La pittura del Novecento, parte II: le secessioni

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo inaugurale di questa serie (vedi qui) abbiamo osservato come l’arte del primo Novecento avesse cominciato ad assumere un atteggiamento riflessivo verso sé stessa e le proprie funzioni, fino a sviluppare quei tratti e quelle tecniche meta-artistiche che già contraddistinguevano, per esempio, il modernismo letterario e teatrale. A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, ossia che l’arte aveva maturato un livello di autoconsapevolezza mai raggiunto fino a quel momento, che si sarebbe affermato sia con le parole sia con i fatti a partire da quei movimenti di rinnovamento artistico che, sul finire del XIX secolo, presero il nome di secessioni.

A proposito di parole (i fatti li vedremo tra non molto), il termine secession apparve nel 1892 a Monaco di Baviera, dove un gruppo di giovani artisti guidati da Franz von Stuck diede vita a un movimento artistico che intendeva inaugurare un capitolo nuovo nella storia dell’arte, spezzando ogni legame con il mondo della tradizione e delle accademie. Di fatto fu la stessa cosa che gli impressionisti avevano già ottenuto, con l’ostracismo da parte dell’establishment artistico francese, venti-venticinque anni prima, ma la differenza stavolta sta nel fatto che la rottura fu voluta, cercata, preparata e teorizzata dagli stessi innovatori. I protagonisti della secessione di Monaco era numerosi, giovani e dai profili sfaccettati: non solo pittori, ma anche incisori, illustratori, galleristi, editori e architetti; mossi, tutti quanti, da un’ideale di innovazione e di liberazione che consentisse all’arte di raccogliere gli stimoli della modernità e di tracciare un’alternativa.

Dipingere però non era tutto, bisognava anche che le idee della secessione raggiungessero il grande pubblico, rendendolo edotto di quanto stava accadendo alla cultura e all’arte tedesca. La rivista «Jugend», fondata nel 1896 sempre a Monaco, andava proprio in questa direzione; facendosi alfiere della nuova estetica modernista, «Jugend» non fu solo una vetrina e un punto di riferimento imprescindibile, ma ebbe anche il merito di dare il nome a un intero movimento artistico, un qualcosa di molto più vasto della secessione locale dalla quale era partito e che ormai si era allargato al resto della Germania: lo Jugendstil, lo stile Liberty tedesco.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis. Marc è stato uno dei maggiori esponenti del Blaue Reiter.

Monaco, infatti, fu solo l’inizio; qualche anno dopo l’esempio dei secessionisti bavaresi venne ripetuto con successo in altre parti della Germania e non solo. A Berlino, città dal clima artistico e culturale effervescente, la secessione venne proclamata da Max Liebermann nel 1898, ma già da qualche anno nella capitale si erano levate autorevoli voci di dissenso contro le accademie e venivano organizzate mostre indipendenti di pittori sia tedeschi che stranieri (Munch vi espose nel 1892). Gli artisti che — a Berlino come a Monaco come a Dresda — esponevano nei nuovi spazi erano quelli che la critica posteriore avrebbe classificato come espressionisti, ma allora non si chiamavano così ed operavano piuttosto autonomamente. L’espressionismo tedesco, di cui le secessioni hanno rappresentato le esperienze più significative della fase iniziale, fu la prima avanguardia del Novecento, ma anche un movimento dai contorni temporali difficili da stabilire e dalla geografia assai frammentata. Negli anni Dieci del Novecento il secessionismo delle origini era ormai lontano, ma la pittura espressionista era più viva che mai. I due gruppi maggiori, il Die Brücke a Dresda e il Blaue Reiter a Monaco, furono dei laboratori straordinari che soltanto il nazismo, alla fine, riuscì ad affossare.

Se però c’è una città a cui la parola secessione è indissolubilmente legata, questa è Vienna. È un fenomeno particolare su cui molti si sono interrogati, eppure sul finire del XIX secolo è come se Vienna stesse convertendo in arte e cultura tutta l’importanza che andava invece perdendo sul piano politico e strategico. La città si arricchiva di nuove esperienze e cambiava pelle; venne compiuto un imponente piano urbanistico che ne ridisegnò la pianta, e i palazzi di nuove e prestigiose istituzioni andarono a impreziosire le sue strade e le sue vedute. Le nuove costruzioni adottarono i canoni estetici dello Jugendstil, dove al classicismo di base della linea si unirono inserti architettonici modernisti, ornamenti sinuosi frutto della stilizzazione degli elementi naturali, vetrate policrome e pregevoli oggetti di design. A questi principi si ispirò anche l’architetto Joseph Maria Olbrich per il progetto del Palazzo della Secessione (1897-1898), lo spazio espositivo dedicato a quel gruppo di artisti che nel 1896 diedero avvio a una stagione di rinascita culturale a trecentosessanta gradi conosciuta come secessione viennese.

Gli iniziatori della secessione furono diciannove personalità emergenti dell’arte austriaca, polemici nei confronti dell’Accademia di Belle Arti, dalla quale, con quel gesto, presero definitivamente le distanze. Come già era successo a Monaco, Dresda e Berlino, i loro profili erano variegati. Che il modernismo accogliesse sotto allo stesso tetto professionisti dal background eterogeneo era qualcosa di molto più di una coincidenza. Per tutti loro la nuova arte doveva estirpare le barriere che nei secoli generazioni di accademici avevano eretto fra le discipline artistiche, promuovendone l’incontro e la sinergia.

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Parte superiore del Palazzo della Secessione di Vienna

Si trattava degli stessi ideali che in quegli anni si stavano facendo largo un po’ dappertutto in Europa. Finora si è parlato di Jugendstil perché abbiamo osservato cosa si muoveva in Germania e Austria sul finire del XIX secolo, ma esiste un’espressione che sintetizza le varie esperienze nazionali e che tutti noi conosciamo col nome di Art Nouveau: la nuova arte, l’arte dell’epoca moderna e dell’industria, della neonata società dei consumi, della produzione in serie e della classe borghese. In un mondo in così rapida evoluzione, le vecchie categorizzazioni come quelle difese dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, così rigide e immutabili, nuocevano all’arte molto più delle nuove sfide che la tecnica le lanciava quotidianamente. La tecnica anzi poteva diventare un’alleata dell’arte, ed è proprio quello che comprese l’Art Nouveau con il design e le arti applicate, dimostrando con i fatti che all’interno dell’arte non aveva più senso parlare di gerarchie. Dalla pittura all’architettura, dall’ebanisteria al design, ogni espressione dell’ingegno e dell’abilità umana in grado di foggiare opere esteticamente apprezzabili doveva essere considerata arte poiché arte, di fatto, lo era già.

