L’età senza tempo dei sentimenti: “Cercami” di André Aciman

Di Andrea Carria

 

Ho appena finito Cercami di André Aciman e ringrazio l’autore per essere stato di parola quando aveva assicurato che avremmo ancora sentito parlare di Elio e Oliver, i due protagonisti di Chiamami col tuo nome. C’è voluto un po’ di tempo (12 anni), ma alla fine l’atteso sequel è arrivato; in Italia ancora sulle ali della fenice della casa editrice Guanda e nella traduzione di Valeria Bastia.

Il libro mi è piaciuto. All’inizio avevo timore che l’eredità ingombrante di Chiamami col tuo nome potesse giocare un brutto scherzo ad Aciman, facendogli prediligere soluzioni narrative fin troppo accondiscendenti verso le aspettative dei suoi lettori, invece il grande scrittore che egli è ha saputo guidare personaggi e pubblico soltanto sui sentieri che voleva. Il romanzo dimostra di avere un carattere proprio e indipendente dopo poche pagine, mentre la prima persona permette ancora una volta all’autore di violare con garbo, intelligenza e raffinatezza i segreti del cuore. La narrazione è affidata a quattro episodi distinti, in ciascuno dei quali la voce narrante assume il punto di vista di uno dei personaggi principali di Chiamami col tuo nome: il padre di Elio, Elio stesso e infine Oliver.

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L’apertura è affidata al genitore del protagonista, Samuel, ormai professore in pensione, che mentre sta viaggiando in treno tra Firenze e Roma fa un incontro che è destinato a togliere la sua vita dal binario morto in cui si era incanalata. È l’episodio più lungo e anche quello che sorprende di più; non tanto per quello che accade (di cui nulla vi svelerò perché dovete assolutamente andarvi a leggere il libro!), ma per il modo con cui Aciman sorprende il lettore, gettando sul palcoscenico della pagina un personaggio come Samuel che io non credevo potesse avere un futuro letterario da solista. Il ritorno di Elio si ha già sul finire di questa prima parte, sebbene si faccia attendere: lo troviamo cresciuto di una quindicina d’anni, adesso abita a Roma (città di cui Aciman parla ancora una volta con fascinazione) e si sta facendo strada nel mondo della musica con serate e concerti. Concerti come quello a cui il giovane assiste da spettatore alcuni anni dopo, quando fa la conoscenza di Michel, un avvocato parigino del doppio dei suoi anni con cui Elio inizia una relazione dalla quale però non sa bene cosa aspettarsi. Nella terza parte, ecco invece Oliver, intento a lasciare New York per il New Hampshire, dove la sua carriera accademica lo sta conducendo. Malgrado abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi, Oliver non sembra trovarsi, e mentre gli amici che sono venuti a salutarlo affollano il suo appartamento, all’ex studente americano di lettere classiche bastano le note improvvise di un pianoforte per capire…

La quarta parte racchiude il finale del romanzo, dunque non ve ne parlerò. Vi parlerò invece di quali sono le caratteristiche che secondo me fanno di Cercami un bel libro. Per prima cosa il suo impianto narrativo: la suddivisione in episodi — quest’ultimi da me sommariamente riassunti per non fare dello spoileraggio molesto — conferisce dinamicità alla storia e permette di soddisfare la curiosità del lettore, il quale scopre così cosa è successo ai protagonisti sentendolo direttamente dalle loro parole. I salti temporali e geografici (Roma, Parigi, New York, Alessandria d’Egitto) sono ampiamente compensati dalla continuità narrativa intorno al tema portante del romanzo, l’amore, tema che André Aciman riesce a modulare sapientemente scegliendo con cura il momento in cui ricongiungere il presente con il passato attraverso ricordi, voci, luoghi e squarci di vita vissuta.

L’amore e i sentimenti sono il secondo aspetto su cui infatti voglio soffermarmi. La loro trattazione è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Il modo che l’autore ha di parlarne è unico perché non si limita ad andare in profondità, non si limita a guardare i sentimenti sopra, sotto e da tutte le angolazioni, no. Aciman fa una cosa molto diversa: egli lavora da fenomenologo del sentimento, descrivendo con ricchezza di linguaggio come l’emozione nasce e si manifesta alla coscienza dell’Io narrante per l’intera sua durata.
Ogni personaggio fornisce il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla tessitura di questa storia dalla trama delicata, calda, avvolgente e molto, molto proustiana. Le intermittenze del cuore, che Aciman conosce molto bene in qualità di studioso di Marcel Proust, sono infatti il centro, il motore del romanzo: come nella Recherche, i sentimenti hanno una propria memoria, riaffiorano insieme a una rosa di ricordi e hanno un riverbero profondo, imprevedibile, incontrollato, inarrestabile.

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Ma Proust non è il solo modello a cui André Aciman si ispira per dare forma alle sue pagine. Un altro è Virginia Woolf. Come per il personaggio di Mrs Dalloway, la parte che vede protagonista Samuel è infatti il resoconto di un’unica giornata in cui si riaffaccia l’intera vita del professore. Storie, amori, volti, rimpianti, parole, «veglie»… «tutto mescolato», proprio come dice Richard in The Hours, il film del 2001 ispirato al romanzo di Woolf.

Nonostante ciò, il monologo interiore registra un leggero arretramento rispetto a Chiamami col tuo nome, dove invece occupava la parte preponderante. In Cercami, al contrario, sono i dialoghi, che sanno restituire la vivacità del parlato con tutti i suoi dislivelli generazionali, la sorpresa più piacevole dello stile utilizzato da Aciman in questo suo ultimo romanzo.
Dal canto loro i personaggi sono realistici e ben caratterizzati. Elio e Oliver tornano dopo aver attraversato il lungo corridoio degli anni. Sono cresciuti e maturati. Oliver è forse quello che difende con maggior tenacia il suo lato nascosto, ed è a lui che da lettore avrei voluto porre più domande; Elio invece si mette completamente a nudo e di lui si apprezzano i chiaro scuri del carattere, magnificamente lasciati trasparire nel racconto della sua relazione con Michel. Quest’ultimo è un personaggio interessante e ben riuscito. Anche di lui avrei desiderato conoscere di più, sebbene una presenza più importante da parte sua avrebbe forse travalicato il suo ruolo narrativo, dunque va bene così. In generale le new entry reggono quindi il confronto con i protagonisti e in certe occasioni — vedi il caso di Miranda, di cui non ho parlato perché vorrei che la scopriste da soli — sottraggono loro lo scettro.

Quanto ai difetti, non ne ho di particolari da segnalare. I maggiori, a mio parere, riguardano alcuni eccessi adolescenziali nella prima parte e la mancanza di un vero scarto stilistico nel passaggio da un narratore all’altro, con il risultato che le parti del libro non sono caratterizzate a sufficienza a livello di scrittura per poter riconoscere nel racconto la voce di un personaggio da quella di un altro.
Come sequel di Chiamami col tuo nome, in Cercami mi è inoltre mancata la rievocazione del gioco che Elio e Oliver facevano da ragazzi, che era appunto quella di chiamarsi l’uno con il nome dell’altro. Le occasioni per farlo erano molteplici, eppure Aciman ha scelto di tenere fuori dal romanzo questo particolare. Peccato, sarebbe stato una rifinitura in più in un libro che, comunque, è già generosissimo di dettagli.

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La ricchezza di questo romanzo va infatti al di là della storia che racconta — la quale, come ho riscontrato personalmente, è e rimane l’interesse principale del lettore. C’è una saggezza, nelle parole di Aciman, che incanta e lascia disarmati. Fa quasi invidia l’abbondante varietà di parole tra cui egli può scegliere, quando, per parlare a loro volta di argomenti così delicati, la maggior parte delle persone compreso il sottoscritto è costretta a ricorrere a stereotipi e luoghi comuni.

In questo periodo di irrigidimento culturale e di antiquarie recrudescenze, André Aciman è l’aedo dell’amore di cui la nostra epoca ha bisogno. Con la sua prosa larga e discorsiva, una delle poche che sa aggiungere tempo al tempo, egli dimostra come quelli sull’amore siano discorsi senza soluzione di continuità. Un amore con la a maiuscola, assoluto, libero e senza aggettivi, che non cambia se a provarlo sono individui dello stesso sesso oppure diverso: Cercami è la dimostrazione letteraria di come i sentimenti siano la cosa che più ci rende simili gli uni agli altri, di come le parole siano le stesse perché è l’amore a essere sempre lo stesso, di come di fronte al tempo che scorre il sesso, le intenzioni e l’età siano solo alcuni degli inciampi più comuni in cui ci auguriamo di finire quando lasciamo che a guidare le nostre vite sia la paura di potersi raggiungere.

