“La famiglia Karnowski” di Israel J. Singer: il fascino dell’oralità incontra l’eleganza della prosa

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori, invaderò il campo del mio collega Gian Luca Nicoletta e vi parlerò di una saga familiare. La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (1893-1944), fratello maggiore del più noto Isaac B. Singer, premio Nobel per la letteratura nel 1978, è un romanzo del 1943 che in Italia è apparso per i tipi Adelphi soltanto nel 2013 nella traduzione dallo yiddish a cura di Anna Linda Callow.

Come suggerisce il titolo, il romanzo ripercorre la storia della famiglia Karnowski per tre generazioni, e a ciascuna di esse è dedicata una parte del libro. Non fatevi tuttavia trarre in inganno dalla parola generazione, alla quale è facile pensare in termini plurali: di ogni generazione della famiglia Karnowski si fa carico un unico membro, il quale dà anche il nome alla parte del romanzo che lo vede come protagonista.

La prima racconta la storia di David Karnowski, il capostipite del nuovo ramo della famiglia, il quale decide di lasciare la natale Polonia per la Germania. Siamo sullo scorcio del XIX secolo e la scelta di David è la stessa di molti altri ebrei polacchi. La Germania di allora, guidata dal Kaiser Guglielmo II, è infatti una potenza politica, economica e militare in piena espansione in cui, con un po’ di intraprendenza, è possibile fare fortuna. David e la moglie Lea giungono così a Berlino e grazie al duro lavoro riescono a costruirsi una piccola fortuna. Ma David ha anche un altro motivo che lo ha condotto in quella città: egli è un commerciante ebreo come tanti, ma soprattutto si considera un uomo di grande cultura, uno studioso appassionato delle Scritture e un convinto seguace del filosofo Moses Mendelssohn, al quale a Berlino è stato dedicato addirittura un monumento. Per questo motivo David si sente superiore alla media dei suoi correligionari, che invece di perfezionare il loro tedesco si ostinano ancora a parlare in yiddish, e frequenta soltanto studiosi della sua levatura. Ma David rimane comunque un altezzoso solitario per la maggior parte del tempo e nemmeno la moglie Lea riesce a seguirlo nei suoi intenti pro germanici e intellettualistici. Così, tanto più David cerca di diventare tedesco curando la lingua ed evitando la compagnia di altri ebrei di recente arrivo, quanto più sua moglie si aggrappa al ricordo del suo villaggio natale, del quale in casa continua a onorare la lingua, la cultura e le superstizioni.

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Il primogenito di David e Lea è Georg, un bambino che crescendo sfiderà l’autorità paterna per scegliere da solo la propria strada. Georg è nato a Berlino, si sente tedesco, e per lui tanto la religione tradizionale del padre quanto la mentalità paesana della madre sono eredità che non gli appartengono. D’altronde, esaudendo un desiderio che è anche quello di David, Georg sarà il primo Karnowski a frequentare l’università. Grazie all’ascendente esercitato su di lui dalla bella e brillante Elsa Landau, il suo primo amore, Georg si laureerà in Medicina e durante la Grande guerra si metterà in luce come chirurgo. Riappropriatosi degli abiti civili, Georg diventa uno dei più stimati chirurghi di Berlino e, insieme al successo professionale arrivano anche quello sociale ed economico. Malgrado sia ebreo, nella Germania di Weimar i suoi lineamenti esotici, tra i quali spicca il grosso naso dei Karnowski, riscuotono un grande successo fra le bionde ragazze tedesche…

Dal matrimonio di Georg con un’infermiera berlinese nasce un bambino, Georg Joachim, chiamato comunemente Jegor, nella cui persona il sangue ebraico del padre e quello tedesco della madre si fanno la guerra. Scuro con gli occhi azzurri, Jegor vivrà come un incubo la propria identità di sangue misto durante l’adolescenza. Intanto i nazisti hanno infatti conquistato il potere e Jegor è costretto a subire umiliazioni quotidiane sia da parte dei coetanei sia dei professori. La forte crisi di identità spinge il ragazzo dentro un isolamento senza via d’uscita, fatto di risentimento, rabbia e odio nei confronti di sé stesso. In particolare, Jegor se la prende con il padre, che vede come il responsabile di tutte le sue sciagure. Nega la sua ascendenza ebraica e cerca asilo nei lineamenti della madre e del suo cognome tedesco, col quale inizia a firmarsi. I ragazzi biondi sono la sua ossessione e l’ideale ariano di cui non può far parte diviene il punto di riferimento, la meta inarrivabile della sua vita. La sua lotta senza speranza per riappropriarsi dell’identità tedesca costituisce il momento più toccante e drammatico del romanzo.

Quando ho cominciato a leggere questo libro, non sapevo bene cosa aspettarmi. Le saghe familiari non sono il mio genere preferito e di Israel J. Singer non avevo letto niente prima di allora, ciononostante ho iniziato a vedere il libro positivamente dopo pochissime pagine. Faccio una piccola premessa: quando leggo un romanzo, due cose sono importantissime per la mia esperienza di lettura, cioè la storia raccontata e lo stile in cui è scritta. Sebbene l’importanza dell’una e dell’altra vari da libro a libro per mille e più motivi, all’inizio è lo stile ad avere il compito più difficile, in quanto deve avvincere il lettore ancora prima che questo abbia la possibilità di farsi conquistare dalla storia. Se ho letto con tanto trasporto la storia della famiglia Karnowski dalla prima all’ultima pagina, il merito è tutto dello stile letterario di Singer, uno stile personale senza essere personalizzato.

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In un importante saggio del 1936 dedicato all’attività del narratore, Walter Benjamin ha scritto qualcosa che ho ritrovato leggendo il romanzo di Singer:

«L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi.»