Tornando ai nostri secessionisti viennesi, pittura e architettura furono i campi in cui la svolta artistica fu più evidente. Tuttavia, se all’interno del loro gruppo dovessimo individuare un artista simbolo, la scelta sarebbe solo apparente e ricadrebbe senza esitazione alcuna su Gustav Klimt (1862-1918), l’indiscusso capostipite della nuova generazione di pittori e fondatore della rivista «Ver Sacrum», il periodico del movimento secessionista viennese.
Prima di diventare il pittore che oggi tutto il mondo conosce e ammira, Klimt era già un artista stimato che sapeva ben interpretare il gusto della propria epoca, tanto che nel 1894 ottenne l’incarico di affrescare il soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema era molto classico: avrebbe dovuto rappresentare le allegorie della Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza esaltando il trionfo della Luce (la Ragione) sulle Tenebre (l’ignoranza). Ma Klimt tradì le aspettative dei suoi committenti realizzando soggetti che contravvenivano a tutti i canoni estetici del tempo, facendo uno sfoggio indecoroso dei propri corpi e della propria sensualità.

Per capire cosa era accaduto a Gustav Klimt bisogna rivolgersi di nuovo alla realtà culturale che contraddistingueva la capitale austriaca del tempo. Alla fine del XIX secolo Vienna ospitava quanto di meglio la comunità scientifica e filosofica di allora avesse da offrire. L’Università era un’eccellenza riconosciuta, ma il merito di questo rigoglio era anche dei numerosi professionisti privati che seppero approfittare dell’apertura intellettuale che fermentava negli ambienti più esclusivi della città. Tutta Vienna era come un immenso salotto dove la crema della società si dava appuntamento per parlare di novità culturali e confrontarsi. Una particolarità tutta viennese era che in questi salotti avveniva uno scambio trasversale di esperienze molto intenso: medici, scienziati, filosofi, letterati, artisti, tutti si confrontavano con tutti e mettevano a parte gli altri del sapere accumulato nel rispettivo campo fino a quel momento.

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Gustav Klimt, particolare dell’Allegoria della Medicina nell’aula magna dell’Università di Vienna

Artista estroso, aperto alle novità e dai tratti bohémien piuttosto accentuati, Klimt era un frequentatore di questi salotti; molto probabilmente fu in occasione di una di queste occasioni mondane che venne a conoscenza delle recenti scoperte di Sigmund Freud riguardo ai contenuti impulsionali dell’inconscio, e se ne lasciò conquistare. La sensualità che i professori dell’Università di Vienna riconobbero negli affreschi dell’aula magna era infatti l’interpretazione artistica che egli rese alle tesi freudiane. Da quel momento il corpo della donna divenne uno dei soggetti preferiti di Klimt. Pose, sguardi e atteggiamenti avevano perduto ogni traccia della purezza accademica ed esibivano senza vergogna l’intimità femminile; ma non per turbare od ostentare, come invece affermarono il pubblico e i critici di allora, quanto per svelare la parte nascosta della natura umana.
La pittura di Klimt aveva cambiato radicalmente volto, ma ancora era solo l’inizio: la vista dei mosaici di Ravenna inaugurò il suo “periodo aureo”, caratterizzato da grandi ritratti femminili su sfondo dorato. La donna nell’arte di Klimt andò così configurandosi sempre più sia come oggetto del desiderio sia come mistero e origine della vita. Anche nelle pose più seducenti, i corpi che ritraeva non si offrono mai completamente allo spettatore, il quale di fronte alla loro fierezza come di fronte alla loro fragilità è sempre colto da un momento di contemplazione pànica che lo costringe a fermarsi e a riflettere.

Klimt fu il più grande e forse migliore apripista che l’arte dell’inconscio potesse avere. In netto anticipo su tutte le avanguardie, il grande maestro viennese prestò il proprio pennello alle pulsioni dell’uomo e, da vero artista moderno quale egli era, intellettualizzò la propria arte ben oltre il simbolismo — di cui pure si avvalse — non chiedendo più allo spettatore solo di riconoscere il messaggio veicolato dal dipinto, bensì di interrogarsi, di individuare quali contenuti latenti della propria psiche possono essere risvegliati dall’osservazione di un’opera d’arte.

La secessione viennese non si esaurì con Klimt: presto altri artisti andarono a popolare la scena austriaca, e poi europea e infine mondiale dell’arte del Novecento. Due nomi su tutti — che vi faccio anche per prepararvi alla lettura inerente a questo bellissimo, sconfinato argomento che sto per consigliarvi — sono quelli di Egon Schiele (1890-1918) e di Oskar Kokoschka (1886-1980), due artisti che seppero declinare in un linguaggio pittorico personale e più marcatamente espressionista i caratteri della secessione viennese visti sino a qui. Il libro con cui intendo salutarvi questa volta è L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (Raffaello Cortina Editore, 2016), un saggio straordinario di psicologia dell’arte a opera di uno scienziato premio Nobel per la Medicina nel 2000.

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Al prossimo appuntamento!

L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.

Tra limiti e pregiudizi: “La macchia umana” di Philip Roth

Di Gian Luca Nicoletta

 

Di lui abbiamo parlato la prima volta in occasione della sua scomparsa, pianta da tutti nel mondo letterario e non senza polemiche a causa del premio Nobel che mai ricevette, stiamo parlando di Philip Roth.

Con l’articolo di oggi vorrei fare una riflessione più approfondita sul suo modo di scrivere e di rappresentare i vizi e le virtù del genere umano, e lo farò partendo dal romanzo che viene considerato, assieme a Pastorale Americana, il suo capolavoro: La macchia umana, di cui è stato realizzato un film nel 2003 con Anthony Hopkins e Nicole Kidman.

