La pittura del Novecento, parte VI: l’astrattismo con e senza Kandinskij

Di Andrea Carria

L’ho detto l’ultima volta: la pittura del Novecento non sarebbe stata la stessa senza Picasso e il cubismo, ma oggi, arrivati al sesto appuntamento di questa serie (eccovi gli articoli precedenti #1, #2 #3, #4, #5), mi sento di ripetere la stessa cosa a proposito di Vasilij Kandinskij e dell’astrattismo.

Ripercorriamo il ragionamento che avevamo fatto insieme: introducendo la tecnica delle prospettive simultanee, il cubismo aveva rivoluzionato l’arte dalle fondamenta e liberato l’artista dalla dittatura del tempo (vedo questo, da questa angolazione, adesso: ricordate?), ma anche l’astrattismo, di lì a qualche anno, avrebbe compiuto un’impresa altrettanto ardita, affrancando l’arte dalla rappresentazione della realtà.

C’è da dire che se l’hic et nunc era un vincolo che si credeva insuperabile, quello della realtà nei confronti dell’arte era percepito come un legaccio ancora più stretto e imprescindibile. Quando nel 1910 dipinse il Primo acquarello astratto, Kandinskij (1866-1944) compì un’operazione azzardatissima e rivoluzionaria che troncava di netto una concezione dell’arte, quella imitativa, che durava ininterrottamente da migliaia di anni; anzi, si può dire che l’imitazione è stato lo scopo più antico dell’arte, l’innesco di tutta quanta la sua storia.

Vasilij Kandinskij, “Senza titolo” (“Primo acquerello astratto”), 1910, Parigi, Musée National d’Art Moderne Georges Pompidou.

A proposito di principi, l’episodio folgorante con cui si fa iniziare l’astrattismo è talmente famoso che potrei benissimo fare a meno di riportarlo. Scrive Kandinskij:

«Molto più tardi, a Monaco, un giorno rimasi colpito da uno spettacolo inatteso, proprio quando stavo tornando nel mio studio. Il sole tramontava; tornavo dopo avere disegnato ed ero ancora tutto immerso nel mio lavoro, quando aprendo la porta dello studio, vidi davanti a me un quadro indescrivibilmente bello. All’inizio rimasi sbalordito, ma poi mi avvicinai a quel quadro enigmatico, assolutamente incomprensibile nel suo contenuto, e fatto esclusivamente da macchie di colore. Finalmente capii: era un quadro che avevo dipinto io e che era stato appoggiato al cavalletto capovolto. Il giorno dopo tentai alla luce del sole di risuscitare la stessa impressione, ma non riuscì. Benché il quadro fosse ugualmente capovolto, distinguevo gli oggetti e mancava quella luce sottile del tramonto. Quel giorno però mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi era dannoso ai miei quadri.»

Solo Kandiskij potrebbe dirci quanto ci sia di vero e di romanzato in tale aneddoto uscito direttamente dalla sua penna (V. Kandinskij, Sguardi sul passato, Sugar Editore, 2013), ma questa storia risulta ugualmente molto utile perché mette in evidenza qualcosa di straordinario: l’oggetto raffigurato non aveva nulla a che vedere con la bellezza del quadro, come invece si era creduto per secoli e secoli, ma costituiva anzi un elemento di disturbo che il pittore si dichiarava pronto a eliminare. Ecco perché, quando Kandinskij mise in atto questo proposito, compì una rivoluzione che non aveva niente da invidiare a quella picassiana. Se lo spagnolo aveva infatti liberato l’arte dalla dittatura del tempo, il pittore russo aveva stracciato ogni debito che la rappresentazione artistica aveva nei riguardi del mondo fenomenico. La stessa pittura che imitava da sempre oggetti e figure reali, ovvero esistenti, ora non rappresentava più nulla di empirico, ma combinava insieme colori e forme astratte in grado di sprigionare la carica estetica di cui erano autonomamente pervase.

Osservando i lavori di Kandinskij intorno al 1910-11, ci si accorge del dissolvimento delle figure in segni e sagome sempre più informi. Nel passaggio dal reale all’astratto è quindi possibile riconoscere una transizione sostanzialmente graduale che, per quanto poco intuitiva possa rivelarsi a un primissimo sguardo, testimonia l’intenso lavoro di ricerca che ha sempre contraddistinto la produzione di questo autore; il quale, vale comunque la pena di ricordare, aveva alle spalle almeno un decennio di sperimentazioni in cui aveva già ampiamente disarticolato la rappresentazione della realtà a vantaggio di modelli più stilizzati, come quelli che aveva appreso dall’espressionismo, dai Fauves e dell’Art Nouveau.

Kandinskij possedeva idee estetiche molto precise e nelle sue mani l’astrattismo divenne una delle correnti artistiche più strutturate. Da teorico molto attivo con la penna, scrisse numerosi saggi e articoli in cui si impegnò a illustrare i princìpi fondamentali della propria pittura. La veste intellettuale del pensiero di Kandinskij era però in contrappunto con la maggiore delle sue convinzioni, secondo cui l’arte è pura intuizione e si rivolge non alla mente ma allo spirito. Lo spirituale nell’arte (1910), il cui titolo parla chiaro, è il libro che raccoglie le sue teorie sulla linea, la forma e il colore, nonché l’intuizione della somiglianza fra musica e pittura. Non era la prima volta che questa caratteristica veniva posta in evidenza – o, meglio ancora, che veniva auspicata – ma ora gli argomenti a favore erano molteplici e tutti da sviluppare, a partire dalla similitudine esistente fra scala musicale e cromatica. Se però c’era un’ambizione finora irrealizzata da parte della pittura e che l’arte astratta adesso permetteva, questa era di poter seguire la musica sul suo stesso terreno realizzando opere prive di costrizioni figurative, contenutistiche, concettuali o didattiche. Quelli astratti erano dipinti che intendevano rivolgersi esclusivamente ai sensi e alla sfera emotiva, e che non nutrivano scopi più concreti della mera esperienza estetica. Pure questo era un volto della rivoluzione astratta, e Kandinskij era così entusiasta delle potenzialità espressive di cui disponeva (era amico di Arnold Schönberg e si lasciò ispirare dalla sua teoria musicale) che fece largo uso di Impressioni, Improvvisazioni e Composizioni per i titoli dei suoi quadri.

Vasilij Kandinskij, “Composizione II”, 1910, New York, Solomon R. Guggenheim Museum.

Se l’apporto di Kandinskij alla pittura non fu, in termini rivoluzionari, inferiore a quello di Picasso, è pure vero che è quasi impossibile equiparare la portata dei loro contributi. Infatti, se la paternità del cubismo non può essere messa in discussione da nessuno, per la nascita dell’arte astratta – i cui “geni” erano “in provetta” in vari laboratori d’Europa, in quegli anni – le cose potrebbero essere abbastanza diverse. Immaginiamo di fare una rapida retrospettiva della storia della pittura e di fermarci al 31 dicembre 1909: ci accorgeremmo che l’astrazione, o qualcosa di molto prossimo a essa, era divenuta materia degli artisti da almeno qualche decennio. Monet e Cézanne non ci erano andati troppo lontani con le loro serie inesauribili di ninfee e monti, i futuristi italiani al tempo erano più propositivi che mai e lo stesso cubismo aveva seriamente rischiato di compiere due rivoluzioni in una, mettendosi a scomporre gli oggetti e a fonderli tra loro e con lo spazio.

Ma se tutto questo è vero, allora perché proprio Kandinskij? Perché lo studio dell’arte astratta comincia sempre col suo nome? Per convenzione? Forse, ma questa volta c’entra comunque molto meno di quanto si possa immaginare. In realtà esiste una ragione precisa per la quale Kandinskij è considerato il primo; egli aveva infatti un paio di cose dalla sua parte a cui gli altri non erano ancora giunti: una era la consapevolezza e l’altra era l’intenzione; la consapevolezza riguardo a ciò che stava dipingendo e la precisa intenzione di fare le cose a quel modo. «Quel giorno però mi fu perfettamente chiaro che l’oggetto non aveva posto, anzi era dannoso ai miei quadri», scrisse, come abbiamo visto. È nell’idea, pertanto, che Kandinskij è arrivato per primo, e non necessariamente nei risultati. Ormai l’arte del Novecento si era infatti indirizzata in un modo tale che la svolta definitiva era ad appena un tratto di pennello e si trovava alla portata di molti. Dal canto suo, quando gli fu chiaro il valore della propria intuizione, Kandinskij percorse solo una delle tante vie possibili, e percorrendo quella lasciò intatto lo spazio a disposizione dei suoi colleghi, i quali approfondirono la pittura astratta poco alla volta, spesso in maniera autonoma, ognuno nel proprio ambito e con la propria tecnica. Morale: se Picasso non avesse dipinto Les Damoiselles d’Avignon nel 1907, con ogni probabilità non avremmo mai avuto il cubismo; se invece Kandinskij non avesse realizzato il cosiddetto Primo acquerello astratto nel 1910, non avremmo conosciuto il suo astrattismo, ma avremmo avuto lo stesso un’arte astratta. Ed è questa la maggiore differenza fra i due, secondo me.

Così, mentre il Vasilji dipingeva nel suo atelier di Monaco di Baviera, metteva a punto le tesi dello Spirituale nell’arte e stava per fondare il gruppo del Blaue Reiter insieme al pittore espressionista Franz Marc (il cavaliere azzurro era un tema molto caro a Kandinskij e di esso si trova traccia anche nei dipinti astratti della prima fase), in Olanda Piet Mondrian (1872-1944), un pittore paesaggista specializzato nel dipingere alberi, giunse all’arte astratta dopo aver portato alle estreme conseguenze la stilizzazione del suo soggetto preferito. Mondrian – di cui parleremo dettagliatamente nel prossimo articolo della serie – impostò la propria pittura astratta su basi teoriche molto differenti da quelle kandinskiane, per le quali, ricordiamo, gli elementi essenziali di un quadro esprimevano soprattutto un contenuto spirituale. Al contrario, l’approccio tecnico-teorico di Mondrian era decisamente più razionalistico e, per il fatto di lavorare sulla semplificazione estrema delle forme, da parte sua il dialogo con gli oggetti reali si stemperò poco alla volta e non fu mai evitato per partito preso.

Piet Mondrian, “Composizione II“, 1913, L’Aja, Geementemuseum.

Il più grande polo dell’arte astratta durante il primo Dopoguerra divenne la scuola di design e arti applicate del Bauhaus, aperta a Weimar nel 1919 dall’architetto Walter Gropius (1883-1969). Il corpo insegnanti della scuola era formato da artisti modernisti di prim’ordine, i migliori sulla piazza. Mondrian non vi insegnò mai, tuttavia, grazie anche all’intermediazione dell’artista autodidatta Theo van Doesburg (1883-1931), i princìpi neoplastici che espose su «De Stijl», la rivista che aveva fondato insieme a quest’ultimo nel 1917, vi trovarono vasta risonanza.