La prosa di Israel J. Singer non è infatti così riconoscibile come quella di tanti altri scrittori, che magari fanno fatica a tenere fuori dall’opera la propria personalità. In questo, lui è ancora un narratore ottocentesco, per il quale il racconto ha la priorità su tutto il resto. Riguardo poi all’esperienza, Singer integra quella personale con l’esperienza di un intero popolo, quello degli ebrei ashkenaziti dell’Europa Orientale, di cui nei suoi libri rivela proprio quei caratteri identitari che sono stati trasmessi di generazione in generazione in ogni famiglia.

A differenza di molti autori del Novecento che si sono cimentati con svariati generi, Singer è inoltre un romanziere autentico. Nella Famiglia Karnowski — che molti considerano la più grande saga familiare in lingua yiddish, superiore anche ai Fratelli Ashkenazi, che lo stesso Singer aveva pubblicato nel 1936 — la storia assume subito il tono e il ritmo di un’altra epoca: quelli dei racconti che si sentivano un volta intorno a un fuoco acceso, quando l’unica fretta del narratore era quella di ritrovarsi ancora lì la sera successiva per riprendere il racconto da dove lo aveva lasciato. La sua prosa è calda e avvolgente, mette il lettore a proprio agio, lo invita a rilassarsi e ad ascoltare. Ascoltare, sì, perché la lettura della Famiglia Karnowski non stanca come fa anche il migliore dei libri dopo molte pagine, ma rinnova costantemente la volontà del lettore di saperne di più e andare avanti, proprio come succede quando si ascolta una bella storia raccontata da una bella voce.

Ma le affinità con lo stile orale non finiscono qui. Al pari dei racconta-storie di una volta, Singer arricchisce la propria narrazione con storie parallele, nuovi filoni e digressioni da percorrere al momento. Col suo stile rilassato, lo scrittore prende a braccetto ognuno dei suoi personaggi, compresi quelli secondari, e a volte capita che ne accompagni qualcuno per un tempo più lungo di quello che le esigenze di trama avrebbero richiesto. D’altro canto, questa caratteristica si rende essenziale per una migliore ricostruzione della dimensione corale e paesana tipica del mondo yiddish. Alcune volte, la comunità diviene essa stessa protagonista e tutti i suoi pittoreschi personaggi diventano gli attori dell’ultimo capitolo di una storia millenaria fatta di rivalità, attriti, solidarietà, professioni di fede e arte di arrangiarsi. Il tipo di comunità yiddish rievocato da Singer è un microcosmo che si basa su dinamiche standardizzate, su leggi ataviche, immutabili e indipendenti: al variare del tempo e del luogo (spesso dovuto ad accidenti storici come il nazismo), il microcosmo si ricostituisce altrove tale e quale nella sua struttura, e a volte capita che siano quelle stesse persone ad animarlo. O comunque persone molto simili alle precedenti, volti nuovi per ruoli vecchi dove è difficile, se non impossibile, essere originali.

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Una menzione particolare va, secondo me, al modo anch’esso pacato con cui Israel J. Singer ha saputo raccontare l’ascesa del nazismo. Pacato nel senso che il romanziere ha evitato di raccontare la ferocia del regime ma, come anche nel caso di Fred Uhlman, ne ha saputo esprimere ugualmente la crudeltà. I nazisti sono spietati e odiosi anche se non vengono mai nominati come tali (Singer parla di «nuovi padroni», di «uomini in stivali» e usa anche altri epiteti dello stesso genere, ma non nomina mai direttamente né loro né il loro capo). Egli non si sofferma nemmeno sugli avvenimenti storici e politici in sé, bensì sulle conseguenze che ricadono sulla vita delle persone. Sono le vite delle persone, non le piazze, i teatri dell’orrore su cui insiste la penna di Singer, e la naturale empatia che il lettore prova nei confronti dei personaggi ne centuplica il rimbombo.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito e che si collega all’assenza di chiari riferimenti storici (finché non si arriva allo scoppio della Prima guerra mondiale, mi pare infatti di non aver incontrato indizi diretti sul periodo in cui si svolge la storia) è l’abilità con cui Singer è riuscito a descrivere l’ambiente umano nel quale incubava il nazismo. Il cognato di Georg, il tenente Hugo Holbek, riassume il senso di spaesamento di milioni di soldati che una volta tornati dal fronte non hanno più saputo riprendere una vita normale. La descrizione del suo comportamento — che Singer comunque non analizza mai — la frustrazione per le sue aspettative tradite, la devozione per una divisa che non può più togliere e che allo stesso tempo rende indegno ai suoi occhi qualunque altro lavoro sono gli elementi che meglio esprimono il disagio che ha spinto milioni di ex soldati fra le braccia di Hitler. Ancora una volta, Singer non si è affidato ad analisi o a riflessioni, non ha svolto ricognizioni storiche né disamine sociali: gli è bastato mostrare uomini come il tenente Holbek alle prese con la vita di tutti i giorni per superare in chiarezza decine di saggi di storia.

Come per gli altri libri di cui vi ho parlato sin qui, anche della Famiglia Karnowski vi raccomando fortemente la lettura. Che siate amanti di saghe familiari, di romanzi storici o semplicemente dei bravi lettori, Israel J. Singer avrà le parole giuste con cui tenervi attaccati alla pagine. L’incontro con questo romanzo non tradirà le vostre attese.

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Trieste e la “questione orientale”: una pagina di storia da ripassare nel Giorno del ricordo

Di Andrea Carria

 

Succede così: ci sono storie di cui un bel giorno si smette di parlare e che, alla lunga, rischiano di essere sommerse dall’inarrestabile corso della Storia. Non sempre c’è la volontà di dimenticarsene, tuttavia la possibilità esiste e spesso si verifica. Anche le questioni più ardue e annose possono andare incontro a questo rischio; anzi, proprio perché ardue, c’è da ritenere che il desiderio di voltare pagina abbia contribuito a tessere intorno a loro una sorta di silenzio, in primo luogo istituzionale, a cui poi si accoda quello della società civile.