Come in tutti i romanzi di Roth, al centro della sua indagine letteraria sta la società borghese (bassa-media-alta) degli Stati Uniti. Nel caso di questo romanzo il focus è concentrato sul mondo accademico, infatti il protagonista è Coleman Silk, professore universitario di lettere classiche, ormai in pensione, all’Athena College.
Le due vicende che segnano l’opera e che danno il via agli sviluppi della trama avvengono a una distanza di tempo relativamente breve l’una dall’altra: la prima concerne un equivoco, un’espressione infelice usata dal professore e strumentalizzata dagli altri; la seconda invece un fatto di vita privata che finisce irrimediabilmente sulla bocca di tutti. Senza scendere nei dettagli per non rovinarvi il gusto della scoperta (nel quale caso vi consiglio la lettura di questo articolo), vi basterà sapere che il nodo che caratterizza i due eventi non sta nel valore che questi accadimenti hanno in sé, ma nell’utilizzo che se ne fa a livello pubblico, in termini di opinioni espresse dagli altri personaggi, pregiudizi, invidia e pettegolezzo.

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Ciò che facciamo nell’ambito della nostra quotidianità non ci appartiene solo in una misura strettamente privata ma, dal momento che ogni nostra scelta sociale coinvolge di fatto anche gli altri, un’alterità che è composta sempre e solo da tutti, mai da una sola parte o gruppo di persone, questi altri ne diventano direttamente interessati e, soprattutto, ne diventano giudici. Quest’atmosfera alla Grande Fratello, in cui siamo costantemente osservati da un occhio pubblico, che ci segue in qualsiasi situazione fuori e dentro casa, costituisce lo sfondo sopra al quale si muovo i personaggi del romanzo. Di questi altri Roth ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti, tanto da avere un quadro complessivo della piccola comunità, a più riprese definita come bigotta e provinciale, della cittadina di Athena che ruota attorno al College che sorge sulla sua collina.

Relativamente all’importanza del College, qui si mostra un secondo punto che lancia un significativo spunto di riflessione e che riguarda un fenomeno che potrei definire di “relativismo sociale“: la realtà piccola di Athena costituisce, per coloro che la vivono, il centro del mondo. Di questo mondo il College ne è l’Olimpo, il luogo dove si raggiunge il picco più alto della popolarità, dell’influenza e della potenza, in altre parole si assurge alla carica di giudice dei giudici, essendo superiori agli altri per posizione sociale, morale e lavorativa. Non a caso Coleman Silk interpreta bene il personaggio del sovrano deposto, poiché a causa della sua infelice affermazione sarà costretto, nel giro di un paio d’anni, ad abbandonare il suo ruolo di docente universitario e ad anticipare la pensione, dopo aver precedentemente terminato l’incarico come Preside della Facoltà di Lettere. Lo scandalo, invece, che segue e che riguarda la sua vita privata giunge a privarlo persino della sua dignità di cittadino, di membro accettato e integrato della comunità.

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Ma il professor Silk non è sempre stato all’apice della scala sociale, tutt’altro, e nel corso del testo Roth, attraverso la voce narrante di Nathan Zuckerman che si mischia a quella dell’autore, ci aiuta a ripercorrere i fatti salienti della vita di Coleman, mettendoci allo stesso tempo a confronto con i nostri pregiudizi. In questo sta una delle manifestazioni del talento e del genio di Roth: le descrizioni fisiche dei personaggi sono ben studiate e, soprattutto, svelate con chirurgica attenzione poco alla volta agli occhi di legge. Veniamo a conoscenza di particolari a tutta prima assai importanti, così che nella nostra testa possa nascere un’idea di chi sia Coleman Silk, ma poi si sgretola tutto: cambiano i riferimenti culturali e sociali, cambiano gli ambienti, i luoghi e in un colpo di Coleman Silk non rimane altro che un’immagine diversa da quella che ci eravamo fatti. Un astuto tranello che ci mette in scacco e ci costringe ad accettare il fatto che, per quanto possiamo definirci privi di pregiudizi, il nostro cervello opera in maniera così profonda e automatica che, inevitabilmente, crea delle aspettative che si ricollegano pienamente a un vero e proprio pregiudizio, nel senso più antropologico ed etimologico del termine, vale a dire un giudizio emesso prima di sapere tutto: di Silk ci viene detto solo che lavora fa, com’è fatta la sua casa e qual è la sua religione e da questi tre elementi il nostro cervello ne ricava un’immagine fisica basata sul nulla di fatto, poiché del suo aspetto ci vengono dati solo dettagli quasi insignificanti (la descrizione di una spalla, un tatuaggio, poco di più).

Lo stile analitico e per certi versi spietato che Roth impiega nel descrivere il mondo di Coleman non si ferma a questi due punti: oltre a farci rendere conto dei nostri pregiudizi, oltre a farci domandare se forse in ognuno di noi esiste un cittadino di Athena, la sua penna scava senza sosta negli atteggiamenti più ingiusti e ingrati che gli umani sanno compiere, giungendo persino all’infamia perpetrata ai danni di chi non può in nessun modo difendersi, a danno di una persona morta. La smania di accettazione, integrazione e dominio sociale non conosce limiti, tanto da spingere il personaggio di Delphine Roux — un’altra docente del College nonché figura speculare a Coleman — ad approfittarsi di una diceria mai dimostrata per ripulire la sua immagine sociale da una macchia che lei stessa si era causata. Dalla vetta dove si trova la professoressa Roux  viene data a noi che leggiamo la possibilità di una prospettiva privilegiata che non è quella dalla cima alla valle, ma dalla cima all’interno del monte, ai canali di scolo dove tutta l’immondizia si accumula e dove, nostro malgrado, sta il cuore dell’intera faccenda.

Sono ancora tanti gli argomenti di cui si può parlare per questo immenso romanzo, l’unica cosa che per il momento posso fare è di consigliarvene vivamente la lettura: un’opera di questo genere ci può aiutare a relativizzare chi siamo e soprattutto chi sono gli altri, dove sta la dignità nostra e quella altrui.
Un’opera intelligente, acuta e sprezzante, che traccia meglio i confini tra “io” e gli “altri” e ci aiuta a ricordare cosa ci succede quando siamo da un lato o l’altro del confine.

8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.