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Il primo progetto di una Europa unita: una storia che ha quasi 100 anni

Di Gian Luca Nicoletta

 

De Gasperi, Schuman, Spinelli, Hirschmann, Colorni, Coudenhove-Kal… prego?

Se di questa breve lista di alcune delle persone che hanno speso sangue e inchiostro per fondare l’Europa non riconoscete l’ultimo nome — che per inciso, prima che mi interrompessi, è von Coundenhove-Kalergi — allora io e voi siamo sulla stessa barca, e meno male.

Ho infatti da poco scoperto che al mondo è esistito Richard von Coudenhove-Kalergi, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla teorizzazione e alla costruzione di un’Europa unita sotto la bandiera di un unico grande Stato federale.

Richard Coudenhove-Kalergi è nato a Tokyo nel 1894. Il padre era un diplomatico, all’epoca, ancora austro-ungarico, mentre la madre era figlia di un commerciante giapponese.

Possiamo dire che tutto, nella vita del giovane Coudenhove-Kalergi, ha avuto fortissime influenze internazionali, estere, in una parola ampie. La famiglia del padre, nel corso dei secoli, aveva estremizzato il concetto di “relazioni internazionali”, giungendo a raccogliere nel novero di bisnonni, avii e prozii famiglie francesi, polacche, tedesche, dei balcani, greche (da cui deriva il secondo cognome, Kalergi), bizantine e veneziane. La famiglia della madre, invece, ha assistito alla grande apertura all’esterno che ha caratterizzato la politica del Giappone nella seconda metà del 1800, in netta contrapposizione col silenzio e il ritiro tipici dell’Impero dei secoli precedenti.

L’ambiente familiare nel quale Richard è cresciuto, secondo di sette figli, era votato alla severità e allo studio. Pare che il padre parlasse ben sedici lingue mentre la madre, disconosciuta dai genitori per aver sposato un occidentale, si dedicò per larga parte allo studio delle lingue e della matematica, prima, alla giurisprudenza e all’economia, dopo.

Ma veniamo ora alla parte sicuramente più interessante della vita di Richard, la sua produzione filosofica e politica. Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, che videro la dissoluzione dei tre grandi imperi Austro-Ungarico, Russo e Ottomano, Coudenhove-Kalergi abbracciò le idee innovative della politica del presidente degli U.S.A. Thomas Woodrow Wilson e del critico e filosofo tedesco Kurt Hiller.
Entrambi gli scritti, quello sui Quattordici Punti di Wilson e quelli frutto dell’attivismo di Hiller, hanno contribuito alla elaborzione degli elementi che stanno alla base del pensiero di Coudenhove-Kalergi: la pace e l’equilibrio fra le nazioni. In particolare si può dire che l’armonia programmatica esposta dal Presidente statunitense (che purtroppo non durerà che tre decenni) si sposò con il pensiero non convenzionale e prorompente del filosofo tedesco. A questo si aggiunse la mirabile perspicacia e attenzione al mondo contemporaneo di Richard ed ecco che questi giunse all’idea che segnò la sua intera vita: Paneuropa.

Il primo scontro mondiale aveva messo a nudo molte cose, molti livori e risentimenti che serpeggiavano tra i popoli come tra i governi, e questo era ben chiaro agli occhi di Coudenhove-Kalergi. Ma per giungere a un nuovo stadio del progresso e del benessere sociali, bisognava prima di tutto accettare e comprendere che era finito il tempo dei regni, degli imperi e della divisione del territorio, specialmente nel continente europeo, la cui storia geopolitica è massimamente riducibile a guerre fatte anche per fazzoletti di terra. Come potevano i singoli stati europei del 1919 competere con le nuove e grandi potenze che iniziavano a contendersi il primato della Storia, cioè Stati Uniti e Unione Sovietica? La risposta a ciò sta nella creazione di una paneuropa, ovverosia un unico, grande Stato federale che raccoglie al suo interno tutte le nazioni che formano il continente: dall’Italia alla Novergia, dalla Portogallo alla Polonia.

Le minacce, dato lo scenario internazionale, che Richard considera maggiormente pericolose per il nostro continente provengono dalle due grandi potenze sopracitate: nel suo Manifesto (pubblicato per la prima volta nel 1923) infatti si parla esplicitamente del rischio di una assoggettazione alla Russia in termini geopolitici, di una dipendenza dagli Stati Uniti in termini economici. Una Unione Paneuropea, invece, potrebbe resistere a entrambe e sventare ogni pericolo. La necessità di un mercato unico e di una unione politica sono, nelle parole di Coudenhove-Kalergi, la soluzione per creare un vero equilibrio fra i popoli e, conseguentemente, dare garanzia di una pace duratura. Il suo progetto portava in sé già molte delle istituzioni europee di oggi, come la Commissione Europea, e sua fu l’idea di utilizzare l’Inno alla gioia di Beethoven come inno dell’intera Unione.

L’idea di una organizzazione politica di questo tipo, per strano che possa sembrare, trovò l’appoggio di molti intellettuali e politici di tutta Europa, tra i quali figurano anche Albert Einstein, Thomas Mann, Carlo Sforza e Benedetto Croce.

Col passare del tempo questi ideali europeisti si diffusero sempre più nel continente e particolarmente negli ambienti anti-nazisti e anti-fascisti e subirono il maggior contrasto e repressione durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ad ogni buon conto sopravvissero. Più tardi, cioè molto più recentemente rispetto ai fatti di cui vi parlo, il movimento Paneuropa si divise a causa della sua troppo forte impronta cristiana, sebbene uno dei capisaldi del movimento sia il rispetto di tutte le religioni e libertà individuali.
Oggi i due movimenti, il primigeno Paneuropa e la sua derivazione cioè il Movimento Europeo Internazionale, sono attivi e operano a diversi piani e livelli del nostro continente. Portano avanti le battaglie e gli ideali di quella prima generazione di europei ed europeisti, i primi che ebbero il coraggio di dire che il passaggio obbligato per giungere a una vera Comunità Europea è quello della cessione del potere nazionale a favore di uno sovranazionale. Una cessione che non vuole dire diventare servi di altri, non vuole dire svendere o rinunciare alla propria storia o ai propri valori. Vuol dire, semmai, l’esatto opposto: aprire le porta a nuove conoscenze, nuove esperienze e altre culture. Riconoscersi come parte di una stessa storia millenaria, confluita su una medesima strada da percorrere insieme.

Il movimento Paneuropa rappresenta il più vecchio movimento per un’unificazione del continente che abbiamo, un esordio di altissima qualità e che ha gettato le basi per altri e altrettanto importanti progetti, uno su tutti il Manifesto di Ventotene di Colorni, Spinelli, Rossi e Hirschmann. Percorsi creati da uomini e donne profondamente legati a tutta la cultura europea, convinti che la missione storica, politica e civile di questa parte di mondo sia quella di combattere uniti e saldi nelle nostre convinzioni per una società più giusta, eguale e moderna.

Inutile dire che oggi questo progetto sia lungi dall’essere realizzato, e parte di ciò è dovuta alla stessa classe dirigente europea che non vuole un’Europa unita proprio per impedire il verificarsi di quella cessione di potere nazionale cui facevo riferimento prima. Ma sta di fatto che questi movimenti non sono morti e anzi, godono ancora di una buona salute. A quasi un secolo dal Manifesto di Coudenhove-Kalergi, periodo in cui l’idealismo rappresentava una delle maggiori fonti dell’agire sociale e politico, ritengo una vera consolazione constatare che quel progetto non è stato dimenticato, ma anzi è andato arricchendosi e ampliandosi sulla scia delle grandi trasformazioni che il ‘900 e il 2000 hanno portato.

Il crollo del Muro di Berlino nella testimonianza di chi non c’era: a che punto siamo trent’anni dopo?

