Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

Il relativo nel diverso: “La dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Di Gian Luca Nicoletta

 

Il mio primo articolo di questo 2020 è incentrato su un film che ho visto di recente: La dea fortuna di Ferzan Özpetek, uscito da poco nelle nostre sale cinematografiche.

Il film è stato prodotto dalla Warner Bros col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato girato parte a Roma, parte nel santuario della dea Fortuna a Palestrina, nel Lazio, e parte a Bagheria, in Sicilia.

La trama, cui rivelerò per sommi capi per non rovinare il gusto della visione di nessuno, è questa: Alessandro e Arturo sono una coppia che vive a Roma da molti anni. Hanno una solida rete di amicizie nel loro quartiere ma vivono la loro vita nella tediosa routine di una relazione diventata ormai soffocante per entrambi. Già dai primi minuti del film si capisce infatti che i due sono ormai da tempo sentimentalmente distanti: hanno frequenti relazioni clandestine e l’uno è a conoscenza dei tradimenti dell’altro.
Accade un giorno che una loro cara amica, Annamaria, passa dal loro appartamento per lasciare in custodia i suoi due figli per qualche giorno, il tempo di fare alcune analisi in ospedale: da lì inizia lo svolgimento vero e proprio della trama che porterà alle grandi valutazioni sulla vita di ognuno dei personaggi, le quali sono, poi, il cuore del film.

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Devo dire che il film mi ha lasciato una piacevole sensazione nel suo complesso. Gli attori principali, Edoardo Leo nel ruolo di Alessandro, Stefano Accorsi in quello di Arturo, Jasmine Trinca in quello di Annamaria e l’interessante cammeo di Barbara Alberti nel ruolo di Elena, la madre di Annamaria, sono stati tutti bravi nel dare ai loro personaggi un’aria di quotidiana normalità.
Particolarmente riuscita trovo una scena nella quale si verifica una litigata doppia: da una parte ci sono Arturo e Alessandro che discutono già colmi del risentimento che nutrono l’un per l’altra e, dalla parte opposta, ci sono i due bambini che, negativamente influenzati dallo screzio fra gli adulti e che ancora devono imparare a gestire le loro emozioni, iniziano una furente lite.

In questo film ho trovato anche molto apprezzabile quello che ho definito nel titolo come il relativo nel diverso, scegliendo appositamente un termine provocatorio. Al centro del film sta il rapporto ormai deteriorato fra Alessandro e Arturo e lì si ferma la caratterizzazione. Non ci sono accenti sulla natura omosessuale, sul percorso che ha segnato la vita di entrambi: la loro unione viene mostrata come un mero dato di fatto e proprio grazie a questo ci si può concentrare su altro. Lo scarto non sta più nel tipo di coppia, ma nel come questa coppia gestisce la propria relazione, relativizzando un elemento che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) era il principale se non l’unico punto di attenzione narrativa. Arturo e Alessandro si annoiano come tante altre coppie, si tradiscono come tante altre coppie, si dicono frasi molto gravi e pesanti come tante altre coppie. Ci si sposta dalla forma al contenuto e questo trovo sia un grande segno di pregio per l’intero film.

LA DEA FORTUNA  (red.cultura)
LA DEA FORTUNA (red.cultura)

Tuttavia la mia recensione sarebbe incompleta se non parlassi di qualcosa che non mi è piaciuto: ho trovato un po’ affettate alcune scene marcatamente armoniose.
Come in ogni storia, la parabola deve eseguire il percorso positivo-negativo-positivo, dove rispettivamente troviamo armonia-contrasto-armonia; solo che in questo film c’è un quarto segmento negativo da aggiungere all’inizio.
Ciò che ho trovato appunto affettato, a tratti finto, è il secondo segmento della parabola, quello positivo/armonioso: Alessandro e Arturo sembrano aver ritrovato un equilibrio, dato dall’aria fresca che i bambini hanno portato con sé. Si può quindi vedere una serie di scene in cui quest’armonia primeggia grazie a grandi tavolate, balli festosi sotto la pioggia, tante risate. In particolare una sera Alessandro porta la pizza per cena e, come in un grande Mulino Bianco, si affaccia al balcone per chiamare gli amici, i quali, come se fossero tutti in attesa della sua chiamata, si sporgono da ogni angolo del palazzo nel quale vivono tutti insieme facendo grandi cenni e precipitandosi di corsa per il convivio.
Una scena, questa, che forse ci si poteva risparmiare sebbene abbia in fondo la sua funzione: quella di segnare un grande contrasto con la seconda parte del film. Infatti agli ambienti piccoli e pieni di gente allegra della casa della coppia si oppone con forza la grande villa di Elena, dove lei vive con la sua perfida solitudine.

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Villa Valguarnera, fonte: cntraveller.com

Dunque nel complesso, come ho anche detto sopra, trovo La dea fortuna un bel film: una storia che sicuramente meritava di essere raccontata e che Ferzan Özpetek ha saputo raccontare bene come al solito. I difetti non mancano ma, se seguiamo l’insegnamento e i temi di questo film, non possiamo che dedurne che nessuno di noi è perfetto, che ci si fa male anche quando ci si vuol bene e che, tutto sommato, questa vita sgangherata è sempre degna di essere vissuta.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte II

Di Flavio Salvioni

 

Se la tecnica artistica d’Oltralpe, da nord a sud della zona franco-provenzale, consisteva in una continua evoluzione del tramandare la parola in rima, mescolando la poetica con l’arte musicale e canora, la scuola italiana era di tutt’altro avviso.