La pittura del Novecento, parte I: le avanguardie artistiche

Di Andrea Carria

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la stagione delle avanguardie ha rivoluzionato il mondo dell’arte sotto ogni punto di vista, andando a stravolgere non soltanto l’oggetto artistico propriamente detto — l’opera d’arte — ma anche il suo concetto e le relative finalità. Animate da una tensione innovatrice esuberante e mai paga, le avanguardie hanno abbattuto gli steccati fra le singole arti elevando a regola la contaminazione delle tecniche e degli stili. Era una sperimentazione a trecentosessanta gradi, la loro, tuttavia la pittura rimaneva il centro d’irradiazione indiscusso, nonché il laboratorio privilegiato, di questo travolgente vortice innovativo.

Tutto cominciò sullo scorcio del XIX secolo: in Francia, un gruppo di artisti refrattario al mondo delle accademie diede vita a un movimento pittorico scandaloso e rivoluzionario. Erano gli impressionisti, pittori che rompevano con la tradizione delle belle arti mettendo a punto tecniche nuove e ritraendo soggetti non convenzionali. Gli impressionisti furono infatti i primi a esplorare fino in fondo le potenzialità della luce e del colore puro. Steso a pennellate ampie e guizzanti che ne favorivano l’accostamento piuttosto che la mescolanza, il colore era il solo strumento attraverso cui gli artisti giungevano alla definizione tanto delle forme quanto dei volumi. Anche la prospettiva era opera del colore: nei quadri impressionisti non c’è traccia di costruzioni prospettiche, la profondità è una questione puramente cromatica che si ottiene mediante il contrasto chiaro-scuro e la gamma più vasta di gradazioni di tonalità.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis

L’attenzione impressionista per il colore fu dapprima ereditata da artisti quali Cézanne, Gauguin e Van Gogh e poi, attraverso la loro mediazione, dall’espressionismo, la prima fra le avanguardie propriamente dette. Con l’espressionismo (di cui si ricordano autori di area nord europea come Munch, Marc e Kirchner) l’uso del colore divenne ancora più audace, tanto da sovvertire completamente il cromatismo naturale delle cose. A monte di questo passaggio ci fu un netto cambio di prospettiva: dall’osservazione diretta del mondo, en plein air, tipica dell’impressionismo, l’artista passò a proiettare, su quello stesso mondo, il proprio paesaggio interiore. Ma non solo. Negli ambienti artistici più avanzati si era intanto fatta strada l’idea che la riproduzione fedele della natura non avrebbe dischiuso il segreto della realtà, il quale, come la scienza stava rivelando sotto molteplici ambiti, si nascondeva proprio sotto alle forme più ordinarie. L’espressionismo fu, quindi, la prima sfida consapevole e dichiarata mossa dall’arte al concetto di mimesis, con lo scopo di raggiungere un altro livello di rappresentazione della realtà.

Legato all’espressionismo per ciò che riguarda la dimensione interiore è il surrealismo. Il surrealismo, una delle avanguardie più tardive, nacque in Francia negli anni Venti del XX secolo e fu forse il movimento più trasversale di tutti, interessando non solo la pittura ma anche la letteratura, la poesia e il cinema. André Breton (1896-1966), il suo teorico, ne scrisse il manifesto nel 1924, convertendo in programma alcune delle teorie contenute nell’Interpretazione dei sogni di Freud. A differenza dell’espressionismo che privilegiava la soggettività dell’artista, il surrealismo indagò infatti un’altra dimensione interiore, quella dell’inconscio e della sfera onirica. I quadri si popolarono così di scenari e creature irreali, le leggi fisiche venivano spesso eluse proprio come accade nei sogni e grande importanza nel processo creativo veniva assegnata al cosiddetto “automatismo psichico”, ossia all’associazione casuale di immagini, idee, concetti e parole. A livello pittorico i surrealisti (fra cui Dalí, Magritte, Ernst e per certi versi pure Chagall) mantennero più di altri loro colleghi avanguardisti la forma grafica del soggetto, preferendo scombinarla e ricombinarla nell’aspetto, oppure calarla in scenari paradossali, piuttosto che procedere alla sua stilizzazione.

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René Magritte, Gli amanti, 1928, Museum of Modern Art di New York

Non si dimentichi inoltre che quanto si stava verificando a livello grafico sulla tela era sostenuto da una consistente riflessione teorica. I movimenti d’avanguardia redigevano manifesti in cui dichiaravano i propri princìpi e scopi artistici (lo abbiamo visto con Breton), ma a volte la teorizzazione si spingeva oltre i punti programmatici. L’astrattismo, per esempio, si connotò da subito come una corrente fortemente intellettualizzata. Vasilij Kandinskij (1866-1944), suo fondatore e massimo esponente, fu un pittore attivissimo con i pennelli e alacre nel lavoro con la penna. A lui si debbono alcuni degli scritti metafisici più rivoluzionari sul concetto di arte e di pittura. Il più famoso di tutti è Lo spirituale nell’arte (1912), un testo di “arte comparata” in cui la vena visionaria del pittore russo naturalizzato francese illustra un interessante parallelismo fra pittura e colori da una parte, e musica e suoni dall’altra.

In generale, comunque, erano lo sguardo e l’approccio a essere cambiati. Riprendendo quanto ho già scritto poco sopra, gli avanguardisti non avevano rinunciato a descrivere la realtà né a cercare la verità: si erano però accorti che le tecniche tradizionali erano inadeguate e che la mimesis lasciava da parte troppe cose. L’interiorità dell’uomo e la sua parte sommersa, per esempio, ma anche l’integrità delle forme, la purezza del colore, lo scorrere del tempo. Il tempo, in particolare, fu una delle tematiche filosofiche e scientifiche più discusse a inizio Novecento che l’arte seppe a suo modo reinterpretare. La relatività einsteiniana aveva dimostrato che il tempo fisico non scorre sempre allo stesso modo, mentre dal canto suo il filosofo Henri Bergson (1859-1942) era giunto alla conclusione che il tempo della coscienza, la cosiddetta durata (durée), era un flusso ininterrotto che si accresceva continuamente, una corrente senza tagli e senza cesure in cui nulla si perdeva e che aveva ben poco a che vedere con il tempo della fisica, rigorosamente scandito in istanti fra loro consecutivi ma separati. È probabile che questa cornice intellettuale debba rimanere quello che è — una semplice cornice, appunto — e che di filiazioni dirette non ce ne siano state; tuttavia ciò che è interessante notare è come anche l’arte, nel caso della problematizzazione del concetto tempo, abbia saputo intercettare uno dei temi caldi dell’epoca, ritagliandosi un posto nel dibattito grazie alle proprie peculiarità.