Di Andrea Carria

 

«La notte del 9 novembre di trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. O meglio, venne abbattuto. Furono i berlinesi stessi ad abbatterlo. Migliaia di donne e di uomini, di giovani e di meno giovani, di tedeschi e di cittadini da tutto il mondo si ritrovarono all’altezza della porta di Brandeburgo e recisero il laccio emostatico che per ventotto anni aveva serrato il cuore di una delle più grandi città d’Europa. Non si erano dati appuntamento, erano semplicemente andati. Uno dopo l’altro, a piccoli gruppi, finché la parola non si era sparsa. Probabilmente non avevano un’idea precisa di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, sapevano soltanto che quella sera dovevano essere lì e che tutto ciò era giusto. I più organizzati aveva portato martelli e scalpelli, la maggior parte era venuta soltanto con le proprie braccia; tutti, tutti loro, avevano però portato con sé la speranza e il desiderio di un mondo diverso, migliore.
Le autorità non mossero un dito contro quella fiumana. All’improvviso non c’erano più ordini e nessuno sapeva cosa fare. E pensare che fino a pochissimi giorni prima, chiunque si fosse avvicinato troppo a quel Muro non avrebbe più avuto il tempo di ripensarci. In quasi trent’anni, i proiettili avevano fischiato tutti i giorni dalle parti di Berlino Est. Ma non quella sera. “Lasciate fare, lasciate fare!” avrà detto qualche ufficiale ai suoi uomini mentre egli stesso abbassava il mitra; il suo sguardo pensieroso si volgeva intanto verso Mosca, indeciso se augurarsi che quel silenzio continuasse oppure no.
Ma Mosca non parlò. Parlarono invece i martelli e i picconi, le grida e i canti, i cori e le chitarre, le urla di esultanza e le lacrime di commozione dei berlinesi di entrambe le parti, i quali, senza darsi appuntamento, si erano ritrovati per fare la Storia. Per farla insieme…»

Questo abbozzo di racconto, più o meno romanzato, è stato scritto da un testimone sui generis — me stesso —, da un testimone i cui ricordi sono le fotografie, i filmati e gli articoli di cronaca di chi quella notte l’ha vissuta anche per coloro che sarebbero venuti dopo. È la testimonianza di un embrione che, stando ai miei calcoli, non doveva avere, al momento dei fatti, più di due settimane. Ma è anche la testimonianza di un bambino italiano appassionato di geografia che, a scuola, la prima carta geografica dell’Europa che vide aveva ancora la BRD e la DDR colorate in modo differente al centro del Continente, e che quando chiedeva alla mamma quale fosse la capitale della Germania questa, come prima risposta data senza pensarci, rispondeva ancora Bonn. È poi diventata la testimonianza di un liceale che sui libri ha finalmente inteso il significato di Guerra fredda e che alla prima prova dell’esame di Stato scelse di svolgere la traccia proprio sui vent’anni da quella notte berlinese. Infine è diventata la testimonianza di uno studente universitario in Storia, di un autore che ha foggiato la propria identità sui valori liberali e democratici dell’Occidente, di un blogger che proprio adesso sta cercando di spiegare ai suoi lettori perché si consideri un testimone del Muro a tutti gli effetti.

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Sono nato nel 1990, l’anno che ha inaugurato la prima generazione del dopo-Muro. Io e quelli della mia generazione siamo dei testimoni proprio perché non c’eravamo: quello che testimoniamo con le nostre esistenze è la fine di un’epoca che non voleva finire, e il fatto di stare immediatamente al di qua dello spartiacque ci dà diritto di parlarne. La nostra testimonianza è necessariamente diversa da quelle di chi c’era. Non abbiamo ricordi diretti, non abbiamo esperienze personali da raccontare, e per quanto sincera la nostra voce generalmente non tradisce emozioni genuine per quei giorni. Noi siamo testimoni del Muro in quanto ne abbiamo inaugurato il Dopo. Noi siamo testimoni delle aspettative e dei desideri di chi quella notte era lì a prenderlo a martellate, di chi ci si è messo a sedere cavalcioni, di chi lo ha attraversato. Siamo i loro desideri in quanto siamo anche e soprattutto i figli e le figlie di quegli uomini e di quelle donne; siamo il filo che negli anni ha concretamente ricucito i brandelli che i nostri genitori avevano riavvicinato. Li abbiamo ricuciti andando a scuola, all’università, socializzando, aderendo agli Erasmus e a mille altri progetti di questo tipo, spostandoci di Paese in Paese, viaggiando e scegliendo liberamente dove andare a lavorare e a vivere. Noi del dopo ’89 siamo la testimonianza che un mondo diverso, in pace, libero e senza frontiere era possibile. Ma siamo anche la trave nell’occhio di quella stessa libertà.

Siamo infatti ancora noi a testimoniare i fallimenti del nuovo corso e la crisi del way of life occidentale, che mai come dopo il 9 novembre ’89 si è preteso di poter estendere ed esportare. Per qualche momento abbiamo creduto che tutto ciò fosse possibile e giusto, ma non è durato a lungo. Con la fine della Guerra fredda ci sono state altre guerre a essa collegate, l’America e la Russia, i due giganti, hanno ripreso rapporti cordiali ma non hanno abbandonato il vecchio vizio di spiarsi a vicenda. Oggi come ieri, mirano alla destabilizzazione interna l’una dell’altra, sono smaniose di ricchezza e potere, e non hanno rinunciato alle loro velleità imperialistiche — e magari fossero soltanto velleità!

Come europei, abbiamo assistito all’adozione della moneta unica nel 2001 e all’allargamento dell’Unione Europea a Paesi che prima si trovavano al di là della Cortina di Ferro. Lo abbiamo fatto, e la maggior parte di noi non se ne è pentita neppure adesso, quando ci siamo resi conto che le dimensioni di un organismo non dicono nulla riguardo alla sua buona salute. Abbiamo scoperto per esempio che forze populiste, sovraniste, autoritarie e antidemocratiche, così lontane dai valori guida che ci siamo dati, prosperavano in quegli stessi Paesi che abbiamo accolto, e quasi in contemporanea abbiamo scoperto che forze molto simili abitavano già in casa nostra, dove le abbiamo allattate e mantenute al caldo proprio perché credevamo — e continuiamo a credere — che la libertà di pensiero sia sacra. Abbiamo conosciuto matrimoni più o meno felici, a volte non abbiamo mantenuto le promesse fatte, siamo stati infedeli e abbiamo impugnato la bacchetta, e ora che stiamo per conoscere anche il primo divorzio, la Brexit, fingiamo di avere poca pazienza perché non si addice a una vecchia signora mostrare le lacrime in pubblico. Noi europei di oggi siamo testimoni di un’Europa che non è cresciuta come i suoi padri fondatori si auguravano, e forse per un eccesso di fiducia nella Ragione umana abbiamo lasciato che l’Occidente degli ultimi trent’anni si riempisse soltanto la bocca di belle parole. Abbiamo parlato così tanto e così a lungo di democrazia che l’abbiamo fatta diventare quasi un’idea platonica o un postulato kantiano, vale a dire qualcosa di evanescente e che non soddisfa. Siamo stati noi, testimoni di ieri e di oggi, a farlo e di questo fallimento siamo tutti quanti ugualmente responsabili.

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Ma non è sempre stato così. Per strada abbiamo dimenticato tante lezioni importanti. Se siamo testimoni, allora siamo testimoni anche del nuovo trinceramento dell’élite culturale, la quale è tornata nella sua torre d’avorio ancora prima di avere qualcosa da mettere al sicuro. Ci siamo dimenticati dei padri fondatori, ma anche di tanto altro. Per esempio, abbiamo dimenticato l’esistenzialismo, ma prima lo abbiamo etichettato come una moda. No, non è mai stata una moda. È stato, invece, l’ultima espressione intellettuale made in Europe ad aver avuto il coraggio di coniugare il pensiero con l’impegno politico e sociale.

Spesso sentiamo dire che non ci sono più ideologie di riferimento, che la fucina di nuovi pensieri politici ha chiuso i battenti e che lo sbandamento attuale sia una conseguenza della mancanza di ideali in cui credere. Quella che sorge dal basso, dal popolo, è una richiesta chiara e semplice: la gente ha bisogno di progetti, ha bisogno di credere in qualcosa. Il vero problema è che gli unici che hanno saputo intercettare questa richiesta sono quelli che non mi vergogno a chiamare cattivi maestri. Quelli che, invece di aiutare gli altri ad autodeterminarsi, fanno leva sulle loro emozioni più triviali come la paura per ottenere consenso e voti.