Nel ‘200 in Italia vi sono stati due centri culturali di fondamentale importanza: la scuola siciliana nella prima metà del ‘200 e l’intera produzione poetica toscana nella seconda metà. Entrambi i centri erano fautori del volgare come lingua del popolo, in contrapposizione al latino che restava in uso come lingua ecclesiastica e politica.

I letterati siciliani e toscani, nel corso del secolo, si distaccarono dalle arti musicali, anzi si dichiararono contrari alla declamazione dei versi in musica. In particolare i letterati della scuola siciliana, che promulgavano produzioni letterarie di alto livello, trovavano la loro formazione nella scuola di Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, dove però venivano insegnate arti letterarie e visive, ma non musicali. Non erano quindi a conoscenza della musica come arte da apprendere fra i banchi dei loro studi. Lo stesso vale per la successiva scuola toscana, nata dopo la morte di Federico II (1250) che sancì lo smembramento della scuola siciliana e che portò i pochi superstiti di quest’ultima a rifugiarsi nei comuni ghibellini. I componimenti tramandati dagli ultimi esponenti della scuola siciliana trovarono spazio nella neonata scuola toscana che li fece suoi traducendoli nella lingua volgare del luogo.

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In questo ambito si trovano, a livello di terminologia letteraria, diversi lemmi come canzone o sonetto oppure cantare o dire in cantando, che rimandano chiaramente alla musica.

Lo stesso Dante è dell’opinione che «le strutture poetiche riflettono una intenzionalità musicale poiché la strofa è costruita di modo che la sua misura e il suo ritmo verbale possano offrire supporto alla misura e al ritmo della melodia», ma è altrettanto fermo nel dichiarare che il termine canzone ha un valore puramente letterario. Pone quindi la possibilità di musicare e cantare i versi, ma anche in questo caso si richiede una certa tecnica e bravura nel farlo, tecnica acquisita nei secoli da personaggi totalmente avulsi dalle fila dei letterati, ma di certo non meno colti.

Non è da dimenticare che fu a cavallo fra i secoli X e XI, che il monaco benedettino Guido D’Arezzo nel suo trattato musicale Micrologus, idealizza e descrive tutta la semiografia musicale in uso ancora oggi. La coreutica e le attività liturgiche basavano infatti la loro esecuzione sulla lettura del pentagramma e sull’accostamento melodico della parola alla musica, specialmente nei monasteri benedettini poiché il cantare pregando era presente nella loro regola. Anche qui, parallelamente alla specializzazione letteraria, si cominciò a dividere i ruoli fra cantore e musico: entrambi edotti nella lettura musicale, il primo interpretava lo scritto cantandolo sulla musica composta dal secondo. Raro, anche in campo musicale, era trovare la figura che, al giorno d’oggi, chiamiamo Singer-Songwriter. Il cantare divenne quindi appannaggio solo della curia e dei seminari che, oltre a erudire i propri studenti nelle lingue latina e greca, sulla lettura teologica della Bibbia e nella storia, fornivano lezioni di musica, teoriche e pratiche, da utilizzare nella liturgia delle ore di tutti i giorni, dando spazio a tutto il repertorio di musica sacra scritta (polifonica e non) ed eseguita nei riti. Potete quindi immaginare quanto fosse difficile per i letterati delle due scuole interpretare quei complessi segni riprodotti su cinque righe o, peggio ancora, doverli accostare a un suono ben preciso e dalla specifica durata.

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Ecco quindi dove è cominciato il divorzio delle due arti: nella specializzazione delle parti per via del fatto che non vi fosse un vero punto di incontro fra letterati profani e letterati di cultura sacra sugli studi musicali di quest’ultimi. In questa parte del suo discorso, Roncaglia incentra tutto l’argomento del suo articolo non dando apparentemente speranze di nessun ricongiungimento.

Non possiamo però basare tutto su di una sola versione della faccenda e, soprattutto, non possiamo confinare tutto il sapere di entrambe le arti al Vecchio Continente soltanto.

Ritengo che questa necessità di narrare cantando storie o poesie sia una qualità artistica intrinseca nell’uomo, basti pensare al tempo del sogno della mitologia aborigena australiana che, come ci racconta Bruce Chatwin in Le vie dei canti, è un compito dato agli anziani di ogni gruppo il tramandare questi racconti ancestrali sotto forma di canti, adattando la struttura musicale alla morfologia territoriale.

Fra le note degli spiritual afroamericani, con una ritmica semplice affidata alle vanghe e una linea melodica di una voce primaria che lavora sulle risposte polifoniche delle altre voci, si fanno largo figure retoriche e versi di ogni genere. Questo modo nuovo di fare musica è l’antesignano del Blues e, in particolar modo, del Jazz, basato sulla pura interpretazione musicale dove musica e parole si aspettano in una melodia accattivante e piena di sofismi letterari e musicali molto spesso improvvisati; viaggiando lungo la linea del tempo fino ad arrivare all’era moderna, dove gli stessi Rap e Hip Hop della scena americana sono da considerare poesia, in un misto fra cantato e recitato che traversa l’Atlantico per ritornare in Europa.