Chi vi insegnò fu invece Paul Klee (1879-1940), pittore di straordinaria sensibilità che contribuì allo sviluppo dell’arte astratta in maniera molto intima e personale, combinando insieme geometria e cromatismo per giungere a composizioni che rispecchiassero i suoi ideali di semplicità e innocenza. Più interessato a inseguire i propri modelli artistici che a far parte di un gruppo – rischio da cui peraltro si tenne sempre a debita distanza – l’inclinazione di Klee verso l’arte astratta venne decisa dal suo animo non meno che dai suoi interessi. Educato fin da piccolo all’arte e alla musica dai genitori, entrambi musicisti, non è improbabile che tale repertorio lo abbia reso bendisposto verso uno stile dalle spiccate similitudini sonore. Nei quadri astratti di Klee si osserva una particolare attenzione per le figure geometriche e le scacchiere cromatiche; esecuzioni semplici solo in apparenza ma che in verità nascondevano riflessioni approfondite e molto scrupolose. Sebbene la sua predilezione fosse sempre andata al colore, è forse proprio nelle opere astratte che Klee mise la forma sullo stesso piano di quest’ultimo, donando in questo modo alla tela un ritmo compositivo di intensità variabile che tuttavia non manca di suscitare in chi guarda una sensazione tangibile di armonia.

Kandinskij approdò al Bauhaus come insegnante poco dopo, legandosi in amicizia con Klee (i due si erano già conosciuti a Monaco ai tempi del Blaue Reiter) e riformulando il proprio astrattismo sulla base dei nuovi stimoli ricevuti nella scuola. Fu a Weimar, negli anni Venti, che i quadri di Kandinskij integrarono le forme geometriche in luogo delle linee sinuose del decennio precedente. Il saggio Punto, linea, superficie, pubblicato nel 1926, testimonia l’evoluzione impressa al suo pensiero teorico durante gli anni spumeggianti di quello che, allora, era il più avanzato laboratorio artistico a livello mondiale.

Mentre nel cuore della Vecchia Europa l’arte astratta collezionava esperienze autonome e fra loro connesse allo stesso tempo, in Russia il modernismo artistico era giunto molto prima dell’industrializzazione e di tutto il suo armamentario tecnologico. Kandinskij se n’era andato abbastanza presto alla volta della Germania e, anche a causa degli stravolgimenti politici che si sarebbero verificati entro pochi anni, non ebbe quasi alcun ruolo nel nascente avanguardismo russo, del quale invece si fece caricò un artista più giovane e non meno carismatico: Kazimir Malevič (1878-1935).

Paul Klee, “Strada principale e strade secondarie”, 1929, Colonia, Museo Ludwig.

Nativo di un piccolo villaggio nei pressi di Kiev, Malevič raggiunse presto Mosca e qui entrò in contatto con gli ambienti artistici più vivaci dell’epoca. La sua esperienza avanguardista cominciò sotto il segno del futurismo, ma a Mosca gli stili “europei” che venivano importati per essere ripresi e reinterpretati dagli artisti locali arrivavano spesso tutti insieme, e questo facilitava ancora di più una contaminazione che, magari, era già cominciata nei Paesi di provenienza. Dal canto suo, Malevič rese tale circostanza addirittura didascalica elaborando, nei primi anni Dieci, uno stile da lui chiamato “cubofuturismo”, dove il massimo dell’arte moderna in termini di innovazione veniva impiegato per rappresentare soggetti ancora molto tradizionali come scene di vita quotidiana e lavoro nei campi.

Intanto la richiesta di nuovo e di futuro si levava a gran voce in tutta la Russia e Malevič – un uomo e un pittore che dimostrò di saper fare dell’opportunismo un’arte e viceversa – purgò la sua pittura da ogni riferimento al passato e alla tradizione per lanciarsi nell’elaborazione di uno stile completamente diverso, che sapesse interpretare la voglia di cambiamento della società. Il 1915 fu il suo anno. Alla 0.10 di San Pietroburgo, una mostra importantissima che raccoglieva il meglio dell’avanguardia russa, espose una trentina di opere che esprimevano il punto d’arrivo della sua ricerca (cominciata a quel modo quasi per caso durante un incarico da scenografo), nonché esempi cristallini di ciò che egli per primo arrivò a considerare il culmine stesso dell’arte. E cristallino, Malevič, lo fu anche nel nome che scelse per l’avanguardia che era finito per inventare: suprematismo, ossia lo stile superiore a tutti gli altri, quello che aveva risolto ogni problema legato alla rappresentazione bandendo gli oggetti e salvavano solamente le più pure tra le forme geometriche. Il manifesto pittorico del suprematismo – a cui Malevič, nello stesso anno, affiancò anche uno scritto intitolato Dal Cubismo e dal Futurismo al Suprematismo – è Quadrato nero su fondo bianco; un dipinto provocatorio nei confronti dell’arte stessa e che alcuni critici hanno paragonato alle icone russe per il vigore con cui quell’unica forma geometrica si staglia e impone di essere guardata.

Nel 1917 Malevič era ormai pronto a farsi carico dell’investitura di artista della Rivoluzione. La sua arte – così razionale, nuova, per certi aspetti dura, ma anche libera da tutti i retaggi e da tutti gli inutili orpelli – era come se indicasse al popolo russo la strada da seguire. Malevič, del resto, non era certo il tipo che si faceva pregare; come quando, nel 1918, sottrasse la scuola di pittura di Vitebsk al maestro locale, Marc Chagall, che in Russia era l’ultimo passero triste rimasto a cantare sulla tomba dell’arte figurativa. O almeno è in questo modo che Malevič doveva vedere il collega, forse senza sospettare ancora che l’unica tomba l’aveva scavata lui stesso per la propria, di arte.

Kazimir Malevič, “Quadrato nero su fondo bianco”, 1915, San Pietroburgo, Museo Russo.

L’estremo rigore formale impresso da Malevič al suprematismo (solo figure geometriche, il più delle volte solitarie sulla tela, dipinte con colori purissimi e quindi prive di sfumature) non consegnò a questa avanguardia la sola palma di arte rivoluzionaria e di stile astratto più radicale fra quelli sparsi in giro per l’Europa. La maggiore conseguenza che si ritrovò a dover pagare molto presto fu un esaurimento precoce che è possibile riconoscere nell’opera del 1918 Quadrato bianco su fondo bianco, dove della figura dipinta si intravedono a malapena i contorni.

Con il suprematismo ormai in fase terminale, negli anni Venti Malevič cercò senza troppo successo un’alternativa artistica che si adattasse alle trasformazioni politiche e sociali che seguirono l’ascesa di Stalin. Anche se ormai impossibile da rivitalizzare, nella nuova Unione Sovietica il suprematismo non era comunque più apprezzato come un tempo e Malevič – che intanto era finito per alienarsi anche il favore del Partito decadendo così da tutte le cariche – tornò senza scalpore all’arte figurativa. Di lui e della sua avanguardia, la storia dell’arte è tornata a ricordarsi in tempi abbastanza recenti, cogliendo l’occasione offerta dalla crisi dell’URSS negli anni Ottanta.

Nell’articolo di oggi di libri ne abbiamo visti molti, perciò vi saluto senza il consueto consiglio bibliografico. Al suo posto, mi sento invece di raccomandarvi la visione di un film di cui su Lo Specchio di Ego abbiamo già parlato tempo fa, e che oggi ricordo ben volentieri: Chagall-Malevich (2014), un film che ben racconta quegli anni di grandi trasformazioni.

*Immagine in copertina: Vasilij Kandinskij, Giallo, rosso, blu, 1925, Parigi, Musée National d’Art Moderne.

La frequenza delle emozioni: gli 8 Hz e il dialogo nascosto tra musica, cuore e fisiologia

Di Flavio Salvioni

«Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta.»

Con questo aforisma di Khalil Gibran (poeta, pittore e filosofo libanese vissuto dal 1883 al 1931) mi sento di iniziare questa mia riflessione sul valore delle vibrazioni e delle frequenze nell’ambito musicale ed artistico. Un mutuo scambio di sensazioni tra creatore dell’opera e fruitore della stessa, che si accordano su di una frequenza per vivere le medesime emozioni, talvolta capite e talvolta no, ma comunque volte a consegnare una parte intima di noi stessi a qualcuno che le riceverà.

Nella mia esperienza e sensibilità, ho sempre pensato che vi fosse una stretta relazione tra la frequenza delle vibrazioni create da un determinato oggetto, canzone o dalla persona stessa, e le emozioni che esse suscitano nel ricevente. Doveva esserci per forza una spiegazione a questo legame e, dopo numerose ricerche in materia, sono approdato ad un testo di carattere storico-artistico-scientifico dal titolo 432Hz: la Rivoluzione Musicale. L’Accordatura Aurea per intonare la musica alla biologia (Nexus Edizioni, 2017), opera di Riccardo Tristano Tuis, ricercatore e ideatore della Neurosonic Programming. Da oltre venticinque anni Tuis segue un percorso di ricerca che lo ha portato a studiare e praticare diversi indirizzi, dove lo sciamanesimo incontra le scuole gnostiche, lo Zen e perfino le scienze di confine. Lo sviluppo delle potenzialità umane attraverso lo studio dei programmi mentali che strutturano la consapevolezza e la percezione, gli hanno permesso di creare un metodo-scuola denominato Zenix, il quale permette di aver accesso ai propri programmi mentali consci e inconsci per risolverli e giungere a un livello mentale più avanzato. Frutto dei suoi studi, e motivo cardine di interesse relativo a questo articolo, è la scala aurea basata sulla matematica dell’8. Tuis la sostituisce all’odierna scala equo temperata (basata su intervalli di accordatura di 7,83Hz studiati da Schumann), portando l’intonazione perfetta del LA a 432Hz, abbassandolo quindi di 8Hz dagli odierni 440Hz. Per portarci a capire l’importanza di questa frequenza sul nostro corpo, a livello biologico, e sulla nostra mente e le sue interazioni neuronali, l’autore parte da uno studio storico delle frequenze in ambito sia scientifico che musicale.

La premessa con cui apre il libro è il declassamento in età medievale della musica dal Quadrivium, il gruppo delle scienze matematiche, al Trivium, di cui facevano invece parte le discipline umanistiche. Una suddivisione che dobbiamo a Marziano Capella, un filosofo del IV-V secolo d.C. che, oltre a suddividere i gruppi sopraccitati, categorizzò nel suo De nuptiis Philologiae et Mercurii tutta la conoscenza umana. La posizione iniziale della musica nel Quadrivium rese quest’ultima una delle scienze matematiche atte a creare una forma mentis, ma con il passare del tempo si è portato questa scienza, di fatto basata su regole matematiche, ad arte pura e semplice. Un rapido excursus storico ci aiuta a vedere le basi di questo declassamento che, secondo Tuis, ha avuto inizio con la figura Papa Gregorio IX che bandì dalla musica sacra il tritono, ossia un intervallo di quarta aumentata (4 toni e 1 semitono dalla nota di partenza presente nel modo lidio), definendolo intervallo del Diavolo.

Da questo derivò una egemonia ecclesiastica che durò fino all’illuminismo lasciando profondi segni nell’immaginario collettivo e ponendo la distinzione musicale fra il sacro e il profano, non considerando che la musica trova le sue origini nel mondo pagano, laico e antecedente alla cristianità.

Come ci dice l’autore, lo studio dell’impatto della musica sull’ascoltatore è materia antica che basa le sue origini sulla musica primordiale sciamanica, in particolare nel ritmo delle percussioni e nella qualità del vettore energia da esse prodotto. La stesso vettore energia venne poi ripreso dai Misteri Eleusini che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi. Essi sono il più famoso dei riti religiosi segreti della Grecia e rappresentavano il mito del rapimento di Persefone, figlia di Demetra, da parte del re degli inferi Ade, in un ciclo a tre fasi: la discesa (perdita), la ricerca e l’ascesa – con il tema principale che è l’ascesa di Persefone – e il ricongiungimento con sua madre, che simboleggia la rinascita e l’eternità della vita. Per dare maggiore efficacia lo Ierofante (il sacerdote dei Misteri Eleusini) officiava il rito mostrando degli oggetti sacri al culto di Demetra e, tramite i ritmi ipnotici della musica, danze e l’assunzione di bevande sacre come il Kikeon, portava gli iniziati a degli stati superiori di consapevolezza.

