Chiamatelo pure fantasy, se volete: intervista ad Anna Kańtoch, autrice di “Buio”

Intervista a cura di Andrea Carria

Questa intervista, cari lettori, ve l’avevo preannunciata e quest’oggi sono davvero felice di poter mantenere la promessa.

La lettura di Buio (Carbonio Editore, 2020, trad. di Francesco Annicchiarico) e la recensione che ne scrissi lo scorso dicembre (vedi qui) mi avevano lasciato con così tanti interrogativi che mi sarebbe dispiaciuto enormemente non dare loro una risposta. Interrogativi sani e positivi, dove non c’è alcun ma in sospeso e che si riassumono in un’unica, agognata richiesta: “dimmi di più; mi hai talmente stregato che come minimo me lo devi!”.
Nella mia esperienza di lettore, ciò avviene solo quando ci si imbatte nell’opera di qualcuno che ha la scrittura nel sangue e che quando scrive un libro ci riversa tutta la sua autenticità. In Buio, Anna Kańtoch ha sicuramente dato prova di una grande raffinatezza e potenza immaginativa; nell’intervista che state per leggere, ho scoperto che queste sue qualità si poggiano su una consapevolezza artistica molto sviluppata e su idee altrettanto chiare in merito alla letteratura, all’arte, alla libertà e a molto altro ancora.

ANDREA CARRIA. Quando arriva in fondo a un romanzo, il lettore di solito vuole che tutto (o quasi) gli sia chiaro. Perché sia possibile, l’autore non deve essere stato soltanto coerente nello sviluppo dei fatti e preciso nel descriverli, ma deve anche aver fornito spiegazioni convincenti riguardo agli avvenimenti. Nel caso del tuo libro tutto ciò non accade. Si arriva in fondo e le domande, anziché trovare una risposta, si moltiplicano. È un rischio grosso per chi scrive; il lettore può pensare di essere stato preso in giro, considerarsi tradito e risentirsi. Io, Anna, voglio però tranquillizzarti: nel tuo romanzo tutto questo non è avvenuto. Sono arrivato in fondo piacevolmente inebriato, addirittura irretito dal modo in cui, rimescolando continuamente le carte, non fornivi spiegazioni sicure e mi imponevi di darmi una risposta da solo, qualunque potesse essere. Non sono molti i libri che possono permettersi di sostenere un gioco del genere, o comunque di farlo in una maniera così brillante, ma Buio è senza dubbio uno di questi. Come lo spieghi?

ANNA KAŃTOCH. Penso che non sia il destino di tutti i libri quello di avere un chiarimento finale, e penso che non tutti i lettori se lo aspettino. L’attesa di una conclusione è un elemento tipico della letteratura di genere, dal fantasy al giallo, ma ciò non vale necessariamente per quella generalista. Lavorando su Buio, mi sono trovata di fronte a questo problema. Mentre lo scrivevo, davo via via i capitoli da leggere alle persone della sezione letteraria del Club del Fantastico di Slesia di cui faccio parte e ogni volta mi sentivo dire cose tipo “è scritto bene, ma non si capisce dove vada a parare”. Ci ero rimasta un po’ male, ma allo stesso tempo poco convinta di aggiungere eventuali chiarimenti. Per me questo libro doveva essere così, misterioso e, nelle mie intenzioni, questo sarebbe dovuto essere il suo fascino. E così, alla fine, mi sono resa conto che non volevo più essere solo una scrittrice di fantasy. O perlomeno non di fantasy puro, ma di qualcosa di ibrido che sapesse stare dentro e fuori al genere contemporaneamente. Devo dire che questo mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: ero finalmente libera dalla dittatura del finale. Amo i libri di questo tipo e so che in genere i lettori non hanno problemi con la mancanza di un finale tradizionale, se il libro possiede altre qualità che invoglino la lettura. Come una lingua particolarmente curata, un certo tipo di atmosfera offre la possibilità di ricomporre da sé la trama come un puzzle. Ed è questo l’effetto che ho cercato di ottenere con Buio.

Nel romanzo ci sono due capitoli nettamente distinti da tutti gli altri. Sono consecutivi, collocati in fondo al libro: il 18 “Inverno 1863, quando il bosco prese vita” e il 19 “Al falò”. Entrambi si riferiscono alla storia o al folklore polacchi, e a livello narrativo costituiscono uno snodo molto importante. C’è poi la distinzione tra “Polonia Falsa” e “Polonia Reale” a cui i personaggi accennano in alcuni luoghi del romanzo. Senza fare spoiler, mi piacerebbe che tu ce ne parlassi.