Un esempio che si potrebbe fare riguardo alla storia del nostro Paese è la “questione orientale”, come venne chiamato il lungo braccio di ferro tra Italia e Jugoslavia per i territori dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia, una questione d’interesse nazionale la cui vitalità odierna si concentra quasi esclusivamente a livello locale.

Partiamo da un dato. Quando a scuola si studia la storia d’Italia, leggiamo per esempio che Trieste e Gorizia vennero ufficialmente annesse nel 1919 in virtù dei trattati di pace di Parigi al termine della Prima guerra mondiale. Va bene, ma poi? Nella mia piccola esperienza ho potuto constatare che spesso il dopo viene raccontato poco e male. Nel migliore dei casi le traversie storiche di queste e delle altre città lungo il confine orientale sono condensate in un paio di righe, oppure accennate mentre vengono ricapitolati i punti di questo o quel trattato. Ma la storia tutta intera è ben più complessa e, almeno per me, molto interessante da scoprire nei suoi dettagli.

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Il porto di Trieste nel 1885

Quando scoppiò la Grande Guerra, Trieste e Gorizia facevano parte delle cosiddette terre irredente, ossia quell’insieme di città e regioni abitate in maggioranza da italiani che, dalla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, erano rimaste in mano straniera. Ma questo era solo il punto di vista italiano, e sarebbe sbagliato vedere in quelle città lo specchio esatto dei sentimenti che animavano molti patrioti al di qua della frontiera. Per la maggior parte dei residenti le cose non stavano esattamente così. Prendiamo il caso di Trieste. Come tanti centri urbani dell’Impero asburgico, Trieste era una città multietnica, multiculturale e poliglotta: un po’ tedesca, un po’ slava e un po’ italiana, con un tocco di eccentricità conferitole dalle numerose minoranze che ha ospitato nel corso della sua storia. Collocata sulla sponda dell’Adriatico dove l’Italia incontra i Balcani, la fioritura di Trieste è sempre stata il riflesso dei traffici che il suo porto era in grado di attrarre. Proprio quest’ultimo venne proclamato porto franco nel 1719 e da quel momento conobbe uno sviluppo crescente, fino a diventare il porto più importante dell’Impero austroungarico, la sua porta sul Mediterraneo a tutti gli effetti. Insieme al porto crebbe il centro abitato vero e proprio: così, se all’inizio del XVIII secolo Trieste era solo un borgo come tanti altri, due secoli dopo essa era divenuta una città prospera e facoltosa, abitata da persone provenienti da mezza Europa, soprattutto dall’Italia.

Per quanto numerosa e favorevole all’annessione potesse essere, la popolazione italiana conviveva da secoli insieme a tante altre etnie, e queste non aspiravano certo che la loro città entrasse a far parte del regno sabaudo — nemmeno molti dei cosiddetti italiani, che poi spesso erano solo italofoni. Soprattutto non lo volevano i tedeschi e gli sloveni, le cui percentuali demiche rappresentavano qualcosa di molto più consistente di una minoranza. Il passaggio da uno stato multietnico come quello austriaco a uno nazionale come quello italiano non poteva quindi essere indolore, e infatti l’italianizzazione di Trieste, Gorizia e degli altri centri della zona conobbe momenti davvero difficili, in cui non mancarono né le migrazioni né gli scontri.

Nonostante all’Italia fossero stati appena riconosciuti nuovi territori, la verità è che i trattati di pace del 1919 avevano scontentato un po’ tutti. In numerosi ambienti del nostro Paese si fece largo l’idea dannunziana della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia aveva vinto, sì, la guerra eppure a Parigi le sue rivendicazioni territoriali erano rimaste per lo più inascoltate. Sull’onda di questo convincimento, nel 1919 una spedizione volontaria guidata dal solito Gabriele D’Annunzio diede sostanza alle massime ispirazioni irredentistiche occupando Fiume, in Croazia, e istituendo una sorta di autogoverno che chiedeva l’immediata annessione della città da parte dell’Italia. L’anno seguente, a Rapallo, il ministro degli Esteri italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni raggiunsero un’intesa su Fiume e sul nuovo confine fra i due Stati: l’Italia ottenne un sensibile incremento territoriale, addentrandosi di molti chilometri a est e a nord di Gorizia, in Carniola, allargandosi a tutta l’Istria, ad alcune isole dell’alto Adriatico e acquisendo l’enclave di Zara. Fiume venne invece trasformata in uno Stato libero (ribelli fino all’ultimo, il Vate e i suoi vennero cannoneggiati e fatti sgomberare dalla regia Marina), il cui collegamento con l’Italia era assicurato da una striscia costiera di pochi chilometri. Soltanto con il Trattato di Roma del 1924 Fiume divenne un capoluogo di provincia italiano a tutti gli effetti.

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Cadaveri recuperati dalla Foiba di Vines nel 1943

Durante il fascismo l’italianizzazione — già in atto — dei territori orientali venne accelerata e perseguita con rinnovato vigore dalle istituzioni, a scapito delle minoranze locali. Se infatti nelle città il numero degli italiani-italofoni fosse prevalente quasi dappertutto, stessa cosa non valeva nelle zone rurali, dove la popolazione slovena o croata era la stragrande maggioranza. L’italiano fu imposto nell’insegnamento scolastico, nella carta stampata e nella toponomastica, ma anche la vita associativa e culturale delle minoranze non sfuggì all’occhio sempre vigile del regime, il quale mirava all’annichilimento delle cosiddette culture “allogene” su tutto il territorio nazionale, alimentando malcontento e risentimento.