Il vero studio sulle frequenze fu affrontato da Pitagora, il quale utilizzava nella sua scuola la musica come strumento per la purificazione dell’anima e raggiungere stati di consapevolezza superiori, essendo perfettamente conscio dell’influsso del suono sul processo cognitivo umano. Le scale musicali di sua ideazione sono basate sull’ordinamento per suono in base alle frequenze di ogni singola nota. Sono composte dalle 7 note, DO RE MI FA SOL LA SI con una media di circa 33Hz fra una nota e l’altra, non considerando i semitoni. La nota successiva al SI è nuovamente il DO, ma con una vibrazione raddoppiata rispetto al DO iniziale con un rapporto di 2:1, definendo così l’ottava, cioè distante 8 note dalla nota di partenza.

Il corso della storia musicale, dall’invenzione delle scale ad oggi, lo conosciamo già, ma il nodo della questione sta nelle frequenze utilizzate per accordare i singoli strumenti e conseguentemente anche la voce umana: ossia l’adozione dell’attuale LA a 440 Hz. Nel corso di quattro secoli dal ‘500 al ‘900, di fatti, il LA ha subito innumerevoli cambi di accordatura che non sono mai stati dettati da una necessità scientifica, bensì dal volere di gruppi elitari fra ecclesiastici, nobili e governanti che lo portavano a frequenze alte per le più disparate ragioni: dall’avvicinamento a Dio, al divertimento o semplicemente per tenere attiva l’attenzione dell’ascoltatore.

Dallo studio affrontato, Tuis nota come questa alterazione del LA porti in realtà a scombussolare psichicamente l’uditorio. Di fatti, basandosi su studi biologici antecedenti e noti, ci suggerisce che ogni singola cellula del nostro corpo possiede una moltitudine di nano risonatori di hertz ai quali si ispirano, strutturalmente parlando, i moderni chip del computer, tanto che hanno entrambi la medesima definizione: un cristallo semiconduttore dotato di porte e canali. Ovviamente, a seconda della funzione, ciascuna delle nostre cellule sarà più sensibile a determinate frequenze. Ciascuno degli stimoli esterni al nostro corpo è, di fatto, un impulso elettrico ed elettromagnetico, con la sua specifica frequenza, che va a “colpire” i recettori cellulari della determinata parte corporea dando un preciso segnale che viene poi decodificato. Viceversa si comprende bene che anche il corpo umano produce energia elettrica ed elettromagnetica (come comprovato dagli studi della dott.ssa Valerie Hunt, fisiopatologa e chinesiologa dell’UCLA) e che esso stesso interagisce con il resto dell’universo nella medesima maniera. Questo comporta che se alteriamo la frequenza delle onde elettromagnetiche alle quali il corpo umano è abituato, e che riesce a gestire se vi viene esposto, le cellule vibrano in maniera anomala portando quindi alla malattia o, in alcuni casi, alla morte. Possiamo quindi comprendere come le frequenze troppo alte a cui siamo esposti portino ad effetti collaterali nel nostro organismo, creando caos e disallineamento.

Dunque tutto vibra e, tornando alla materia musicale, abbiamo il termine suono che è definito come la vibrazione di un corpo elastico che si trasmette nell’aria e agli oggetti vicini secondo la propria ampiezza o volume. Stando quindi a quanto detto sopra, ne deduciamo che ogni cosa ha una sua precisa frequenza fondamentale e che crea quindi un’armonia (harmonìa dal greco che vuol dire “congiungere”), come le note di una scala musicale. Nel libro, Tuis ci spiega il concetto di simpatia correlato all’armonia (copiabile perfettamente nei rapporti interpersonali) con un piccolo esempio:

«Se premiamo un tasto di un pianoforte per effetto di risonanza incominceranno a vibrare tutti gli oggetti nelle vicinanze (dunque non solo gli strumenti) che risuonano sulla stessa nota o sui suoi multipli e sottomultipli (armoniche). Questo significa che un’onda acustica, ad esempio un acuto di una cantante, è in grado di risuonare armonicamente con i reticoli atomici di un bicchiere di cristallo. Se l’onda acustica modulata dalla voce della cantante rispetta una determinata risonanza, e ha sufficiente ampiezza (volume espresso in decibel), è in grado di modificare la struttura del bicchiere in maniera distruttiva: ovvero esplode perché l’energia trasmessa dalla vocalizzazione è oltre il valore che può essere sostenuto dai reticoli atomici del bicchiere».

Quale sarebbe, quindi, la gamma di frequenze a cui possiamo essere esposti senza ripercussioni sul nostro corpo? La chiave di tutto starebbe nel far diventare regola universale l’utilizzo degli 8Hz da cui ero partito, insieme ai loro multipli e sottomultipli e a tutta la matematica dell’8. Essa trova spazio dalle architetture indiane alla piramide di Giza, passando per il complesso di Teotihuacan in Messico. È presente anche nel nostro DNA e nella tavola degli elementi chimici. Le proprietà degli 8Hz sono illustrate dall’autore basandosi sugli studi del medico americano esperto in neuroscienze Dott. Andrija Puharichil il quale, in collaborazione con il Dott. John Taylor, ha scoperto che gli 8 cicli per secondo attivavano capacità cerebrali non in uso nella quotidianità. Ad esempio, osservando un mistico indiano, ha scoperto che si poteva cambiare la frequenza delle onde cerebrali passando dallo stato di coscienza a un altro.

Puharichil e Taylor hanno studiato anche un guaritore che riusciva a impostare il proprio cervello a 8Hz e indurre la stessa frequenza nella persona che stava curando. Inoltre hanno scoperto che gli 8 cicli per secondo sono in grado di aumentare la predisposizione ad imparare, inducendoci al theta mode (stato cerebrale che attiva le zone del cervello riservate alle attività creative, scientifiche, mistiche e comportamentali).

Ecco quindi spiegato come il LA a 432Hz (che è un multiplo degli 8Hz) aiuti a settare tutti gli strumenti e la voce stessa su di un range di frequenze con le quali il nostro corpo è a suo agio e, per simpatia, vibra alla stessa maniera.

Secondo il mio personale punto di vista, lo studio di Tuis ha fornito una esaustiva spiegazione dello scambio di frequenze fra noi e la musica, e mi sento di aggiungere che siamo guidati dalla sensibilità e dall’istinto in ciò che è dannoso e ciò che è utile. Dal libro è inoltre interessante vedere che, nell’arco dei secoli, compositori come Bach e Mozart abbiano proseguito lo studio di queste frequenze. Il risultato sono i capolavori immortali che ancora oggi ci affascinano a distanza di secoli e ci guidano emozionalmente.

Per fornire un esempio più modernoa bbiamo SIA, la cantante di origine australiana che ha spopolato nell’ultimo decennio con brani come Chandelier, Alive o Elastic Hearth, solo per citare alcuni esempi. Dietro i suoi grandi successi vi è uno studio delle frequenze armoniche create da un uso ben preciso di determinate sequenze di accordi che, nonostante in chiave musicale elettronica, ci guidano nella gamma emozionale dettata dal testo della canzone. Se ascoltiamo questi brani, infatti, la nostra attenzione viene immediatamente catturata da dei beat accattivanti e, a un primo ascolto, non prestiamo molta attenzione al testo stesso, ma siamo emozionalmente trasportati a intuire quanto lei ci stia dicendo. Nel testo di Chandelier, ad esempio, viene affrontata la fortissima tematica della delusione amorosa che può culminare in un triste epilogo, magistralmente cifrato con metafore nella frase del ritornello:

«I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier»

Considerando la base musicale assolutamente POP non si riconosce la tristezza del testo, eppure si è emozionalmente presi, in quanto la struttura stessa del brano ci porta a “soffrire” con lei rispecchiandovi la nostra quotidianità.

In conclusione tutto vibra e fa vibrare qualcos’altro, e questo scambio di vibrazioni è dettato da delle frequenze che ci stimolano e ci fanno interagire con il resto del mondo perché suscitano in noi delle emozioni.

La pittura del Novecento, parte V: Picasso e la rivoluzione cubista

Di Andrea Carria

Giunti a buon punto del nostro viaggio alla scoperta della pittura del Novecento (qui i link agli articoli precedenti: #1; #2; #3; #4), non è più possibile sottrarsi all’incontro con quella che è stata la rivoluzione artistica più straordinaria del XX secolo: il cubismo.

Iniziamo da questa domanda: perché, fra tutte le avanguardie e correnti artistiche del primo Novecento, il cubismo è quella che viene presentata sempre un passo davanti a tutte? La cosa non è affatto casuale e non è nemmeno merito esclusivo della critica, per quanto essa abbia fatto la sua parte nell’indirizzare la sensibilità estetica e le opinioni del resto del pubblico. La verità è che il cubismo ha davvero rivoluzionato l’arte, introducendo qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato.

Tecnicamente il cubismo non è un’avanguardia perché non ha avuto qualcuno che ne abbia scritto un vero manifesto programmatico; quello “cosiddetto” di Guillaume Apollinaire del 1913, Les peintres cubistes. Méditations esthétiques, è in realtà un normale scritto di critica d’arte in cui il letterato francese prestò la propria penna, com’era solito fare, a favore degli artisti più innovativi del suo tempo. Nel 1913 del resto erano ormai alcuni anni che la pittura cubista aveva fatto la propria comparsa a Parigi e nessuno dei suoi interpreti pensava ci fosse bisogno di darle una veste più strutturata. Non certo Pablo Picasso (1881-1973) che, raccogliendo i frutti di una sperimentazione solitaria, nel 1907 aveva “inventato” il cubismo col quadro Les demoiselles d’Avignon. Cosa si osserva in quest’opera? Un soggetto tra i più classici della storia dell’arte – quello delle bagnanti – ma realizzato con una tecnica antinaturalistica mai vista prima. Se infatti la stagione dell’innovazione artistica era già entrata nel vivo, fino a quel momento i pittori avevano condotto la propria ricerca sul colore, sul tratto del pennello e su come riprodurre su tela ciò che sentivano interiormente, ma nessuno aveva ancora pensato di ritrarre il soggetto di un quadro contemporaneamente da più punti di vista.

