I libri che salvano: “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Di Andrea Carria

 

E alla fine, eccoci. Questo 2019 non poteva passare senza che pure noi de Lo Specchio di Ego non affrontassimo l’argomento — il centenario dalla fondazione dei Fasci di combattimento: aspettavamo soltanto il libro giusto.

Molto più di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, fresco vincitore dell’ultimo Premio Strega, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri, 2019) dello storico Francesco Filippi è il libro che noi e l’Italia tutta stavamo aspettando. Mi permetto di dire così a nome non solo di chi, come me, pensa che il fascismo sia stato il capitolo più brutale e oscuro della storia del nostro Paese, ma anche a quello di tutti coloro che la pensano diversamente. Azzardo anzi a dire che loro lo aspettavano più degli altri perché gran parte delle opinioni che li portano a definirsi nostalgici, simpatizzanti o addirittura neofascisti sono alimentate dalle bugie che il fascismo per primo raccontava a proposito di sé stesso quando era al potere e che oggi, ahimè, hanno trovato la via di Internet e dei social per godere di nuova vita.

L’approccio scelto da Filippi è molto efficace: dedicare un capitolo a ciascuna delle maggiori bufale che circolano in Rete riguardo all’operato del fascismo — spesso facili da accettare perché già radicate nella vulgata —, confutandole una per una con rigore e pazienza. Che il suo sia un lavoro serio, e quindi ancora più necessario, lo dimostrano le riflessioni metodologiche contenute nella Premessa, dove è subito possibile farsi un’idea di quanta coscienza e discernimento siano stati impiegati:

«Mentre le fake news sul presente […] servono a indirizzare l’opinione del pubblico a cui sono rivolte, le false notizie sulla storia hanno lo scopo più profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato è rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe, fissando dei punti di riferimento tranquillizzanti, non importa se veri o falsi.
Scardinare una bufala di carattere storico ha perciò due effetti: il primo, correggere l’insieme delle informazioni sul passato che si utilizzano per costruire la propria memoria singola e quella collettiva; un uso che diremmo “neutro” o al più “riparatorio”. Il secondo effetto, più difficile da gestire, è quello da distruggere sicurezze e presunti dati di fatto in chi ascolta; fenomeno pericoloso, che può creare un muro di incomunicabilità. Non si scardina impunemente una certezza».

Mussolini ha fatto anche cose buone

Grazie a una scrittura chiara e un’esposizione sempre lucida, Filippi prende di petto sia i pezzi da novanta su cui si basa la riabilitazione del fascismo, sia i meriti meno noti attribuiti al regime — spesso vere e proprie leggende metropolitane — da cui gli italiani avrebbero comunque tratto grandi vantaggi. Si scopre così, come nel caso del sistema previdenziale, che il fascismo non solo rivendicò come proprie molte delle riforme che i governi dell’Italia liberale avevano studiato o addirittura già varato (facile grazie alla propaganda, la quale era efficacissima nel convincere gli italiani che il regime avesse introdotto strutture e servizi che prima non c’erano quando invece si era limitato a fascistizzare quelli che esistevano già, accentrandoli, cambiando loro il nome e senza estendere la platea dei beneficiari), ma anche che negli stessi settori più cari all’ideologia fascista Mussolini ottenne risultati discutibili e molto inferiori rispetto a quelli sbandierati con tanto vigore per convincere i cittadini riguardo all’infallibilità del Duce.

Non vi rovinerò il piacere di scoprire da soli quali e quante bugie vengono raccontate sul fascismo (anche per chi come me non ha mai dubitato della nefandezza del Ventennio, c’è da rimanere sorpresi), mi limiterò invece a citare tre o quattro elementi che Filippi ha individuato e che tutti dovrebbero sempre tenere a mente:

  1. molte delle bugie che si raccontano attualmente sul fascismo sono il frutto di quelle che il fascismo stesso raccontava a proposito di sé;
  2. quelle di recente invenzione, diffuse soprattutto dai social media, si spiegano con la necessità delle persone di credere a un passato confortante a fronte di un presente precario e insoddisfacente e di un futuro ancora più incerto;
  3. la massa enorme di notizie e rumors che la Rete diffonde, se da un lato rende velocissima la comunicazione, dall’altro non si cura minimamente della sua qualità, col risultato che mai come nell’epoca di Internet il destinatario dei messaggi si è ritrovato nella condizione paradossale di essere tanto lontano dalla fonte della notizia e così ben disposto a credere a essa;
  4. infine, se si considera che fin dagli esordi il fascismo «produsse la più grande contrazione di diritti civili degli italiani da quando esiste il concetto di diritto civile» e che, statistiche alla mano, fu senza ombra di dubbio «l’avvenimento più mortifero della storia di questo paese», il fascismo e Mussolini non sono mai stati “buoni”.

Cosa si può fare, dunque? Apparentemente molto poco. Una volta online, i contenuti non sono più gestibili e grazie all’interazione a cui ognuno di noi dà il proprio contributo iniziano a godere di vita propria. Gli stessi provider, del resto, incontrano grossissime difficoltà a tutelare gli utenti dai gravi abusi che riguardano la loro privacy, per cui pare evidente che la soluzione non può essere di tipo informatico. È possibile auspicare una maggiore cura da parte di chi scrive e condivide, ma pure qui le azioni praticabili sono limitatissime e quelle poche sono comunque destinate a infrangersi contro la malafede altrui. Un libro come quello di Francesco Filippi è un’ottima arma da opporre al pressappochismo e alla nostalgia senza cognizione né memoria dei nostri tempi, e sapere che nel giro di pochissimi mesi questo piccolo kit di pronto soccorso abbia già avuto ben sette edizioni lascia un po’ di spazio alla speranza.

Mussolini e Hitler 1938
Mussolini e Hitler a Monaco nel 1938

Ma di certo ancora non basta ed è quasi scontato dire che i rigurgiti a cui stiamo assistendo siano dovuti al fatto che nell’Italia del Dopoguerra un vero processo di “defascistizzazione”, come Filippi lo chiama, non sia mai avvenuto.

