“Riti notturni” di Colin Wilson: un noir esistenziale sulle rive del Tamigi

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa vi avevo presentato lo scrittore inglese Colin Wilson (1931-2013) parlandovi dell’Outsider, la sua prima, ambiziosissima opera; nell’articolo di oggi approfondiremo la sua conoscenza prendendo in esame Riti notturni, il romanzo con cui Wilson fece il proprio esordio nella letteratura e che la casa editrice Carbonio – in prima linea nel rispolverare l’opera wilsoniana in Italia – ha pubblicato nel 2019, con la traduzione di Nicola Manuppelli, nella collana “Cielo Stellato”.

In Inghilterra Riti notturni uscì nel 1960, quando Colin Wilson aveva ventinove anni. La gestazione del romanzo fu lunga: Wilson ne aveva cominciata la stesura all’inizio del decennio precedente e per circa un paio d’anni, tra 1954 e il 1956, lo portò avanti contemporaneamente alla scrittura dell’Outsider. Queste notazioni bibliografiche servono per ricostruire il contesto, ma ci aiutano anche a entrare “sotto la pelle” del libro, in quel reticolo di fitte corrispondenze intellettuali che Wilson traccia minuziosamente e che costituiscono il suo background di riferimento. Riprenderò il discorso tra un momento, ma non prima di avervi detto qualcosa riguardo alla trama di questo interessante romanzo.

Riti notturni è quello che oggi chiameremmo un thriller o, data la sua ambientazione metropolitana, un noir. Il protagonista è Gerard Sorme, un giovane, aspirante scrittore che in sella alla sua bicicletta percorre tutti i giorni le strade della Londra degli anni Cinquanta con la stessa disinvoltura con cui un coltello affonda nel burro. Del tutto solo ma anche felicemente libero da qualunque obbligo, la sua oziosa routine cambia all’improvviso quando si ritrova a investigare su un misterioso serial killer che, proprio come un Jack lo Squartatore redivivo, miete le sue vittime fra la popolazione femminile del quartiere di Whitechapel. Oltre a quelle letterarie (più millantate che praticate, verrebbe da dire), Sorme non ha vere aspirazioni investigative e se si interessa al caso è solo perché le persone a lui vicine rischiano di finire nei guai con la giustizia. Il principale indiziato è infatti Austin Nunne, un caro nonché eccentrico amico di Sorme. Nunne appartiene all’altissima borghesia londinese, vive come un dandy frequentando salotti e circoli, ma per la polizia è solo un omosessuale praticante il sadismo (due tratti più che sufficienti, al tempo, per far finire il nome di una persona negli schedari di Scotland Yard).
Per capire se e in quale misura Nunne sia coinvolto negli omicidi, Sorme darà fondo a tutte le sue energie dimostrando un grande senso dell’amicizia e della lealtà.

Quello di Sorme è un personaggio letterariamente molto interessante e che ricalca in una certa misura l’autore. Il suo profilo si comprende meglio tenendo sullo sfondo quello dell’outsider così come Wilson l’ha tratteggiato nel libro omonimo. Egli, dunque, è un intellettuale indipendente, un libero pensatore, un creativo per natura che però non si dimentica mai di vivere accumulando incontri ed esperienze. Si presenta come scrittore, ma per il resto non si dà etichette; l’unica – dichiarata peraltro con orgoglio – è quella di esistenzialista. E da buon esistenzialista, prima ancora dei libri, Sorme considera il mondo come l’unico scenario in cui agire. Troppo spesso liquidiamo l’esistenzialismo con la definizione fumosa di filosofia dell’esistenza, dimenticandoci invece quanto sia stato significativo anche come filosofia dell’azione e delle prese di campo. A differenza di molti altri, Sorme (e Wilson tramite lui) sembra invece essere perfettamente consapevole del nocciolo più autentico del pensiero esistenzialista (almeno di quello francese che Wilson ha come punto di riferimento); come Sartre, come Camus, anche lui, messo nella condizione di dover scegliere, antepone l’azione alla speculazione in quanto sa che nemmeno il migliore dei libri che potrà leggere o scrivere avrà mai lo stesso valore della concretezza dell’impegno in prima persona, dell’esperienza.

Parafrasando il titolo di un famoso scritto di Sartre, l’esistenzialismo di Sorme è un umanismo che ricorda agli uomini di essere pieni possessori delle proprie scelte e azioni. È così che il giovane si considera, e ciò che muove il suo interesse verso gli altri risponde al medesimo principio. D’altra parte, il suo coinvolgimento nel caso dei delitti di Whitechapel ha anche una dimensione intellettuale che completa e amplifica quella narrativa. Ho detto che per scrivere Riti notturni Wilson si sia ispirato alla storia di Jack lo Squartatore, ma questo è solo l’innesco; il modo di trattare l’omicidio e le considerazioni morali da cui scaturiscono le sue riflessioni hanno invece un altro nume tutelare, uno scrittore che ha usato l’espediente letterario dell’omicidio per creare alcune delle visioni metafisiche più portentose della letteratura occidentale: Dostoevskij.