Pablo Picasso, “Les Demoiselles d’Avignon”, 1907, New York, Museum of Modern Art

Si può dire che la rivoluzione del cubismo si riassume tutta in questa intuizione di Picasso. A raccontarlo come sto facendo io sembra facile, ma pensate un attimo al significato di tale scoperta e a quali conseguenze, pure filosofiche, ha avuto.
Da quando l’arte è cominciata in qualche Lascaux sparsa per il mondo, ci sono sempre stati un autore, un’opera e qualcuno a osservarla. Sono i tre pilastri dell’esperienza artistica: oggi come ieri, ne togli uno e l’esperienza viene a mancare, non c’è. La struttura triangolare che unisce questi tre elementi è nota a tutti e, salvo i tecnicismi su cui si soffermano teorici dell’arte e filosofi, non ci sono segreti da svelare. Prendiamo però l’opera d’arte e poniamoci una domanda in più: cosa rappresenta? Un paesaggio, un marinaio, un vaso di fiori, il soggetto in quanto tale non ha importanza, ciò che va rivelato è che esso rappresenterà sempre un unico punto di vista, ovvero una prospettiva, e che quel punto di vista – passato quindi all’osservatore e che ancora prima era appartenuto all’autore – coinciderà con un istante del tempo: vedo questo, da questa angolazione, adesso. Bene, l’esperienza dell’osservazione poggia su queste coordinate, le quali valgono sia in presenza di un quadro sia mentre osserviamo lo scenario che sta fuori dalla finestra. Lasciamo per un momento da parte il quadro e prendiamo appunto ciò che sta fuori dalla finestra: vedo il balcone della casa di fronte, nello specifico vedo la sua ringhiera frontalmente e la vedo in questo momento. Ora scendo in strada, qualche metro più in basso, alzo gli occhi per cercare lo stesso balcone, ma quando lo individuo riesco a vederne solo la facciata inferiore del pavimento, alcuni istanti dopo la primissima osservazione. Entro nell’edificio accanto, salgo le scale e raggiungo il medesimo livello del mio balcone; mi sporgo dalla prima finestra che incrocio e lo cerco con lo sguardo: adesso vedo il lato corto della sua ringhiera, e nel frattempo sono passati ancora altri istanti.
Se volessi dipingere tutto quello che ho visto di volta in volta, dovrei realizzare tre quadri diversi; se invece lo stesso lavoro avesse dovuto farlo Picasso secondo i princìpi cubisti, oltre ad aver dipinto molto meglio di me, gli sarebbe bastato un quadro solo.

Nelle Demoiselles le cinque bagnanti vengono raffigurate contemporaneamente sotto molteplici punti di vista. Corpi e volti appaiono sfaccettati e ciascun segmento propone una visione differente del soggetto. Nonostante questo la composizione risulta statica, del tutto priva di dinamismo. Il cubismo nacque con lo studio di ritratti e nature morte, e questa caratteristica lo avrebbe accompagnato negli anni contribuendo alla definizione dello stile.

Georges Braque, “Il portoghese” o “L’emigrante”, 1911-12, Basilea, Kunstmuseum

La formula che riassume la portata della rivoluzione cubista ci dice che Picasso ha introdotto in pittura la “quarta dimensione” del tempo e tanto basta per fare di lui il personaggio chiave di tutta l’arte del Novecento. Il successo del cubismo fu immediato e il suo stile, fondato sulla scomposizione delle scene in piani, imitatissimo. Nel tempo si svilupparono correnti cubiste differenti e schiere di nuovi interpreti, tra cui nomi importanti come Juan Gris e Fernand Léger, ma per Picasso, pittore tanto noto quanto creativamente riservato, il sodalizio artistico più importante fu quello con Georges Braque.

Braque (1882-1963) era un pittore che aveva esordito come paesaggista e al tempo del suo incontro con Picasso, nel 1907, si era già fatto apprezzare per i suoi quadri in stile Fauves. La vista delle Demoiselles d’Avignon nello studio di Picasso e la retrospettiva di quello stesso anno su Cézanne – a cui, peraltro, lo stesso Picasso si ispirava – al Salon d’Automne, furono due eventi molto significativi che lo convinsero ad abbracciare il cubismo. Della sua collaborazione con Picasso restano svariati quadri caratterizzati dal totale adeguamento di entrambi al medesimo schema compositivo. La paternità di molte opere dei primi anni Dieci può essere facilmente confusa dato lo stile identico sviluppato in parallelo dai due artisti, dove, oltre alla bidimensionalità che già caratterizzava Les demoiselles, ora viene posto l’accento sul monocromatismo dei toni bruni e ocra, su una compenetrazione sempre più ardita delle forme e dei piani che porta verso la scomposizione radicale del soggetto e, ovviamente, sull’applicazione sistematica dei punti di vista simultanei.

La profonda influenza del cubismo sull’arte del Novecento si spiega anche con la sua duttilità, una caratteristica che ne ha fatto uno straordinario moltiplicatore di esperienze. La prima fase, nota come analitica, inseguiva un metodo di scomposizione sempre più scientifico e razionalizzante; quella sintetica, di cui un chiaro esempio è Natura morta con sedia impagliata di Picasso (1912), allargò la ricerca ai materiali e sviluppò tecniche quali il collage e il papier collé; la più tarda, quella orfica sviluppata in modo particolare da Robert Delaunay, si aprì a rappresentazioni più geometriche e a temi come la velocità e il dinamismo, poi ripresi dai futuristi, riabilitando al contempo i colori accesi che Picasso e Braque avevano precedentemente accantonato.

Pablo Picasso, “Guernica”, 1937, Madrid, Museo del Prado

Il binomio Picasso-cubismo è inscindibile, rappresenta una delle nozioni angolari della storia dell’arte e, come ho cercato di mostrare, l’esperienza che ha innovato così a fondo l’arte novecentesca da permettere la fioritura di altri movimenti e avanguardie a essa contemporanee. Tale binomio non deve tuttavia diventare una categorizzazione troppo rigida, giacché Picasso, ma anche Braque, ha avuto sia un prima che un dopo e ha sempre rivendicato la massima libertà espressiva sia per sé sia per la sua arte. Così, se negli anni Venti e Trenta la sua pittura cambiò ulteriormente strizzando per esempio l’occhio al surrealismo, ciò non gli impedì, nel 1937, di concepire il suo capolavoro indiscusso, Guernica, in sicuro stile cubista. Ovvio, nel frattempo erano passati trent’anni, e Guernica somiglia alle Demoiselles d’Avignon non meno di quanto se ne discosti, eppure ciò che stupisce ed esalta nell’osservare la parabola di Picasso nell’arco di tre decenni è l’elasticità mentale con cui sapeva muoversi attraverso le epoche e gli stili. Se il padre del suo genio sconfinato era il talento, la madre, questo è certo, era la libertà con la quale viveva l’arte.

Oggi, per approfondire l’argomento, vi consiglio la lettura del libro di Guillaume Apollinaire che ricordavo sopra: I pittori cubisti. Meditazioni estetiche (Sugar Editore, 2015). Di monografie moderne ne esistono quante ne vogliate, ma per me dare parola ai protagonisti è sempre la cosa giusta da fare.

*Immagine in copertina: Pablo Picasso, “Autoritratto”, 1907, Praga, Narodni Galerie

Prospettive LGBT e innovazione de “Il Lago dei Cigni”

Di Gian Luca Nicoletta

Quando ero all’università, durante un corso di filologia romanza, il professore ci disse che quando una scuola di critici esaurisce il discorso su un’opera arriva poi una persona con particolari doti che ne ribalta il punto di vista, rovescia l’intero paradigma e a quel punto l’opera studiata diventa una fonte rinnovata di interpretazioni e messaggi.
Questo è quanto è successo per Il Lago dei Cigni, intramontabile balletto musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij andato in scena per la prima volta nel celeberrimo teatro Bol’šoj di Mosca nel 1877 e che, nel 1995, ha visto il proprio paradigma ribaltato dal ballerino e coreografo inglese Matthew Bourne.
L’allestimento del ’95 riscosse un grande successo e diede il via a tutta una serie di rifacimenti della medesima opera da parte di altri coreografi in Italia, Svezia e altrove. La versione di cui vi parlo è quella filmata nel 2012.

Il Lago dei Cigni – atto II Fonte: swanlakecinema.com

Le musiche adottate e le linee principali della trama sono le medesime che caratterizzano il balletto forse più famoso del mondo, ma all’interno dell’allestimento tutta la rappresentazione è stata caricata di nuovi e profondi significati psicologici che danno all’intero cosmo del Lago dei Cigni una nuova impronta.
Innanzitutto c’è da registrare che in questa versione grande parte è assegnata alla recitazione delle parti. Non ci sono dialoghi, chiaramente, ma i ballerini rivestono maggiormente che in altri storici balletti il ruolo di veri e propri attori, il che alimenta l’annoso dibattito circa la “recitabilità” di questo genere di opera. Parte dell’opinione pubblica in materia di spettacoli tende infatti a scindere il ruolo del ballerino da quello dell’attore, considerando il primo solo dal collo in giù, quando in realtà anche il viso costituisce a tutti gli effetti una parte del proprio corpo che concorre all’interpretazione e che dunque non deve essere trascurata.
Secondo: la scelta di trasporre l’ambientazione della storia dal tradizionale paesaggio favolistico alla città contemporanea. Uno spostamento di scenario che corrisponde a un avvicinamento in termini geografici, sensoriali e intimi verso il pubblico che assiste, favorendo il coinvolgimento di tutti in un contesto familiare. I boschi e le lande incantate cedono il passo al giardino pubblico e al pub, i quali accolgono a loro volta personaggi perfettamente in linea con l’ambiente: ballerine di burlesque, marinai in licenza, ragazze in minigonna.

Tuttavia l’elemento che ha scatenato il vero e proprio rovesciamento riguarda il Cigno. Nella versione di Bourne questo è interpretato da un ballerino e il rapporto fra il cigno e il principe è narrato in chiave omosessuale. Il punto di vista adottato è quello di Siegfried, il quale assurge in questo modo a un pieno protagonismo all’interno dell’opera e si svincola dalla dipendenza verso Odette cui le versioni precedenti ci avevano abituati.

Richard Winsor e Dominc North interpretano, rispettivamente, il Cigno e il Principe. Fonte: tumblr

Sulla scena viene quindi disegnato un triangolo di personaggi principali al quale se ne accosta un quarto: dunque abbiamo il principe, la regina e il cigno; poi la spasimante del principe, una sorta di raffigurazione pallida e marginale di Odette dai tratti però marcatamente comici. La lente dell’analisi viene inclinata da Bourne per concentrarsi sul rapporto fra il principe e sua madre, ingabbiati nella contraddittoria relazione di un amore materno pur tuttavia distaccato, freddo, che trova una forte rappresentazione in un pas de deux tristemente intenso.

La dinamica che intercorre tra Siegfried e il Cigno si presta a più interpretazioni: i due intessono una fitta rete emotiva e fisica, basata sullo scambio di sguardi e coronata da un altro pas de deux ricco di pathos e in armonia con l’intero contesto scenografico. La natura del loro rapporto scaturisce da un profondo bisogno del principe di avere un contatto umano genuino alla cui origine sta la mancanza di affetto materno. Giunto al lago, Siegfried trova la sua metà e interagisce con questa non senza ostacoli, poiché la strada per accettare sé stessi è sempre tortuosa. Dopo che questo avviene, il principe può liberare la propria felicità che trova compimento in un assolo dai toni spensierati e carichi di fiducia per l’avvenire. Quello che nel mondo degli spettatori è un coming out, in quello di Siegfried è un ballo estatico di riappacificazione col sé.

Il resto è pura magia del Teatro. Attraverso una grazia e una raffinatezza magistrali e sublimi, nel corso dell’opera vengono affrontati i punti cruciali dell’essere omosessuale: dall’accettazione di sé stessi e della propria inviolabile natura, al rapporto con i nostri genitori e a quale ruolo questi giocano sul nostro sviluppo, dalle aspre battaglie che ognuno di noi deve affrontare per affermare il proprio diritto di esistere in questo mondo secondo la propria natura all’inevitabile conflitto che nasce nel nostro animo e il suo esito, incerto nella sua ineluttabilità.

Dotare quest’opera di una chiave interpretativa così importante e innovativa ha un doppio fondamentale scopo: il primo è quello di dare al pubblico altri strumenti per comprendere il mondo nel quale viviamo e la nostra natura di essere umani. Il secondo riguarda invece lo scardinamento di un’impostazione fissa nella sua autorevole storicità: il nuovo non sostituisce né cancella il vecchio, ma lo migliora e lo arricchisce coesistendo con esso. Legittimare l’interpretazione di un ballerino nell’allestimento di un caposaldo della cultura moderna vuol dire allargare le opzioni del possibile cui tutti noi possiamo attingere. Vuol dire spezzare l’anello di una catena fatta di costrizioni sociali e di ruoli da rispettare a discapito delle nostre naturali inclinazioni.
Significa dire in una lingua universale «tu puoi».