I semi della discordia gettati dall’Italia liberale e fertilizzati dal fascismo germogliarono durante la Seconda guerra mondiale, ed ebbero conseguenze tragiche. La caduta di Mussolini nel 1943 e i problemi sempre maggiori dell’esercito tedesco un po’ dappertutto crearono le condizioni per la formazione di una Resistenza partigiana motivata e ben organizzata. Nei Balcani il maresciallo Tito prese il comando dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia e cominciò un’inarrestabile risalita, liberando una città dopo l’altra. Giunte in Istria e in Slovenia, le sue milizie si trovarono di fronte a città e paesi italiani che gli slavi rivendicavano con forza. Erano città nemiche, le città degli invasori fascisti che erano calati sulla Jugoslavia insieme ai tedeschi nel 1941, città alle quali gli stessi partigiani titini erano legati da affetti e ricordi generazionali — ma anche da un dolore e da una rabbia molto più recenti. Fu contro quelle città, le prime città appartenenti al nemico che incontrarono nella loro marcia, che le forze di liberazione jugoslave scatenarono indiscriminatamente il proprio rancore — ingiustificabile —verso la dominazione straniera, italiana e fascista.

Una stima ufficiale delle vittime delle foibe — i pozzi carsici in cui vennero gettati i corpi dei nostri connazionali giustiziati — è tuttora impossibile accertarla per la mancanza di dati sicuri e di collaborazione tra i governi nazionali. La forbice indicata dagli storici è abbastanza ampia, tuttavia sono in molti a ritenere che il computo possa raggiungere i 5.000 morti fra uomini, donne, bambini e anziani. Un vero e proprio eccidio del quale per un tempo lunghissimo non si è parlato (il tema ha raggiunto e finalmente scosso la società civile italiana soltanto negli anni Novanta), che anzi si è cercato di minimizzare e che ha conosciuto numerosi tentativi di insabbiamento. Dal 2004 (legge 92 del 30 marzo), il 10 febbraio è il Giorno del ricordo, la data in cui l’Italia commemora questa pagina luttuosa della propria storia, ricordando non solo le vittime ma anche l’esodo che venne imposto ai sopravvissuti.

Il secondo dramma che si abbatté sui cittadini italiani di Istria e Dalmazia fu infatti quello dell’abbandono forzoso delle proprie città e abitazioni, ora che queste erano finite in mani jugoslave. Qualcosa come 300.000 persone vennero rimpatriate via mare, su piroscafi come il famoso Toscana, verso i porti italiani. A testimonianza di questo esodo è il Magazzino 18 nel porto vecchio di Trieste, dove sono tuttora accatastate le masserizie (sedie, valige, posate, fotografie) abbandonate dai profughi più di settant’anni fa e mai più recuperate. Nel 2014 Magazzino 18 è diventato anche il titolo di uno spettacolo del cantante Simone Cristicchi, il quale ha diviso pubblico e critica per alcune scelte interpretative.

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Ma Trieste non poteva essere la nuova casa di queste persone. Occupate Fiume, Pola, Capodistria, Rovigno, l’Esercito popolare puntava ora verso Trieste, ingaggiando una vera e propria gara contro il tempo con le forze alleate, le quali nel frattempo risalivano la Penisola italiana. La città era insieme un simbolo e un punto strategico importantissimo che avrebbe potuto fare la differenza sul futuro assetto mondiale. La corsa venne vinta per un pelo dagli jugoslavi il 1° maggio 1945, ma la liberazione definitiva avvenne solo con l’arrivo delle truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg.

Con la città occupata da due forze militari, era chiaro che per il suo possesso si sarebbe aperto un contenzioso fra Italia e Jugoslavia, e che non sarebbe stato facile. Né breve. La soluzione da applicare nell’immediato fu quella di dividere i territori contesi in due aree facenti capo a due amministrazioni militari diverse: la Zona A, comprendente Trieste e i comuni circostanti, venne assegnata agli Alleati; la Zona B, corrispondente all’Istria, venne invece affidata ai militari di Tito. Come Fiume a suo tempo, ufficialmente Trieste era un territorio libero e come tale, in seguito al Trattato di Parigi del 1947 che siglava la pace fra l’Italia e le potenze Alleate, venne incluso nel Piano Marshall per la ricostruzione postbellica. Prima che sulla città potesse tornare a sventolare il Tricolore passarono altri sette anni nei quali non si fecero mancare rivendicazioni, momenti di tensione e scontri, poi, nell’ottobre del 1954, il Memorandum di Londra decretò il passaggio ufficiale della Zona A alla Repubblica Italiana. A pochissimi chilometri gli ex territori italiani della Zona B, ormai avviati verso una storia completamente diversa sotto il regime comunista a guida Tito. L’ultima appendice diplomatica di questo interminabile contenzioso si ebbe nel 1975 con il Trattato di Osimo, quando venne definitivamente posta la parola fine sul passaggio delle frontiere.

Frontiere che, lungi dal riconciliare, nel caso di Trieste hanno almeno assicurato l’integrità urbana di una città, non furono altrettanto rispettose altrove. A Gorizia — che nel maggio del 1945 subì la deportazione di 665 cittadini verso la Jugoslavia — il confine fra Italia e Slovenia taglia ancora oggi il centro abitato e in alcuni casi le proprietà immobiliari dei cittadini. Simbolo dello smembramento è il bell’edificio della stazione della Linea Transalpina Trieste-Jesenice, un tempo stazione della città di Gorizia oggi sita in territorio sloveno, nell’abitato di Nova Gorica.