«La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario. Mostrare la realtà di quel passato è un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro».

Per finire, un appello ingenuo, senza speranza a tutti i nostalgici, gli apologeti, i giudici da bar e i leoni da tastiera che non leggeranno né il libro di Filippi né tanto meno questo articolo: prima di cestinare l’uno e l’altro per tornare a tuffarvi nel liquame di bufale e menzogne che la Rete vi propina, facciamo finta che per un attimo voi apriate il libro di Filippi e che guardiate in fondo alla pagina: là sotto troverete delle note al testo e queste saranno le vostre migliori amiche perché vi permetteranno, se gliene darete l’occasione, di verificare personalmente le fonti, di controllare se quello che Filippi ha scritto corrisponde o meno alla verità e magari di smentirlo se, mentre controllate, lo avrete colto in fallo. Pensateci: non è cosa da poco! Si tratta niente meno che della possibilità di controllare che quanto state leggendo sia attendibile, veritiero e dunque meritevole della vostra fiducia! Una possibilità, quella di informarsi verificando con i propri occhi, che i post di Internet a cui credete senza esitazioni non vi danno e che il fascismo che incensate vietò insieme alla libertà di esprimere la propria opinione.

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Saluto ad Andrea Camilleri, creatore di mondi

Di Andrea Carria

 

Questa mattina lo scrittore Andrea Camilleri ci ha lasciati. Noi dello Specchio di Ego ci uniamo ai parenti e al resto del mondo della cultura per un ultimo saluto al Grande Maestro.

Camilleri era nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle (Ag) e nella sua lunga e onorata carriera ha raccontato la Sicilia in tutte le sue sfumature. Come succede solo ai più grandi quando la loro arte si appropria di qualcosa, dopo Camilleri la Sicilia non è più la stessa. O meglio, non è più solo una: c’è infatti la Sicilia e la-Sicilia-di-Camilleri. La Sicilia come luogo geografico, storico e culturale che si impara a conoscere a scuola e che poi si va visitare, magari per una bella vacanza, e la Sicilia così come Camilleri l’ha raccontata nei suoi romanzi: un luogo a sé, un personaggio a sua volta animato da un carattere proprio, una creatura che l’Arte ha preso in prestito dalla realtà per foggiare qualcosa di nuovo, di unico.

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Andrea Camilleri, cassatina sulla terrazza a Marinella (disegno di Serena Stelitano)

Montalbano, il più famoso dei suoi personaggi, è un’icona indiscussa del genere poliziesco tanto in Italia che all’estero. All’estero, sì, proprio all’estero, dove, se la letteratura italiana contemporanea continua ad arrancare, Camilleri si è guadagnato un’acclamazione meritatissima che nel Novecento è riuscita solo ai più grandi fra i nostri connazionali: Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco e pochissimi altri.
Ma nel caso di Camilleri si è trattata di un’impresa doppiamente titanica: conquistare i lettori di tutto il mondo malgrado le difficoltà di traduzione imposte dal dialetto siciliano. Per il quale si è ripetuto lo stesso sdoppiamento che si è visto nel caso della Sicilia: il siciliano, dialetto profondamente radicato nel territorio e restio ad allontanarsene, e il-siciliano-di-Camilleri, lingua letteraria del XXI secolo globalizzato contro ogni aspettativa.

Ma non solo Montalbano. Camilleri ha scritto anche tanto altro: romanzi, racconti, sceneggiature, programmi radiofonici e televisivi. Con la Rai, del resto, Camilleri ha avuto un lungo e fruttuoso sodalizio, il cui ultimo atto è andato in onda lo scorso 5 marzo su Rai 1: Conversazione su Tiresia. Da solo sul palco del teatro greco di Taormina, seduto su una poltrona, Camilleri ha guidato il suo pubblico alla riscoperta di un mito antico. Un lungo monologo che sembrava giunto sugli schermi dopo aver attraversato le nebbie del tempo, a cui la voce rauca del Maestro pareva donare materia.

A 93 anni eccolo lì, Andrea Camilleri, ancora lucido, ancora saggio, ancora ammaliante, ancora pieno di storie da raccontare. I minuti passavano e intanto si rafforzava la convinzione che da quel palco non sarebbe più sceso, che non se ne sarebbe mai andato. È dunque così che voglio ricordarlo: seduto sulla poltrona al centro del teatro, come un amico, come un nonno a cui nessuno può mettere fretta perché sa di avere dalla sua parte l’eternità del tempo.

Grazie, Andrea

Ho visto un uomo volare. Impressioni di un profano alle Terme di Caracalla

Di Gian Luca Nicoletta

 

Chiedo scusa da subito per il lessico incompetente e profano che utilizzerò in questo articolo, poiché mi dedicherò a un argomento che mai ho frequentato: la danza classica.
L’occasione mi viene fornita da uno spettacolo al quale ho assistito il 10 Luglio scorso: infatti ho avuto la possibilità di guardare lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” tenuto nella spettacolare cornice delle Terme di Caracalla, a Roma, a due passi dal Circo Massimo.

Mi è capitato di assistere a degli spettacoli dal vivo di danza classica, al Teatro dell’Opera di Roma e altrove, ma mai avevo visto dal vivo Roberto Bolle danzare. Posso garantirvi che è stata un’esperienza unica, felice sotto ogni aspetto. Ma è meglio procedere con calma, data la selva inesplorata che rappresenta per me questo argomento.