La pittura del Novecento, parte IV: l’Italia al tempo delle avanguardie

Di Andrea Carria

Negli articoli precedenti di questa serie (#1; #2; #3) abbiamo iniziato l’esplorazione delle avanguardie  del Novecento, ma ancora non abbiamo mai menzionato l’Italia, quasi come se non avesse avuto alcun ruolo nel rinnovamento artistico di inizio secolo. In realtà l’Italia un ruolo lo ha avuto, ed è stato quello di una grande protagonista. Nell’articolo di oggi interamente dedicato a essa, vedremo insieme caratteri e volti dell’avanguardismo di casa nostra e degli altri movimenti, cominciando dai primi passi compiuti in tale direzione dagli artisti italiani, quando il Novecento e le avanguardie appartenevano a un futuro ancora lontano.

La prima esperienza da ricordare è sicuramente quella dei macchiaioli, un gruppo di artisti che nel 1855, al Caffè Michelangiolo di Firenze, gettò le basi di un nuovo stile di pittura. Come rivelato dal loro nome, i macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, per citare solo i più noti) ripensarono il modo di stendere il colore sulla tela unendo un disappunto e una constatazione: il disappunto andava verso la pittura classicheggiante di cui le accademie italiane del tempo e non solo si facevano epigoni, mentre la constatazione ravvisava la necessità di superare le impostazioni e le tecniche tradizionali per giungere a rappresentazioni più fedeli alla realtà. Così via le linee di contorno e i merletti fatti col pennello, via anche le scene mitologiche e le solite composizioni manierate: benvenuti paesaggi e scene di genere, ritratti e scorci di battaglie costruiti a macchie di colore e contrapposizioni tonali.

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Giovanni Fattori, Il riposo, 1887, Pinacoteca di Brera, Milano

Innovatori sì e patrioti risorgimentali pure, ma non rivoluzionari fino in fondo. A differenza dei futuri innovatori del Novecento, i macchiaioli volevano andare oltre le convenzioni stilistiche, desideravano, sì, abdicare a qualche mito antiquato, ma non erano dei secessionisti e continuavano perciò a ritenersi interpreti della tradizione pittorica a tutti gli effetti. Classicismo a parte, la pittura del tempo era dominata dal realismo (in Francia erano gli anni d’oro della scuola di Barbizon e quindi di Corot, Millet, Courbet), ed è come innovativi interpreti del realismo italiano che devono essere considerati i macchiaioli, proprio come gli impressionisti, di lì a qualche anno, lo sarebbero stati del realismo francese.

Le connessioni fra macchiaioli e impressionisti sono state a lungo dibattute e anche il parallelismo fra l’arte italiana e quella francese in quegli stessi anni. L’innovazione nella pittura dei due paesi sarebbe proseguita con un movimento neoimpressionista nato in Francia col nome di pointillisme negli anni ’70 dell’Ottocento. Figlio dello studio che gli impressionisti avevano compiuto sull’uso della luce e del colore, il pointillisme o puntinismo era innanzitutto una tecnica che prevedeva l’accostamento di migliaia di puntini di colori primari, i quali, visti da lontano e tutti insieme, andavano a formare tutti i volumi, le forme e le sfumature del dipinto, come si può vedere nei quadri più famosi di Georges Seurat e Paul Signac. Da noi questa tecnica ebbe uno sviluppo ulteriore (il punto poteva essere sostituito dal tratteggio, per esempio) e acquisì vasta risonanza soprattutto in area lombarda, dove si impose col nome di divisionismo grazie all’opera di numerosi artisti spesso animati da un profondo impegno politico-sociale: Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Balla e il giovane Umberto Boccioni.

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901, Museo del Novecento, Milano

Se agli sgoccioli del XIX secolo il divisionismo dimostrava che l’arte italiana era pienamente al passo coi tempi, allo sbocciare delle prime avanguardie l’élite culturale del Paese non si fece cogliere impreparata e nel 1909 un gruppo decisamente agguerrito composto da letterati e artisti capitanati da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) pubblicò il Manifesto Futurista, dando ufficialmente inizio all’avventura dell’Italia nel frastagliato panorama delle avanguardie europee.

Senza nulla togliere alle altre arti, il lascito più visibile del futurismo va forse ricercato nella pittura. Molti pittori italiani aderirono al movimento fin dalla fase iniziale (tra cui Balla, Boccioni, Severini, Carrà, Russolo), e nel 1910 redassero ben due manifesti concernenti i principi ispiratori del loro stile e del loro linguaggio pittorico: il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista. Com’è noto, la poetica futurista in senso esteso esaltava il progresso e tutto ciò che si combinava con esso in termini di movimento, dinamismo, velocità, forza, vigore, virilità, aggressività e belligeranza; la traduzione di questi concetti nelle arti visive non era però scontata e presupponeva l’acquisizione di tecniche che, soprattutto all’inizio, i pittori futuristi mutuarono dalle esperienze artistiche che avevano avuto in precedenza, il divisionismo prima di ogni altra. Balla — soprattutto — ma pure Boccioni testimoniarono la transizione dal vecchio al nuovo con i loro quadri: La città che sale di Boccioni (1910-11) costituisce un buon esempio di tale incontro, dove la frenesia futurista della scena ritratta (i lavori in un cantiere di Milano) viene resa attraverso la tecnica divisionista del tratteggio.

Un punto di svolta nella pittura futurista è rappresentato dall’incontro con il cubismo, che a Parigi si era ormai imposto come la più influente delle avanguardie. Il linguaggio cubista portò nuova linfa ai pittori del gruppo e dotò loro di nuovi strumenti per esprimere graficamente il dinamismo e la velocità. La scomposizione degli oggetti in piani si sposava bene con l’esigenza di rendere il movimento degli oggetti nello spazio e di mettere a fuoco la simultaneità degli episodi che si assiepano in un’unica scena, rafforzando la sensazione di “aggrovigliamento” propria di molte composizioni futuriste. Composizioni a cui fu la tecnica cubista ad adattarsi, e non viceversa. Città, strade, automobili, biciclette, folla: tutto ciò che si muoveva nello spazio, che si sovrapponeva allo spazio, che lo penetrava era degno dell’attenzione del pittore futurista, per il quale la staticità delle nature morte e dei ritratti cubisti non aveva invece il minimo interesse.

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Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-11, Museum of Modern Art, New York

Il futurismo, l’unica avanguardia italiana in quanto fu l’unico movimento ad aver redatto un manifesto programmatico, ebbe una vita piuttosto lunga, scandita in fasi diverse e con irradiazioni anche verso la Russia, la Francia e altrove, ma per alcuni giovani artisti del gruppo esso fu solo un momento della loro carriera. Uno di questi, Carlo Carrà (1881-1966), che nel 1909 aveva ventotto anni, lo dimostrò divenendo un chiaro esponente di un altro movimento fondamentale per l’arte italiana del tempo: la metafisica.

«Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili e indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena. La scena però non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sott’un altro angolo. Eccoci all’aspetto metafisico delle cose. Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica […]».

Queste parole provengono da Sull’arte metafisica (1919), uno degli scritti teorici di Giorgio De Chirico (1888-1978), l’iniziatore di questo nuovo stile di pittura. Prima ancora di vederne i principi e le tecniche, va rilevato che la pittura metafisica si caratterizzò immediatamente per il suo contenuto concettuale, proponendosi come un’esplorazione — lo dice la parola stessa metá-physiká — oltre i limiti naturali dell’esperienza sensibile, in terreni molto prossimi a quelli del sogno e dell’inconscio (e con intenzioni spesso affini a quelle della speculazione filosofica).

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Giorgio De Chirico, Les Plaisirs du Poète, 1912, Zurigo, collezione privata

Come stile, la metafisica nacque intorno al 1910-1911 dal lavoro solitario di Giorgio De Chirico, pittore dall’animo conteso fra classicismo e modernismo, che dalla propria giovinezza in Grecia, dove il padre era andato a lavorare come ingegnere ferroviario, seppe trarre sensibilità e ispirazione profonde. Gli albori della pittura metafisica di De Chirico precedettero di molto il nome con cui tuttora la chiamiamo e risalgono almeno al dipinto del 1910 L’enigma dell’oracolo: la rappresentazione di un interno dominata dalla figura scura di un uomo voltato di spalle che se ne sta a fissare il vuoto dalla soglia di un’arcata; sulla destra, oltre il muro di mattoni che divide in due la scena, la testa di una statua greca svetta sopra una tenda tirata. Non c’è forse parola più adatta di enigma per designare un’opera di questo tipo, eppure, come dicevo, questo era soltanto l’inizio.

Gli anni fra il 1911 e il 1915 sono quelli in cui De Chirico definì i caratteri salienti del suo nuovo stile: originale e sui generis senz’altro, ma anche nutrito di citazioni simbolistico-decadenti che andavano dalla filosofia di Nietzsche alla pittura di Arnold Böcklin, passando inevitabilmente per i classici della cultura greco-romana. La tipica composizione alla De Chirico è una natura morta oppure un vasto spazio aperto dove gli oggetti rappresentati sono visibilmente fuori posto. Che sia un casco di banane in mezzo a uno spiazzo, una grande piazza nella quale si affacciano edifici vuoti e silenziosi, oppure un tavolato dove dei manichini se ne stanno immobili e tutto l’intorno prende la fisionomia di un teatro con tanto di quinte e di palco, non c’è quadro in cui De Chirico non abbia voluto comunicare un senso d’inquietudine e di mistero. L’atmosfera è perennemente sospesa, immobile e irreale; c’è una staticità fuori dal tempo, marmorea, molto più solida di quella che si potrebbe vedere in qualunque altra natura morta, dove magari è la luce a dare quel guizzo in più. Ma non qui. Qui pure la luce è una lastra piatta e uniforme che paralizza e inchioda gli oggetti al loro posto. Stabilire l’ora della giornata è impossibile anche se si volesse: non c’è orario terrestre per quella luce, per quel cielo petrolio, per quelle ombre così lunghe riunite tutte insieme, e lo stesso De Chirico gioca con questa ambiguità nel quadro del 1911 L’enigma dell’ora. Sempre riguardo alla luce, la sua fonte non è mai rivelata, si può solo intuire grazie al gioco delle ombre sebbene nemmeno queste siano sempre come dovrebbero essere, poiché le prospettive vertiginose tracciate specialmente nella serie delle Piazze d’Italia sono molto spesso delle false prospettive dai molteplici punti di fuga, e le figure vi si adeguano proiettando la propria ombra in più direzioni senza nessuna regola.

I principi delineati autonomamente da De Chirico destarono l’interesse di letterati come Guillaume Apollinaire, Giovanni Papini e di altri artisti, fino a costituire un piccolo gruppo a cui aderirono suo fratello Andrea (in arte Alberto Savinio), Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Giorgio Morandi. L’incontro veramente fondamentale fu tuttavia quello di De Chirico con Carrà, avvenuto a Ferrara nel 1916, il quale consolidò lo stile — da quel momento definitivamente chiamato metafisica — attorno ai suoi caratteri fondamentali. L’ex futurista produsse vari quadri secondo i nuovi canoni, ma anziché spazi aperti e architetture monumentali, la sua preferenza andava agli interni e ai manichini, quest’ultimi cari però anche a De Chirico (p.e. Le muse inquietanti, 1916; Ettore e Andromaca, 1917).