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La stazione della Transalpina a Nova Gorica (Slovenia)

La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

 

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

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Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

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25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

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25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei

Tra filosofia e letteratura, parte IV: tutti pazzi per Madame Bovary!

Di Andrea Carria

 

Dopo aver parlato di contaminazione fra generi, di romanzi filosofici e delle nuove frontiere letterarie della filosofia, nel quarto appuntamento di questa serie (il primo nel nuovo anno) cambieremo solo apparentemente prospettiva e vedremo insieme quale influsso può avere un’opera letteraria sulla riflessione filosofica.

Il capolavoro di Gustave Flaubert, Madame Bovary (1856) è una pietra miliare della letteratura francese e mondiale, ma è stato anche uno specchio per le idee dei filosofi. Oggi in particolare vedremo come tre autori dai profili molto diversi hanno inserito questo romanzo all’interno delle proprie riflessioni: Jules de Gaultier, Jean-Paul Sartre e Jean Améry.

Prima di partire è però necessaria qualche informazione di servizio, utile a contestualizzare i riferimenti che incontreremo man mano. Gustave Flaubert nacque a Rouen nel 1821 in una famiglia borghese (il padre era un chirurgo stimato). Dopo gli studi liceali si iscrisse alla Facoltà di Diritto di Parigi, ma l’epilessia di cui soffriva fu al tempo stesso causa e pretesto per l’interruzione della sua carriera di studente: non era infatti un segreto che a Flaubert il Diritto non interessasse. Così come non gli interessavano la maggior parte delle cose che gli uomini borghesi del suo tempo facevano per guadagnarsi da vivere. La sua vera passione erano l’arte e la letteratura. Alla morte del padre si ritrovò in possesso di una rendita sufficiente da permettergli di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Tornato da un viaggio di due anni in Oriente, durante il quale si vietò di intingere la penna nel calamaio per «essere tutto occhio, semplicemente», si ritirò nel suo rifugio normanno di Croisset dove, fra momenti d’ozio e peccati di gola, lavorò con accuratezza e sensibilità estetica al romanzo che avrebbe dato una svolta alla sua carriera letteraria, fino ad allora piuttosto stagnante.

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Gustave Flaubert (1821-1880)

Madame Bovary uscì a puntate sulla «Revue de Paris» nel 1856, e in volume l’anno seguente. La storia è conosciuta universalmente: Emma, moglie dell’officier de santé Charles Bovary (una sorta di medico condotto), profondamente insoddisfatta della sua vita matrimoniale in una sonnolenta cittadina di provincia, cerca conforto dove può. All’inizio lo trova nei romanzi d’amore, poi in due uomini in carne e ossa, dai quali ottiene però soltanto illusioni e debiti che ne determineranno il tragico epilogo. Il successo del romanzo si confuse da subito con lo scandalo che provocò nella società francese del tempo. Flaubert venne formalmente accusato e portato in tribunale per oltraggio alla morale e alla religione, tuttavia, se da quel momento la sua carriera di scrittore conobbe alti e bassi frequenti, ciò non fu responsabilità dei giudici (che anzi lo assolsero), bensì dell’incostanza della sua vena letteraria. Quando morì, nel 1880, lasciò un romanzo incompiuto, Bouvard e Pécuchet, poi pubblicato postumo l’anno seguente, e non fece in tempo a sospettare che Emma Bovary, il personaggio che lo aveva ricoperto di lodi e infamia, sarebbe vissuta per sempre anche in altre forme.

«bovarismo s. m. [dal nome di Madame Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo (1857) di G. Flaubert]. – Insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e sim.»

Questa è la definizione di bovarismo fornita dal Vocabolario Treccani. È una parola comunemente usata e perciò è entrata a far parte della lingua italiana. Deriva indubbiamente dal romanzo di Flaubert, tuttavia la sua esistenza è legata a filo doppio con il lavoro e la mediazione di un’altra figura. Costei — ossia costui — è Jules de Gaultier (1858-1942), il primo filosofo che incontriamo oggi. Francese, dipendente del Ministero delle Finanze, Jules de Gaultier non aveva alcun rapporto con la filosofia accademica e non ne fece mai parte; nel 1892 pubblicò uno studio intitolato Le Bovarysme. La psychologie dans l’œuvre de Flaubert, poi ripreso e riformulato nel saggio del 1902 Le Bovarysme: essai sur le pouvoir d’imaginer. Per bovarismo, de Gaultier intende una disposizione generale presente in ogni essere umano, che porta l’individuo a vedersi diverso da quel che è in realtà. Ciò è tipico negli individui dalla personalità debole che non possiedono un grande concetto di sé: si scelgono un modello — reale o meno non importa — e fanno di tutto per tendere verso di esso, imitandolo e perdendo così di vista quelle che invece sono le loro vere specificità. L’impossibilità di eguagliare il modello non è un ostacolo, anzi viene compensata dall’impossibilità di accorgersi che il traguardo è irraggiungibile: una circostanza fatale, che rende questa distorsione un fenomeno duraturo.