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Lo spettacolo “Roberto Bolle and friends” va in scena ormai da qualche anno, dal 2011, e vede la collaborazione di più artisti che, chiamati a raccolta dalla nostra étoile, si riuniscono per deliziare il pubblico con assaggi di danza e musica classica, ma non solo.
I ballerini e le ballerine che si sono esibiti erano di diverse nazionalità, eccone i nomi e, dove possibile, il link ad alcune informazioni:

Lo stesso vale per i coreografi, da William Forsythe a Massimo Volpini e altri. Lo spettacolo era diviso in due atti, all’interno dei quali si sono esibiti gli artisti con degli assoli, dei pas de deux, tutte coreografie che hanno lasciato il pubblico in visibilio. Bolle, nella sua saggezza elegante di direttore artistico, chiaramente non era onnipresente. Ha aperto e chiuso lo spettacolo e si è esibito anche al fianco di alcuni suoi colleghi.

Tuttavia l’elemento in assoluto più stupefacente è stato la commistione fra diversi generi e stili di danza e musica. Questo spettacolo non è stato una semplice rassegna di estratti di danza classica per educare un pubblico più o meno competente (nonostante di competenti ce ne fossero eccome, fra noi), ma una vera e propria officina, un laboratorio di sperimentazione artistica all’interno del quale si sono superati i confini che tengono separate la danza classica e la musica contemporanea.
In particolare sono stati tre i punti in cui questo esperimento è stato condotto, tutte e tre le volte con successo: “Opus 100 – Für Maurice“, “In the middle of somewhat elevated” e “Waves“. In tutti questi era presente Roberto Bolle che ha ballato, rispettivamente, con Alexandre Riabko, Elena Vostrotina e in assolo e le cui coreografie erano di John Neumeier, William Forsythe e Massimo Volpini. Queste coreografie sono state in grado non solo di mostrarci le infinite possibilità di movimento e direzioni che può prendere un corpo umano, ma anche e soprattutto di raccontare una storia. La musica è diventata una pagina bianca, solo con delle righe segnate, mentre i corpi si sono fatti penna e inchiostro, per scrivere di vicende d’amore, d’amicizia, di allontanamenti e ricongiungimenti. Tutto per tratti essenziali, come i fuochi di una costellazione che sta a noi collegare per vedere la figura nel suo insieme.

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E infine, l’assolo conclusivo. La sperimentazione ha toccato il punto più alto di tutto lo spettacolo perché, come già da qualche anno, Bolle si è esibito con la luce. Laser, nello specifico, resi visibili grazie a del fumo disperso sul palco.
Grazie all’intervento della tecnologia in scena, i sensi della vista e dell’udito hanno preso il sopravvento sul pubblico, catalizzando tutta la concentrazione e facendoci dimenticare del resto dei nostri corpi. Di corpo ce n’era uno solo, il quale incarnava innanzitutto un ossimoro esistenziale, dato dalla solidità dei muscoli ma anche dalla leggerezza dei movimenti che questi permettevano di fare; in secondo luogo il corpo è diventato un prototipo di essere umano: una figura senza volto e senza sesso che interagiva con la luce, con i suoni, con una gabbia luminosa che a tratti costringeva e a tratti liberava. Lo stesso proiettore dei laser non è stato risparmiato, anche lui ha avuto un ruolo: nell’impossibilità di poterlo nascondere dietro a un fondale (cosa che lo scenario delle Terme di per sé non permette), la macchina è diventata personaggio, animale mitico col quale Bolle ha interagito lanciandogli delle sfide, raccogliendone altre.

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Al termine dello spettacolo è avventa per tutti noi la catarsi che il teatro ha l’obiettivo di raggiungere. Una purificazione spirituale e morale che ci ha permesso di guardare alle cose con un altro sguardo. Personalmente, uscito dalle Terme, ho avuto per un momento la sensazione che tutto fosse ridimensionato, inquadrato in un’ottica migliore, più oggettiva. Vedere le potenzialità del corpo umano mi ha fatto riflettere sulla macchina portentosa di cui siamo dotati e che dovremmo sempre tenere nella giusta considerazione. Le persone che si sono esibite quella sera erano come delle semi-divinità, a seconda che fossero sul palco o no. Ma quando ne sono scese, sono tornati gli esseri umani che erano fino a poco prima di salirvi, gli stessi esseri umani che vivono il mondo e la vita come lo viviamo noi altri. Solo che loro, quella sera, hanno compiuto qualcosa di molto importante: da esseri umani hanno aiutato altri esseri umani a sentirsi più belli nella loro umanità, più leggeri nelle loro preoccupazioni e più grandi nella loro piccola realtà.
Grazie alla Danza, all’Arte, al Teatro. A Roberto Bolle e ai suoi amici!

 

Il concetto di malafede nel pensiero di Jean-Paul Sartre

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori e care lettrici, torno a parlarvi di Jean-Paul Sartre, e lo faccio prendendo in considerazione il concetto di malafede così come viene esposto nell’Essere e il nulla, opera capitale della variegata produzione filosofica di questo autore.

Con Sartre ci siamo già intrattenuti qualche tempo fa in un articolo sull’esistenzialismo (vedi qui) e abbiamo visto come in lui filosofia e letteratura avessero trovato un modo tutto loro di fondersi e contaminarsi vicendevolmente. Nell’Essere e il nulla (1943), il tema della malafede fa parte di un discorso onto-fenomenologico più ampio che vale la pena di accennare nelle sue linee essenziali. Se avete letto l’articolo precedente, ricorderete che Antoine Roquentin, il protagonista della Nausea, subisce un netto stravolgimento interiore dopo aver inteso che l’esistenza è dappertutto intorno a lui e che, oltre l’hic et nunc che la spiega e la determina, dietro di essa non si cela nessuna istanza metafisica di ordine superiore. Ora, in questo mondo pieno di esistenza, Sartre deve chiarire cosa sia il nulla e in che rapporti stia con l’essere. Infatti, che il nulla partecipi del mondo è dimostrato dal fatto che, sia a livello logico sia a livello linguistico, è sempre possibile formulare delle negazioni, le quali sono a loro volta il prodotto del criticismo (l’atteggiamento più tipico della coscienza), nella misura in cui criticare vuol dire interrogarsi e interrogarsi vuol dire mettersi nella condizione di ricevere, per una data cosa (x), una risposta che può essere positiva (x è) o negativa (x non-è). Dunque, «perché vi siano delle negazioni nel mondo, e perché si possa di conseguenza interrogarci sull’essere, bisogna che il nulla sia dato in qualche modo». E come è dato il nulla? Per Sartre, il nulla non si oppone all’essere come invece avveniva per tante ontologie dualistiche tipo quella hegeliana, ma è una componente complementare dell’essere, proprio come l’ombra lo è per la luce.