Il 1863 è l’anno di un evento noto in Polonia come Insurrezione di gennaio. All’epoca la Polonia era sparita dalle mappe geografiche, accorpata alle potenze confinanti tra cui emergeva l’impero russo, contro cui si mosse quell’insurrezione. L’esercito zarista riuscì a reprimere i moti, ma la rivolta fu comunque un evento capace di costituire e mantenere in vita la consapevolezza nazionale dei polacchi. Grazie a tutto ciò, l’idea di Polonia è rimasta viva e dopo la Prima guerra mondiale si è riusciti a ricreare un nuovo Stato polacco, libero. Libertà che, purtroppo, è durata poco più di vent’anni, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione e poi la cortina di ferro, e col Paese finito nuovamente nell’orbita di controllo di una potenza straniera. La gran parte della trama di Buio si svolge entro quegli anni di libertà. Non è una scelta casuale, la Polonia del mio libro è in qualche modo ritagliata fuori dalla Storia (non dirò il come e il perché proprio per evitare spoiler), così come quel periodo di inizio secolo sembrò una parentesi di libertà ricavata entro una minore o maggiore sottomissione ad altri Paesi.

In Buio tu racconti tante sensibilità diverse. C’è la sensibilità verso l’infanzia, la sensibilità verso la passione omoerotica, la sensibilità verso le persone più fragili come Staś, la sensibilità verso la cura dei pazienti con problemi psichiatrici. Sensibilità o diversità che dir si voglia, quello che mi interessa dire è che il caleidoscopio emotivo raccontato nel romanzo mi ha sorpreso molto e le parole che tu hai usato per rappresentare ciascuna situazione le ho trovate sempre appropriate e scelte con cura. Esiste un motivo preciso per cui hai scelto di dare spazio a tante sensibilità diverse nello stesso romanzo oppure il fatto che si siano incontrate è stato solo un caso?

Penso che le persone che si trovino a essere in qualche modo “diverse”, che sia per via della loro sensibilità, per l’orientamento sessuale o per dei disturbi psichici, vedano la realtà da un’altra prospettiva, e a volte anche cose che gli altri non riescono a percepire. Buio è il racconto di un mondo diverso, ma in modo subliminale; una realtà altra, non come ce la si aspetta. Sono dell’idea che siano proprio le persone per natura diverse a notare per prime quel qualcosa che non va in una realtà così. Devo ammettere tuttavia che non è stata una scelta del tutto consapevole, all’inizio erano solo personaggi adatti alla storia che volevo raccontare.

Per te che ne sei l’autrice, c’è un modo privilegiato di leggere Buio oppure ogni lettore ha la facoltà di interpretarlo liberamente individuando chiavi di lettura alternative alle quali, magari, nemmeno tu hai mai pensato?

Quando ho iniziato a scrivere Buio, avevo in testa l’idea di scrivere un libro di fantascienza. Atipico, intendiamoci, privo di alcuni elementi tipici del genere come ad esempio altri mondi o tecnologie avanzate, ma pur sempre fantascienza. Tuttavia mi sono resa conto velocemente che le persone attorno a me interpretavano la storia in un modo completamente diverso da quello che avevo in mente io. E mi è piaciuto molto, perché alcune di queste interpretazioni erano veramente molto interessanti. Per questo non impongo mai la mia visione, a meno che qualcuno non me lo chieda esplicitamente. Ho l’impressione che la forza di questo libro stia proprio nel fatto che ognuno possa costruire la propria storia a partire dagli elementi presentati.

In Polonia, i tuoi lettori ti conoscono molto bene. Sei considerata una tra le scrittrici più interessanti della tua generazione; un’autrice pluripremiata, proiettata verso l’innovazione e la letteratura fantasy; una donna intellettualmente impegnata a conferire, tramite i propri libri, piena dignità e autonomia al punto di vista femminile sulle cose. Volevo chiederti se ti riconosci in questa descrizione o se c’è altro che il pubblico italiano dovrebbe sapere di te.