La teoria di de Gaultier ha avuto un’eco molto vasta e nel corso del Novecento è stata approfondita e applicata in ambito letterario da altri autori, come per esempio René Girard, teorico del desiderio triangolare. Quello che invece non sempre emerge è che le conclusioni di de Gaultier siano state il risultato di una lunga gestazione che — come rivendicato dall’autore stesso — ha addirittura anticipato il suo incontro con il romanzo di Flaubert. Inoltre la loro origine non è letteraria, ma prettamente filosofica.
Tutto parte da un problema metafisico ed epistemologico. Muovendosi in relativa autonomia anche rispetto al pensiero di Nietzsche e Schopenhauer, de Gaultier ritiene che il mondo così come appare sia menzognero e nasconda la verità autentica. In esso vigono degli «istinti» polarizzati che lui chiama «istinto vitale» e «istinto di conoscenza»: il primo è servo della menzogna nella misura in cui la vita, per mantenersi così com’è, ha bisogno che l’inganno che regge il mondo continui a essere; all’opposto l’«istinto di conoscenza» è il solo ad andare contro la menzogna perché vorrebbe comprendere fino in fondo i meccanismi più riposti del mondo e della vita. La menzogna, infatti, non è un complotto e nemmeno un inganno di qualche entità superiore, bensì qualcosa di molto più “innocente”: si tratta del sistema di credenze e valori semplificato attraverso cui il mondo si rende intellegibile agli occhi dell’uomo, ovverosia l’insieme codificato e condiviso dei fenomeni di superficie che ognuno di noi usa per orientarsi e per pianificare le proprie azioni. Dietro a ogni fenomeno si celano tuttavia meccanismi e dinamiche più complesse la cui conoscenza, per quanto necessaria a fini filosofici e scientifici, può porsi in contrasto con la praticità dell’istinto vitale, il quale, per così dire, è “tarato” per gestire un grado inferiore di complessità fenomenica.

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Jules de Gaultier, 1901-1905 circa (fonte: nietzsche-en-france.fr)

Va bene, ma il bovarismo, vi chiederete? Tranquilli, stiamo infatti per giungere al punto. Questo quadro teorico era necessario per comprendere come, per Jules de Gaultier, il mondo e la realtà comprendano in sé non solo i fenomeni, cioè l’esistenza tutta intera, ma anche le facoltà intellettive riassumibili con la parola conoscenza (la quale è comunque destinata a non essere mai adeguata e completa). Ne deriva, quindi, che esistenza e conoscenza sono due modi del reale indisgiungibili e in costante relazione fra loro, per cui, come spiega Alice Gonzi, «ogni sforzo tendente a uscire da questa relazione si risolve in una soppressione delle condizioni della realtà»[1]. Ed è esattamente quanto messo in atto da Madame Bovary,

«figura tipica, dal comportamento accentuato, [che] riesce a creare dentro di sé un essere immaginario, in contraddizione con il suo essere reale. La costruzione di questo fantasma, dotato dei suoi desideri, dei suoi sogni, al cui servizio è messa l’energia vitale e nervosa di cui è capace la donna, prende le mosse da un entusiasmo originato dalla conoscenza anticipata della realtà che è un elemento costitutivo del bovarismo, del fatto di conoscere l’immagine della realtà prima ancora della realtà stessa».[2]

Se la conoscenza della realtà è inadeguata e incompleta, se quella che è fattivamente possibile circa un determinato fenomeno ne modifica poi la realtà stessa, allora Emma Bovary, nella sua mente allucinata, ha davvero realizzato il grado più alto di modificazione.

Jean-Paul Sartre (1905-1980), teorico della malafede, è stato un altro filosofo ad aver dedicato anni di studi a Madame Bovary e al suo autore. Nello specifico, tuttavia, l’interesse di Sartre non si rivolge all’analisi delle forme attraverso cui Emma altera lo statuto della realtà; l’oggetto della sua indagine pluridecennale (tremila pagine, cinque stesure, tre ponderosi volumi usciti nel biennio 1971-72, più un quarto mai completato) cerca di rispondere a un’unica, grande domanda: come ha fatto Flaubert, l’idiota della famiglia, a diventare ciò che è?

Idiota della famiglia, proprio così. È questo infatti il titolo scelto da Sartre per l’opera che segnerà l’ultima parte della sua attività intellettuale; un libro appassionato, sentito, voluto parola dopo parola; uno studio multidisciplinare, come diremmo oggi, in cui l’autore alterna tutte le principali tipologie di scrittura saggistica fino a foggiare un testo esemplare tanto per la critica letteraria quanto per il genere biografico. Ma perché proprio idiota? Perché tale era il posto ricoperto da Flaubert nella famiglia d’origine. Secondo maschio di tre figli, nessuno dei genitori lo aveva scelto come proprio prediletto. Il padre, Achille-Cléophas, era un noto chirurgo di Rouen che aveva già proiettato tutto l’egoismo delle proprie aspirazioni sul primogenito — di nome Achille proprio come lui — e che considerava al pari di un prolungamento del proprio essere. Dal canto suo, la madre era una figura triste e appesantita da una serie di colpe transgenerazioli a cui sentiva di dover riparare. Orfana di madre, morta nel darla alla luce, essa consacrò la propria esistenza nel prendersi cura della figlia, un chiaro tentativo inconscio attraverso cui espiare il “matricidio”. In questo schema familiare fatto di ruoli e posizioni imposti fin dalla nascita, per il piccolo Gustave non c’era spazio. Crebbe nell’indifferenza, trascurato e non seguito da nessuno; goffo e insicuro, mostrava evidenti difficoltà di parola. Era un idiota nel significato di individuo impacciato, inetto e fuori luogo. Ma se davvero era un idiota, come ha fatto a diventare uno dei maggiori scrittori di tutti i tempi, un genio? Come è stato possibile, si chiede Sartre, che Gustave sia diventato Flaubert?

