicati in serie com’era uso all’epoca, e non grandi romanzi;
3) perseveranza, quando non caparbietà. Se provassimo a tracciare un grafico della fortuna di Fitzgerald, questo sarebbe irrimediabilmente simile a quello del moto ondoso. A un iniziale periodo di indifferenza nel mondo dell’editoria, la carriera dello scrittore del Minnesota ha subito vertiginose impennate e brusche cadute in picchiata, dall’inizio alla fine. Questo però non ha mai fiaccato la sua tenacia, anzi. Si può dire che i periodi di più intenso lavoro per Fitzgerald siano stati, forse paradossalmente, quelli della sua crisi personale. Riuscì a superare indenne la grande depressione del 1929, ma la battuta d’arresto sul suo nome e la sua fama arrivò qualche anno dopo, alla quale lui rispose scrivendo di più, tallonando di più il suo agente, esigendo controlli più serrati sulle proprie produzioni.

Francis Scott e Zelda Fitzgerald – fonte: SBHU

Si diceva che, nelle biografie d’autore, tra un’opera e l’altra si inserisce anche la vita e come ben sappiamo quella di Fitzgerald fu tutto meno che monotona.
La sua famiglia d’origine apparteneva alla piccola borghesia, dalle finanze stabili ma non ingenti. Uno dei primi segni dell’ambizione di Fitz a qualcosa che si trovasse più in alto rispetto al suo punto d’osservazione si manifesta quando decide di voler sposare Zelda Sayre, che al contrario proviene da una famiglia di magistrati, proprietari di giornali, politici.
La giovane Zelda è una ragazza sveglia e sa cosa vuole dalla vita: essenzialmente fare quello che le pare. Sposare uno scrittore in erba (probabilmente poco più d’un imbrattacarte, ai suoi occhi) non le porterebbe lo stile di vita cui è abituata e così pone una condizione molto chiara: prima di sposarla, Fitzgerald deve diventare un vero scrittore. Con questo spirito il giovane autore tampina tutti i contatti di cui dispone per giungere a una pubblicazione di grido: il 26 marzo 1920 viene pubblicato Di qua dal paradiso per la famosa casa editrice Scribner, e appena otto giorni dopo, il 3 aprile, Zelda diventa la signora Fitzgerald.

Edizione statunitense di Di qua dal paradiso, edito da Scribner

La coppia, trasferitasi a New York, diventerà l’emblema dei ruggenti anni ’20 tra feste di lusso, automobili costose, alberghi a cinque stelle e viaggi transoceanici.
La vita però costa molto, sopratutto gli alcolici da consumare durante le feste sfrenate e questo induce Fitz a commettere l’errore che lo segnerà per tutta la vita: chiedere anticipi al suo editore. Questi, uomo generoso ma con la testa sulle spalle, non fa mai mancare al suo autore le cifre che gli vengono chieste, poiché con le pubblicazioni sa che saranno restituite fino all’ultimo centesimo. Ma questo meccanismo si trasforma in un circolo vizioso: i soldi anticipati non bastano mai e, una volta arrivati a una pubblicazione, ai Fitzgerald non rimane nulla in tasca per poter vivere, il che costringe Scott a chiedere nuovi anticipi e così via.
Uno stile di vita condotto costantemente sul filo del rasoio rischia di non reggere dal momento che Zelda manifesta i primi segni di instabilità mentale. Le strutture pubbliche non garantiscono un tenore di vita dignitoso e così Scott fa ricoverare la moglie in strutture private, chiaramente costose, che però non sa come pagare. Allo stesso tempo Scottie, la loro unica figlia nata nel 1921, non vuole farsi mancare le feste, i viaggi e la compagnia di persone molto facoltose. Fitzgerald si trova in una situazione pressoché disastrosa dalla quale inizierà timidamente a risollevarsi dalla seconda metà degli anni ’30, iniziando a lavorare per il cinema di Hollywood accanto a personaggi del calibro di Alfred Hitchcock.