Contestualmente, credono pure di proporre un pensiero politico. Se però andiamo a guardare da vicino, scopriamo che non è così. Per essere tale e distinguersi, un pensiero politico, o comunque un pensiero in generale, deve avere almeno una caratteristica, anzi due: deve essere nuovo e dire cose argomentate. Con i suoi contenuti xenofobi, razziali, antiscientifici, discriminatori e autoritari, il sovranismo e il populismo nostrani non fanno invece altro che riproporre caoticamente vecchi pregiudizi la cui unica virtù è di avere la fortuna di incontrare le sacrosante proteste popolari, accattivandosene la simpatia. Ovviamente, i pregiudizi non sono un pensiero, tuttavia, in mancanza di meglio, è come se lo fossero. Sono manifestazioni culturali anch’essi, e basta trasformarli in un catechismo da sfoderare al bisogno perché del pensiero ne facciano le veci a tutti gli effetti. Ma non è così da tutte le parti.

In Russia, per esempio, un pensiero politico post-ideologico esiste ed è più vivo che mai. Lo ha fondato Aleksandr Dugin e si chiama nazionalbolscevismo, ovvero quarta teoria politica. Quarta perché questa teoria aspira a ritagliarsi un posto nella storia superando le tre dottrine politiche che l’hanno preceduta, tutte fallite: il nazifascismo, il comunismo e il liberalismo. Già da come si presenta, si capisce subito che il nazionalbolscevismo non è una semplice accozzaglia di pregiudizi o un catechismo, ma un pensiero strutturato che raccoglie numerosissime adesioni. È un pensiero perché è qualcosa di inedito, di nuovo, di argomentato, o quantomeno prova seriamente a esserlo. È un tentativo di sintesi di più idee e filosofie, e, come ogni sintesi che si rispetti, è molto efficace nel tenere insieme gli opposti. Nella filosofia di Dugin troviamo infatti una summa del pensiero degli ultimi tremila anni: comunismo e nazismo, zarismo e tradizionalismo, antiscientismo e antiliberalismo, cristianesimo e paganesimo, misticismo e fondamentalismo, esoterismo e religioni orientali, scontro fra civiltà ed escatologia, Hegel, Julius Evola, Heidegger e Nietzsche. Dugin è un critico feroce dell’America e del sistema liberal-capitalistico, inoltre biasima l’individualismo occidentale e il sistema di libertà che lo compone. Il suo è un pensiero da prendere con le pinze anche quando dice cose teoricamente condivisibili, come per esempio la tesi secondo cui non esiste una civiltà globale e che ogni nazione ha il diritto di darsi in autonomia l’ordinamento politico che meglio rispecchia la sua storia e il suo insieme di valori. Se ne deduce che la democrazia non sia sempre la cosa migliore per tutti e che anzi certi regimi, se sono l’autentica espressione di una nazione e di un popolo, sono legittimi. La questione è da prendere con le pinze anche perché viene posta da un punto di vista rigorosamente russiocentrico e antiamericano, per cui in realtà il diritto di esistere non è riconosciuto proprio a tutte le nazioni: per esempio, quello dell’Ucraina e delle ex repubbliche sovietiche — le quali, secondo Dugin, si sarebbero tutte più o meno vendute all’Occidente — è da lui apertamente messo in discussione.

Dugin è un pensatore trascinante, ma anche un politico: non è chiarissimo in che rapporti sia con Vladimir Putin, la cosa però certa è che egli sia tra i fondatori del partito Eurasia, il quale, riprendendo le dottrine slavofile ottocentesche, auspica la creazione di un superstato a trazione russa che si estenderebbe dai Balcani alla Manciuria. Il “fenomeno Dugin”, se così posso chiamarlo, è la dimostrazione che se l’Occidente tutto non ha più prodotto un proprio pensiero politico critico e propositivo, e degli intellettuali in grado di schierarsi, indicare la direzione e riempire le piazze come facevano Sartre e Camus — due modelli che non mi stanco mai di citare — la colpa non è dei tempi, ma soltanto nostra.

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Quello che penso io, in realtà, è che noi europei stiamo andando tutti quanti al traino di un passato che cerchiamo a ogni costo di ri-attualizzare. Pure il linguaggio politico con tutti i suoi fascismi e comunismi denuncia la miseria linguistica e ideologica in cui ci troviamo. Usiamo parole vecchie per riferirci a fenomeni diversi da quelli che erano nate per descrivere, e questo è doppiamente grave perché così non analizziamo il presente e ci precludiamo da soli la possibilità di comprenderlo. Dieci anni fa o giù di lì definivamo la nostra epoca come una fase di transizione, ma nessuno era in grado di dire transizione verso dove o cosa; ora è da un po’ che non sento più nessun cronista usare questa espressione, eppure non mi sembra che nel frattempo le idee si siano fatte più chiare. In compenso, viviamo di eredità storiche che abbiamo pericolosamente trasformato in miti. Tornando per esempio in Germania, è notizia ANSA di pochi giorni fa che il consiglio comunale di Dresda abbia proclamato lo stato d’emergenza nazismo, a fronte delle manifestazioni sempre più sfacciate e numerose di estrema destra nelle vie e nei ritrovi della città. Transizione verso il passato? Era forse questa ciò di cui parlavamo prima che la crisi del 2008 mettesse a nudo la nostra fragilità?

Fra pochi giorni saranno trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. È una ricorrenza doverosa. Soprattutto per non doverci pensare troppo seriamente più a lungo. Dovremmo, invece. Perché ci stiamo chiudendo in gabbia da soli per la felicità di qualcun altro. L’abbattimento del Muro ha rappresentato il ritorno della Libertà: la libertà, per tutti, di scegliere di andare e di essere ciò che si è in ogni luogo.

Una volta ho sentito un’intervista a Dugin nella quale il filosofo evidenziava la differenza sostanziale, a suo dire, tra l’Occidente e la Russia, e con essa il motivo della reciproca incomprensione: laddove noi occidentali ci preoccupiamo dell’individuo e delle sue libertà, in Russia viene prima il benessere della collettività, e in base a questo principio all’individuo può succedere di non poter fare o essere tutto ciò che vorrebbe. La differenza è estrema, sostanziale appunto, e riguarda i rispettivi pilastri su cui si poggiano le due civiltà. L’individualismo così aspramente criticato da Dugin è il fondamento della nostra società e cultura, ma non si pone affatto in contraddizione con il benessere sociale. Quest’ultimo non è la somma dei benesseri individuali, ma il benessere individuale di ciascuno è senz’altro la condicio sine qua non per una società più equa e giusta. Perché l’individualità per noi viene prima? Perché abbiamo capito, dopo secoli di assoggettamento a ordinamenti superiori, che l’individuo è l’unica cosa che alla fine resta, mentre le forme di aggregazioni a cui esso può prendere parte, da quelle politiche a quelle sociali, sono destinate a crollare oppure a trasformarsi. Dalle nostre parti, inoltre, l’individualità fa da sempre rima con libertà: libertà di scegliere e, finalmente, anche di essere ciò che si è. Una società hegeliana come quella inseguita da Dugin, invece, si preoccupa solo della forma aggregativa come soggetto agente della Storia, per quanto nemmeno essa sia poi il vero fine, ma solo il mezzo attraverso cui realizzare quello che egli chiama il «destino della nazione». Tutti gli individui che compongono la società devono mettere prima della propria autodeterminazione l’interesse collettivo, ed è questa la ragione che porta Dugin a osteggiare le minoranze, a non riconoscerne i diritti e a respingere tutte le loro rivendicazioni.

Il problema riguarda l’Europa perché il pensiero di Dugin si è già dimostrato ingerente nei nostri confronti. Sebbene a suo parere ogni nazione debba darsi da sola le proprie strutture, l’antiliberalismo del filosofo russo ha in genere la meglio sulla parte restante dei suoi principi teorici. Così, insieme alla creazione dell’Eurasia, eccolo auspicare anche il crollo del nostro sistema di valori, scorgendo nell’evidente arretramento democratico a cui stiamo assistendo (vedi il favore o l’indifferenza verso tutte quelle proposte di legge tese alla contrazione dei diritti per alcune frange del tessuto sociale) l’avvento imminente del nazionalbolscevismo in Italia e in altri paesi d’Europa ancora prima che in Russia.