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Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, Museum of Modern Art di New York

L’approdo del tempo in pittura si deve a Pablo Picasso (1881-1973) e al cubismo: se infatti fino a quel momento i quadri avevano sempre rappresentato un solo punto di vista, vale a dire un unico e preciso istante del tempo, nelle opere cubiste i punti di vista si moltiplicano di pari passo con gli istanti, e l’immagine viene presentata contemporaneamente da varie angolazioni. È precisamente a questo che ci si riferisce con il nome “quarta dimensione”, la principale novità introdotta dal cubismo che, da sola, riuscì a mettere fra parentesi qualcosa come cinquecento anni di prospettiva geometrica!

A proposito di geometria, le linee e le forme pure sono state uno dei territori di ricerca di molte avanguardie artistiche, prima fra tutte il già ricordato astrattismo — compresa la sua filiazione suprematista. Affidandosi esclusivamente a esse e al colore, i pittori astrattisti dimostrarono che in arte la rappresentazione degli oggetti reali poteva essere superata e sostituita con altro. Ma cosa vedere, cosa cercare in dipinti come quelli, davanti ai quali la mente dell’osservatore di oggi, come quella dell’osservatore di allora, si trova smarrita? Un linguaggio nuovo: ecco la risposta che con ogni probabilità avrebbero dato Kandinskij, Malevič e gli altri. Un linguaggio nuovo legato alla purezza delle forme e dei colori, ai loro significati profondi e alle sensazioni che sono in grado di ispirare. Forma e colore possono formare combinazioni infinite, ma solo alcune ne esprimono fino in fondo il potenziale. E Kandinskij proprio questo analizzava in saggi come Punto, linea, superficie (1926); saggi che non so se è azzardato definire filosofia dell’arte, fatto sta che proprio essi costituiscono la dimostrazione tangibile di come perfino l’arte, al tempo, più incomprensibile di tutte possedesse basi teoriche solidissime. Basi che, tra l’altro, potevano essere confermate per più d’una via.

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Vasilij Kandinskij, Giallo, rosso, blu, 1925, Musée National d’Art Moderne di Parigi

Una via come quella che intraprese quasi parallelamente Piet Mondrian (1872-1944), ad esempio. Fine paesaggista in gioventù, fu proprio verso il 1912 che il pittore olandese giunse a una stilizzazione della natura che teneva insieme due cose ben distinte: l’esperienza cubista e l’osservazione diretta delle forme. Mondrian, in sostanza, si era accorto che la linea non era altro che la semplificazione estrema di qualunque oggetto naturale e, di conseguenza, l’elemento più “puro” a disposizione dell’artista. Lo si può capire molto bene osservando la serie dei suoi Alberi: realistico nelle forme ed espressionistico nel colore quello del 1908, nelle versioni successive l’albero si spoglia ogni volta di più dei suoi dettagli, i rami diventano archi e linee, le campiture fra quest’ultime si allargano fino a che la bidimensionalità del dipinto crea una sorta di fusione tra sfondo e oggetto, nel dissolvimento della reciproca alterità. Da lì ai quadrati con linee nere che avrebbero impresso il sigillo alla maturità artistica del pittore di Amersfoort non c’era che un passo.

Mondrian era meno scrittore di Kandinskij e non aveva la sua stessa indole speculativa; eppure anche lui si ritrovò a lasciare su carta parte delle sue idee sull’arte. Non è infatti da trascurare la sua attività di collaboratore a «De Stijl», la rivista uscita nel 1917 su iniziativa dell’architetto Theo van Doesburg (1883-1931), in cui vennero presentati, promossi e diffusi i princìpi artistici (ma anche spirituali e pratici della vita) del neoplasticismo, un’avanguardia tutta olandese che, soprattutto in architettura, avrebbe avuto contatti intensissimi con i principali esponenti del Bauhaus.

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Piet Mondrian, Albero grigio, 1911, Gemeentemuseum di L’Aja

Pure Mondrian, Van Doesburg e gli altri partirono quindi da una ricerca; una ricerca pittorica ed artistica in senso lato che però non era estranea a propositi epistemologici e, quindi, anche filosofici: una ricerca di conoscenza circa l’essenza delle cose; una ricerca da tradurre in arte, sì, ma che, mentre cercava e scopriva, si occupava di una cosa sola, del Vero.

Cosa successe, dunque, all’arte durante la stagione delle avanguardie? Nel primo articolo di questa nuova serie abbiamo visto insieme il contesto e i caratteri generali, ma il percorso è solo all’inizio; per rispondere potremmo però già dire di aver verificato una prima cosa molto importante: che la pittura, durante la stagione delle avanguardie, aveva fatto principalmente due cose: da una parte aveva rinunciato ai canoni estetici secolari che da sempre garantivano all’osservatore, in termini di riconoscimento, la fruizione visiva di qualsiasi opera, anche di quella simbolicamente più complessa; dall’altra — riflettendo su di sé, sulle sue tecniche e sui suoi fini — si era decisamente intellettualizzata, assumendo quei tratti meta-artistici che già interessavano sfere diverse dell’arte, come la letteratura e il teatro. La differenza più grande fra la pittura avanguardistica e quella dei secoli precedenti è secondo me questa, ossia che gli artisti avessero spinto moltissimo sulla parte mentale, senza che la platea dei fruitori, come accade sempre in casi come questo, avesse avuto il tempo di accorgersi che nel frattempo si era compiuto un ribaltamento concettuale ed estetico epocale.

A conclusione di ogni articolo di questa serie vi segnalerò un libro sull’argomento su cui ci siamo intrattenuti: per questo primo appuntamento di La pittura del novecento, il libro che vi consiglio è Il secolo spezzato delle avanguardie di Philippe Daverio (Rizzoli, 2014).

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Al prossimo appuntamento!