Wilson era un grande ammiratore di Dostoevskij e dei suoi capolavori, e da parte sua Riti notturni ne tradisce una lettura molto approfondita, soprattutto di romanzi come Delitto e castigo e I demoni. Con una trama più semplice e filosoficamente meno densa, Wilson riesce infatti a mettere i lettori di fronte a un dilemma morale per niente facile da risolvere, ma soprattutto – ed è qui che secondo me la lettura di Dostoevskij emerge in particolar modo – ad allargare il discorso a temi come la giustizia, l’impunità e la presunzione di considerarsi superiori alla legge. Anche il principale subplot del libro, la storia del pittore Glasp (senza dubbio il più dostoevskijano di tutti i personaggi del romanzo), sembra modellata su una di quelle numerose storie di denuncia sociale su cui Dostoevskij era solito dilungarsi. Glasp è il tipico misantropo dostoevskijano burbero nei modi e che vive alla giornata, un uomo che sceglie l’autoemarginazione, che pensa che non ci sia niente nel mondo per cui valga davvero la pena di vivere, ma che poi, quando gli si presenta l’occasione, si profonde in slanci di romantico altruismo verso il prossimo.

Un fatto che ho trovato curioso è come l’attenta rimodulazione delle istanze esistenziali e morali svolta da Wilson a livello narrativo non abbia avuto invece seguito a livello stilistico. Lo schema narrativo che Wilson aveva in mente e a cui poi adegua la sua scrittura era quello del romanzo vecchia maniera; dal punto di vista formale non c’è infatti traccia – almeno in questo suo primo romanzo – né di modernismo letterario né di quell’ecletticità che generalmente si associa al suo nome, tanto da non seguire nemmeno quegli stessi autori che aveva eletto a modelli, e di cui aveva ripreso le idee, sulla strada della sperimentazione. Al contrario ho trovato sorprendente come la scrittura di Wilson si sia appropriata di tecniche e forme più tradizionali e compatte, di una scansione delle sequenze pedissequamente cronologica, di un andamento della prosa che procede in linea retta e che devia momentaneamente solo per seguire Sorme nelle sue avventure sessuali.

L’ecletticità tipica di Colin Wilson si ritrova altrove, nei contenuti, e Sorme è il suo principale divulgatore. Egli è il classico tipo che la pensa diversamente e che in parte vi ho già presentato, ma a differenza di Glasp (il quale potrebbe essere considerato il suo doppio romanzesco) conosce tanta gente, è aperto e generalmente disponibile, e in qualche modo si fa latore di un’etica sociale basata sul rispetto, sull’inclusione e sulla tolleranza. È un philosophe, un illuminista, ma non un iconoclasta intransigente alla Voltaire. Non ha peli sulla lingua e si impegna a non avere nemmeno pregiudizi; gli unici che ha sono delle eccezioni e si rovesciano su quelle categorie sociali che sbattono il mondo fuori dalla propria vita e vorrebbero rinchiudere anche il resto dell’umanità nel recinto del dogma. Franco e schietto, intellettualmente onesto con sé stesso, non si fa scrupoli a parlare di sesso, omosessualità e sadismo con chiunque, donne e preti compresi, dimostrando sempre libertà di pensiero ed equilibrio di giudizio. D’altronde, una volta riconosciuto dove stia il giusto, non esita a prendere posizione o ad appellarsi alla disobbedienza civile; e benché non distolga mai veramente lo sguardo da sé stesso, riesce comunque a mettersi nei panni degli altri.

Riti notturni è uno di quei libri i cui pregi e difetti coincidono perfettamente con quelli del suo protagonista. Sorme è un personaggio che affascina, che suscita il desiderio di conoscerlo meglio e che alimenta il rimpianto di non averlo come amico. Il consiglio che mi sento di dare ai lettori di Riti notturni è di andare oltre la trama, di guardare sotto e tutt’intorno a essa, di non cercare nelle sue pagine ciò che si chiede ai thriller e ai noir contemporanei. È probabile che il bibliofilo ne trarrà maggior diletto rispetto al lettore di bestseller (in alcuni punti i sessant’anni del libro si fanno sentire), ma penso anche che Wilson, l’outsider Wilson, non potesse chiedere niente di meno al suo romanzo; compiaciuto, ne avrebbe anzi sorriso.

Autore: Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura. Recensioni e segnalazioni di libri.

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