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Fino a poco tempo fa credevamo ancora che il grado di civiltà di un Paese si specchiasse nelle leggi che lo regolano e nel riconoscimento dei diritti individuali. Più diritti per più persone: è così che si diceva e ci sembrava pure giusto. Oggi queste certezze non esistono più. Pensiamo a costruire nuovi muri e barriere quando ce ne sono alcuni mai abbattuti come a Cipro, che stanno facendo tuttora soffrire intere città e nazioni. Pensiamo a chiudere porti, a inveire, a rintanarci in un orgoglio nazionale che però rimettiamo subito da parte non appena sospettiamo che lo Stato possa andare a toccare gli interessi della nostra regione. Braccati dalla paura e non più capaci di distinguere tra vero e falso, tra realtà e percezione, abbiamo sdoganato solo il peggio e ci pare addirittura una cosa ben fatta mettere in discussione una o due storiche conquiste riscrivendo qualche legge.

Ci stiamo rinchiudendo in gabbia da soli e mi chiedo ancora perché lo facciamo. Mi piacerebbe almeno poter rispondere che lo stiamo facendo per il folle gusto di liberarci di nuovo da soli, ma fuori dalla finestra è solo il crepuscolo e questo significa che la vera notte deve ancora cominciare…

Ma ora un po’ di leggerezza e celebriamo il trentesimo anno dalla caduta del Muro di Berlino con una bella canzone: Alexander Platz (1989) dell’immenso Franco Battiato!
Buon ascolto!

Le cinque regole per iniziare a scrivere, ovvero come ci si sporca le mani d’inchiostro

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi ho deciso di discutere con voi quelle che ritengo siano le cinque regole principali per iniziare a scrivere. Ci riflettevo da un po’ sulla necessità di scrivere un articolo del genere, e so bene che non è il primo di anzi una lunga lista che trattano lo stesso argomento. Tuttavia la voglia di scrivere c’è ed è tanta, dunque perché non mettere sul banco i miei attrezzi e vedere se anche voi usate gli stessi? Ne usciremo tutti arricchiti, dunque cominciamo!

La premessa immancabile è ormai sempre la stessa: quelle qui esposte non sono verità rivelate. La scrittura (quella letteraria, quella che piace a noi) è principalmente un processo creativo, dunque non esistono formule aritmetiche per ottenere l’opera perfetta. Quando ciò accadrà, se mai accadrà, allora riterrò giunto per me il momento di cercarmi un’altra occupazione.

1) Non serve avere in mente tutta la storia che volete raccontare: per scrivere basta veramente una briciola, una molecola d’idea. Quella che viene definitia intuizione, altro non è che la percezione di un collegamento tra due pensieri, un’accenno di associazione d’idee che stuzzica la nostra attenzione, neanche la fantasia. Spesso mi è capitato di sentire “vorrei scrivere ma non so bene come cominciare la storia”, “ho una mezza idea…”, beh quella mezza è già sufficiente!

2) Non soddisfate immediatamente la vostra voglia di scrivere: sembra strano e contraddittorio con l’obiettivo dell’articolo, ma così è. Quello di scrivere è un desiderio che si sente dentro e che fa bene all’anima: lo stesso Pirandello fu tra i primi a parlare della scrittura come terapia per i propri stati d’animo agitati o alterati, e lui ne aveva ben donde a causa del fragilissimo equilibrio psicofisico della moglie. Dunque se quel che volete scrivere è un testo che ambisca alla Letteratura, il consiglio che vi do e che sperimento tutti i giorni in prima persona è quello di non scrivere ogni volta che volete, e questo per un semplice motivo: se scriviamo quando vogliamo, finiremo per non scrivere mai. La stesura di un’opera (sia essa un romanzo, una poesia, una drammaturgia, una favola etc.) è un’attività che deve essere considerata molto seriamente fin dal suo principio, se volete che venga presa sul serio quando sarà completata. Quindi se decidete di partire da subito a briglia sciolta rischiate di scontrarvi rovinosamente con voi stessi quando l’entusiasmo sarà meno intenso, e posso garantirvi al 100% che quel momento arriverà: dubbi, poche idee o nessuna, poco tempo, poca intimità, sono i principali ostacoli sulla via della scrittura, bisogna essere preparati. Come?

3) Dedicate una parte fissa della vostra routine alla scrittura: prendete la vostra agenda, fisica o mentale non fa differenza, scorrete gli impegni e cercate anche solo quello spazietto piccolo piccolo nel quale però sapete che nessuno vi disturberebbe mai. Lì troverete terreno fertile per scrivere. Beneficerete della tranquillità necessaria per poter mettere in forma scritta le vostre idee. Io, per esempio, non ho tempo né energie per scrivere durante la settimana, dunque ho un appuntamento fisso con la mia scrittura tutti i weekend, nel pomeriggio dalle 14 alle 18. Questo ha secondo me un doppio beneficio: il primo è quello di sapere che ho del tempo gestito interamente da me e secondo le mie esigenze, il secondo è che passo tutta la settimana a pensare a quello che ho scritto il weekend precedente, arrivando pieno di idee all’appuntamento successivo.

4) Srivete su carta, non al computer. Lo so, faccio coming out e mi schiero con gli utilizzatori di carta e penna. Badate bene, il mio non è un partito preso, né una posizione da vecchia scuola tanto per fare del vintage: dico questo perché ho utilizzato entrambi i metodi e sono in grado di esprimere un parere oggettivo. La differenza nei due approcci non sta nella rapidità, nella versatilità o nell’essere più bohémien, ma si tratta di un fattore neurologico. La scrittura al computer (o comunque la scrittura su device) avviene, a livello cerebrale, in maniera diversa dalla scrittura su carta. Digitando le parole sulla tastiera andiamo molto più veloci che con la penna, il nostro cervello può elaborare le frasi più velocemente e questo ci consente di procedere speditamente nella stesura della nostra opera. Tuttavia la qualità dello scritto ne risente sensibilmente. Scrivendo a mano, al contrario, andiamo più lentamente e il nostro cervello è obbligato a stare fermo sulla stessa frase per più tempo. Questo si traduce in più tempo sulla struttura grammaticale, più tempo sulla sintassi, più tempo sul vocabolario scelto e sul lessico, in altre parole più tempo sul nucleo primordiale di ogni opera scirtta: la frase.

5) Leggete con sguardo critico: la lettura è parte integrante del processo di scrittura. Proprio come ascoltare musica lo è per chi canta, o andare al teatro e al cinema per chi recita. Non dobbiamo leggere solo per il gusto di farlo, ma dobbiamo leggere anche con l’idea di studiare come scrive l’autrice o l’autore dell’opera che teniamo fra le mani. Fate attenzione a come vengono descritte le emozioni, ad esempio, o a come vengono condotti i dialoghi. Immaginate ogni libro come una bottega nella quale potete entrare per osservare il maestro all’opera, un’occasione unica per apprendere il mestiere.

Ecco qui, questi sono i consigli che mi sento di dare per chi vuole iniziare a scrivere. Sono consigli che si basano sulla mia esperienza personale e che ho deciso di mettere a disposizione per dare una mano. Prossimamente ci concentreremo su un altro aspetto, le case editrici!

Pierre Klossowski e la preminenza dell’immagine sulla parola

Di Andrea Carria

 

Scorrendo la sua biografia, si potrebbe immaginare che Pierre Klossowski (1905-2001) abbia passato la propria esistenza a collezionare esperienze. Romanziere, saggista, traduttore, filosofo, pittore, attore o «monomane», come lui stesso, sintetizzando, amava definirsi, Klossowski non è stato soltanto un autore poliedrico, ma anche uno dei più innovativi e originali del XX secolo.

Per inquadrarne il profilo artistico in tutta la sua complessità, vale la pena di partire dal suo ambiente familiare. Klossowski nacque a Parigi, ma i genitori erano entrambi due artisti di origine polacca ben inseriti nella capitale francese. L’arte era dunque un membro a tutti gli effetti di casa Klossowski, e sia Pierre che il fratello Balthasar (protagonista di una fulgida carriera di pittore con il nome di Balthus) scoprirono in fretta i loro talenti.
Un ruolo importante nella formazione di Klossowski lo ebbero due illustri letterati che frequentavano a titolo differente la cerchia familiare: il poeta Rainer Maria Rilke, del quale la madre, Elisabeth Dorothea Spiro (in arte Baladine Klossowska), fu l’ultima amante, e soprattutto il massimo scrittore francese dell’epoca, André Gide, a cui il giovane Pierre fece da segretario particolare durante la stesura dei Falsari (1920-1925), il suo capolavoro.