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Una Europa che vive continui fermenti musicali, specialmente quando si prende la decisione di sganciare (tra il XVII e il XVIII secolo), a poco a poco, la musica dagli ambienti talari, rendendola oltremodo laica e profana, spogliandola dai testi sacri e rivestendola lentamente dalla nudità testuale con parole da recitare cantando sui palchi dell’opera. Un semplice cambio di veste la porta poi ad uscir di sera elegante ma al contempo sportiva, fresca e nuova espressione delle passioni dei cantautori della musica leggera a partire dagli anni ’50.

Continue evoluzioni di entrambe le arti, frutto del contributo degli artisti che con la propria sensibilità le rendono uniche nel loro fascino espressivo: la musica con l’acquisizione continua di un genere nuovo dato dallo studio di nuove sonorità; la poesia con i passaggi degli stili ed esprimendo le passioni sempre più contemporanee. Si possono definire arti a sé stanti: libere, ribelli, eleganti, passionali. Possono lavorare benissimo da sole nei loro specifici settori creando emozioni in chiunque le ascolti, specialmente poi se i loro veneratori sono capaci di lavorare sui dettagli e sull’ascendere e discendere della linea melodica, o testuale, secondo un motus musicus che porta l’uditore a godere fino in fondo delle performance.

Divine ispiratrici per chi vive di passioni ed è nato con una spiccata sensibilità. Libere entità errabonde e solitarie, che accendono i cuori di tutto il mondo consce della loro bellezza e pronte a meravigliare non appena si prendono per mano in un connubio infinito di note e di versi.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte I

Di Flavio Salvioni

 

Rime, figure retoriche, versi ritmati metricamente ineccepibili e quanto altro è contemplato nell’arte della scrittura, sono elementi che caratterizzano i componimenti letterari di ogni epoca nelle diverse culture. Non siamo molto lontani da quanto accade anche nei testi musicali antichi, moderni e contemporanei, tramandati fino ai giorni nostri e declinati sotto infinite combinazioni di generi musicali.

Un legame apparentemente indissolubile fra due arti tipologicamente divergenti, ma che fin dagli albori del genere umano sono unite in sinergia con il semplice scopo di creare emozioni. Un legame matrimoniale non scritto ma idealmente siglato che, al contempo, rende queste due espressioni artistiche libere di vivere la loro essenza.

Se poi da un lato quella fra testi letterari e musicali, agli occhi di alcuni, continui ad apparire come un’unione mai consumata, dall’altro sembra però che a un certo punto della storia un divorzio fra le due sia ugualmente avvenuto.

Ma quanto è vero che non siano insieme, che non lo siano mai state o che lo siano state ma che si siano separate? Quanto vive ancora di questo legame nelle canzoni, perché sono loro l’espressione di questo connubio?

La domanda usata come titolo di questo mio scritto viene naturale osservando la musica contemporanea e notando che, piano piano, nei testi sparisce la metrica e si riducono all’osso le rime in favore di versi liberi, che sono più semplici da gestire all’interno delle regole sancite dai pentagrammi.

Mi sento in dovere di far partire la mia analisi, con il dovuto rispetto e le mie modeste capacità in materia, da un saggio che affronta l’argomento con una analisi storico-artistica e critica. Il filologo e critico letterario Aurelio Roncaglia, nel suo articolo del 1978 intitolato: Sul “Divorzio tra musica e poesia” nel Duecento italiano, si concentra sulla tradizione letteraria dei trovatori provenzali che, a suo avviso, è alla base del «mutato rapporto fra la parola e musica» rapportato alle condizioni socioculturali. Come premessa Roncaglia ci dice che la scarsità di documentazione pervenutaci in materia renderà la sua analisi ancora più perigliosa. Si deve considerare infatti che, molto spesso, i trovatori tramandavano oralmente le storie e le poesie da loro composte e che solo con il passare del tempo abbiano cominciato a trascriverle e raccoglierle in libri.

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Nonostante ciò il professore non si dà per vinto e, attraverso una analisi dei pochi testi a noi pervenuti, ma soprattutto grazie alla voce dei poeti stessi e di coloro che si sono soffermati a riflettere a riguardo, analizza la questione fino a raggiungere l’innesco di questo focolaio.

Egli sostiene che a monte del divorzio ci sia la specializzazione di ciascuna delle due parti. Nello specifico attribuisce alla separazione dei ruoli, fra letterati e poeti abili nella scrittura di testi e musicisti dediti alla composizione di partiture, il principale motivo che ha portato a separare le due arti in causa. Ripercorriamo quindi questo percorso di separazione.

Nel ‘200 i trovatori erano artisti che si dedicavano alla composizione di versi in rima, i quali venivano successivamente riuniti in raccolte chiamate Vidas che raccontavano cioè gesta di eroi, miti e leggende. Questi racconti venivano decantati durante banchetti, eventi o a corte, ma erano utilizzati anche per trasmettere dei messaggi in maniera formale, come per esempio durante le riunioni diplomatiche; bastava infatti mutare il tono del racconto e il lessico utilizzato. Addentrandosi nel secolo vi si aggiunse un accompagnamento musicale, molto spesso con strumenti a corda come liuto o arpa, che ne esaltava la declamazione rendendola di maggior gradimento, ma solo alcuni cominciarono ad intonare i versi seguendo il suono emesso: nacque così il problema di far sposare parole e musica sia dal punto di vista metrico che ritmico.