«Il nulla, se non è sostenuto dall’essere, svanisce in quanto nulla e noi ricadiamo nell’essere. Il nulla non può essere tale che sulla base dell’essere; se qualcosa come il nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l’essere, né, in senso generale, al di fuori dell’essere, ma nel seno stesso dell’essere, nel suo nocciolo, come un verme».

Ma c’è di più. Il nulla, infatti, è il prodotto dell’attività critica della coscienza nei termini che abbiamo visto sopra; se dunque esso si manifesta nel mondo, ciò avviene grazie all’attività cognitiva dell’uomo, il quale, sottolinea Sartre, «è l’essere per cui il nulla viene al mondo».

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In tutto questo, la malafede si presenta come uno dei modi in cui il nulla si manifesta nel mondo per mezzo dell’intervento umano. In ultima analisi essa è un atteggiamento, ma prima ancora è una particolare operazione mentale dove la coscienza mette in pratica un vero e proprio procedimento di negazione del sé.

Della coscienza, all’inizio del capitolo sulla malafede, Sartre fornisce questa definizione: «un essere per il quale, nel suo essere, c’è coscienza del nulla del suo essere». Ciò che Sartre intende dire rifacendosi a uno dei principi fondamentali della fenomenologia è che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, ma anche — ed è questo il punto di svolta — che l’oggetto della coscienza non può mai essere la coscienza stessa. Certo, l’autoriflessione esiste ed è possibile, ma anche quando la coscienza si pensa (ossia pensa sé stessa come coscienza), essa non arriva comunque a coincidere con il proprio essere, perché quello che fa in realtà è di accontentarsi di una sua rappresentazione derivata. Cosa se ne deduce? Che nel mondo la coscienza (per-sé nella terminologia sartriana) è l’unica a ritrovarsi in difetto di essere, mentre tutte le altre cose (esistenti, ovvero in-sé), quando si rivelano alla coscienza che le percepisce, lo fanno nella pienezza del proprio essere. La coscienza è dunque lo spazio abitato dal nulla nel quale avvengono tutte quelle riduzioni di essere a non-essere che prendono il nome di nullificazioni. Una di queste è il procedimento che conduce alla malafede, di cui ora, fatte le necessarie premesse, possiamo finalmente parlare.

La malafede è un’esperienza di nullificazione che riguarda l’essere dell’uomo, il quale se ne serve per negare ciò che è. I motivi, facilmente intuibili, rispondono al bisogno di mascherare una verità spiacevole o scomoda, oppure che vorremmo semplicemente diversa. A differenza della menzogna, con la quale è strettamente imparentata, la malafede è una bugia che non si racconta agli altri ma a sé stessi. L’ingannatore e l’ingannato sono pertanto la stessa persona: colui che deve essere convinto del contrario è anche chi possiede una conoscenza perfetta della verità. Tutto ciò ha le sue conseguenze e prima ancora una serie di presupposti indispensabili: fra quest’ultimi troviamo l’unità della coscienza, una caratteristica che pone la teorizzazione psicologica di Sartre come contraria e alternativa alla teoria freudiana, dove, com’è noto, sussiste una netta distinzione fra conscio e inconscio. Ma le differenze sono anche altre. Se infatti in Freud la coscienza subisce gli influssi dell’inconscio quasi come se ubbidisse a una volontà esterna, in Sartre l’unità della psiche fa sì che la coscienza sia l’unica responsabile di ciò che le accade. Ecco perché la coscienza in malafede non è contraria a una conoscenza perfetta della verità: in essa non c’è spazio per il rimosso, dunque ciò che è, se non è di nostro gradimento, va negato.

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Ma com’è possibile tutto questo? Per Sartre, la malafede non spunta da una pianificazione ragionata, ma è piuttosto «una determinazione spontanea dell’essere», ossia una conseguenza poco o per nulla controllabile come lo sono il sonno o il sogno. Nei suoi meccanismi psichici, essa è poi perfettamente equiparabile a una fede, per cui ciò che si realizza con la malafede è una tipica situazione di credenza.

«Il vero problema della malafede proviene evidentemente dal fatto che la malafede è fede. Essa non può essere né menzogna cinica né evidenza, se evidenza è possesso intuitivo dell’oggetto. Se si chiama credenza l’adesione dell’essere al suo oggetto, quando l’oggetto non è dato o è dato in modo indistinto, la malafede è credenza e il problema essenziale della malafede è un problema di credenza».

È un problema di credenza perché, al pari di una fede positiva, la malafede «decide innanzitutto della natura della verità» (ogni fede pretende di incarnare la verità). Quale? Quella di essere ciò che non si è e di non essere ciò che si è. Accettando il contenuto di questa fede, la “verità” si impone alla coscienza dell’individuo, ma può farlo sempre e soltanto come verità del nulla: non solo perché fuori dalla coscienza la verità oggettiva non ha subito modifiche, ma anche perché, per affermarsi come verità, la verità di malafede ha dovuto nullificare (ossia negare) proprio la verità oggettiva, a essa preesistente per necessità ma che aveva il brutto difetto di essere scomoda.

Una cosa importante da specificare è che Sartre non introduce nessun giudizio morale nelle sue argomentazioni. Negli esempi che reca all’interno dell’Essere e il nulla troviamo persone comuni (un cameriere pienamente calato nel suo ruolo, una donna al primo appuntamento, un omosessuale che si rinnega come tale), così come lo sono i protagonisti di quelle sue storie che si sviluppano sullo sfondo della malafede. Vale la pena di ricordare Il muro (1947), dove in ognuno dei cinque racconti che lo costituiscono troviamo la menzogna e la malafede rappresentate con tinte sempre diverse, oppure opere teatrali come A porte chiuse (1944), particolarmente utile per l’esplorazione del rapporto tra la malafede e il nulla.