Come ho detto in apertura, l’attività intellettuale e artistica di Klossowski si contraddistingue per la sua originalità. Influenzato dal surrealismo negli anni giovanili per poi sviluppare un’indipendenza di pensiero che lo accompagnerà per il resto della vita, l’interesse filosofico di Klossowski prediligeva temi e autori che, come lui, non facevano parte della cultura accademica di riferimento. Fu per esempio tra i primi, insieme a Georges Bataille, a restituire dignità intellettuale all’Opera del marchese de Sade e a scagionare l’eredità filosofica di Nietzsche dalla distorsione nazista. Il suo saggio del 1969 Nietzsche e il circolo vizioso è considerato uno dei testi fondamentali della cosiddetta Nietzsche-renaissance — la sola cosa più vicina a una corrente di pensiero alla quale sia mai appartenuto —, insieme ai contributi di autori quali Blanchot, Deleuze, Wahl e lo stesso Bataille. A differenza degli altri autori, l’originale interpretazione che Klossowski fa del filosofo tedesco è gran parte merito della sua attività di traduttore: libri come Nietzsche, il politeismo e la parodia (uscito recentemente per i tipi Adelphi) rappresentano infatti la seconda fase di un lavoro cominciato a monte con la traduzione in francese dei testi tedeschi.

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Friedrich Nietzsche (1844-1900)

D’altro canto, Klossowski deve tantissimo a Nietzsche anche per lo sviluppo di un proprio pensiero filosofico. Concetti quali l’eterno ritorno e la morte di Dio gli schiudono davanti agli occhi scenari inediti e densi di significati. Anche per lui, nell’uomo risiede una potente forza impulsionale che però stenta a manifestarsi. Il suo maggiore ostacolo è rappresentato dal linguaggio, il quale è però anche il principale mediatore di tale forza. Ma se ne è il mediatore, come può esserne allo stesso tempo l’ostacolo? Semplice: il linguaggio è un mediatore formidabile, ma è anche molto ambiguo perché tende ad alterare (addirittura a falsificare) l’oggetto di cui si fa carico. Non è una questione di buona o malafede: per sua natura, il linguaggio non è in grado di riprodurre perfettamente i contenuti che si affacciano alla mente, tanto meno quelli artistici a cui Klossowski pensava in prima istanza, i quali assumono necessariamente i contorni di una «visione», di un’immagine. E come potrebbe, infatti, un’immagine essere rappresentata in maniera adeguata dal linguaggio che si esprime attraverso le parole? Il modo esiste, certo, le parole trovano sempre il modo di tradurre un contenuto iconico in frasi e argomentazioni, solo che Klossowski considera quel tipo di risultato inaccettabile per il suo elevato grado di inautenticità. Svuotato della propria forza originaria, il valore impulsionale che sta alla base di una qualunque immagine viene, per così dire, “addomesticato” dalla ragione, la quale dal canto suo cerca di sostituire la vis con l’inteleggibilità, il sentire con la comprensione intellettuale del fenomeno.
È possibile evitare tutto ciò permettendo all’immagine di conservare almeno una parte della propria specificità? Sì, risponde Klossowski: è possibile cambiando mediatore, utilizzando l’arte figurativa al posto della scrittura. Ora, nemmeno l’arte figurativa può garantire l’inalterabilità assoluta della visione, tuttavia essa, come mezzo, è quella che assicura il livello maggiore di prossimità. Rispetto alla visione, ciò che l’arte grafica realizza è un simulacro, ossia — direbbe Platone — una copia accettabilmente alterata dell’originale, il quale prende le sembianze di un fantasma, ovverosia l’oggetto iconico concreto (la tela, la tavola, il foglio).

L’arte è dunque fatta da simulacri; questi imitano la natura ben sapendo di poterla rassomigliare soltanto. Sono dei mentitori, dei falsari, ma la consapevolezza del proprio status fa della loro opera contraffatta un’opera lecita. Anzi, di più: è un’opera necessaria. Necessaria in quanto senza di essa l’impulsionale rimarrebbe del tutto senza voce e dovrebbe quindi rassegnarsi a qualcosa che è peggio della contraffazione stessa: l’incomunicabilità.

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Le barre parallele, uno dei disegni più famosi di Klossowski

È su queste basi teoriche che Pierre Klossowski realizza quel passaggio «dallo speculativo allo speculare» che, negli anni, lo porterà a dedicare al disegno il tempo che intanto sottrae alla scrittura. Essenzialmente, si tratta di un rovesciamento di priorità: per lui, è molto più importante vedere (e far vedere) con gli occhi che cercare di afferrare ogni cosa con la mente. Ma è anche una critica alla civiltà occidentale, all’eccessivo razionalismo dei suoi sistemi di pensiero, a Platone stesso, di cui ribalta la gerarchia delle arti imitative ponendo la scrittura al gradino più basso della scala. Se infatti le arti figurative sono dei simulacri, in quanto contraffazione lecita di un contenuto impulsionale altrimenti incomunicabile, la scrittura è addirittura un simulacro di un altro simulacro, poiché l’argomentazione usata per esprimere un contenuto impulsionale (primo simulacro) deve prima passare dalla mente, la quale decritta il sistema di segni e convenzioni linguistiche (secondo simulacro) attraverso cui quel contenuto è costretto a transitare. Pure questa rivoluzione è una conseguenza di Nietzsche e della morte di Dio: fino a quando il pensiero, la riflessione e il ragionamento erano gli strumenti per raggiungere il trascendente e la verità custodita in esso, il filosofo era una guida e la scrittura il suo scettro; ma dal momento che Dio è morto non solo, come sostiene Klossowski, viene meno il garante del principio d’identità, ma pure il motivo stesso di guardare verso l’alto. La Verità, dunque, o non esiste più oppure è riposta in qualche altro luogo a cui è molto difficile accedere. Ma se esiste, allora questo luogo è per forza di cose immanente, risiede nell’uomo e coincide con la sua parte più profonda e oscura dove non è la ragione a dominare: è il regno dell’autentico, ma anche dell’irragionevole e dell’illogico, del primitivo e dell’impulsivo, del feroce e del dispotico, dell’istintuale e del desiderante, dell’ossessivo e del patologico, del concupiscente e dell’egoista. E come accedere fin laggiù se non tramite l’introspezione? Come comunicare ciò che in esso si cela se non con l’arte? Come esprimerlo con un mezzo più adeguato di un’immagine che si presenta direttamente allo sguardo dell’osservatore?

«Per me un quadro è un simulacro. Non è un semplice oggetto che si appende al muro a scopo decorativo. È uno strumento, il luogo di un’operazione esorcizzante, che secondo le sue regole simula un fantasma ossessivo, invisibile e incomunicabile. Da qui il carattere teatrale delle mie composizioni, in cui metto in scena una sorta di pantomima dei miei motivi fantasmatici. Infatti, ancor prima d’essere un pittore sono un drammaturgo. È unicamente in questo senso che io non voglio prevenire lo spettatore suggerendogli, alla maniera del sottile Magritte: “Questa non è una chiappa”. Io dirò, ancora prima che qualcuno me lo rimproveri: “Questo non è un quadro”.»[1]

La produzione figurativa di Klossowski consta di una serie di disegni a matita e pastelli di grandi dimensioni, raffiguranti scene erotiche che vedono coinvolti uomini, donne, androgini, adolescenti, efebi e addirittura animali. Il numero dei lavori copre tutte le gradazioni dall’implicito fino all’esplicito, e se le scene di stupro (tra le più ricorrenti) vengono in qualche modo edulcorate non è certo per l’intervento della volontà dell’autore, ma soltanto per il suo stile: plastico, teatrale, dove i movimenti sono impacciati, le pose innaturali e le espressioni dei personaggi sono di una ieraticità paragonabile ai volti negli affreschi romani o a quelli di Piero della Francesca.