 

 

 

Immagine in copertina: George Grosz, Metropolis, 1916-17, Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid

L’ambiente e la nostra sopravvivenza tra cinema e letteratura contemporanea

Di Gian Luca Nicoletta

 

Nell’articolo di oggi desidero parlarvi di un tema che da alcuni anni a questa parte ha iniziato a guadagnarsi sempre più spazio (pur tuttavia rimanendo piuttosto ai margini) nel dibattito pubblico: gli effetti disastrosi dell’inquinamento artificiale, cioè quello a opera di sostanze che di per sé non esistono in natura, e lo farò attraverso due opere ispirate a fatti realmente accaduti, rispettivamente un libro e un film: la prima è Fuoco al cielo di Viola Di Grado mentre la seconda è Cattive Acque diretto da Todd Haynes.

          Fuoco al Cielo è l’ultima opera della scrittrice catanese pubblicata per La Nave di Teseo nel 2019. I fatti raccontati vengono dalla tragica storia del villaggio russo di Musljumovo, situato a poca distanza da un impianto per la produzione di materiale necessario alla costruzione di bombe atomiche. Gli accadimenti che soggiacciono alla storia narrata sono essenzialmente questi: durante la produzione dei materiali radioattivi, gli scarti tossici di questi furono indebitamente sversati nel fiume che serve il villaggio. Lì tutti gli abitanti facevano il bagno, portavano gli animali ad abbeverarsi, usavano quell’acqua per irrigare i loro campi e, conseguentemente, mangiarne i frutti. L’impianto di produzione fu chiuso a causa di un incidente a seguito del quale si dispersero nell’aria ingenti quantità di sostanze estremamente tossiche e cancerogene. Gli abitanti della regione furono tenuti all’oscuro della pericolosità di queste sostanze e rimasero isolati e coinvolti in un complice silenzio con le autorità governative affinché nulla rivelassero al mondo, subendo passivamente le dolorose mutazioni genetiche e deformazioni che i materiali radioattivi portano con sé.

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Sin qui i fatti storici, ora passiamo alla narrativa: in tutta onestà non mi sento di definire questo libro un romanzo, piuttosto un racconto lungo, se proprio bisogna cercare di darne una definizione in termini critici. Non è un romanzo per il semplice motivo che, a mio avviso, il personaggio che dovrebbe essere protagonista non compie alcun percorso formativo verso una migliore completezza. Al massimo potrebbe essere un antiromanzo, visto in quest’ottica, ma stando alla narrazione della vicenza e al modo di rappresentare pensieri e decisioni non azzarderei una definizione troppo marcata in questo senso.
Sicuramente il testo che ho letto è di tipo espressionistico. Dalla prima all’ultima pagina infatti assistiamo a una sequela ininterrotta di scene descrittive nelle quali prevale in maniera assoluta l’immagine forte, che rimane impressa nella mente e che ha come obiettivo quello di trasmette il profondo squallore caratterizzante le vite delle persone rimaste prigioniere, di fatto se non per loro volontà, nel villaggio di Musljumovo. Uno squallore che viene descritto principalmente in termini liquidi: sudore, acqua salmastra, umori corporali, essudati di ogni provenienza biologica e non che rivestono la pelle, i vestiti, le superfici del luoghi che si vivono, che si frequentano.
Se mi posso permettere di esprimere una critica, questa dev’essere rivolta alla semantica: il lessico impiegato risulta essenzialmente povero e, data l’assiduità delle descrizioni, queste ne escono danneggiate da un difetto di originalità a favore di una ripetitività che non aiuta la lettura: i divani, i tessuti, le magliette e i vestiti sono quasi sempre e solo “sdruciti”, mai lisi, consumati, consunti, strappati, bucati, logorati.

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Fonte: Tomas Wüthrich Fotografie

La seconda opera che ho citato all’inizio è il film uscito da poco nelle sale e diretto da Todd Haynes: Cattive Acque, con Mark Ruffalo nel ruolo di Robert Billott e Anne Hathaway in quello di sua moglie, Sarah.
La storia è quella dell’avvocato Billott che, grazie alla determinata insistenza di un allevatore di Parkersburg, una città nello Stato del West Virginia, riesce a scoprire come e da quanto tempo l’industria chimica della DuPont stesse avvelenando decine di migliaia di persone a seguito del rilascio delle sostanze chimiche nei corsi d’acqua e, parimenti, dell’occultamento di altri rifiuti inquinanti in fustini nascosti sottoterra che hanno poi contaminato il terreno. Billott intraprenderà una lunga battaglia legale, ad oggi ancora in corso, contro un colosso industriale dal fatturato di 1 miliardo di dollari all’anno.
Il film, la cui visione consiglio a tutti, si concentra sia sulla battaglia nei tribunali fatta da Billott e dai suoi pochi sostenitori, sia sulla vicenda umana di tante persone che, ignare di quanto la DuPont stesse facendo, bevevano acqua avvelenata e andavano a lavoro in un impianto industriale dove costantemente respiravano particelle chimiche estremamente pericolose.
Su un piano parallelo viaggia anche la vita privata di Billott, la quale viene inevitabilmente condizionata da questa ricerca della verità e che metterà a repentaglio tanto la sua salute fisica quanto la tenuta del suo matrimonio. A dispetto di Fuoco al Cielo, sia il personaggio di Robert che quello di Sarah compiono, seppur per vie diverse e forse indipendenti, un percorso interiore che li condurrà a una migliore conoscenza di loro stessi e al superamento delle paure che caratterizzano la sfida cui ogni eroe è chiamato.

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Anne Hathaway e Mark Ruffalo in una scena del film Cattive Acque

Come vedete le vittime di entrambe le storie sono accomunate da diversi elementi: primo fra tutti l’essere ignare del loro lento ma costante precipitare verso la morte, il secondo è il vettore della contaminazione, cioè l’acqua e la terra, e il terzo è il criminale: un colosso industriale che opera quasi sempre con la complicità delle forze governative, solo che nel primo caso si tratta di un’attiva partecipazione del governo russo agli esperimenti nucleari del centro vicino Musljumovo, nel secondo invece la complicità è dovuta a un eccessivo liberalismo del governo U.S.A. che lascia alle industrie un’ampio margine di autoregolamentazione sulle soglie cancerogene delle sostanze impiegate.