Bisogna considerare che non tutti i trovatori erano musicisti e che molto spesso improvvisavano oppure chiedevano al musico di comporre una melodia standard che fosse utile per tutti i testi.

Si fanno strada quindi i contrafacta, ovvero dei «componimenti che utilizzano una melodia preesistente e che riprendono lo stesso schema metrico, e molto spesso anche le rime, del modello cui quella melodia era originariamente legata», come spiega Roncaglia. Un esempio di questa sinergia musico-letteraria lo troviamo nei quattro trovatori d’Usiel: Gui, N’Elias, N’Ebles e Peire; dove i primi tre erano dediti all’arte oratoria pura fra composizione di versi e declamazione, Peire era invece colui che arrangiava i testi in musica e li cantava.

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Il trovatore era ormai sempre più concentrato sulla composizione di versi e musica e «la sua ricerca artistica procedeva di pari passo nelle sottigliezze della tessitura verbale e nel raffinamento dell’espressione melodica» e, con il passare degli anni, si cominciarono a vedere solo poesie cantate dalle voci dei trovatori, portandoli ad essere sempre più assimilati ai giullari e sminuendo il loro lavoro letterario. Viene quasi naturale pensare alle performance di un letterato che molto spesso era incapace, non per ignoranza ma per scarsa o assente preparazione musicale, a declamare i già largamente diffusi versi cantati.

Nonostante ciò restava comunque il problema dell’inabilità canora di alcuni trovatori che portò per esempio Peire d’Alvernhe alla conclusione che i propri componimenti dovessero essere cantati da cantori esperti.  Una preoccupazione, questa, che invece non toccava il suo collega Guiraut de Bronelh, il quale componeva versi sia per sé sia per altri. In quest’ultimo caso li affidava a cantori improvvisati (lui stesso lo era, almeno a giudicare da quanto affermò Peire nei suoi riguardi) poiché, a detta sua, non era importante la qualità ma la quantità dei versi scritti, come se cercasse solo la notorietà: bene o male purché se ne parli.

Le cinque regole per iniziare a scrivere, ovvero come ci si sporca le mani d’inchiostro

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi ho deciso di discutere con voi quelle che ritengo siano le cinque regole principali per iniziare a scrivere. Ci riflettevo da un po’ sulla necessità di scrivere un articolo del genere, e so bene che non è il primo di anzi una lunga lista che trattano lo stesso argomento. Tuttavia la voglia di scrivere c’è ed è tanta, dunque perché non mettere sul banco i miei attrezzi e vedere se anche voi usate gli stessi? Ne usciremo tutti arricchiti, dunque cominciamo!

La premessa immancabile è ormai sempre la stessa: quelle qui esposte non sono verità rivelate. La scrittura (quella letteraria, quella che piace a noi) è principalmente un processo creativo, dunque non esistono formule aritmetiche per ottenere l’opera perfetta. Quando ciò accadrà, se mai accadrà, allora riterrò giunto per me il momento di cercarmi un’altra occupazione.

1) Non serve avere in mente tutta la storia che volete raccontare: per scrivere basta veramente una briciola, una molecola d’idea. Quella che viene definitia intuizione, altro non è che la percezione di un collegamento tra due pensieri, un’accenno di associazione d’idee che stuzzica la nostra attenzione, neanche la fantasia. Spesso mi è capitato di sentire “vorrei scrivere ma non so bene come cominciare la storia”, “ho una mezza idea…”, beh quella mezza è già sufficiente!

2) Non soddisfate immediatamente la vostra voglia di scrivere: sembra strano e contraddittorio con l’obiettivo dell’articolo, ma così è. Quello di scrivere è un desiderio che si sente dentro e che fa bene all’anima: lo stesso Pirandello fu tra i primi a parlare della scrittura come terapia per i propri stati d’animo agitati o alterati, e lui ne aveva ben donde a causa del fragilissimo equilibrio psicofisico della moglie. Dunque se quel che volete scrivere è un testo che ambisca alla Letteratura, il consiglio che vi do e che sperimento tutti i giorni in prima persona è quello di non scrivere ogni volta che volete, e questo per un semplice motivo: se scriviamo quando vogliamo, finiremo per non scrivere mai. La stesura di un’opera (sia essa un romanzo, una poesia, una drammaturgia, una favola etc.) è un’attività che deve essere considerata molto seriamente fin dal suo principio, se volete che venga presa sul serio quando sarà completata. Quindi se decidete di partire da subito a briglia sciolta rischiate di scontrarvi rovinosamente con voi stessi quando l’entusiasmo sarà meno intenso, e posso garantirvi al 100% che quel momento arriverà: dubbi, poche idee o nessuna, poco tempo, poca intimità, sono i principali ostacoli sulla via della scrittura, bisogna essere preparati. Come?