Forse si può aggiungere che sono una grande fan dei romanzi gialli, io stessa ne ho scritto qualcuno. Alcuni classici (un po’ nello stile di Agatha Christie), altri fantastici. Una volta, durante una presentazione, mi è venuto un po’ da ridere pensando che non riesco a scrivere un libro senza che la chiave finale sia un misterioso omicidio. In effetti, anche in Buio uno dei punti principali è la morte di Jadwiga Rathe, ma l’enigma più importante del romanzo è l’essenza del mondo in cui si svolgono gli avvenimenti. In un certo senso possiamo dire che anche Buio è un romanzo giallo, anche se molto, molto atipico.

Attualmente la situazione politica e sociale in Polonia mostra risvolti abbastanza preoccupanti. Non voglio spostare troppo l’attenzione dal tuo libro, ma è proprio Buio a spingermi a parlare di questo. Una delle sottotrame del romanzo riguarda infatti l’innamoramento di una dodicenne per una giovane donna – lo abbiamo anticipato prima. Tu lo racconti nel modo più naturale e casto possibile, ma non credo che questo basti a non suscitare reazioni in un Paese come il tuo, che è uno dei più omofobi d’Europa. Com’è parlare dell’omosessualità nella Polonia di oggi? Ci sono delle aree di tolleranza o farlo è semplicemente impossibile? Quando è stato pubblicato, Buio ha ricevuto delle critiche per questo?

Ho ricevuto delle critiche, ma non legate all’omosessualità, quanto a una possibile allusione alla pedofilia, dal momento che a un certo punto del libro emerge una certa tensione erotica tra una donna adulta e una ragazzina, se non addirittura una bambina. Ci ho pensato un po’ e ho dato ragione alla persona che mi criticava, anche se d’altra parte penso che il libro si difenda da solo da un’accusa del genere, considerato chi siano quei due personaggi l’una per l’altra e il modo in cui è emersa l’attrazione tra loro. Per quanto riguarda l’omosessualità, esistono spazi per parlarne in sicurezza in Polonia, il già citato Club del Fantasy di Slesia è uno di questi, ad esempio. Invece, parlando del cosiddetto fandom, quello polacco è un ambiente molto variegato, ci sono quelli con i quali è meglio non dichiarare apertamente la propria appartenenza a una qualsiasi minoranza, ma anche molte altre persone aperte e tolleranti. Credo che Buio abbia raggiunto soprattutto questo secondo gruppo di persone.

Nella storia delle nazioni, le fasi caratterizzate da chiusura, ottusità e conservatorismo politico possono abbattersi sull’arte e la letteratura in molti modi diversi, e non tutti – almeno in teoria – sono negativi. Ovviamente una possibilità è la paralisi, con gli scrittori che si ritrovano costretti a raccontare solo ciò che riceve l’approvazione da parte dell’establishment, oppure a non raccontare affatto. Un’altra possibilità è però quella di volgere la situazione a proprio vantaggio facendo della letteratura una forma di resistenza in grado di creare nuove possibilità espressive e di rinnovare la tradizione letteraria nazionale molto più a fondo di quanto si sarebbe potuto fare altrimenti – e da quello che ho capito tu appartieni al gruppo di chi lotta per questo obiettivo ogni giorno. Qual è la tua opinione in proposito?

In Polonia la letteratura fantastica, ovvero il genere a cui più spesso vengo associata, ha una lunga storia di lotta con la censura. Negli anni del comunismo, si impiegavano elementi fantastici in letteratura per criticare il potere, senza farlo apertamente. E non di rado capitava che quei libri fossero davvero buoni. Dirò di più: ci sono autori che scrivevano meglio quando facevano attenzione alla censura di quanto non abbiano scritto dopo, senza di essa. Ovviamente non voglio dire che la censura sia una cosa buona né desiderabile, sono del tutto contraria a ogni sua forma, ma è interessante vedere quanto possa essere beffarda la realtà che ci circonda. Oggi non esiste una vera e propria censura, anche se non mancano delle forme di pressione, per esempio da parte della Chiesa cattolica. Per fortuna, almeno dal loro punto di vista, il fantastico è un settore talmente di nicchia da non attirare le attenzioni del potere, e così possiamo scrivere quello che ci pare.

Si ringrazia per la traduzione Francesco Annicchiarico e Salvatore Greco (Nova Books Agency).

Partire dal noto per affrontare l’ignoto: “I doni della vita” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

Con gran piacere inauguro la stagione 2021 del nostro blog con il duecentesimo articolo, un altro piccolo grande traguardo della nostra avventura.
Per farlo mi affido alle parole di un’autrice che stimo molto e che, come ho scritto in altre occasioni, merita una continua riscoperta da parte del grande pubblico: sto parlando di Irène Némirovsky e dell’opera che oggi vi presento, I doni della vita.