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Per uno studioso che ha dedicato riflessioni tanto approfondite al problema della menzogna, non è affatto strano che il teatro facesse parte dei suoi interessi e che vi abbia dedicato una parte non secondaria della propria produzione intellettuale. Si tratta di due metodi diversi di indagare lo stesso tema, una caratteristica che Sartre condivideva con altri autori, per esempio Pirandello. Anche Pirandello si interessò a livello teorico dei meccanismi che gli uomini adottano per mascherare la verità riguardo a ciò che sono, la quale rimane nota a loro soltanto. È un’esperienza universale, già vecchia di secoli quando Shakespeare scrisse che ogni uomo e ogni donna è un attore nel grande teatro del mondo. Quello che Sartre vi ha aggiunto di nuovo è il fatto che l’uomo non reciti più per gli altri ma per sé stesso, estendendo il velo della menzogna oltre i limiti che tradizionalmente le venivano riconosciuti.

«Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell’essere umano, è perché la coscienza nasconde nel suo essere un rischio permanente di malafede. E l’origine del rischio è che la coscienza, nel suo essere e contemporaneamente, è ciò che non è, e non è ciò che è».

Se questo argomento vi ha interessato, vi raccomando la lettura del saggio di Enrico Rubetti La malafede e il nulla: figure della falsità e della menzogna nel pensiero di Jean-Paul Sartre, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Il Prato nella collana I Centotalleri, con un’introduzione di Andrea Tagliapietra.

Archetipi familiari e rivelazioni occulte, “Mansfield Park” di Jane Austen

Di Gian Luca Nicoletta

 

L’articolo di questa settimana, se siete fan di Jane Austen, incontrerà senz’altro i vostri gusti perché è incentrato su quello che, assieme a Orgoglio e Pregiudizio, viene definito il punto massimo della scrittura dell’autrice inglese: Mansfield Park.

Questo romanzo, pubblicato nel 1814 e terzo in ordine cronologico dopo Ragione e Sentimento (Sense and Sensibility) e il già citato Orgoglio e Pregiudizio, racconta la storia di Fanny Price e, com’è tipico della scrittura di Austen, si tratta di una ragazza dal carattere ben definito.
Di Austen avevo letto solo le avventure delle sorelle Bennet e di Mr Darcy (anche se il mio preferito rimane Mr Bingley), tuttavia non ho potuto non notare alcuni elementi caratterizzanti la struttura della trama che mi hanno condotto a delle considerazioni che qui di seguito vi esporrò.

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The Golden Train di Edmund Blair Leighton (1891)

Fanny è la figlia di una delle tre sorelle Ward, la più disgraziata che ebbe la malsana idea di sposare un marinaio squattrinato impiegato al porto di Portsmouth. All’età di nove anni, per essere educata e per ricevere un avvenire più prosperoso rispetto a quello che le sue umili condizioni potrebbero mai permetterle, viene mandata a vivere – direi letteralmente adottata – dalla più grande delle sorelle Ward, che prima dell’inizio del romanzo Austen ci fa sapere aveva sposato il facoltoso Sir Thomas Bertram (e con sole 7.000£ di dote, pensate voi!). Tramite di quest’operazione è stata la seconda sorella Ward, il cui nome non ci viene mai rivelato ma che viene nominata costantemente col cognome del marito, titolare della canonica di Mansfield, cioè Mrs Norris.

Fanny viene cresciuta a Mansfield Park dove, da che era la primogenita femmina a casa sua, diventa la più piccola: ella ha infatti quattro cugini, tutti più grandi: Thomas, Edmund, Mary e Julia. La differenza di estrazione sociale non le viene mai nascosta né camuffata: Fanny infatti non dorme in una camera grande come quella delle cugine, ma in una stanza piccola e senza riscaldamento al confine con gli appartamenti della servitù, non ha gli stessi vestiti preziosi, non sarà introdotta in società con lo stesso sfarzo riservato alle cugine.

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In 1816 di Edmund Blair Leighton (1895)

Non indugerò oltre sulla trama per non rovinarvi il piacere della lettura (infatti questo romanzo l’ho letto in una settimana netta e con un record personale, essendo il sottoscritto un lettore lento) e passerò direttamente alle mie riflessioni.
La prima: com’è tipico della letteratura inglese dei secoli XVIII e XIX, una costante è rappresentata dai soldi e dai problemi economici. Una persona è quel tanto che possiede e, più nello specifico, quel tanto che guadagna in termini di rendita. Su questo aspetto abbiamo già aperto uno o due discorsi in questo articolo.

La seconda: con la lettura di Mansfield Park vi ritroverete a comprendere meglio e più da vicino il modo assai codificato e gerarchizzato dell’Inghilterra di inizio ‘800. Non solo i ruoli, com’è ovvio, sono ben definiti e distinti nella dicotomia padre/madre, marito/moglie, figlio/figlia, ma anche una sorta di gerarchia familiare di cui tutti dovevano essere ben conosci, eccovi qualche esempio:
1) I figli primogeniti prendono il nome dal genitore del medesimo sesso: dunque il primo maschio di Sir Thomas e Lady Mary Bertram si chiama Thomas, e la prima femmina Mary (stessa cosa accadde per la regina Vittoria e per Elisabetta II);
2) Il primo maschio viene appellato da amici e parenti fuori della cerchia domestica come Mr Bertram, il secondo come Mr Edumd Bertram; per le femmine invece valgono Miss Bertram e Miss Julia;
3) Quando Mr e Miss Bertram non sono nella cerchia con cui ci troviamo a interagire, questi titoli vengono temporaneamente presi da chi ne fa le veci, ovverosia il fratello e la sorella più piccoli: dunque se Miss (Mary) Bertram è assente e Miss Julia presente, quest’ultima diventa immediatamente la nuova Miss Bertram.
4) Mrs Bertram, in caso di matrimonio, sarebbe solo la moglie del primo figlio, mentre la moglie del secondo diventerebbe Mrs [nome proprio] Bertram.