Una sera di dicembre del 1940, prossimi al Natale, Fitzgerald si trova nel suo studio. Ha rimesso un po’ d’ordine nella sua vita: ha da tempo abbandonato la bottiglia, ha accettato il logoramento del suo matrimonio con Zelda, ha salvato il rapporto profondamente incrinato, e testimoniato da un’aspra lettera riportata nel volume, con sua figlia. Dopo aver ascoltato alla radio la partita di football della squadra di Princeton, nella monotona calma di una casa vuota, lontano dalle luci delle feste scintillanti dei suoi anni migliori, si spegne per sempre ad appena 44 anni.

Sarà un capolavoro rappresenta un felice compendio per giovani scrittrici e scrittori. Ci insegna che in questa professione il lavoro duro è all’ordine del giorno e che sicuramente non mancheranno cocenti delusioni come indebiti disconoscimenti. Una lettura che consiglio vivamente perché aiuta a mettere la pratica dello scrittore di professione in una prospettiva proporzionata e certamente utile a tutti.

“Sulle tracce di Jack lo Squartatore” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Cosa ci affascina maggiormente della letteratura vittoriana? La sua capacità di creare un immaginario affascinante e imperituro, di realizzare entro poche pagine quadri di un mondo che non esiste più, fatto di chiacchiere sussurrate oltre il bordo di una tazza di tè, di bustini di stecche di balena che obbligavano a dover agire anche nei momenti più spensierati secondo regole ferree.

O forse c’è dell’altro? Come l’aver saputo cogliere entro quelle regole ferree che influenzavano la vita di ogni singolo individuo, un modello che si è protratto fino al XX secolo e con esso le crepe, da cui si poteva scorgere il reale in tutte le proprie contraddizioni.

D’altronde chi non conosce la travagliata e famigeratavicenda del serial killer noto come Jack lo Squartatore, che sconvolse l’opinione pubblica nel 1888 quando d’un tratto l’infallibile corpo di polizia londinese scoprì di non essere in grado di dare un volto all’omicida che è stato il terrore di Whitechapel?

Questa è la domanda che si pone anche l’autrice americana Kerri Maniscalco e che la porta a dar vita al primo libro della trilogia dal titolo Stalking Jack the Ripper, pubblicato in italiano lo scorso 15 settembre da Mondadori, con il titolo Sulle tracce di Jack lo squartatore.

In ogni youngadult che si rispetti c’è necessità che il protagonista principale abbia un’età compresa tra i 14 e i 19 anni, e così anche i suoi aiutanti, ed insieme questi personaggi cercano di scoprire sé stessi, le proprie capacità ed i propri limiti mentre si confrontano con il mondo che li circonda.

Non è esattamente questo ciò che aspetta quel lettore che decida di avventurarsi tra le pagine di Sulle tracce di Jack lo Squartatore perché la scaltra protagonista Audrey Rose è sì una diciassettenne nel buio anno 1888, ma non si comporta come farebbe una qualsiasi diciassettenne londinese perché non si conforma ai doveri che la società si aspetta che assolva.

Orfana di madre, una madre indiana sposa di un britannico, vive nelle agiatezze ma è invisibile a suo padre, dipendente dal laudano che sta isolando sé stesso e i suoi due figli, Nathaniel e Audrey Rose.

Lei, determinata a creare da sé il proprio destino, preferisce affiancare suo zio Johnatan, medico e docente, come apprendista di patologia forense perché sente che non ha nulla in comune con le sue coetanee che si entusiasmano per un tè, o per le sfumature delicate del tessuto di un abito.

Quando allo zio viene richiesta una consulenza sugli omicidi efferati che si stanno verificando nei vicoli di Whitechapel, Audrey Rose lo affiancherà assieme allo studente che suo zio ammira di più, Thomas Creswell, un solitario che detesta e ammira. Verrà trascinata in una incessante ricerca che la porterà alla macabra scoperta che l’identità di Jack lo Squartatore si cela dietro una delle persone a lei più vicine.