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Robert Billott – fonte: Greenpeace USA

Grazie a queste due storie, con i loro pregi e difetti che però non inficiano l’importanza e la necessaria trasmissione del tema che le accomuna, possiamo affrontare in maniera terza pur tuttavia artistica la consapevolezza di quanto grande e grave sia il male che un uso sconsiderato dei progressi scientifici possa apportare all’essere umano.

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

Il relativo nel diverso: “La dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Di Gian Luca Nicoletta

 

Il mio primo articolo di questo 2020 è incentrato su un film che ho visto di recente: La dea fortuna di Ferzan Özpetek, uscito da poco nelle nostre sale cinematografiche.

Il film è stato prodotto dalla Warner Bros col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato girato parte a Roma, parte nel santuario della dea Fortuna a Palestrina, nel Lazio, e parte a Bagheria, in Sicilia.

La trama, cui rivelerò per sommi capi per non rovinare il gusto della visione di nessuno, è questa: Alessandro e Arturo sono una coppia che vive a Roma da molti anni. Hanno una solida rete di amicizie nel loro quartiere ma vivono la loro vita nella tediosa routine di una relazione diventata ormai soffocante per entrambi. Già dai primi minuti del film si capisce infatti che i due sono ormai da tempo sentimentalmente distanti: hanno frequenti relazioni clandestine e l’uno è a conoscenza dei tradimenti dell’altro.
Accade un giorno che una loro cara amica, Annamaria, passa dal loro appartamento per lasciare in custodia i suoi due figli per qualche giorno, il tempo di fare alcune analisi in ospedale: da lì inizia lo svolgimento vero e proprio della trama che porterà alle grandi valutazioni sulla vita di ognuno dei personaggi, le quali sono, poi, il cuore del film.

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Devo dire che il film mi ha lasciato una piacevole sensazione nel suo complesso. Gli attori principali, Edoardo Leo nel ruolo di Alessandro, Stefano Accorsi in quello di Arturo, Jasmine Trinca in quello di Annamaria e l’interessante cammeo di Barbara Alberti nel ruolo di Elena, la madre di Annamaria, sono stati tutti bravi nel dare ai loro personaggi un’aria di quotidiana normalità.
Particolarmente riuscita trovo una scena nella quale si verifica una litigata doppia: da una parte ci sono Arturo e Alessandro che discutono già colmi del risentimento che nutrono l’un per l’altra e, dalla parte opposta, ci sono i due bambini che, negativamente influenzati dallo screzio fra gli adulti e che ancora devono imparare a gestire le loro emozioni, iniziano una furente lite.

In questo film ho trovato anche molto apprezzabile quello che ho definito nel titolo come il relativo nel diverso, scegliendo appositamente un termine provocatorio. Al centro del film sta il rapporto ormai deteriorato fra Alessandro e Arturo e lì si ferma la caratterizzazione. Non ci sono accenti sulla natura omosessuale, sul percorso che ha segnato la vita di entrambi: la loro unione viene mostrata come un mero dato di fatto e proprio grazie a questo ci si può concentrare su altro. Lo scarto non sta più nel tipo di coppia, ma nel come questa coppia gestisce la propria relazione, relativizzando un elemento che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) era il principale se non l’unico punto di attenzione narrativa. Arturo e Alessandro si annoiano come tante altre coppie, si tradiscono come tante altre coppie, si dicono frasi molto gravi e pesanti come tante altre coppie. Ci si sposta dalla forma al contenuto e questo trovo sia un grande segno di pregio per l’intero film.

LA DEA FORTUNA  (red.cultura)
LA DEA FORTUNA (red.cultura)

Tuttavia la mia recensione sarebbe incompleta se non parlassi di qualcosa che non mi è piaciuto: ho trovato un po’ affettate alcune scene marcatamente armoniose.
Come in ogni storia, la parabola deve eseguire il percorso positivo-negativo-positivo, dove rispettivamente troviamo armonia-contrasto-armonia; solo che in questo film c’è un quarto segmento negativo da aggiungere all’inizio.
Ciò che ho trovato appunto affettato, a tratti finto, è il secondo segmento della parabola, quello positivo/armonioso: Alessandro e Arturo sembrano aver ritrovato un equilibrio, dato dall’aria fresca che i bambini hanno portato con sé. Si può quindi vedere una serie di scene in cui quest’armonia primeggia grazie a grandi tavolate, balli festosi sotto la pioggia, tante risate. In particolare una sera Alessandro porta la pizza per cena e, come in un grande Mulino Bianco, si affaccia al balcone per chiamare gli amici, i quali, come se fossero tutti in attesa della sua chiamata, si sporgono da ogni angolo del palazzo nel quale vivono tutti insieme facendo grandi cenni e precipitandosi di corsa per il convivio.
Una scena, questa, che forse ci si poteva risparmiare sebbene abbia in fondo la sua funzione: quella di segnare un grande contrasto con la seconda parte del film. Infatti agli ambienti piccoli e pieni di gente allegra della casa della coppia si oppone con forza la grande villa di Elena, dove lei vive con la sua perfida solitudine.

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Villa Valguarnera, fonte: cntraveller.com

Dunque nel complesso, come ho anche detto sopra, trovo La dea fortuna un bel film: una storia che sicuramente meritava di essere raccontata e che Ferzan Özpetek ha saputo raccontare bene come al solito. I difetti non mancano ma, se seguiamo l’insegnamento e i temi di questo film, non possiamo che dedurne che nessuno di noi è perfetto, che ci si fa male anche quando ci si vuol bene e che, tutto sommato, questa vita sgangherata è sempre degna di essere vissuta.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte II

Di Flavio Salvioni

 

Se la tecnica artistica d’Oltralpe, da nord a sud della zona franco-provenzale, consisteva in una continua evoluzione del tramandare la parola in rima, mescolando la poetica con l’arte musicale e canora, la scuola italiana era di tutt’altro avviso.

Nel ‘200 in Italia vi sono stati due centri culturali di fondamentale importanza: la scuola siciliana nella prima metà del ‘200 e l’intera produzione poetica toscana nella seconda metà. Entrambi i centri erano fautori del volgare come lingua del popolo, in contrapposizione al latino che restava in uso come lingua ecclesiastica e politica.