3) Dedicate una parte fissa della vostra routine alla scrittura: prendete la vostra agenda, fisica o mentale non fa differenza, scorrete gli impegni e cercate anche solo quello spazietto piccolo piccolo nel quale però sapete che nessuno vi disturberebbe mai. Lì troverete terreno fertile per scrivere. Beneficerete della tranquillità necessaria per poter mettere in forma scritta le vostre idee. Io, per esempio, non ho tempo né energie per scrivere durante la settimana, dunque ho un appuntamento fisso con la mia scrittura tutti i weekend, nel pomeriggio dalle 14 alle 18. Questo ha secondo me un doppio beneficio: il primo è quello di sapere che ho del tempo gestito interamente da me e secondo le mie esigenze, il secondo è che passo tutta la settimana a pensare a quello che ho scritto il weekend precedente, arrivando pieno di idee all’appuntamento successivo.

4) Srivete su carta, non al computer. Lo so, faccio coming out e mi schiero con gli utilizzatori di carta e penna. Badate bene, il mio non è un partito preso, né una posizione da vecchia scuola tanto per fare del vintage: dico questo perché ho utilizzato entrambi i metodi e sono in grado di esprimere un parere oggettivo. La differenza nei due approcci non sta nella rapidità, nella versatilità o nell’essere più bohémien, ma si tratta di un fattore neurologico. La scrittura al computer (o comunque la scrittura su device) avviene, a livello cerebrale, in maniera diversa dalla scrittura su carta. Digitando le parole sulla tastiera andiamo molto più veloci che con la penna, il nostro cervello può elaborare le frasi più velocemente e questo ci consente di procedere speditamente nella stesura della nostra opera. Tuttavia la qualità dello scritto ne risente sensibilmente. Scrivendo a mano, al contrario, andiamo più lentamente e il nostro cervello è obbligato a stare fermo sulla stessa frase per più tempo. Questo si traduce in più tempo sulla struttura grammaticale, più tempo sulla sintassi, più tempo sul vocabolario scelto e sul lessico, in altre parole più tempo sul nucleo primordiale di ogni opera scirtta: la frase.

5) Leggete con sguardo critico: la lettura è parte integrante del processo di scrittura. Proprio come ascoltare musica lo è per chi canta, o andare al teatro e al cinema per chi recita. Non dobbiamo leggere solo per il gusto di farlo, ma dobbiamo leggere anche con l’idea di studiare come scrive l’autrice o l’autore dell’opera che teniamo fra le mani. Fate attenzione a come vengono descritte le emozioni, ad esempio, o a come vengono condotti i dialoghi. Immaginate ogni libro come una bottega nella quale potete entrare per osservare il maestro all’opera, un’occasione unica per apprendere il mestiere.

Ecco qui, questi sono i consigli che mi sento di dare per chi vuole iniziare a scrivere. Sono consigli che si basano sulla mia esperienza personale e che ho deciso di mettere a disposizione per dare una mano. Prossimamente ci concentreremo su un altro aspetto, le case editrici!

Pierre Klossowski e la preminenza dell’immagine sulla parola

Di Andrea Carria

 

Scorrendo la sua biografia, si potrebbe immaginare che Pierre Klossowski (1905-2001) abbia passato la propria esistenza a collezionare esperienze. Romanziere, saggista, traduttore, filosofo, pittore, attore o «monomane», come lui stesso, sintetizzando, amava definirsi, Klossowski non è stato soltanto un autore poliedrico, ma anche uno dei più innovativi e originali del XX secolo.

Per inquadrarne il profilo artistico in tutta la sua complessità, vale la pena di partire dal suo ambiente familiare. Klossowski nacque a Parigi, ma i genitori erano entrambi due artisti di origine polacca ben inseriti nella capitale francese. L’arte era dunque un membro a tutti gli effetti di casa Klossowski, e sia Pierre che il fratello Balthasar (protagonista di una fulgida carriera di pittore con il nome di Balthus) scoprirono in fretta i loro talenti.
Un ruolo importante nella formazione di Klossowski lo ebbero due illustri letterati che frequentavano a titolo differente la cerchia familiare: il poeta Rainer Maria Rilke, del quale la madre, Elisabeth Dorothea Spiro (in arte Baladine Klossowska), fu l’ultima amante, e soprattutto il massimo scrittore francese dell’epoca, André Gide, a cui il giovane Pierre fece da segretario particolare durante la stesura dei Falsari (1920-1925), il suo capolavoro.

Come ho detto in apertura, l’attività intellettuale e artistica di Klossowski si contraddistingue per la sua originalità. Influenzato dal surrealismo negli anni giovanili per poi sviluppare un’indipendenza di pensiero che lo accompagnerà per il resto della vita, l’interesse filosofico di Klossowski prediligeva temi e autori che, come lui, non facevano parte della cultura accademica di riferimento. Fu per esempio tra i primi, insieme a Georges Bataille, a restituire dignità intellettuale all’Opera del marchese de Sade e a scagionare l’eredità filosofica di Nietzsche dalla distorsione nazista. Il suo saggio del 1969 Nietzsche e il circolo vizioso è considerato uno dei testi fondamentali della cosiddetta Nietzsche-renaissance — la sola cosa più vicina a una corrente di pensiero alla quale sia mai appartenuto —, insieme ai contributi di autori quali Blanchot, Deleuze, Wahl e lo stesso Bataille. A differenza degli altri autori, l’originale interpretazione che Klossowski fa del filosofo tedesco è gran parte merito della sua attività di traduttore: libri come Nietzsche, il politeismo e la parodia (uscito recentemente per i tipi Adelphi) rappresentano infatti la seconda fase di un lavoro cominciato a monte con la traduzione in francese dei testi tedeschi.