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Carlo Carrà, La musa metafisica, 1917, Milano, collezione privata

Nonostante la breve durata del sodalizio fra De Chirico e Carrà, la pittura metafisica si protrasse sino all’inizio degli anni Venti, quando i tempi erano ormai maturi perché la sua eredità venisse raccolta dal nascente surrealismo. Ciò che colpisce è come sia De Chirico sia Carrà abbiano reagito cercando riparo e rassicurazione tra le braccia di uno stile più tradizionale, l’uno dipingendo scene di ispirazione classica e autoritratti in costume, l’altro soprattutto paesaggi; avremo modo di riparlarne quando ci occuperemo della pittura nell’Italia del Dopoguerra.

Per oggi il viaggio finisce qui, ma prima di salutarci eccovi il mio consiglio di lettura, quest’oggi sdoppiato vista la vastità degli argomenti: Boccioni e il futurismo del grande storico dell’arte Roberto Longhi (Abscondita, 2016) e il recente Giorgio De Chirico. Immagini metafisiche di Fabio Benzi (La nave di Teseo, 2019).

*Immagine di copertina: Umberto Boccioni, La risata, 1911, Museum of Modern Art, New York.

La pittura del Novecento, parte III: Fauves, ovvero i colori dell’espressionismo francese

Di Andrea Carria

 

Nello scorso articolo di questa serie (vedi qui), si è vista la nascita delle secessioni artistiche all’interno dei gruppi espressionisti di Germania e Austria, ma se si pensasse che l’espressionismo sia stato una prerogativa del mondo germanofono e nordico, si potrebbe dissentire. In ritardo solo di qualche anno, in Francia si stava affermando un gruppo di artisti il cui nome, scelto dai critici come sempre, la diceva lunga sulle caratteristiche del loro stile: erano i Fauves, le bestie selvagge.

Ma chi erano queste belve? Erano, come spesso accade, un gruppo abbastanza eterogeneo di artisti giovani, o comunque emergenti, che affidavano la propria pittura al potere espressivo del colore. Il fatto che fossero giovani o emergenti è particolarmente vero se si considera che il fauvismo durò circa un paio di anni, e che presto tutti loro furono chiamati a sviluppare uno stile che indirizzasse altrove le proprie carriere. Henri Matisse (1869-1951), pittore per il quale il periodo Fauves rappresentò una fase particolarmente importante, fu un grande sperimentatore che non rinunciò mai alla sua passione per il colore, tanto che nel 1917 si trasferì sulla Costa Azzurra per poter trarre la maggiore ispirazione possibile dai luminosi paesaggi mediterranei. Nei primi anni Dieci, lo stile Fauves era ancora visibile nei suoi quadri e, anziché scomparire, si fuse insieme ad esperienze come l’Art Nouveau, la pittura naïf e il collage, le quali fecero raggiungere alla sua arte un maggiore grado di stilizzazione.
Un altro esponente di punta era André Derain (1880-1954). A differenza di altri sperimentatori, in Derain l’influsso per i maestri del passato rimase sempre vivo e lasciò che influenzasse le sue opere, le quali in genere seppero stemperare, a vantaggio dell’equilibrio della composizione, il virulento cromatismo di tanti altri suoi colleghi, come Maurice de Vlaminck (1876-1958), uno tra gli esponenti più convinti del fauvismo, e lo stesso Matisse.
Georges Braque (1882-1963), grande pittore cubista, fu un altro Fauves della prima ora. Il suo apporto personale al movimento, senza dubbio significativo, sarebbe stato in parte ridimensionato dal raggiungimento della propria maturità artistica, segnata dall’incontro con Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso nel 1907. Le composizioni cubiste di Braque, raffiguranti ritratti e molte nature morte, spostavano il suo interesse di artista dal colore alla scomposizione del soggetto in vari piani, lasciando sulla sua tavolozza solo una larga scelta di toni che andavano dal bruno all’ocra.

Braque
Georges Braque, Il porto di Anversa, 1906, National Gallery of Canada di Ottawa

Ma ora torniamo ai Fauves e ai loro colori. La parabola fulminea del gruppo si fa generalmente cominciare nel 1905 con l’esposizione al Salon d’Automne di Parigi, ritrovo per gli artisti indipendenti, quando ad attirare l’attenzione di pubblico e critica furono alcune opere dal forte impatto cromatico. Il carattere ferino di questa pittura era una conseguenza dell’uso “aggressivo” che facevano del colore: steso puro, a pennellate larghe e con una decisa predilezione per i primari, il colore era protagonista assoluto dei loro quadri, tanto da mettere in secondo piano il soggetto della rappresentazione, o meglio di non avere preferenze riguardo a cosa raffigurare. I soggetti spaziavano: paesaggi, nature morte, ritratti e perfino rappresentazioni fantasiose. Già compromesso dal colore, il realismo non era infatti tenuto in nessun conto dai Fauves, per i quali, a dispetto degli impressionisti, il colore era puro impatto visivo ed esaltazione vitalistica: non veniva impiegato, cioè, né per riprodurre la realtà così come appare allo sguardo, né per dare profondità e spessore alla scena. La bidimensionalità dei dipinti era scarsamente attenuata dai giochi di luce, dove anche le ombre, spesso sulle tonalità del viola o del violetto, si mantenevano nella zona “calda” della scala cromatica.

Questa scelta ricalcava un’impostazione precisa, forse l’elemento che discosta maggiormente il fauvismo dall’espressionismo di area germanica. A differenza dei loro colleghi al di là del Reno, interpreti originali dei perturbamenti interiori e critici implacabili della contemporaneità, Matisse e gli altri pittori del gruppo vedevano il bicchiere mezzo pieno e attraverso il colore intendevano omaggiare le emozioni, la vitalità e la gioia di vivere — la quale è pure il titolo di un quadro di Matisse del 1905-06.
Alcuni hanno collegato — molto probabilmente a ragione — l’esuberanza artistica dei Fauves con la situazione della Francia di allora, la quale, rispetto alla rigida e militaresca Germania guglielmina, godeva tutti i benefici di un ordinamento politico liberale e di una temperie socio-culturale che ben si sostanziava nell’espressione Belle Époque. Rendiamocene conto osservando cosa stava accadendo ai massimi livelli della cultura nei due Paesi: mentre in Germania si stava giusto cominciando a raccogliere la controversa eredità di Nietzsche e ci si interrogava, con Dilthey, sul senso e sui possibili approdi della Storia, in Francia Henri Bergson, il maggiore filosofo della sua generazione, aveva uno sguardo diverso e proprio in quegli anni stava lavorando all’Evoluzione creatrice (1907) e al concetto di “slancio vitale” (élan vital), la forza grazie alla quale gli organismi biologici possono intraprendere il proprio cammino evolutivo.

Se però si vuole avvicinare il fauvismo nel modo giusto, prima di qualsiasi riferimento culturale bisogna considerare i maestri della generazione precedente, quando ancora non si parlava né di espressionismo né di avanguardie, ma che proprio su di loro hanno avuto un’influenza enorme. Così, se per gli espressionisti tedeschi fu Edvard Munch, per i Fauves i primi punti di riferimento sono stati Paul Gauguin (1849-1903) e Vincent Van Gogh (1853-1890), pittori post- o neo-impressionisti che dir si voglia, tra i primi a rivoluzionare l’uso del colore con tinte e sfumature che non si riconoscono in natura. Colori ma anche soggetti, come quelli delle barche, sembrano derivare dai quadri di Van Gogh, eppure il contatto più diretto è con Gauguin, per il quale, poco dopo la sua morte, il Salon d’Automne organizzò una retrospettiva di opere sue: per Matisse e gli altri dovette essere una buona occasione per ammirarle e avvicinarsi così alle nuove frontiere dell’arte. Il terzo nome — non per importanza, ma per cronologia — è stato Paul Cézanne (1839-1906), neoimpressionista a sua volta, a cui il Salon dedicò una retrospettiva nel 1907. Insieme a Gauguin, Munch e Van Gogh, Cézanne ha svolto un ruolo strategico nella transizione dall’impressionismo alle avanguardie; il suo stile, uno fra i più singolari e sfaccettati del tardo Ottocento, è stato riconosciuto come punto di riferimento di tutti quei movimenti artistici che, come lui, ambivano a superare la percezione diretta che si ricava dalla natura per raggiungere — attraverso il colore, la luce e il tocco della pennellata — la struttura nascosta della realtà.

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Paul Cézanne, Monte Saint-Victoire, 1904-06, Sammlung C.S. Tyson di Filadelfia

Per molti pittori Fauves il confronto con Cézanne fu rivelativo e li indusse ad approfondire la ricerca del proprio linguaggio pittorico. Il 1907 è infatti anche l’anno in cui la critica dà per terminata l’esperienza del fauvismo, una data non più convenzionale di molte altre ma di per sé capace di farne un movimento dalla durata tanto breve quanto intensa. In verità ci sono anche motivi più prosaici che determinarono questo destino: il fatto, ad esempio, di non essersi mai dotati di un manifesto programmatico né di una vera confraternita, lasciò ai pittori la libertà di muoversi come meglio credevano e di assorbire tutte le influenze che aleggiavano nel frizzante clima artistico-culturale del tempo, dove in realtà vi era ben poco di codificato. Tutto questo fece sì che gli artisti del gruppo imboccassero percorsi differenti pur continuando a frequentarsi: alcuni, come Matisse, proseguirono la carriera sperimentando tecniche diverse mentre mantenevano almeno un occhio sul recente passato; altri, come Braque, confluirono in nuove avanguardie che professavano un’estetica opposta; mentre altri ancora — è questo il caso di Derain — reagirono a tanto modernismo tornando a ispirarsi ai canoni della tradizione.

Insomma, nell’Europa di inizio Novecento c’era posto un po’ per tutti gli stili e le istanze di rinnovamento, e se un artista aveva talento e abbastanza carattere da farsi scivolare addosso le critiche irriguardose dei tradizionalisti, poteva, tasche permettendo, sperare di raccogliere un bel po’ di soddisfazioni.

Prima di darvi appuntamento al prossimo articolo di questa serie, vi lascio il consueto riferimento bibliografico. Purtroppo non sono a conoscenza di recenti monografie dedicate ai Fauves, per cui oggi vi rimando direttamente ai protagonisti: Scritti e pensieri sull’arte di Henri Matisse (Abscondita, 2017) è una raccolta di testi in cui il grande maestro dà forma scritta alle idee che hanno guidato la sua lunga carriera.

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Immagine di copertina: Henri Matisse, La tavola imbandita (armonia in rosso), 1908, Ermitage Museum di San Pietroburgo.-

Chiuso in casa per fuggire dal mondo: “Controcorrente” di Karl-Joris Huysmans

Di Gian Luca Nicoletta

 

Anche questo articolo parla di persone chiuse in casa, proprio come noi. Ciò che fa la differenza, però, è che il protagonista del romanzo di cui vi parlo oggi lo fa di sua spontanea volontà.

Il libro è Controcorrente (À rebours), scritto da Joris-Karl Huysmans e pubblicato per la prima volta nel 1884, cioè quando il naturalismo francese aveva già iniziato la parte discendente della sua parabola, tuttavia ancora dominante nel panorama letterario.