I letterati siciliani e toscani, nel corso del secolo, si distaccarono dalle arti musicali, anzi si dichiararono contrari alla declamazione dei versi in musica. In particolare i letterati della scuola siciliana, che promulgavano produzioni letterarie di alto livello, trovavano la loro formazione nella scuola di Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, dove però venivano insegnate arti letterarie e visive, ma non musicali. Non erano quindi a conoscenza della musica come arte da apprendere fra i banchi dei loro studi. Lo stesso vale per la successiva scuola toscana, nata dopo la morte di Federico II (1250) che sancì lo smembramento della scuola siciliana e che portò i pochi superstiti di quest’ultima a rifugiarsi nei comuni ghibellini. I componimenti tramandati dagli ultimi esponenti della scuola siciliana trovarono spazio nella neonata scuola toscana che li fece suoi traducendoli nella lingua volgare del luogo.

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In questo ambito si trovano, a livello di terminologia letteraria, diversi lemmi come canzone o sonetto oppure cantare o dire in cantando, che rimandano chiaramente alla musica.

Lo stesso Dante è dell’opinione che «le strutture poetiche riflettono una intenzionalità musicale poiché la strofa è costruita di modo che la sua misura e il suo ritmo verbale possano offrire supporto alla misura e al ritmo della melodia», ma è altrettanto fermo nel dichiarare che il termine canzone ha un valore puramente letterario. Pone quindi la possibilità di musicare e cantare i versi, ma anche in questo caso si richiede una certa tecnica e bravura nel farlo, tecnica acquisita nei secoli da personaggi totalmente avulsi dalle fila dei letterati, ma di certo non meno colti.

Non è da dimenticare che fu a cavallo fra i secoli X e XI, che il monaco benedettino Guido D’Arezzo nel suo trattato musicale Micrologus, idealizza e descrive tutta la semiografia musicale in uso ancora oggi. La coreutica e le attività liturgiche basavano infatti la loro esecuzione sulla lettura del pentagramma e sull’accostamento melodico della parola alla musica, specialmente nei monasteri benedettini poiché il cantare pregando era presente nella loro regola. Anche qui, parallelamente alla specializzazione letteraria, si cominciò a dividere i ruoli fra cantore e musico: entrambi edotti nella lettura musicale, il primo interpretava lo scritto cantandolo sulla musica composta dal secondo. Raro, anche in campo musicale, era trovare la figura che, al giorno d’oggi, chiamiamo Singer-Songwriter. Il cantare divenne quindi appannaggio solo della curia e dei seminari che, oltre a erudire i propri studenti nelle lingue latina e greca, sulla lettura teologica della Bibbia e nella storia, fornivano lezioni di musica, teoriche e pratiche, da utilizzare nella liturgia delle ore di tutti i giorni, dando spazio a tutto il repertorio di musica sacra scritta (polifonica e non) ed eseguita nei riti. Potete quindi immaginare quanto fosse difficile per i letterati delle due scuole interpretare quei complessi segni riprodotti su cinque righe o, peggio ancora, doverli accostare a un suono ben preciso e dalla specifica durata.

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Ecco quindi dove è cominciato il divorzio delle due arti: nella specializzazione delle parti per via del fatto che non vi fosse un vero punto di incontro fra letterati profani e letterati di cultura sacra sugli studi musicali di quest’ultimi. In questa parte del suo discorso, Roncaglia incentra tutto l’argomento del suo articolo non dando apparentemente speranze di nessun ricongiungimento.

Non possiamo però basare tutto su di una sola versione della faccenda e, soprattutto, non possiamo confinare tutto il sapere di entrambe le arti al Vecchio Continente soltanto.

Ritengo che questa necessità di narrare cantando storie o poesie sia una qualità artistica intrinseca nell’uomo, basti pensare al tempo del sogno della mitologia aborigena australiana che, come ci racconta Bruce Chatwin in Le vie dei canti, è un compito dato agli anziani di ogni gruppo il tramandare questi racconti ancestrali sotto forma di canti, adattando la struttura musicale alla morfologia territoriale.

Fra le note degli spiritual afroamericani, con una ritmica semplice affidata alle vanghe e una linea melodica di una voce primaria che lavora sulle risposte polifoniche delle altre voci, si fanno largo figure retoriche e versi di ogni genere. Questo modo nuovo di fare musica è l’antesignano del Blues e, in particolar modo, del Jazz, basato sulla pura interpretazione musicale dove musica e parole si aspettano in una melodia accattivante e piena di sofismi letterari e musicali molto spesso improvvisati; viaggiando lungo la linea del tempo fino ad arrivare all’era moderna, dove gli stessi Rap e Hip Hop della scena americana sono da considerare poesia, in un misto fra cantato e recitato che traversa l’Atlantico per ritornare in Europa.

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Una Europa che vive continui fermenti musicali, specialmente quando si prende la decisione di sganciare (tra il XVII e il XVIII secolo), a poco a poco, la musica dagli ambienti talari, rendendola oltremodo laica e profana, spogliandola dai testi sacri e rivestendola lentamente dalla nudità testuale con parole da recitare cantando sui palchi dell’opera. Un semplice cambio di veste la porta poi ad uscir di sera elegante ma al contempo sportiva, fresca e nuova espressione delle passioni dei cantautori della musica leggera a partire dagli anni ’50.

Continue evoluzioni di entrambe le arti, frutto del contributo degli artisti che con la propria sensibilità le rendono uniche nel loro fascino espressivo: la musica con l’acquisizione continua di un genere nuovo dato dallo studio di nuove sonorità; la poesia con i passaggi degli stili ed esprimendo le passioni sempre più contemporanee. Si possono definire arti a sé stanti: libere, ribelli, eleganti, passionali. Possono lavorare benissimo da sole nei loro specifici settori creando emozioni in chiunque le ascolti, specialmente poi se i loro veneratori sono capaci di lavorare sui dettagli e sull’ascendere e discendere della linea melodica, o testuale, secondo un motus musicus che porta l’uditore a godere fino in fondo delle performance.

Divine ispiratrici per chi vive di passioni ed è nato con una spiccata sensibilità. Libere entità errabonde e solitarie, che accendono i cuori di tutto il mondo consce della loro bellezza e pronte a meravigliare non appena si prendono per mano in un connubio infinito di note e di versi.