Le ricerche svolte da Kerri Maniscalco per dare credibilità alla caratterizzazione delle usanze e dei comportamenti tipici dell’era vittoriana sono valide e forniscono una solida cornice; a volte tuttavia si ha la sensazione che esse funzionino eccessivamente da sfondo tanto che in alcuni casi sembra vengano dimenticati alcuni tratti in favore del ritmo della narrazione sostenuto.

Gli stilemi propri del gotico inglese vengono invece ampiamente rispettati, e garantiscono una trama ricca di colpi di scena e un ritmo incalzante che non risparmia citazioni ad altre opere letterarie fondatrici del genere.

Per amore della narrazione vengono messe in ombra le sempre presenti e indispensabili figure della servitù, che vengono regolarmente licenziate dal padre della protagonista spaventato dalla possibilità di contrarre malattie.

Il fatto che una di queste finisca nella sala autopsie come nuova vittima di Jack lo Squartatore comporta che Audrey Rose non solo sarà coinvolta emotivamente dalle indagini, ma verrà anche spinta a svolgerle in autonomia con l’aiuto di Thomas, un novello Sherlock Holmes dalle strabilianti doti deduttive. Attraverso la figura di questa ragazza decisamente anticonformista e del rapporto che si viene a creare con Thomas, Kerri Maniscalco può parlare apertamente della propria idea di femminismo come parità di genere, un argomento che, seppur fortemente anacronistico rispetto all’epoca in cui è ambientata la vicenda, offre ottimi spunti di riflessione, soprattutto nel tipo di pubblico cui si rivolge il genere youngadult.

Consiglio questo libro perché… Ha un fascino magnetico nonostante la dovizia di particolari fornita sugli omicidi e sulle autopsie non lo rendano adatto a persone con uno stomaco delicato. Il giallo ha un’intricata costruzione in cui giocano un ruolo importante non solo i due protagonisti che sono al centro di una sottotrama che vede il loro legame crescere e consolidarsi, ma anche false piste, manicomi, poliziotti che sembrano aiutanti, malati di lebbra e fratelli come Nathaniel, che è la figura con la caratterizzazione psicologica più accurata tra tutte perché, per quanto sia l’unico che mostra dolcezza e appoggia la protagonista, è anche la più attinente e accuratamente calata nel contesto socio-politico vittoriano.

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

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GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

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Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Morale degli schiavi o fraintendimento sull’amore? La risposta di Scheler al risentimento di Nietzsche

Di Andrea Carria

Il termine risentimento entra prepotentemente nelle riflessioni della filosofia nel 1887 con Genealogia della morale di Friedrich W. Nietzsche (1844-1900), libro dove il filosofo attribuì a questa passione umana la capacità di produrre valori e di foggiare un intero codice morale. Il risentimento che Nietzsche ha in mente è lo stesso che intendiamo comunemente tutti noi, ossia, come recita il vocabolario Treccani, «Lo stato d’animo di chi è risentito, cioè irritato contro qualcuno a causa di un rimprovero, o di un altro atto o comportamento, ritenuto ingiusto o offensivo […]». Non è il più nobile dei sentimenti, ma questo per Nietzsche non è una sorpresa: sono stati infatti gli «schiavi», cioè tutti coloro che si ritrovano privi di vigore e vitalità perché deboli o malati od offesi in qualche maniera, ad aver fatto del risentimento una forza a suo modo creatrice.

«La rivolta degli schiavi nella morale incomincia il giorno in cui il risentimento diventa anch’esso creatore e partorisce valori il risentimento di quegli esseri che si ritengono compensati solo per mezzo d’una vendetta immaginaria. […] Questa inversione del punto di vista da cui si creano i valori, questo irresistibile indirizzarsi al di fuori invece che all’indietro verso se stessi, fa parte per l’appunto del risentimento: la morale servile ha sempre e innanzi tutto bisogno, per nascere, d’un mondo che le sia opposto ed esteriore, ha bisogno, per parlare in termini di fisiologia, d’uno stimolo esterno per agire, e la sua azione è essenzialmente una reazione.»