Insomma, la gerarchia era talmente codificata e articolata che non fatico a capire come fosse facile trovare ampio margine per inscenare fraintendimenti e incomprensioni fra i personaggi!

(c) Bristol Museum and Art Gallery; Supplied by The Public Catalogue Foundation
The Wedding register di Edmund Blair Leighton (1920)

Un altro punto di particolare interesse è rappresentato dall’intimità e dall’interiorità dei personaggi rappresentati: questo è un passaggio che viene messo in chiaro sin da subito, all’inizio del romanzo: complete sono quelle persone che hanno una profonda conoscenza del proprio animo. Meno lo sono, più superficiali saranno. In questo senso, quindi, Austen spende tutte le sue energie nel farci comprendere quanto a fondo Fanny vada quando si tratta di capire le persone e di analizzare i propri sentimenti. Questa ricerca senza sosta è una vera e propria costante della sua poetica letteraria, il capovolgimento di un paradigma che viene portato avanti innanzitutto dalle scritture femminili dell’età moderna e che sarà fondamentale nella costituzione di una nuova figura di individuo e di essere umano, tipica dell’800 e del ‘900.

Ma Mansfield Park è soprattutto una grande commedia della società del suo tempo: non mancano giudizi di valore lanciati come frecce, tanto meno non sono assenti delle importanti riflessioni sul ruolo e sul valore della donna, esposte attraverso il filtro dei pensieri di Fanny che sta a chi legge interpretare e comprendere appieno. Nessuno sfugge alla ridicolizzazione del proprio ruolo sociale, specialmente se ha di sé una scarsa conoscenza.
Il messaggio di Jane Austen diviene, dunque, chiaro e duplice. Primo: non sprecare la propria vita a misurare le persone per quel che guadagnano, ma pensare piuttosto a comprendere noi stessi. Secondo: non dite a Fanny chi deve o non deve sposare!

Storie e voci dalla campagna aretina: “I misteri della porta accanto” di Lorenza Maria Mori

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo di oggi, cari lettori, vi parlerò di un libro fresco di stampa con il quale sono entrato immediatamente in sintonia. I misteri della porta accanto (Porto Seguro Editore) è il secondo libro di Lorenza Maria Mori, una brava autrice della mia terra che nel 2013 ha esordito con il volume autobiografico È il freddo di questa notte (Edizioni Archivio Dedalus).

Più che il secondo libro, I misteri della porta accanto è il primo romanzo della Mori; vale la pena specificarlo fin d’ora, in quanto l’approdo al romanzo costituisce un punto di svolta significativo nell’attività di ogni autore, ossia il superamento di un bel traguardo personale.

Il romanzo ripercorre la storia di una famiglia toscana tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La protagonista, Lisa, va a vivere insieme al compagno (e poi marito), Sandro, nel podere di campagna di San Bartolo, alle porte di Arezzo. Il podere prima era stato della madre di Lisa, la quale l’aveva tirato a lucido investendoci grande passione ed energie. Scegliendo San Bartolo come posto in cui costruire la propria famiglia, Lisa diventa quindi l’erede materiale e soprattutto morale del lavoro della madre, la quale rimane un punto di riferimento fondamentale per tutta la storia anche quando, nella seconda parte del libro, gli avvenimenti prendono il sopravvento sugli aneddoti e sui ricordi che invece caratterizzano la prima parte — la quale, proprio per questo motivo, si presenta come la più frammentaria fra le due.

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Luigi Bechi (1830-1919), Casolare a Castiglioncello, olio su tela

San Bartolo, nelle descrizioni della Mori, appare come un luogo incantato. La sua terra è generosa e se le vengono dedicate le attenzioni che richiede produce frutti in abbondanza in ogni stagione: ortaggi saporiti in primavera e in estate, uva da trasformare poi in vino in autunno, olive da raccogliere e spremere prima che cadano le gelate invernali, e poi ancora frutti di stagione dolci e succosi, erbe selvatiche che bisogna imparare a riconoscere al pari dei funghi che spuntano nei boschetti circostanti, e fiori con cui abbellire il giardino dove i cani e i gatti della famiglia possono scorrazzare in libertà.

La vita in quel posto sarebbe un idillio se solo i Biagini lo permettessero. Menchino Biagini, il marito, e la Ilia, la moglie, sono due contadini che vivono nel casolare confinante con la proprietà di Lisa. Sebbene non ne siano i proprietari ma dei semplici fittavoli (i “padroni”, come i Biagini comunemente si esprimono, abitano a Milano), i due coniugi — anziani, ma non per questo meno temibili — trattano l’intera collina di San Bartolo come se fosse cosa loro. Sono persone semplici e rozze, nate e cresciute in luoghi sperduti da cui hanno preso solo le peggiori caratteristiche. Arezzo è a pochi chilometri — da San Bartolo, il campanile del duomo pare che si possa afferrare con la mano — eppure, dopo tutti gli anni che vivono lì, i Biagini non si sono mai lasciati ingentilire nei modi. Anzi, sono stati loro a trapiantare a valle le usanze più primitive dei monti dell’Appennino da cui provengono. Considerandosi i proprietari di tutto, non rispettano né i confini né le proprietà altrui; impongono la loro volontà in maniera surrettizia, mai limpida, ricorrendo spesso e volentieri al sabotaggio, alle minacce, alle vendette, al furto. Il furto, in particolare, è la loro specialità: prosciutti, salumi, litri di vino e di olio, polli, tutto ciò che può essere portato via a piedi attraverso i campi viene trafugato.