Il titolo di quest’opera rappresenta il manifesto intellettuale e spirituale che impregna ogni pagina. Andare controcorrente è la missione di vita che il protagonista, Des Esseintes, sposa dal momento in cui diventa maturo e si libera dal giogo dei genitori. Grazie a un’educazione impartitagli dai Gesuiti e da un ingente patrimonio ereditato dal padre e dalla madre, il protagonista decide di costruirsi una personale torre d’avorio all’interno della quale chiudersi e abbandonare così la vita mondana di Parigi.

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Ma non dovete pensare che Des Esseintes decida di abbracciare un’ascetica solitudine in uno spartano romitaggio per passare la sua vita, tutt’altro: ciò che lui detesta dell’uomo (e questo è già il primo punto controcorrente, cioè nel pieno del positivismo ritenere l’essere umano una creatura deprecabile) è tutto quello che afferisce alla sfera sociale, mentre quel che deriva dall’intelletto e dall’ingegno ha per lui la massima attrattiva.
Seguendo questo principio egli cerca la dimora ideale:

«Batté i dintorni della capitale e scoprì una bicocca in vendita, sopra Fontenay-aux-Roses, in un angolo appartato, senza vicini, vicino al forte: il suo sogno si era realizzato. In quel paese, non ancora invaso dai parigini, era certo di essere al sicuro. Le difficoltà nelle comunicazioni, malamente garantite da una ridicola ferrovia che si trovava all’estremità del paese e da piccoli tram che partivano e compivano il tragitto come potevano, lo rassicuravano. Pensando alla nuova vita che avrebbe avviato, provava una felicità viva, perché si vedeva già abbastanza lontano, al riparo della sponda così da non essere più raggiunto dalla fiumana di Parigi e allo stesso tempo sufficientemente vicino perché la prossimità della capitale lo rendesse più fermo nella sua solitudine.»

Al suo interno questa “bicocca” viene ristrutturata e progettata nei minimi particolari: ogni singolo metro quadro viene dotato o di un’invenzione per garantire ogni comfort, o di un’opera d’arte finemente ricercata, ma di qualsiasi cosa si tratti una cosa la deve caratterizzare, cioè deve essere inequivocabilmente unica. Il rifiuto della massa è anche il rifiuto di ciò che la diverte e la allieta, e questo riguarda anche le opere di letteratura, le stampe, i dipinti, le sculture, persino gli orari.
Proprio così: Des Esseintes inizia a condurre uno stile di vita che definiremmo vampiresco: si alza alle cinque del pomeriggio per poi coricarsi alle cinque del mattino seguente. Durante quelle dodici ore la sua vita scorre tranquilla tra pasti frugali, preziose miscele di liquori e l’osservazione di tutte le sue opere d’arte.

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Passiamo alla composizione dell’opera, che pure merita di essere studiata perché anch’essa va controcorrente. Innanzitutto ogni capitolo di questo libro è strutturato come una piccola enciclopedia: utilizzando gli interessi di Des Esseintes come valido espediente, Huysmans ne approfitta per sciorinare tutte le sue conoscenze in molti campi del sapere, dalla letteratura medioevale alla storia dell’arte, dallo studio delle pietre alla teoria del colore, passando per le proprietà di liquori e cibi. Questo modello di struttura, basato su lunghe digressioni e un tono più saggistico che romanzesco, riprende le opere del secolo precedente, mentre in quello di Huysmans tutto ciò che era esterno e superficiale veniva arbitrariamente tagliato dai naturalisti per fare posto all’analisi psicologica e sociale del personaggi. Intuizioni e sensibilità che troveranno piena legittimazione all’inizio del 1900 grazie agli studi di Sigmund Freud.

Un secondo elemento di grande interesse riguarda il modo in cui Des Esseintes fa esperienza dei suoi ricordi. Tendenzialmente in piena solitudine e, cosa ben più importante, grazie a stimoli che gli giungono da profumi e sapori. C’è forse un altro autore francese coevo a Huysmans che ha fatto di questa tecnica il suo segno distintivo? Proprio così: il collegamento con Marcel Proust è innegabile e in questo senso possiamo dire che l’impianto della Recherche è direttamente speculare a quello di À rebours, proprio per il focus quasi maniacale sull’alta società parigina e per l’esaltazione di oggetti, in Proust, che vengono disprezzati in Huysmans e viceversa.

Questo romanzo ci dà l’opportunità di guardare la solitudine e l’isolamento da prospettive inedite e sicuramente non convenzionali. Assistiamo al trasloco del mondo in una casa, a volte addirittura in una sola stanza. Un mondo diverso da quello cui siamo stati abituati a leggere nel corso del ‘900, quello di Huysmans è ancora e comunque un mondo all’apice dell’espansione sociale, tecnologica e coloniale, un mondo nel quale l’imperativo della società dominava anche la più piccola sfera dell’intimità di ognuno di noi, ma che ha in ogni caso segnato una pietra miliare nel nostro sviluppo collettivo e individuale.

La pittura del Novecento, parte II: le secessioni

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo inaugurale di questa serie (vedi qui) abbiamo osservato come l’arte del primo Novecento avesse cominciato ad assumere un atteggiamento riflessivo verso sé stessa e le proprie funzioni, fino a sviluppare quei tratti e quelle tecniche meta-artistiche che già contraddistinguevano, per esempio, il modernismo letterario e teatrale. A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, ossia che l’arte aveva maturato un livello di autoconsapevolezza mai raggiunto fino a quel momento, che si sarebbe affermato sia con le parole sia con i fatti a partire da quei movimenti di rinnovamento artistico che, sul finire del XIX secolo, presero il nome di secessioni.

A proposito di parole (i fatti li vedremo tra non molto), il termine secession apparve nel 1892 a Monaco di Baviera, dove un gruppo di giovani artisti guidati da Franz von Stuck diede vita a un movimento artistico che intendeva inaugurare un capitolo nuovo nella storia dell’arte, spezzando ogni legame con il mondo della tradizione e delle accademie. Di fatto fu la stessa cosa che gli impressionisti avevano già ottenuto, con l’ostracismo da parte dell’establishment artistico francese, venti-venticinque anni prima, ma la differenza stavolta sta nel fatto che la rottura fu voluta, cercata, preparata e teorizzata dagli stessi innovatori. I protagonisti della secessione di Monaco era numerosi, giovani e dai profili sfaccettati: non solo pittori, ma anche incisori, illustratori, galleristi, editori e architetti; mossi, tutti quanti, da un’ideale di innovazione e di liberazione che consentisse all’arte di raccogliere gli stimoli della modernità e di tracciare un’alternativa.

Dipingere però non era tutto, bisognava anche che le idee della secessione raggiungessero il grande pubblico, rendendolo edotto di quanto stava accadendo alla cultura e all’arte tedesca. La rivista «Jugend», fondata nel 1896 sempre a Monaco, andava proprio in questa direzione; facendosi alfiere della nuova estetica modernista, «Jugend» non fu solo una vetrina e un punto di riferimento imprescindibile, ma ebbe anche il merito di dare il nome a un intero movimento artistico, un qualcosa di molto più vasto della secessione locale dalla quale era partito e che ormai si era allargato al resto della Germania: lo Jugendstil, lo stile Liberty tedesco.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis. Marc è stato uno dei maggiori esponenti del Blaue Reiter.

Monaco, infatti, fu solo l’inizio; qualche anno dopo l’esempio dei secessionisti bavaresi venne ripetuto con successo in altre parti della Germania e non solo. A Berlino, città dal clima artistico e culturale effervescente, la secessione venne proclamata da Max Liebermann nel 1898, ma già da qualche anno nella capitale si erano levate autorevoli voci di dissenso contro le accademie e venivano organizzate mostre indipendenti di pittori sia tedeschi che stranieri (Munch vi espose nel 1892). Gli artisti che — a Berlino come a Monaco come a Dresda — esponevano nei nuovi spazi erano quelli che la critica posteriore avrebbe classificato come espressionisti, ma allora non si chiamavano così ed operavano piuttosto autonomamente. L’espressionismo tedesco, di cui le secessioni hanno rappresentato le esperienze più significative della fase iniziale, fu il primo movimento con caratteristiche d’avanguardia del Novecento, ma anche una corrente dai contorni temporali difficili da stabilire e dalla geografia assai frammentata. Negli anni Dieci del Novecento il secessionismo delle origini era ormai lontano, ma la pittura espressionista era più viva che mai. I due gruppi maggiori, il Die Brücke a Dresda e il Blaue Reiter a Monaco, furono dei laboratori straordinari che soltanto il nazismo, alla fine, riuscì ad affossare.

Se però c’è una città a cui la parola secessione è indissolubilmente legata, questa è Vienna. È un fenomeno particolare su cui molti si sono interrogati, eppure sul finire del XIX secolo è come se Vienna stesse convertendo in arte e cultura tutta l’importanza che andava invece perdendo sul piano politico e strategico. La città si arricchiva di nuove esperienze e cambiava pelle; venne compiuto un imponente piano urbanistico che ne ridisegnò la pianta, e i palazzi di nuove e prestigiose istituzioni andarono a impreziosire le sue strade e le sue vedute. Le nuove costruzioni adottarono i canoni estetici dello Jugendstil, dove al classicismo di base della linea si unirono inserti architettonici modernisti, ornamenti sinuosi frutto della stilizzazione degli elementi naturali, vetrate policrome e pregevoli oggetti di design. A questi principi si ispirò anche l’architetto Joseph Maria Olbrich per il progetto del Palazzo della Secessione (1897-1898), lo spazio espositivo dedicato a quel gruppo di artisti che nel 1896 diedero avvio a una stagione di rinascita culturale a trecentosessanta gradi conosciuta come secessione viennese.

Gli iniziatori della secessione furono diciannove personalità emergenti dell’arte austriaca, polemici nei confronti dell’Accademia di Belle Arti, dalla quale, con quel gesto, presero definitivamente le distanze. Come già era successo a Monaco, Dresda e Berlino, i loro profili erano variegati. Che il modernismo accogliesse sotto allo stesso tetto professionisti dal background eterogeneo era qualcosa di molto più di una coincidenza. Per tutti loro la nuova arte doveva estirpare le barriere che nei secoli generazioni di accademici avevano eretto fra le discipline artistiche, promuovendone l’incontro e la sinergia.

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Parte superiore del Palazzo della Secessione di Vienna

Si trattava degli stessi ideali che in quegli anni si stavano facendo largo un po’ dappertutto in Europa. Finora si è parlato di Jugendstil perché abbiamo osservato cosa si muoveva in Germania e Austria sul finire del XIX secolo, ma esiste un’espressione che sintetizza le varie esperienze nazionali e che tutti noi conosciamo col nome di Art Nouveau: la nuova arte, l’arte dell’epoca moderna e dell’industria, della neonata società dei consumi, della produzione in serie e della classe borghese. In un mondo in così rapida evoluzione, le vecchie categorizzazioni come quelle difese dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, così rigide e immutabili, nuocevano all’arte molto più delle nuove sfide che la tecnica le lanciava quotidianamente. La tecnica anzi poteva diventare un’alleata dell’arte, ed è proprio quello che comprese l’Art Nouveau con il design e le arti applicate, dimostrando con i fatti che all’interno dell’arte non aveva più senso parlare di gerarchie. Dalla pittura all’architettura, dall’ebanisteria al design, ogni espressione dell’ingegno e dell’abilità umana in grado di foggiare opere esteticamente apprezzabili doveva essere considerata arte poiché arte, di fatto, lo era già.