La reazione di cui parla Nietzsche è quella degli schiavi alla «morale aristocratica», fondata sui valori dionisiaci della forza, dell’espansione, dell’affermazione di sé, dell’atteggiamento fiero e propositivo nei confronti della vita. Il difetto di questa morale, però, è quello di essere molto selettiva e di escludere tutti coloro — la maggioranza — che non hanno la possibilità di avere successo nel naturale confronto-scontro per la vita perché mancanti dei requisiti necessari. Il risentimento che quest’ultimi provano verso chi è in grado di onorare la morale aristocratica è il tipico risentimento dello schiavo o del servo per il proprio padrone: esso cresce infatti nell’impossibilità di una reazione immediata all’affronto subito e si rafforza nel tempo tanto più le probabilità di restituire l’offesa si assottigliano. La rivolta degli schiavi, dunque, non può essere una rivolta condotta in maniera convenzionale; non impiegherà, come Spartaco, le stesse armi dei signori, ma questa volta gli schiavi saranno abbastanza scaltri da volgere la debolezza che li contraddistingue a proprio vantaggio erigendo una morale rovesciata rispetto a quella dei loro dominatori, e la useranno poi per scalzarli dal potere.

Nietzsche1882
Friedrich W. Nietzsche (1844-1900)

Mentre crea valori, il risentimento ribalta anche il paradigma: ciò che prima era disprezzato adesso viene esaltato, ciò che prima era segno di nobiltà e modello da imitare, ora viene svilito. In poche parole, il risentimento ha dapprima indotto gli schiavi a non desiderare ciò che non avrebbero mai ottenuto, quindi ha affossato la morale aristocratica negandone i valori costitutivi, e infine ha trasformato in valori universali la loro mancanza di vigore e vitalità, cambiando la loro mitezza e la loro carità in virtù e riconoscendo nella benevolenza verso gli altri l’espressione d’amore più elevata.

È una metafora, una previsione del filosofo? Nient’affatto, dice Nietzsche: è esattamente quello che è successo nella storia dell’umanità con la religione ebraica e poi, universalmente, con il cristianesimo, il quale basa la propria morale sui sentimenti di carità e compassione, e ne assicura la salute per mezzo della casta sacerdotale.

«I preti sono, com’è noto, i nemici più feroci: — e perché poi? Perché sono i più deboli. Dalla debolezza nasce in loro un odio enorme, sinistro, astutissimo e velenosissimo. Nella storia del mondo tutti i maggiori odiatori sono sempre stati i preti, come anche i più intelligenti. Accanto all’intelligenza vendicativa dei preti ogni altra forza intellettuale non merita d’esser nemmeno presa in considerazione.»

A parziale confutazione delle tesi morali di Nietzsche, nel 1919 il fenomenologo Max Scheler (1874-1928) pubblica un breve saggio intitolato Il risentimento. In questo scritto Scheler accoglie e approfondisce le caratteristiche psicologiche descritte da Nietzsche nella Genealogia della morale, ma respinge con risolutezza l’interpretazione che il filosofo aveva dato del cristianesimo e del suo decalogo etico.

Scheler inizia definendo il risentimento come un «autoavvelenamento dell’anima» prodotto «da un’inibizione sistemica dello sfogo di certi moti dell’animo in sé stessi normali e inerenti la struttura di fondo della natura umana». Da ciò scaturisce il desiderio di vendetta, che è «l’esito più proprio del processo di risentimento» e interessa tutti coloro che sono sottoposti a un potere o a un’autorità interdittrice. Scheler non nega che nella storia delle società umane il risentimento non abbia avuto alcun ruolo nella formazione dei codici di condotta morali; esso è pur sempre una forma di rovesciamento, travisamento e falsificazione che muta in “male” ciò che prima era ritenuto “bene”, e la storia dell’Europa anche recente — dice — è ricca di esempi di tal genere. Quello che Scheler nega è che tutto ciò abbia riguardato il cristianesimo, la cui morale si incardina su princìpi autentici davvero profondi. Scrive:

«La morale autentica non si fonda affatto — come opina Nietzsche — sul risentimento. Essa poggia su una gerarchia dei valori eterna e sulle leggi evidenti di preferenza corrispondenti a tale gerarchia che sono oggettive e rigorosamente intelligibili quanto le verità della matematica.»