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Jean-Paul Sartre a Venezia nel 1951

La risposta del filosofo sono le tremila pagine della sua monumentale biografia dove, a lato dell’analisi critica, egli non manca di sottolineare analogie e similitudini tra l’infanzia dello scrittore a Rouen e la sua nella casa del nonno materno. È un Sartre molto diverso da quello degli esordi, e non solo politicamente. In tutto, anche nelle tesi centrali del suo pensiero, ha avuto il coraggio necessario per cambiare rotta rimettendo in discussione idee capitali della sua filosofia, come ad esempio l’idea di libertà. Quest’ultima non è più totale e incondizionata come ai tempi dell’Essere e il nulla, ma accoglie nel proprio concetto l’influenza delle determinazioni esterne e delle interiorizzazioni ereditarie, due dei fattori che costituiscono la base teorica del suo Flaubert. Così, se da una parte Gustave diventa Flaubert liberandosi dai condizionamenti familiari, dall’altra lo diventa anche per essere riuscito a individuare lo strumento di liberazione più adatto, quello su cui né il padre né la madre avevano mai proiettato la propria ombra. Questo strumento sarà la scrittura, alla quale Flaubert affiderà il difficile compito di ricongiungerlo con sé stesso. Ecco perché, come scrittore, è così esigente in fatto di lingua e di stile: egli sa prima di chiunque che la sua riabilitazione individuale passerà soltanto dalla perfezione di ogni frase che scriverà come artista. Per dirla con Massimo Recalcati, «Flaubert diventa così un “uomo di penna” che vuole impadronirsi, attraverso la scrittura, del fenomeno del mondo».[3] E il mondo, il nostro Flaubert, lo riconquisterà all’età di trentacinque anni, proprio con Madame Bovary, superbo esempio del suo sforzo estetico e punta di diamante della sua produzione letteraria. Gustave, l’idiota, era diventato universalmente Flaubert, il genio.

Qualche anno dopo la pubblicazione dell’Idiota della famiglia, esce Charles Bovary, Landarzt (1978) del saggista austriaco naturalizzato belga Jean Améry (1912-1978), tradotto in italiano col titolo Charles Bovary, medico di campagna. Ritratto di un uomo semplice (Bollati Boringhieri, 1990). Si tratta di un testo a metà fra il saggio e il memoriale dove la parola è interamente del marito di Emma, Charles, per Améry il personaggio più maltrattato del romanzo, ispirato a un compagno di classe dello scrittore. Con questo volumetto sostanzialmente ignorato — di cui anche gli esperti del filosofo hanno una considerazione marginale — Améry si pone un obiettivo molto ambizioso: dimostrare come Madame Bovary, il romanzo che inaugura il realismo letterario europeo, sia invece un’opera con uno scarso rispetto per la realtà.

Secondo Améry, il Charles Bovary flaubertiano sarebbe un personaggio non credibile proprio per lo scarso senso della realtà che dimostra verso il comportamento libertino della moglie. Flaubert gli fa bere ogni sua menzogna, addirittura quelle più lapalissiane come la storia delle lezioni di pianoforte dalla signorina Lempereur, tant’è che nel romanzo Charles non si risveglia nemmeno quando è la stessa insegnante a dirgli che da lei, Emma, non ha mai messo piede. Quale uomo ci crederebbe, si domanda Améry? Nessuno, a meno che costui non sia un allocco (cosa che Améry nega decisamente nei confronti di Charles) oppure un uomo finto, irreale. Ma se Charles Bovary è irreale, lo è, avverte poi il filosofo, soltanto per l’arbitrio del suo creatore, il quale commette l’errore di riversare la propria amarezza verso il mondo borghese sul suo personaggio, rendendolo goffo e incapace. La realtà, tuttavia, non è questa. Malgrado Flaubert abbia fatto di tutto per togliere dignità a Charles Bovary e abbia evitato di calare il suo racconto in un anno preciso (altra cosa che contrasterebbe con il suo presunto realismo), Charles resta un borghese e come tale incarna valori e attitudini tipici della sua classe, i quali trascendono la cornice definita per lui dal romanziere, una cornice che rimane troppo stretta anche per un personaggio letterariamente amputato quale è l’officier de santé Bovary. Flaubert, per esempio, lo descrive come un lavoratore, ma al tempo stesso lo priva della dignità e dell’etica borghese del lavoro. Ne vuole fare a tutti i costi un inetto, quando invece è solo un tipo mediocre che però prende seriamente le proprie mansioni, permette alla moglie un tenore di vita consono alla sua posizione e se la trascura probabilmente è la stessa cosa che al tempo facevano tanti altri uomini ligi ai propri doveri.

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Jean Améry (1912-1978)

La realtà di Charles Bovary è quella che di lui fornisce Emma, nel cui sguardo sprezzante per la figura del marito si scorge lo stesso giudizio stroncante di Flaubert per la classe borghese tout court. Ma allora quale sarebbe la realtà autentica di questo personaggio? Améry non indica la risposta  direttamente nel testo, ma è comunque possibile ricavarla considerando l’intera sua Opera filosofica, dominata dal tema del risentimento. È in tale direzione, infatti, che il filosofo ci suggerisce di andare a cercare. Bovary, dice il suo difensore, è un uomo dell’échec, un uomo dello scacco, un’espressione, questa, già presente in Levar la mano su di sé, il libro in cui Améry si impegna a dimostrare la dignità morale ed esistenziale del suicidio; e come tale uomo, oberato da una coscienza che non gli dà requie, ecco che Améry rivendica anche per Charles una propria interiorità, e a dimostrazione che una coscienza ce l’abbia pure lui — checché ne possa dire Flaubert — ecco che nel saggio il medico di campagna si abbandona a un monologo in cui non si limita a dimostrare la propria consapevolezza riguardo a ciò che è accaduto, ma nel capitolo finale, intitolato significativamente J’accuse, arriva a rimproverare il suo stesso creatore.

In parziale polemica con Sartre, Améry rovescia quindi il punto di vista e fa vedere come Flaubert, il bambino smarrito presentato dal padre dell’esistenzialismo, non avesse smesso di essere un privilegiato nemmeno per un secondo. Anzi, a dirla tutta, era un ragazzino abbastanza disinvolto da fare comitiva, consapevole della propria posizione sociale fino al punto di riconoscere nei compagni lo specchio della propria condizione, e quindi pure sufficientemente smaliziato da trattare con sdegno chi si trovava al di sotto. Alla fine dei giochi, Flaubert sarà anche stato l’idiota della famiglia, ma come tale ha fallito proprio nel rappresentare l’idiota borghese, scambiando per incapace un ragazzo onesto che frequentava la sua stessa classe al lycée, e le cui «forze intellettuali [erano però] sufficienti per capire cosa gli accade[va] a causa di una fatalité che [ora] è necessario superare».