A farne le spese sono in molti, ma in particolare sono Lisa e la sua famiglia, per i quali è difficile difendersi perché non hanno prove. Ma, se sui furti di qualche pollo o di qualche ortaggio si può anche chiudere un occhio (in fondo i Biagini non sono che ladruncoli saltuari, sfruttano l’occasione e, in genere, non arrecano gran danno), quando a essere in pericolo è la vita stessa (degli animali, ma anche delle persone), Lisa e Sandro decidono finalmente di opporsi, e la loro reazione porterà allo scoperto una serie di fatti e di verità in grado di riscrivere la storia recente non solo di San Bartolo, ma anche di Arezzo, dove, proprio durante il suo periodo più florido, si era da tempo adagiata la mano invisibile della massoneria e della P2…

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I misteri della porta accanto è un semplice romanzo solo all’apparenza. Le sue pagine racchiudono significati profondi e messaggi di umanità che il lettore non può non cogliere. Nonostante i dissidi e la cattiveria che ho appena finito di evocare, quello che la Mori riesce a trasmettere è una lezione preziosa sulla convivenza e su ciò che di bello ha da offrire a ciascuno. Convivenza non solo fra gli uomini, che come ho detto può essere difficilissima da realizzare, ma anche fra gli animali e le piante, i quali — spesso ce ne dimentichiamo — vivono ininterrottamente fra noi e insieme a noi, e hanno proprio per questo una grandissima importanza sulla qualità della nostra esistenza. Nel libro, la loro è molto più che una semplice presenza: cani, gatti, uccelli e moltissime altre creature che vivono intorno a San Bartolo sono dei personaggi a tutti gli effetti, i protagonisti di interi capitoli. Anche loro hanno un carattere, delle abitudini, dei sentimenti. Gioiscono e soffrono al pari degli uomini e spesso sono proprio loro a pagare il prezzo più alto, pedine sacrificabili nelle mani di giocatori (umani) avidi e senza scrupoli. Non è facile trattare materiale simile all’interno di un romanzo, tenendosi al tempo stesso lontani sia dalle approssimazioni che dai luoghi comuni, e la bravura della Mori consiste appunto nell’essere riuscita a trasmettere per ciascun essere vivente quella che, usando un termine improprio, è la sua personalità.

Ma c’è anche un’altra cosa che ho apprezzato del libro: l’autenticità. Benché sia un romanzo, I misteri della porta accanto è anche una galleria ricchissima di esperienze, volti e fatti di vita vissuta. L’autrice lo specifica nella nota conclusiva al racconto, ma questo il lettore lo aveva già capito da un pezzo, da solo. Sul piano delle probabilità c’è uno scarto sottilissimo fra realtà e immaginazione, ma quando si costruisce un romanzo non è più una questione di statistiche e ciò che vi metti di reale o di immaginario, e in che quantità, deciderà del respiro che avrà l’opera, e tu sarai l’ultima persona a saperlo. Anche il romanzo della Mori, dunque, parla al suo posto e delle sue scelte di scrittrice. Se ne leggono poche pagine ed è subito chiaro che la materia che sta trattando è di prima o di primissima mano. Ce lo dice il respiro della pagina, ma il respiro della pagina è fatto a sua volta di tanti, piccoli dettagli che la mente riconosce come autentici e che, per quanto ispirata possa essere, la sola immaginazione dell’autore non avrebbe saputo rendere altrettanto vividi.

Di questa autenticità partecipano in maniera speciale le battute in aretino dei personaggi, dove — e qui, mi perdonerete, sono giocoforza orientato nel giudizio dalla comune provenienza — per me è stato bello ritrovare la lingua di casa. Non so se qualcuno di voi ha mai provato a scrivere nel proprio dialetto, comunque posso assicurarvi che è tutto tranne un’operazione facile. Bisogna mettersi in modalità di ascolto, risentire frasi ed espressioni note di cui però, magari, esistono molte varianti e quella che cerchi è proprio la variante che non senti da più tempo. E poi le parole. Non bastano che siano quelle giuste, ma all’interno della frase le parole giuste devono anche stare nelle posizioni giuste e combinarsi le une con le altre in modo da restituire la cadenza e l’intonazione originaria, altrimenti il risultato non riesce e gli accrocchi, in casi come questo, proprio non funzionano… insomma, se non è lavoro da filologi e linguisti, poco ci manca!
Questa digressione mi è servita per far capire quanto il risultato conseguito da Lorenza Maria Mori sia da apprezzare. E chi meglio di un suo conterraneo che, leggendo certi passaggi del libro, s’è piegato ‘n due dalle rise (come, appunto, si direbbe ad Arezzo) potrebbe dirlo?

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Sì, dalle rise, perché I misteri della porta accanto è un libro dolce e amaro, divertente e malinconico allo stesso tempo. In esso c’è tanta vita, e la vita, si sa, recita sia il buono che il cattivo tempo. E in questa storia, in questa storia di vita, di campagna e di provincia, troviamo tutto mescolato. Troviamo la genuinità del mondo contadino come oggi non esiste più insieme alla sua parte più cruda e nera. Troviamo la gioia per le piccole cose insieme alla sofferenza che solo i dolori più grandi sanno dare. Troviamo l’apparenza e il pregiudizio che nascondono — ma per fortuna non soffocano — l’essenza e la verità. C’è posto per la cattiveria, per l’arroganza, per la piccolezza degli esseri umani, ma anche per la loro bontà, per la loro schiettezza, per il loro amore. Troviamo l’Uomo, e con esso la sua parte che vorrebbe piegare la natura ai propri capricci e quella che invece fa di tutto per vivere in armonia con essa. E così per tutto il libro, dove insieme alle tante qualità che ho evidenziato fin qui ci imbattiamo pure in quelle piccole imperfezioni che ogni opera artigianale — come alla fine ogni romanzo è (o dovrebbe essere) — porta con sé.