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Uno dei tanti disegni di Klossowski ispirati al mito di Diana e Atteone

«I criteri per valutare quel che è di “buon gusto” o di “cattivo gusto” mi furono inculcati come un programma di vita, ed esercitarono dunque un’influenza anche sul mio comportamento morale. La liturgia romana e la sua iconografia mi prepararono ulteriormente a questo culto per le immagini, sia profane che sacre. Tutto ciò mi ha indotto a pensare che la realtà trovi la sua verità soltanto nella riproduzione, nella finzione; è in questo senso che l’arte svela nella realtà l’invisibile che l’apparenza dissimula.»[2]

Liturgia e sacralità sono un’altra bella contraddizione nell’ostentata licenziosità morale messa in scena da Klossowski nei suoi disegni. Lui, pensatore ateo con un passato prima cattolico e poi protestante, non ripudierà mai dal proprio immaginario artistico e orizzonte filosofico la componente sacra dell’esistenza. Nei suoi stessi disegni, così sfacciatamente perversi, quella ieraticità dei personaggi conferisce loro espressioni fuori dal tempo, pose scenograficamente troppo fissate dove non si riconosce il raptus, ma l’ossequiosità degli adepti di una religione misterica mentre si apprestano a compiere iniziazioni e orge rituali.

Ecco che dunque la diversità del mezzo espressivo non muta le istanze profonde della poetica di Klossowski, il quale ora rappresenta graficamente ciò che fino ad allora aveva raccontato con l’ausilio del linguaggio. Immutabilmente e costantemente, l’erotico continua a rappresentare il centro del suo racconto artistico di monomane.

«La “monomania” consiste nel mettere instancabilmente in evidenza una sola e medesima cosa, nell’esporre nell’espressione pittorica quanto in quella scritta una sola e unica fisionomia, una sola e medesima scena ripetuta nelle sue variazioni infinite…»[3]

Come per l’amico Bataille, l’erotismo è la «monomania» di Klossowski; in arte come in letteratura. Dalla trilogia Le leggi dell’ospitalità inaugurata nel 1953 da Roberta stasera al Bagno di Diana (1956), dal Bafometto (1965) all’Adolescente immortale (1994): ogni suo testo è solo una variazione di prospettiva, di intensità, di tono riguardante un unico, grande tema. Sade prossimo mio, il saggio del 1947 con cui il filosofo riconosce nel marchese un proprio sodale e anticipatore, è stato qualcosa in più di un testo critico illuminato e qualcosa in meno di un’apologia postuma: è stato, invece, il viatico di una produzione artistica originale e provocatoria, interamente consacrata all’indagine del tormentato ircocervo di carne e spirito quale è l’Uomo.

 

 

 

[1] Intervista di France Hauser, «Nouvel Observateur», 20 febbraio 1982, n. 902.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

* Per l’immagine in copertina, alchetron.com

Di ieri, di oggi e di altri indirizzi: i “Tales of the city” di Armistead Maupin

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in una parte della produzione letteraria contemporanea che, vi confesso, non ho mai frequentato: la letteratura statunitense degli anni ’70.

Ciò che mi affascina dei nuovi mondi della narrativa che di volta in volta scopro nel corso delle mie esplorazioni letterarie, riguarda sempre almeno due aspetti:

1) la possibilità unica di vedere in che modo la voce di un autore o un’autrice trasmette la prima impressione di un cosmo di riferimenti culturali, storici, letterari e sociali;

2) la mia personale libertà di lettore, di critico e di autore di interpretare i segni e i motivi del romanzo che sto leggendo senza alcuno schema o preconcetto, positivo o negativo che sia, di altri scritti, di altre voci, di altri romanzi appartenenti alla stessa area. Per questo motivo è impossibile, almeno per me, leggere George Eliot senza pensare a Jane Austen, Eugenio Montale senza Giacomo Leopardi, Tommaso Giagni senza Walter Siti o Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf senza Marcel Proust.

Con l’opera di cui vi parlo oggi, invece, mi sono come ritrovato in una città completamente nuova e sotto diversi punti di vista. Innanzitutto il contesto geografico e il periodo storico: come ho scritto sopra, sono piuttosto digiuno di letteratura statunitense e di anni ’70 in generale, con la sola eccezione di un po’ di letteratura italiana. In secondo luogo, i riferimenti culturali e sociali. Pe quelli culturali prendete a titolo di esempio la storia della letteratura statunitense che potrebbe influenzare, e di sicuro in qualche misura ha influenzato, la stesura dell’opera, i ragionamenti che l’autore ha fatto prima di decidere l’esito di determinate azioni dei suoi personaggi. Invece in merito ai riferimenti sociali (che pure viaggiano parallelamente con quelli culturali), pensate all’immenso impatto che ha avuto la sola televisione sulla società: film, programmi, giochi a premi, reclami pubblicitarie: la società di massa e del benessere ha generato un cambiamento radicale nel modo di leggere e di scrivere.

Tutto questo in merito agli U.S.A. mi era ignoto prima di iniziare a leggere Tales of the City.

Ma come dico sempre, procediamo con calma. Tales of the City nasce come una raccolta di racconti scritti da Armistead Maupin e pubblicata a puntate sul San Francisco Chronicle. L’edizione che ho io — BUR contemporanea, 2019 — riporta i racconti della prima serie, nonché gli unici usciti a puntate nel 1978. I successivi sono stati pensati e pubblicati direttamente in volume sino alla loro trasposizione sul piccolo schermo a partire dal 1993 e, proprio quest’anno, al felice approdo su Netflix.

Nonostante si tratti di una serie di racconti, questi sono intimamente legati l’uno all’altro, tant’è che ai miei occhi l’intera opera altro non è che un vero e proprio romanzo. Il fulcro intorno al quale ruotano le vicende è la palazzina al numero 28 di Barbary Lane, la cui proprietaria, la signora Anna Madrigal, accoglie come in una famiglia tutti (o quasi) gli inquilini dei vari appartamenti e questi sono di conseguenza i quattro personaggi principali: Mary Ann, Michael detto “Mouse”, Mona e Brian. Mary Ann rappresenta la voce dell’ingenuità, la ragazza appena trasferitasi dall’asfittica Cleveland che entra in contatto per la prima volta con il libertinaggio sfrenato di San Francisco. Mouse, dal canto suo, ha il ruolo del giovane romantico che non vede l’ora di trovare l’uomo della sua vita con cui comprare una bella casa col giardino e un labrador. Mona, poi, è l’anima tormentata del gruppo: non ha chiara la sua identità, né familiare né sessuale, non sa bene cosa vuole dalla propria vita e cerca di farsi un’idea della faccenda attraverso l’utilizzo di droghe più o meno leggere e alla meditazione astrale. Brian, infine, è il gigante dal cuore tenero, un ragazzo che esce tutte le sere a caccia di prede ma che, in fondo, spera di trovare la donna in grado di fargli perdere la testa

Il mondo di San Francisco è ovviamente popolato da tanti altri personaggi, con ruoli più o meno rilevanti, ma che in un modo o nell’altro vedono le proprie vite intrecciarsi col nucleo di Barbary Lane. Dunque abbiamo il magnate della pubblicità, Edgar Halcyon, con la moglie Frannie e la figia Dede. Quest’ultima, poi, è sposata con l’egoista ed egocentrico Beauchamp Day. Fra gli altri ci sono poi anche Jon, il ginecologo, e D’orothea, la modella.

Grazie a questa ricchezza, data dall’eterogeneità di condizione sociale, culturale, di sesso e di genere, Maupin crea il campo all’interno del quale accoglie chi si appresta alla lettura dei Tales. Da lì muove e tira i fili delle sue trame per ricordare a noi e al mondo (a cominciare in particolare dal suo mondo, nel quale ancora si sentono gli strascichi e le anticipazioni dei grandi conflitti intergenerazionali degli anni ’60-’80) che nulla nella vita è dato per scontato e, soprattutto, che nulla rimane sempre uguale a sé stesso. Ogni singolo personaggio di questo colorato affresco attraversa una fase in cui la propria vita, per un motivo o per un altro, cambia radicalmente. La cosa che rimane in mano a noi è la possibilità di non farci sovrastare da questo cambiamento. Possiamo entrarci in conflitto, come fa Mona, tentare di attraversarlo senza rinunciare ai propri sogni come fanno Mouse e Mary Ann, possiamo anche pigramente guardarlo come Brian, oppure possiamo lasciarci trasportare senza smettere mai di essere onesti e coerenti con noi stessi, come la signora Madrigal.