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Scheler, che considera la spiegazione offerta da Nietzsche «completamente falsa», rimprovera all’autore della Genealogia della morale di non aver tenuto conto della cosa più importante, ossia che nel passaggio dal mondo greco-romano a quello cristiano sia cambiato il concetto stesso di amore.

Nell’età classica — argomenta — l’amore era un’esperienza sia fisica che intellettuale e in quanto tale rifletteva una serie di concezioni ben codificate. In particolare una: il fatto stesso di amare denunciava una mancanza da parte dell’amante, il quale cercava nella persona amata il completamento di sé. Per questo colui o colei che era amato/a era posto/a su un gradino più elevato, cosicché — e questo è molto importante tenerlo presente — il moto dell’amore si dirigeva sempre dal basso verso l’alto. Sullo sfondo, elevatissima, si stagliava la meta irraggiungibile della perfezione, l’anelito di tutti i filosofi Platone in testa, che però era riservata soltanto a chi si trovava entro la sfera del divino. È in seno a questo sistema culturale che sbocciano il cristianesimo e il suo universo di valori. Una vera rivoluzione che non risparmia niente e nessuno, a cominciare dall’amore, ora concepito come un sentimento disinteressato e puro, capace di muovere verso gli umili e i diseredati persino i grandi proprio perché non più finalizzato a niente se non all’azione stessa di amare. Se gli dèi greci non avevano bisogno di amare perché completi di ogni perfezione (ma ricevevano comunque di buon grado l’amore dei fedeli), il Dio cristiano ribalta tale circuito e inaugura quello che Scheler efficacemente definisce «il moto di ritorno dell’amore»; un moto nel quale

«Dio non è più la meta eterna e quieta dell’amore della creatura, simile a una stella che muove addirittura l’universo al modo in cui “l’amato muove l’amante”, ma l’essenza stessa di Dio diventa amare e servire, e da ciò soltanto procede il suo creare, volere, causare».

Usando una metafora scientifica, è come se i poli terrestri si fossero invertiti e che il Nord fosse passato al Sud e viceversa. Non solo adesso l’amore va dall’alto verso il basso, da Dio verso l’uomo, ma ad attirarlo sono proprio quelli che, con le proprie azioni, più si sono allontanati dal bene e dalle virtù. Chi ha peccato merita l’attenzione e l’amore di Dio più di chi ha represso i propri impulsi e tentazioni; sono entrambi peccatori, ma se il secondo lascia che la sua anima si avveleni ancora di più, il primo ha ora la possibilità di confessare, di pentirsi e di ricevere il perdono di Dio, che è amore sconfinato. Un ragionamento incomprensibile pure questo, per un greco abituato a pensare che amore è solamente amore per il Bene, ma non per un cristiano al quale Gesù Cristo ha mostrato la via della Redenzione.

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Max Scheler (1874-1928)

Se tutto ciò è vero, se l’amore cristiano per i deboli, gli umili e i diseredati non è altro che l’amore stesso di Dio verso tutte le sue creature a prescindere dai loro sbagli, dove si colloca allora, che ruolo ha avuto il risentimento in tutto ciò? Per Scheler non ve n’è traccia; quello che ha visto e dimostrato con gli argomenti è solo il fraintendimento di Nietzsche, il quale non ha saputo o voluto riconoscere lo spirito autentico dell’amore cristiano quale motore di quella che, senz’ombra di dubbio, ha pure rappresentato una rivoluzione etica e culturale davvero profonda. Il cambio di valori morali è certamente avvenuto, ma è avvenuto in nome di un amore che fino ad allora non si era mai visto; lo sguardo verso i deboli, la carità, la compassione, la mitezza sono valori autentici dettati ancora dall’amore, e non ideali posticci innalzati per reazione da uomini privi di forza.