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Friedrich Nietzsche (1844-1900)

D’altro canto, Klossowski deve tantissimo a Nietzsche anche per lo sviluppo di un proprio pensiero filosofico. Concetti quali l’eterno ritorno e la morte di Dio gli schiudono davanti agli occhi scenari inediti e densi di significati. Anche per lui, nell’uomo risiede una potente forza impulsionale che però stenta a manifestarsi. Il suo maggiore ostacolo è rappresentato dal linguaggio, il quale è però anche il principale mediatore di tale forza. Ma se ne è il mediatore, come può esserne allo stesso tempo l’ostacolo? Semplice: il linguaggio è un mediatore formidabile, ma è anche molto ambiguo perché tende ad alterare (addirittura a falsificare) l’oggetto di cui si fa carico. Non è una questione di buona o malafede: per sua natura, il linguaggio non è in grado di riprodurre perfettamente i contenuti che si affacciano alla mente, tanto meno quelli artistici a cui Klossowski pensava in prima istanza, i quali assumono necessariamente i contorni di una «visione», di un’immagine. E come potrebbe, infatti, un’immagine essere rappresentata in maniera adeguata dal linguaggio che si esprime attraverso le parole? Il modo esiste, certo, le parole trovano sempre il modo di tradurre un contenuto iconico in frasi e argomentazioni, solo che Klossowski considera quel tipo di risultato inaccettabile per il suo elevato grado di inautenticità. Svuotato della propria forza originaria, il valore impulsionale che sta alla base di una qualunque immagine viene, per così dire, “addomesticato” dalla ragione, la quale dal canto suo cerca di sostituire la vis con l’inteleggibilità, il sentire con la comprensione intellettuale del fenomeno.
È possibile evitare tutto ciò permettendo all’immagine di conservare almeno una parte della propria specificità? Sì, risponde Klossowski: è possibile cambiando mediatore, utilizzando l’arte figurativa al posto della scrittura. Ora, nemmeno l’arte figurativa può garantire l’inalterabilità assoluta della visione, tuttavia essa, come mezzo, è quella che assicura il livello maggiore di prossimità. Rispetto alla visione, ciò che l’arte grafica realizza è un simulacro, ossia — direbbe Platone — una copia accettabilmente alterata dell’originale, il quale prende le sembianze di un fantasma, ovverosia l’oggetto iconico concreto (la tela, la tavola, il foglio).

L’arte è dunque fatta da simulacri; questi imitano la natura ben sapendo di poterla rassomigliare soltanto. Sono dei mentitori, dei falsari, ma la consapevolezza del proprio status fa della loro opera contraffatta un’opera lecita. Anzi, di più: è un’opera necessaria. Necessaria in quanto senza di essa l’impulsionale rimarrebbe del tutto senza voce e dovrebbe quindi rassegnarsi a qualcosa che è peggio della contraffazione stessa: l’incomunicabilità.

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Le barre parallele, uno dei disegni più famosi di Klossowski

È su queste basi teoriche che Pierre Klossowski realizza quel passaggio «dallo speculativo allo speculare» che, negli anni, lo porterà a dedicare al disegno il tempo che intanto sottrae alla scrittura. Essenzialmente, si tratta di un rovesciamento di priorità: per lui, è molto più importante vedere (e far vedere) con gli occhi che cercare di afferrare ogni cosa con la mente. Ma è anche una critica alla civiltà occidentale, all’eccessivo razionalismo dei suoi sistemi di pensiero, a Platone stesso, di cui ribalta la gerarchia delle arti imitative ponendo la scrittura al gradino più basso della scala. Se infatti le arti figurative sono dei simulacri, in quanto contraffazione lecita di un contenuto impulsionale altrimenti incomunicabile, la scrittura è addirittura un simulacro di un altro simulacro, poiché l’argomentazione usata per esprimere un contenuto impulsionale (primo simulacro) deve prima passare dalla mente, la quale decritta il sistema di segni e convenzioni linguistiche (secondo simulacro) attraverso cui quel contenuto è costretto a transitare. Pure questa rivoluzione è una conseguenza di Nietzsche e della morte di Dio: fino a quando il pensiero, la riflessione e il ragionamento erano gli strumenti per raggiungere il trascendente e la verità custodita in esso, il filosofo era una guida e la scrittura il suo scettro; ma dal momento che Dio è morto non solo, come sostiene Klossowski, viene meno il garante del principio d’identità, ma pure il motivo stesso di guardare verso l’alto. La Verità, dunque, o non esiste più oppure è riposta in qualche altro luogo a cui è molto difficile accedere. Ma se esiste, allora questo luogo è per forza di cose immanente, risiede nell’uomo e coincide con la sua parte più profonda e oscura dove non è la ragione a dominare: è il regno dell’autentico, ma anche dell’irragionevole e dell’illogico, del primitivo e dell’impulsivo, del feroce e del dispotico, dell’istintuale e del desiderante, dell’ossessivo e del patologico, del concupiscente e dell’egoista. E come accedere fin laggiù se non tramite l’introspezione? Come comunicare ciò che in esso si cela se non con l’arte? Come esprimerlo con un mezzo più adeguato di un’immagine che si presenta direttamente allo sguardo dell’osservatore?