 

 

 

[1] https://mondodomani.org/dialegesthai/ago01.htm

[2] https://mondodomani.org/dialegesthai/ago01.htm

[3] Introduzione a J.-P. Sartre, L’idiota della famiglia, Il Saggiatore, Milano, 2014.

*Per l’immagine in copertina, cinema.everyeye.it

Una riflessione sul Giorno della Memoria: cosa rimane oggi?

Di Gian Luca Nicoletta

 

In occasione del Giorno della Memoria desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla Shoah; riflessioni che ho avuto modo di fare durante il mio anno di Servizio Civile, cioè tra il 2017 e il 2018.

Il progetto cui ho preso parte si intitolava La Memoria come strumento di educazione alla pace, l’ho svolto grazie ad Arci Servizio Civile, coinvolgeva oltre a me altre quindici persone da diverse parti d’Italia ed era incentrato su una ricerca, a livello documentale e archivistico ma anche sociologico, della memoria della nostra Resistenza e dell’esperienza della Shoah. Nello specifico abbiamo ricercato nei vari archivi (sia cartacei che on-line) di molti giornali locali e nazionali tutte le informazioni che riguardassero questi due fenomeni, cercando di studiare come le notizie a loro relative venissero impostate, scritte, perfino disposte  sulla pagina per comprendere quale messaggio nel complesso la stampa intendeva trasmettere ai lettori. Parallelamente a questo abbiamo elaborato un questionario di circa trenta domande nel quale chiedevamo, a ragazze e ragazzi di età compresa fra i 18 e i 30 anni, cosa sapessero e cosa pensassero della Shoah e della Resistenza.

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I dati che abbiamo raccolto si sono dimostrati per lo più incoraggianti, sebbene segnati da alcune imprecisioni secondo noi dovute a una visione piuttosto semplificata della Storia nazionale ed europea: l’ombra nel nazismo sui rapporti di potere nell’Italia di allora è sempre molto forte e si tende a credere, in linea generale, che la dittatura mussoliniana quasi non fosse altro che un’appendice di quella hitleriana. Ovviamente così non fu: non bisogna cedere al facile inganno che ci giocano le immagini di una Germania invincibile almeno fino al 1941 e di un’Italia supina e succube negli anni della guerra civile. Ci sono prima e in mezzo molti eventi, grandi dinamiche le cui responsabilità non possono che ricadere sulla nostra parte della ricostruzione storica, a partire dalle ignominiose leggi razziali del 1938. Proprio in merito a questo ci sono giunte delle critiche positive e interessanti che hanno dimostrato come pure noi volontari eravamo, nostro malgrado, vittime di quell’inganno. Nelle domande poste proprio in merito alla responsabilità della promulgazione delle leggi razziali, ci è stato fatto notare da alcuni che mancava una importante opzione: non avevamo pensato che qualcuno potesse dare la colpa dell’approvazione di quelle leggi al Capo di Stato di allora, Re Vittorio Emanuele III che, firmando l’atto a lui presentato, aveva formalmente permesso all’Italia di diventare un Paese dotato di leggi espressamente razziste.

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Fonte: ilpost.it

Ma cosa ci rimane oggi di quell’esperienza? Sicuramente tanto dolore. L’onta dello sterminio di 6.000.000 di ebrei ci riguarda e da vicino, non possiamo ignorarlo né negarlo, come molti ancora oggi vorrebbero fare. Fortunatamente abbiamo chi può testimoniare per via diretta cosa accadde durante quegli anni atroci: le esperienze di Sami ModianoLiliana SegreNedo Fiano e, fino a qualche anno fa, di Shlomo Venezia tra gli altri vanno ascoltate, imparate a memoria e ripetute per filo e per segno a tutti, dai bambini agli adulti. Bisogna accettare che quanto è accaduto non è più modificabile né emendabile, si tratta di un fatto storico che, in quanto tale, può e deve subire almeno due processi: un processo di scientifica analisi storiografica che faccia sempre più luce su tutto quello che è avvenuto; e uno di presa di coscienza che, in quanto fatto verificatosi, può essere ripetuto. Nella mia modesta opinione sbaglia chi dice che Hitler era un pazzo, un folle fuori controllo, perché ciò vorrebbe dire depotenziare la carica di quanto è riuscito a organizzare. Non era pazzo, come non erano pazzi Mengele, Goebbels, Himmler o Priebke. La loro è stata fredda programmazione, calcolo matematico, ragionamento geografico, valutazione di ipotesi e prova delle stesse. Erano esseri umani nel pieno controllo delle loro facoltà, che hanno messo le loro menti a servizio di un ideale fondato sull’odio, sul sangue e sulla morte.

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La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz Birkenau

Dobbiamo conoscere la Shoah, dobbiamo studiarla e dobbiamo viverla, per renderla una esperienza non solo storica ma anche antropologica, qualcosa che riguardi ogni essere umano e che punti al miglioramento intellettuale della nostra specie: leggiamo di Primo Levi, di Irène Némirovsky, di cosa a loro è successo e di quanto il mondo ha perso, per esempio. Visitiamo i luoghi, conosciamo le persone, direttamente o indirettamente non fa differenza, purché il nostro cervello riservi una parte alla memorizzazione e comprensione di quanto è accaduto settantacinque anni fa.
Sono fatti di ieri e non di più.

Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

 

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.