«Nietzsche, proprio perché concepisce il Cristianesimo a priori unicamente come una “morale” dotata di una “giustificazione” religiosa e non in primo luogo come una “religione”, misura i valori cristiani con il metro della quantità massimale di vita da questi consapevolmente rifiutato, ed è quindi costretto a interpretare in generale come segno di una morale del declino l’ipotesi di un livello di essere e di valore che si proietta oltre la vita e non più relativo a essa».

La prospettiva atea di Nietzsche ha introdotto un elemento fino a quel momento non considerato dai filosofi morali e, per quanto non possa sembrare, la smentita in chiave cristiana di Scheler ha più che altro confermato la validità dell’intuizione nietzschana di fondo, dando una veste fenomenologica (e quindi, a suo modo, “scientifica”) alla trattazione sul risentimento. Questo concetto, che si incontra in vari luoghi del Novecento e non solo — dall’opera di Jean Améry, che lo collegò al trauma di Auschwitz, fino a molto più indietro nel tempo con le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij — è ormai diventato una pietra miliare del pensiero filosofico, e viene tutt’ora usato e commentato dai filosofi morali contemporanei. Di pregio insuperato per la chiarezza e la precisione descrittiva rimane tuttavia l’esposizione che Scheler ne ha fatto all’inizio del suo saggio nel 1919: leggerla alla luce dei fatti sociali e politici odierni (cosa del resto facile grazie alla ripubblicazione dell’opera da parte di Chiarelettere nel 2019) può aiutarci a comprendere le dinamiche, i miraggi, le contraffazioni e le leve psicologiche su cui fanno perno non pochi imbonitori da piazza.

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Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte II: Camilleri, “Di padre ignoto” e “Un giro in giostra”

Di Gian Luca Nicoletta

Col secondo appuntamento della nostra nuova serie siciliana prosegue il viaggio nel tempo nella Vigàta del secolo scorso. I due episodi che vi presento oggi, sempre presi da quelli usciti con “La Repubblica“, si intitolano Di padre ignoto e Un giro in giostra.

Il primo episodio, ci troviamo nel 1910, è divisibile in due parti che potremmo etichettare, con gusto petrarchesco, “in vita di Amalia” e “in morte di Amalia”. Protagonista della prima parte è, infatti, la giovanissima Amalia Privitera, una bella bambina di sei anni. Un anno il parroco di Vigàta, padre Costantino, chiede il permesso ai genitori di Amalia per poterle fare impersonare la Madonna nel presepe vivente che vuole allestire per quel Natale. Il giorno della rappresentazione, tanta è la meraviglia di tutti i vigàtisi scaturita dalla bellezza della bimba, che molti di loro iniziano a confessare i propri peccati ai piedi della piccola. Da quel momento, Amalia sarà conosciuta da tutti come “la Madunnuzza”.

Gli anni passano, Amalia si fa sempre più bella per a causa di un violento temporale i suoi genitori muoiono e così la giovane ragazza rimane orfana. Viene cresciuta dalla nonna Nunziata e dallo zio Duardo, del quale ci viene dato un ritratto che lascia poco spazio alla fantasia:

«Duardo era uno sdisbosciato buttaneri senz’arti né parti, che mai nella sò vita aviva avuta la minima gana di travagliare e che aviva macari il vizio del joco d’azzardo. E il bello era che pirdiva sempri.»

Con lo zio Duardo, Amalia scopre forse il lato più meschino degli uomini adulti: la loro voglia carnale. La ragazza infatti riceve le periodiche “visite” notturne da parte dell’uomo e, nella mia personale interpretazione del testo, questo fatto segnerà tutto lo sviluppo psicologico della ragazza.