Tornando ai nostri secessionisti viennesi, pittura e architettura furono i campi in cui la svolta artistica fu più evidente. Tuttavia, se all’interno del loro gruppo dovessimo individuare un artista simbolo, la scelta sarebbe solo apparente e ricadrebbe senza esitazione alcuna su Gustav Klimt (1862-1918), l’indiscusso capostipite della nuova generazione di pittori e fondatore della rivista «Ver Sacrum», il periodico del movimento secessionista viennese.
Prima di diventare il pittore che oggi tutto il mondo conosce e ammira, Klimt era già un artista stimato che sapeva ben interpretare il gusto della propria epoca, tanto che nel 1894 ottenne l’incarico di affrescare il soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema era molto classico: avrebbe dovuto rappresentare le allegorie della Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza esaltando il trionfo della Luce (la Ragione) sulle Tenebre (l’ignoranza). Ma Klimt tradì le aspettative dei suoi committenti realizzando soggetti che contravvenivano a tutti i canoni estetici del tempo, facendo uno sfoggio indecoroso dei propri corpi e della propria sensualità.

Per capire cosa era accaduto a Gustav Klimt bisogna rivolgersi di nuovo alla realtà culturale che contraddistingueva la capitale austriaca del tempo. Alla fine del XIX secolo Vienna ospitava quanto di meglio la comunità scientifica e filosofica di allora avesse da offrire. L’Università era un’eccellenza riconosciuta, ma il merito di questo rigoglio era anche dei numerosi professionisti privati che seppero approfittare dell’apertura intellettuale che fermentava negli ambienti più esclusivi della città. Tutta Vienna era come un immenso salotto dove la crema della società si dava appuntamento per parlare di novità culturali e confrontarsi. Una particolarità tutta viennese era che in questi salotti avveniva uno scambio trasversale di esperienze molto intenso: medici, scienziati, filosofi, letterati, artisti, tutti si confrontavano con tutti e mettevano a parte gli altri del sapere accumulato nel rispettivo campo fino a quel momento.

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Gustav Klimt, particolare dell’Allegoria della Medicina nell’aula magna dell’Università di Vienna

Artista estroso, aperto alle novità e dai tratti bohémien piuttosto accentuati, Klimt era un frequentatore di questi salotti; molto probabilmente fu in occasione di una di queste occasioni mondane che venne a conoscenza delle recenti scoperte di Sigmund Freud riguardo ai contenuti impulsionali dell’inconscio, e se ne lasciò conquistare. La sensualità che i professori dell’Università di Vienna riconobbero negli affreschi dell’aula magna era infatti l’interpretazione artistica che egli rese alle tesi freudiane. Da quel momento il corpo della donna divenne uno dei soggetti preferiti di Klimt. Pose, sguardi e atteggiamenti avevano perduto ogni traccia della purezza accademica ed esibivano senza vergogna l’intimità femminile; ma non per turbare od ostentare, come invece affermarono il pubblico e i critici di allora, quanto per svelare la parte nascosta della natura umana.
La pittura di Klimt aveva cambiato radicalmente volto, ma ancora era solo l’inizio: la vista dei mosaici di Ravenna inaugurò il suo “periodo aureo”, caratterizzato da grandi ritratti femminili su sfondo dorato. La donna nell’arte di Klimt andò così configurandosi sempre più sia come oggetto del desiderio sia come mistero e origine della vita. Anche nelle pose più seducenti, i corpi che ritraeva non si offrono mai completamente allo spettatore, il quale di fronte alla loro fierezza come di fronte alla loro fragilità è sempre colto da un momento di contemplazione pànica che lo costringe a fermarsi e a riflettere.

Klimt fu il più grande e forse migliore apripista che l’arte dell’inconscio potesse avere. In netto anticipo su tutte le avanguardie, il grande maestro viennese prestò il proprio pennello alle pulsioni dell’uomo e, da vero artista moderno quale egli era, intellettualizzò la propria arte ben oltre il simbolismo — di cui pure si avvalse — non chiedendo più allo spettatore solo di riconoscere il messaggio veicolato dal dipinto, bensì di interrogarsi, di individuare quali contenuti latenti della propria psiche possono essere risvegliati dall’osservazione di un’opera d’arte.

La secessione viennese non si esaurì con Klimt: presto altri artisti andarono a popolare la scena austriaca, e poi europea e infine mondiale dell’arte del Novecento. Due nomi su tutti — che vi faccio anche per prepararvi alla lettura inerente a questo bellissimo, sconfinato argomento che sto per consigliarvi — sono quelli di Egon Schiele (1890-1918) e di Oskar Kokoschka (1886-1980), due artisti che seppero declinare in un linguaggio pittorico personale e più marcatamente espressionista i caratteri della secessione viennese visti sino a qui. Il libro con cui intendo salutarvi questa volta è L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (Raffaello Cortina Editore, 2016), un saggio straordinario di psicologia dell’arte a opera di uno scienziato premio Nobel per la Medicina nel 2000.

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Al prossimo appuntamento!

L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.

Tra limiti e pregiudizi: “La macchia umana” di Philip Roth

Di Gian Luca Nicoletta

Di lui abbiamo parlato la prima volta in occasione della sua scomparsa, pianta da tutti nel mondo letterario e non senza polemiche a causa del premio Nobel che mai ricevette, stiamo parlando di Philip Roth.

Con l’articolo di oggi vorrei fare una riflessione più approfondita sul suo modo di scrivere e di rappresentare i vizi e le virtù del genere umano, e lo farò partendo dal romanzo che viene considerato, assieme a Pastorale Americana, il suo capolavoro: La macchia umana, di cui è stato realizzato un film nel 2003 con Anthony Hopkins e Nicole Kidman.

Come in tutti i romanzi di Roth, al centro della sua indagine letteraria sta la società borghese (bassa-media-alta) degli Stati Uniti. Nel caso di questo romanzo il focus è concentrato sul mondo accademico, infatti il protagonista è Coleman Silk, professore universitario di lettere classiche, ormai in pensione, all’Athena College.
Le due vicende che segnano l’opera e che danno il via agli sviluppi della trama avvengono a una distanza di tempo relativamente breve l’una dall’altra: la prima concerne un equivoco, un’espressione infelice usata dal professore e strumentalizzata dagli altri; la seconda invece un fatto di vita privata che finisce irrimediabilmente sulla bocca di tutti. Senza scendere nei dettagli per non rovinarvi il gusto della scoperta (nel quale caso vi consiglio la lettura di questo articolo), vi basterà sapere che il nodo che caratterizza i due eventi non sta nel valore che questi accadimenti hanno in sé, ma nell’utilizzo che se ne fa a livello pubblico, in termini di opinioni espresse dagli altri personaggi, pregiudizi, invidia e pettegolezzo.

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Ciò che facciamo nell’ambito della nostra quotidianità non ci appartiene solo in una misura strettamente privata ma, dal momento che ogni nostra scelta sociale coinvolge di fatto anche gli altri, un’alterità che è composta sempre e solo da tutti, mai da una sola parte o gruppo di persone, questi altri ne diventano direttamente interessati e, soprattutto, ne diventano giudici. Quest’atmosfera alla Grande Fratello, in cui siamo costantemente osservati da un occhio pubblico, che ci segue in qualsiasi situazione fuori e dentro casa, costituisce lo sfondo sopra al quale si muovo i personaggi del romanzo. Di questi altri Roth ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti, tanto da avere un quadro complessivo della piccola comunità, a più riprese definita come bigotta e provinciale, della cittadina di Athena che ruota attorno al College che sorge sulla sua collina.

Relativamente all’importanza del College, qui si mostra un secondo punto che lancia un significativo spunto di riflessione e che riguarda un fenomeno che potrei definire di “relativismo sociale“: la realtà piccola di Athena costituisce, per coloro che la vivono, il centro del mondo. Di questo mondo il College ne è l’Olimpo, il luogo dove si raggiunge il picco più alto della popolarità, dell’influenza e della potenza, in altre parole si assurge alla carica di giudice dei giudici, essendo superiori agli altri per posizione sociale, morale e lavorativa. Non a caso Coleman Silk interpreta bene il personaggio del sovrano deposto, poiché a causa della sua infelice affermazione sarà costretto, nel giro di un paio d’anni, ad abbandonare il suo ruolo di docente universitario e ad anticipare la pensione, dopo aver precedentemente terminato l’incarico come Preside della Facoltà di Lettere. Lo scandalo, invece, che segue e che riguarda la sua vita privata giunge a privarlo persino della sua dignità di cittadino, di membro accettato e integrato della comunità.

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Ma il professor Silk non è sempre stato all’apice della scala sociale, tutt’altro, e nel corso del testo Roth, attraverso la voce narrante di Nathan Zuckerman che si mischia a quella dell’autore, ci aiuta a ripercorrere i fatti salienti della vita di Coleman, mettendoci allo stesso tempo a confronto con i nostri pregiudizi. In questo sta una delle manifestazioni del talento e del genio di Roth: le descrizioni fisiche dei personaggi sono ben studiate e, soprattutto, svelate con chirurgica attenzione poco alla volta agli occhi di legge. Veniamo a conoscenza di particolari a tutta prima assai importanti, così che nella nostra testa possa nascere un’idea di chi sia Coleman Silk, ma poi si sgretola tutto: cambiano i riferimenti culturali e sociali, cambiano gli ambienti, i luoghi e in un colpo di Coleman Silk non rimane altro che un’immagine diversa da quella che ci eravamo fatti. Un astuto tranello che ci mette in scacco e ci costringe ad accettare il fatto che, per quanto possiamo definirci privi di pregiudizi, il nostro cervello opera in maniera così profonda e automatica che, inevitabilmente, crea delle aspettative che si ricollegano pienamente a un vero e proprio pregiudizio, nel senso più antropologico ed etimologico del termine, vale a dire un giudizio emesso prima di sapere tutto: di Silk ci viene detto solo che lavora fa, com’è fatta la sua casa e qual è la sua religione e da questi tre elementi il nostro cervello ne ricava un’immagine fisica basata sul nulla di fatto, poiché del suo aspetto ci vengono dati solo dettagli quasi insignificanti (la descrizione di una spalla, un tatuaggio, poco di più).

Lo stile analitico e per certi versi spietato che Roth impiega nel descrivere il mondo di Coleman non si ferma a questi due punti: oltre a farci rendere conto dei nostri pregiudizi, oltre a farci domandare se forse in ognuno di noi esiste un cittadino di Athena, la sua penna scava senza sosta negli atteggiamenti più ingiusti e ingrati che gli umani sanno compiere, giungendo persino all’infamia perpetrata ai danni di chi non può in nessun modo difendersi, a danno di una persona morta. La smania di accettazione, integrazione e dominio sociale non conosce limiti, tanto da spingere il personaggio di Delphine Roux — un’altra docente del College nonché figura speculare a Coleman — ad approfittarsi di una diceria mai dimostrata per ripulire la sua immagine sociale da una macchia che lei stessa si era causata. Dalla vetta dove si trova la professoressa Roux  viene data a noi che leggiamo la possibilità di una prospettiva privilegiata che non è quella dalla cima alla valle, ma dalla cima all’interno del monte, ai canali di scolo dove tutta l’immondizia si accumula e dove, nostro malgrado, sta il cuore dell’intera faccenda.

Sono ancora tanti gli argomenti di cui si può parlare per questo immenso romanzo, l’unica cosa che per il momento posso fare è di consigliarvene vivamente la lettura: un’opera di questo genere ci può aiutare a relativizzare chi siamo e soprattutto chi sono gli altri, dove sta la dignità nostra e quella altrui.
Un’opera intelligente, acuta e sprezzante, che traccia meglio i confini tra “io” e gli “altri” e ci aiuta a ricordare cosa ci succede quando siamo da un lato o l’altro del confine.