La lettura di questo romanzo-raccolta di racconti è più che mai consigliata, specialmente in un momento storico come quello di oggi, dove difficilmente ci rendiamo conto di quanto sia costato il mondo nel quale viviamo, con tutti i difetti che ha ancora ma che sicuramente per tanti versi è assai migliore di quello che i nostri nonni e i nostri genitori si sono lasciati alle spalle.

“Il mondo fuori”: l’inizio della mia avventura!

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori, propongo a voi e a me stesso un’operazione abbastanza delicata: il libro di cui infatti sto per parlarvi è diverso da quelli che tratto di solito sul blog perché è mio! Come forse già saprete — e se vi fosse sfuggito questa è l’occasione giusta per informarvi — il mese di ottobre per me è cominciato con la pubblicazione del mio primo romanzo, Il mondo fuori!

La casa editrice che ha creduto in questo progetto è la Porto Seguro di Firenze, una casa editrice giovane, dinamica e non a pagamento. In Italia il mondo della media e piccola editoria è infatti diviso al suo interno in due grandi categorie: le case editrici a pagamento, ossia quelle che in cambio della pubblicazione del libro chiedono all’autore un contributo economico (spesso si tratta di un numero minimo di copie da acquistare), e le case editrici non a pagamento come la mia, vale a dire quelle che invece accettano tutti i rischi di una pubblicazione senza pretendere dall’autore esborsi di nessun tipo. Fortunatamente, è quello che è successo a me e al mio libro (fidatevi, la qualità di uno scritto non va da nessuna parte se non si ha la fortuna di imbattersi in qualcuno che sia disposto a dare fiducia al lavoro che si propone: purtroppo, tanti bravi autori di oggi devono scendere a compromessi con la difficile realtà editoriale italiana e riformulare, portafoglio alla mano, le proprie previsioni!). Pubblicando Il mondo fuori, la Porto Seguro ha infatti deciso di investire in un romanzo in cui crede per aver riconosciuto in esso del potenziale. Il merito quindi è più loro che mio. Da neo autore, posso solamente dire di essere consapevole di aver raggiunto un traguardo tutt’altro che scontato.

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Ma di cosa tratta il libro?, vi starete chiedendo. Per parlarne, comincerei da un brano che penso sia rappresentativo dello stile e del registro che ho impiegato nella scrittura di queste pagine:

«Fino a prova contraria respiro e i minuti debbono pur scorrere, dunque ho deciso di provare a dare un senso al mio ozio scrivendo queste pagine. Non so ancora se durerò o cosa ne verrà fuori, né intendo farmene un problema. Tutti i progetti che avevo fatto sulla vita sono sfumati uno dopo l’altro e questo mi ha insegnato a lavorare senza alcun piano, ad affidarmi all’istinto e a rimettere tutto nelle mani del Caso.»

La voce narrante dal tono disincantato è quella di M., il protagonista senza nome di questa storia. Il mondo fuori è un libro di rivalsa, che ingaggia un corpo a corpo serrato contro la solitudine e lo smarrimento di sé, rielaborando in chiave contemporanea un classico della letteratura: l’amore impossibile fra due persone. Questa volta l’attrazione scocca fra M., uomo maturo e scrittore fallito, e Stefano, un diciassettenne pieno di problemi che si sta lasciando andare alla deriva. Ognuno a modo suo, sia M. che Stefano sono vittime delle convenzioni sociali, e ancora di più delle gabbie mentali che si costruiscono da soli. Quello che ho cercato di descrivere con questo romanzo sono i muri contro cui vanno a sbattere le persone quando non sono sincere con sé stesse e foderano la loro esistenza con una matassa di bugie che presto o tardi è comunque destinata a dissolversi. Da questa base, che potrei definire teorica, è scaturita la narrazione stessa: una narrazione in prima persona, a cura del protagonista del romanzo e che nemmeno lui aveva previsto quando ha iniziato a scrivere. Procedendo con la lettura si assiste infatti a un graduale decentramento tematico e stilistico: l’analisi e le riflessioni che caratterizzano la prima parte si diradano man mano che il protagonista, inizialmente costretto dalle circostanze, si rimette in gioco dando ripetizioni a domicilio. Il suo diario-memoriale cambia così gradualmente forma e diventa una storia. Il romanzo che per tutta la vita ha inseguito e che non è mai riuscito a scrivere gli è arrivato adesso nella maniera più semplice e inaspettata. Nessuna grande trama, nessuna grande ambientazione, nessuna filosofia dietro, solo il racconto genuino e giornaliero di quello che sta vivendo insieme a Stefano, l’allievo di cui intanto si è innamorato.

Solo? In realtà, no. M. ha infatti troppi conti in sospeso per essere sincero oggi senza riscrivere parallelamente la storia della sua vita. I fatti del presente cominciano a dialogare segretamente con episodi lontani del passato, il quale risorge insieme alle sue bugie e rimescola tutte le carte. M. è davvero innamorato di Stefano oppure sta soltanto cercando di rivivere il primo amore della sua gioventù…? E, se sì, quale…? Mentre, dal canto suo, Stefano è realmente sincero con M. o è solo un opportunista che sta sfruttando le debolezze del suo insegnante…? E se addirittura il ragazzo non esistesse e tutto quanto non fosse altro che l’ennesima allucinazione di M…?

«Non si può lavorare e vivere soltanto per sé stessi. In qualunque progetto che si avvia, l’altro è contemplato fin dal principio. Chi si vieta perfino di pensarla, una vita riscaldata dall’affetto dell’altro, non avrà il cuore né la testa per progettare alcunché; oppure li impiegherà una sola volta per costruirsi un recinto bello alto, possibilmente angusto, con solidi pali e nessuna fessura fra di essi, e in quello starà tutto quanto il suo ingenium

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Detto ciò, non penso certo che il mio romanzo sia il romanzo che la narrativa italiana stesse aspettando! Sono un tipo molto critico con sé stesso e già all’indomani della stipula del contratto di edizione ero tentato di riscrivere il libro dalla radice! Nessun autore è mai completamente soddisfatto della propria opera e un esordiente, dopo l’entusiasmo iniziale, credo sia il più scontento di tutti. Ancora adesso, quando vado a rileggerlo, mi accorgo di cose che avrei scritto e trattato in maniera differente, vedo imprecisioni, approssimazioni, nodi narrativi non completamente sciolti, sviste e perfino refusi che mi fanno mordere le mani! Mi viene in mente cosa disse Gianni Vattimo in un programma culturale di Raidue di molti anni fa per spiegare il rapporto tra in-sé (oggetto) e per-sé (coscienza) nel pensiero di Jean-Paul Sartre: non appena un progetto si realizza, spiegava Vattimo, la coscienza dell’autore, se prima si identificava totalmente con esso, ora non si riconosce più nella cosa che ha creato perché nel frattempo si è accorta che il risultato finale somiglia, ma non è quello che aveva in mente. Scusate i riferimenti elevatissimi che ho usato per parlare di me, ma credetemi se vi dico che è proprio quello che ho provato anch’io in questa mia prima, piccola esperienza di scrittore!

Ma forse è l’ora di smettere con le autocritiche, altrimenti vi convincerete che il primo a sconfessare il romanzo sono proprio io! In realtà questa pubblicazione rappresenta il coronamento di un lavoro iniziato ormai cinque anni fa. Durante questo periodo il libro ha cambiato aspetto molte volte, ha subito integrazioni e tagli, ha accolto nuovi personaggi e ha modificato il loro nome più volte, eppure alla fine è rimasto sempre lo stesso libro: il libro di una persona per la quale la scrittura rappresenta un valore aggiunto alla propria vita e che ama così tanto quello che fa da pretendere sempre il massimo! Non è perfetto, ma ne vado fiero e spero che vi piacerà!

Mi auguro che questa presentazione vi abbia incuriosito e vi ringrazio tutti fin da ora. Non mi resta di augurarvi buona lettura e di ricordarvi che sono molto curioso di conoscere il vostro parere, di leggere le vostre recensioni, i vostri commenti e le vostre critiche a cominciare da qui, sul blog!

Andrea Carria, Il mondo fuori, Porto Seguro Editore, Firenze, 2019.

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