La seconda parte del racconto è ambientata nel 1950 e il protagonista stavolta è Benvenuto Privitera, figlio di Amalia e “di padre ignoto”. Il ragazzo, nato in concomitanza di una disgrazia, cioè la morte della madre a seguito di una brutta caduta in un pozzo, torna a Vigàta perché i cambiamenti progettati nel nuovo piano regolatore interessano direttamente la casa e il terreno che furono di sua madre. In quest’occasione, curiosando per casa e rovistando tra vecchie foto, Benvenuto scopre alcuni fatti su sua madre, in particolare una nota nella quale la donna aveva riportato un calendario settimanale e i nomi di diversi uomini.

Ripercorrendo la sua breve storia familiare, grazie soprattutto ai benevoli abitanti di Vigàta che lo accompagnano nei luoghi che furono di Amalia, Benvenuto trova una comunità accogliente, ricca di storie piacevoli e dove il ricordo di sua madre brilla quasi a ogni angolo.
Da che era cresciuto orfano, il giovane Benvenuto conoscerà il caldo abbraccio di ben cinque padri adottivi, tra i quali uno sarà più caldo degli altri.

Il secondo racconto si intitola Un giro in giostra e ci mostra la storia di Benito “Nito” Cirrincione, professore di latino e greco.
Benito è nato a Vigàta e la sua salute è stata sempre molto cagionevole. I continui malanni sin dalla più tenera età lo hanno segnato tanto nell’aspetto fisico che nello spirito.
Durante la seconda guerra mondiale, Benito perde il padre e così sua madre, la signora Concetta, è costretta a prostituirsi per far sì che sulla tavola non manchi mai il cibo per il figlio. Una bella notizia arriva qualche anno dopo, quando sua madre parte col signor Pirrotta (sicuramente parente del dottor Pirrotta che appare nel racconto precedente) il quale, vedovo e senza figli, le ha chiesto di sposarla. L’uomo fa il commerciante, ha una posizione economica ben salda e questo permetterebbe a Concetta e a Nito di vivere una vita tranquilla e senza preoccupazioni. Nito nel frattempo è cresciuto e, godendo della generosità di Pirrotta, può trasferirsi in un appartamento di proprietà a Palermo per frequentare l’università.

La vita di Nito passa tranquillamente ma un grande vuoto lo perseguita: è un vuoto d’amore, la profonda necessità di avere qualcuno da amare. Il suo aspetto purtroppo non gioca a favore: è molto secco, sta già perdendo i capelli, e neanche il suo savoir fare è dei migliori. La solitudine si conferma come il tratto caratteristico di Nito, il quale diventa un unico corpo con l’appartamento a Palermo e da cui osserva la vita farglisi sempre più stretta intorno.

In età ormai adulta, alla soglia dei sessant’anni, Nito fa un incontro del tutto inaspettato e un grande sconvolgimento emotivo prende il suo cuore: finalmente si innamora. Ha conosciuto una ragazza, molto giovane e molto bella, che perde la testa per lui. Il suo cuore e il suo cervello fanno a botte per cercare di sbrogliare la matassa e capire cosa stia succedendo, quando infine il cuore ha la meglio e riesce a liberare Nito da tutte le sue paure, facendolo proprio su una giostra con i cavalli che condurrà all’epilogo del racconto.

Fonte: La Repubblica

Questi due racconti ci mostrano, tra le ironie a volte caustiche della lingua di Camilleri, uno degli aspetti più scuri della vita di Vigàta e della vita in generale: quanto gli esseri umani si approfittino l’un dell’altro. Lo sfruttamento sessuale assurge a campione di tutti i vizi: non si fanno sconti alla condizione di bisogno, alla giovane età, perfino alla parentela. I rapporti di potere si determinano anche in questo modo e la dinamica si ripete tanto fra i vigàtisi umili come fra quelli più illustri.
Il mosaico che abbiamo iniziato a ricostruire col primo articolo si arricchisce sempre di più e ci parla della Sicilia oscura, la quale diventa chiara metafora del nostro mondo.