«Per me un quadro è un simulacro. Non è un semplice oggetto che si appende al muro a scopo decorativo. È uno strumento, il luogo di un’operazione esorcizzante, che secondo le sue regole simula un fantasma ossessivo, invisibile e incomunicabile. Da qui il carattere teatrale delle mie composizioni, in cui metto in scena una sorta di pantomima dei miei motivi fantasmatici. Infatti, ancor prima d’essere un pittore sono un drammaturgo. È unicamente in questo senso che io non voglio prevenire lo spettatore suggerendogli, alla maniera del sottile Magritte: “Questa non è una chiappa”. Io dirò, ancora prima che qualcuno me lo rimproveri: “Questo non è un quadro”.»[1]

La produzione figurativa di Klossowski consta di una serie di disegni a matita e pastelli di grandi dimensioni, raffiguranti scene erotiche che vedono coinvolti uomini, donne, androgini, adolescenti, efebi e addirittura animali. Il numero dei lavori copre tutte le gradazioni dall’implicito fino all’esplicito, e se le scene di stupro (tra le più ricorrenti) vengono in qualche modo edulcorate non è certo per l’intervento della volontà dell’autore, ma soltanto per il suo stile: plastico, teatrale, dove i movimenti sono impacciati, le pose innaturali e le espressioni dei personaggi sono di una ieraticità paragonabile ai volti negli affreschi romani o a quelli di Piero della Francesca.

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Uno dei tanti disegni di Klossowski ispirati al mito di Diana e Atteone

«I criteri per valutare quel che è di “buon gusto” o di “cattivo gusto” mi furono inculcati come un programma di vita, ed esercitarono dunque un’influenza anche sul mio comportamento morale. La liturgia romana e la sua iconografia mi prepararono ulteriormente a questo culto per le immagini, sia profane che sacre. Tutto ciò mi ha indotto a pensare che la realtà trovi la sua verità soltanto nella riproduzione, nella finzione; è in questo senso che l’arte svela nella realtà l’invisibile che l’apparenza dissimula.»[2]

Liturgia e sacralità sono un’altra bella contraddizione nell’ostentata licenziosità morale messa in scena da Klossowski nei suoi disegni. Lui, pensatore ateo con un passato prima cattolico e poi protestante, non ripudierà mai dal proprio immaginario artistico e orizzonte filosofico la componente sacra dell’esistenza. Nei suoi stessi disegni, così sfacciatamente perversi, quella ieraticità dei personaggi conferisce loro espressioni fuori dal tempo, pose scenograficamente troppo fissate dove non si riconosce il raptus, ma l’ossequiosità degli adepti di una religione misterica mentre si apprestano a compiere iniziazioni e orge rituali.

Ecco che dunque la diversità del mezzo espressivo non muta le istanze profonde della poetica di Klossowski, il quale ora rappresenta graficamente ciò che fino ad allora aveva raccontato con l’ausilio del linguaggio. Immutabilmente e costantemente, l’erotico continua a rappresentare il centro del suo racconto artistico di monomane.

«La “monomania” consiste nel mettere instancabilmente in evidenza una sola e medesima cosa, nell’esporre nell’espressione pittorica quanto in quella scritta una sola e unica fisionomia, una sola e medesima scena ripetuta nelle sue variazioni infinite…»[3]

Come per l’amico Bataille, l’erotismo è la «monomania» di Klossowski; in arte come in letteratura. Dalla trilogia Le leggi dell’ospitalità inaugurata nel 1953 da Roberta stasera al Bagno di Diana (1956), dal Bafometto (1965) all’Adolescente immortale (1994): ogni suo testo è solo una variazione di prospettiva, di intensità, di tono riguardante un unico, grande tema. Sade prossimo mio, il saggio del 1947 con cui il filosofo riconosce nel marchese un proprio sodale e anticipatore, è stato qualcosa in più di un testo critico illuminato e qualcosa in meno di un’apologia postuma: è stato, invece, il viatico di una produzione artistica originale e provocatoria, interamente consacrata all’indagine del tormentato ircocervo di carne e spirito quale è l’Uomo.

 

 

 

[1] Intervista di France Hauser, «Nouvel Observateur», 20 febbraio 1982, n. 902.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

* Per l’immagine in copertina, alchetron.com

Di ieri, di oggi e di altri indirizzi: i “Tales of the city” di Armistead Maupin

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in una parte della produzione letteraria contemporanea che, vi confesso, non ho mai frequentato: la letteratura statunitense degli anni ’70.

Ciò che mi affascina dei nuovi mondi della narrativa che di volta in volta scopro nel corso delle mie esplorazioni letterarie, riguarda sempre almeno due aspetti:

1) la possibilità unica di vedere in che modo la voce di un autore o un’autrice trasmette la prima impressione di un cosmo di riferimenti culturali, storici, letterari e sociali;

2) la mia personale libertà di lettore, di critico e di autore di interpretare i segni e i motivi del romanzo che sto leggendo senza alcuno schema o preconcetto, positivo o negativo che sia, di altri scritti, di altre voci, di altri romanzi appartenenti alla stessa area. Per questo motivo è impossibile, almeno per me, leggere George Eliot senza pensare a Jane Austen, Eugenio Montale senza Giacomo Leopardi, Tommaso Giagni senza Walter Siti o Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf senza Marcel Proust.