Sono sicuro che molti di voi, cari lettori, leggeranno I misteri della porta accanto. Sono altresì sicuro che la maggior parte di voi, influenzati dal titolo e della copertina, lo leggerà pensando a esso come un libro che racconta una storia familiare misteriosa, a tratti inquietante. Ebbene, io non posso dirvi se abbiate ragione oppure no, posso però dirvi come l’ho trovato io: un libro fresco, sincero e piacevolmente empatico, una vera storia della porta accanto, ma anche una storia di libertà e sulla ricerca della libertà. La libertà di scegliere, di mettere e sapersi mettere in discussione, la libertà di reagire alle provocazioni o quella di dimostrarsi superiore. È un libro sulla libertà perché tutti gli elementi e i caratteri che ricordavo poco sopra non si pongo mai in opposizione gli uni agli altri, aut-aut, ma coabitano lo stesso spazio, lo stesso areale, la stessa mente, dando anche da questo punto di vista una grande lezione sul significato di concetti importanti come rispetto, convivenza e inclusione.

Teoria dello specchio e della fotografia ne “Il Barone e il guardacaccia” di François Vallejo

Di Gian Luca Nicoletta

 

Ho da poco terminato la lettura di questo piccolo romanzo edito da Sellerio nel 2006, Il Barone e il guardacaccia, dello scritto franco-spagnolo François Vallejo (classe 1960) e oggi ve ne vorrei parlare.

La vicenda, come si deduce dal titolo, è principalmente quella del Barone d’Aubépine  Perrières, possidente di un vasto latifondo nella Francia occidentale, e del suo fedele guardacaccia, Monsieur Lambert. Il periodo storico è quello dei moti comunardi e rivoluzionari del 1848, anno più anno meno.
La storia non inizia in maniera classica, con grandi descrizioni o introduzioni dei personaggi, tutt’altro: all’inizio del romanzo ci troviamo nel 2004, quando il narratore di questo primo capitolo si imbatte inavvertitamente in una vecchia foto di famiglia, dove sta ritratto un signore ben vestito ma — particolarità della foto — desta attenzione il fatto che questa non sia venuta molto bene a causa di un grosso cane nero che irrompe nel campo e disturba soggetto e fotografo. Il narratore, confrontando la foto con una identica finita su un giornale, non ha dubbi che quella ritragga uno degli spietati carcerieri delle colonie francesi di un tempo.

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Terminato questo preambolo, il filone narrativo si stacca dalla nostra contemporaneità e salta indietro di più di un secolo e mezzo, portandoci alle avventure di M. de l’Aubépine e M. Lambert. Da qui entra in gioco l’abilità, che non sospettavo non avendo mai letto null’altro di Vallejo, dello scrittore: la fotografia sparisce completamente dai pensieri del lettore, perché tutto si concentra su quella che ho definito nel titolo come “teoria dello specchio“: i personaggi principali sono perfettamente speculari l’uno all’altro, ma in maniera del tutto sorprendente. Il Barone, figlio di un uomo spietato, freddo e prepotente, è un cultore della filosofia e fervente sostenitore della causa repubblicana; mentre il suo guardacaccia, un uomo piuttosto rozzo nei modi e molto attaccato alla sua terra e alla sua preziosa muta di cani, è fermamente convinto che se le cose sono in un certo modo è perché così devono essere, dunque che i baroni facciano i baroni e che i contadini facciano i contadini.

Alla base di questo interessante gioco di prospettive, il quale non riduce minimamente la complessità dei personaggi che vengono costantemente arricchiti e particolareggiati, sta una taciuta analisi dei bisogni degli stessi: il barone è cresciuto in un mondo soffocante, nel quale tutti si aspettavano qualcosa da lui, qualcosa che non aveva in termini di abilità di caccia, severità nel gestire la propria servitù, rigore nel riscuotere le proprie rendite, dunque propende sinceramente verso un progetto socio-politico che veda al centro il sovvertimento della piramide, puntando all’abolizione di qualsiasi privilegio nobiliare. Dall’altra parte invece sta Lambert che, nel suo modesto cantuccio con la sua famiglia, non è in grado di immaginare un mondo diverso; il suo ragionamento è molto più terreno rispetto a quello del barone: se i titoli nobiliari fossero aboliti non avremmo più un barone, e se non abbiamo un barone, chi ci dà lavoro?

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Frutto di questo scambio sono i dialoghi ben strutturati, veloci e spigliati. I due personaggi, i quali si rinfacciano le rispettive priorità che vuole la società del XIX secolo, sono lo strumento migliore che permette di immaginare la incongruenze di allora. Particolarmente interessante ho trovato i pensieri di Lambert, quelli che non ha cuore di dire al suo padrone, che molto spesso indugia su un’espressione quando riflette su ciò che il barone vorrebbe fare ma che non deve fare: “non bisogna“, tradotto dal francese probabilmente (non ho il testo originale) da “il ne faut pas“, letteralmente “non serve, non è necessario”.

Parallelamente a questo scambio vispo, Vallejo concentra l’attenzione sulle turbe dei personaggi, sui loro feticci e in particolar modo quelli del barone: tendenze erotiche, desideri della carne cui, nel buio del castello, il barone cede senza freni e che vengono uditi dalla famiglia di Lambert che vive in un casino poco distante. In questo modo viene anche ben tratteggiata l’intimità che c’era nelle grandi magioni di una volta, dove servitore e servito vivevano dopotutto sotto lo stesso tetto e che, sebbene i muri sociali fossero invalicabili di giorno, quel che succedeva di notte era di omertoso dominio pubblico-domestico.

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Ma voi, che siete lettori ben più attenti, vi domanderete: sì va bene, ma la foto?
Ebbene Vallejo ha una risposta anche per quella: una risposta elegante perché la storia della fotografia è in realtà il romanzo stesso. Solo che, con una prosa agile e furbescamente architettata, il lettore non se ne rende conto. Solo alla fine di tutta la vicenda, senza farvene accorgere, vi ritrovate ad aver letto una storia familiare ricca e complessa e, soprattutto, vi renderete conto bene del perché, dopo moltissimi anni, in una famiglia è rimasta una foto sfocata di una persona di cui nessuno ricorda più il nome.