Con l’opera di cui vi parlo oggi, invece, mi sono come ritrovato in una città completamente nuova e sotto diversi punti di vista. Innanzitutto il contesto geografico e il periodo storico: come ho scritto sopra, sono piuttosto digiuno di letteratura statunitense e di anni ’70 in generale, con la sola eccezione di un po’ di letteratura italiana. In secondo luogo, i riferimenti culturali e sociali. Pe quelli culturali prendete a titolo di esempio la storia della letteratura statunitense che potrebbe influenzare, e di sicuro in qualche misura ha influenzato, la stesura dell’opera, i ragionamenti che l’autore ha fatto prima di decidere l’esito di determinate azioni dei suoi personaggi. Invece in merito ai riferimenti sociali (che pure viaggiano parallelamente con quelli culturali), pensate all’immenso impatto che ha avuto la sola televisione sulla società: film, programmi, giochi a premi, reclami pubblicitarie: la società di massa e del benessere ha generato un cambiamento radicale nel modo di leggere e di scrivere.

Tutto questo in merito agli U.S.A. mi era ignoto prima di iniziare a leggere Tales of the City.

Ma come dico sempre, procediamo con calma. Tales of the City nasce come una raccolta di racconti scritti da Armistead Maupin e pubblicata a puntate sul San Francisco Chronicle. L’edizione che ho io — BUR contemporanea, 2019 — riporta i racconti della prima serie, nonché gli unici usciti a puntate nel 1978. I successivi sono stati pensati e pubblicati direttamente in volume sino alla loro trasposizione sul piccolo schermo a partire dal 1993 e, proprio quest’anno, al felice approdo su Netflix.

Nonostante si tratti di una serie di racconti, questi sono intimamente legati l’uno all’altro, tant’è che ai miei occhi l’intera opera altro non è che un vero e proprio romanzo. Il fulcro intorno al quale ruotano le vicende è la palazzina al numero 28 di Barbary Lane, la cui proprietaria, la signora Anna Madrigal, accoglie come in una famiglia tutti (o quasi) gli inquilini dei vari appartamenti e questi sono di conseguenza i quattro personaggi principali: Mary Ann, Michael detto “Mouse”, Mona e Brian. Mary Ann rappresenta la voce dell’ingenuità, la ragazza appena trasferitasi dall’asfittica Cleveland che entra in contatto per la prima volta con il libertinaggio sfrenato di San Francisco. Mouse, dal canto suo, ha il ruolo del giovane romantico che non vede l’ora di trovare l’uomo della sua vita con cui comprare una bella casa col giardino e un labrador. Mona, poi, è l’anima tormentata del gruppo: non ha chiara la sua identità, né familiare né sessuale, non sa bene cosa vuole dalla propria vita e cerca di farsi un’idea della faccenda attraverso l’utilizzo di droghe più o meno leggere e alla meditazione astrale. Brian, infine, è il gigante dal cuore tenero, un ragazzo che esce tutte le sere a caccia di prede ma che, in fondo, spera di trovare la donna in grado di fargli perdere la testa

Il mondo di San Francisco è ovviamente popolato da tanti altri personaggi, con ruoli più o meno rilevanti, ma che in un modo o nell’altro vedono le proprie vite intrecciarsi col nucleo di Barbary Lane. Dunque abbiamo il magnate della pubblicità, Edgar Halcyon, con la moglie Frannie e la figia Dede. Quest’ultima, poi, è sposata con l’egoista ed egocentrico Beauchamp Day. Fra gli altri ci sono poi anche Jon, il ginecologo, e D’orothea, la modella.

Grazie a questa ricchezza, data dall’eterogeneità di condizione sociale, culturale, di sesso e di genere, Maupin crea il campo all’interno del quale accoglie chi si appresta alla lettura dei Tales. Da lì muove e tira i fili delle sue trame per ricordare a noi e al mondo (a cominciare in particolare dal suo mondo, nel quale ancora si sentono gli strascichi e le anticipazioni dei grandi conflitti intergenerazionali degli anni ’60-’80) che nulla nella vita è dato per scontato e, soprattutto, che nulla rimane sempre uguale a sé stesso. Ogni singolo personaggio di questo colorato affresco attraversa una fase in cui la propria vita, per un motivo o per un altro, cambia radicalmente. La cosa che rimane in mano a noi è la possibilità di non farci sovrastare da questo cambiamento. Possiamo entrarci in conflitto, come fa Mona, tentare di attraversarlo senza rinunciare ai propri sogni come fanno Mouse e Mary Ann, possiamo anche pigramente guardarlo come Brian, oppure possiamo lasciarci trasportare senza smettere mai di essere onesti e coerenti con noi stessi, come la signora Madrigal.

La lettura di questo romanzo-raccolta di racconti è più che mai consigliata, specialmente in un momento storico come quello di oggi, dove difficilmente ci rendiamo conto di quanto sia costato il mondo nel quale viviamo, con tutti i difetti che ha ancora ma che sicuramente per tanti versi è assai migliore di quello che i nostri nonni e i nostri genitori si sono lasciati alle spalle.