Nell’edizione che ho io, Adelphi 2012, questo romanzo viene presentato come “una prova generale” di Suite francese poiché i due romanzi furono scritti contemporaneamente. Infatti questi due testi dialogano attraverso rappresentazioni di dinamiche sociali, scene, raffigurazioni paesaggistiche e umane che, potremmo dire, fanno quasi di due opere una sola.
A differenza del romanzo che l’ha riconsacrata agli onori della letteratura europea, I doni della vita non presenta un titolo nebuloso ma anzi, già ci lascia intendere, nel suo complesso, quale sarà il grande insegnamento che Némirovsky vuole lasciarci.

Protagonista di quest’opera è l’intera famiglia Hardelot, la quale si è insediata nel piccolo paesino di Saint-Elme da tempo immemore, diventando uno dei capisaldi del luogo. Il capo della famiglia è il vecchio signor Hardelot che, grazie a una fortunata intuizione, è riuscito alla fine del 1800 a far fiorire da una piccola cartiera di provincia un vero e proprio polo industriale che dà lavoro a quasi tutti gli abitanti del paese e della zona. Da lui è nato un figlio maschio, Pierre, e da quest’ultimo un altro maschio, Guy, e una femmina, Colette. Lateralmente a questo ramo principale, ovviamente, abbiamo tutti gli altri Hardelot con le loro piccole storie, intrecci, “nascite, matrimoni e testamenti”.

La parabola temporale che comprende gli avvenimenti si stende dai primi anni del 1900 sino al 1943 circa: in questo lasso di tempo vediamo, piuttosto rapidamente, il mondo cambiare al ritmo forsennato delle due guerre mondiali mentre gli Hardelot, dalle loro belle case col giardino, tentano in tutti i modi di resistergli anche se ognuno, a proprio modo e spesso inconsciamente, apporta una piccola modifica al mondo che vive, contribuendo così al passaggio da una generazione all’altra.
Ogni personaggio è dotato di una propria caratteristica in rapporto al tempo: il vecchio signor Hardelot rappresenta la più feroce intransigenza a ogni minima modificazione dello status quo; il figlio Pierre è al contrario il personaggio che osa sfidare le convenzioni sposando Agnès, la quale a sua volta incarna lo spirito critico ma silenzioso di tutte le persone che non sono ben accolte nella famiglia del proprio coniuge; dall’altra parte c’è anche Simone, una donna risoluta e spesso glaciale, ma che nasconde una profonda solitudine che il tempo non fa che accrescere nel suo inesorabile accompagnarla verso la vecchiaia; personaggio del tutto speculare rispetto a sua figlia Rose, che invece fa della tenerezza e del calore le sue cifre fondamentali.

Come ho detto prima, gli Hardelot – e più in generale tutto il paesino di Saint-Elme che rappresenta metaforicamente il resto del mondo – assistono alla storia che si srotola davanti ai loro occhi nel corso della prima e della Seconda guerra mondiale. Il leitmotiv che collega tutti i personaggi, e dunque la caratteristica umana e psicologica che li determina, è quello della ripresa. Come ci riprenderemo? Quando? Cosa faremo? Queste domande sono ricorrenti nei dialoghi e nei pensieri di tutti i personaggi e da ogni parte si costruisce il grande mosaico della risposta: dai doni della vita. Doni che vanno intesi come tutti gli elementi primariamente concreti, ma poi anche spirituali che un essere umano incontra nell’arco della propria esistenza: innanzitutto la propria persona, poi il lavoro, un pezzo di terra, una persona con cui condividere le fatiche, la propria famiglia, un figlio, una madre. Per comprendere meglio questo concetto può essere utile soffermarci sul titolo originale dell’opera, Les Biens de ce monde, letteralmente “I beni di questo mondo” dove per bene possiamo ricorrere alla definizione Treccani di «ogni mezzo atto alla soddisfazione dei bisogni dell’uomo» (definizione n. 6a).

Dunque la ripartenza necessaria che segue ogni momento di crisi trova la sua soluzione prima e ultima negli esseri umani: una soluzione pragmatica, sebbene provenga da un romanzo, a tratti utilitaristica addirittura, ma in grado di rimettere ogni lettore al centro del proprio essere e consapevole, ancora una volta, che il mondo nel quale vive è sempre più spesso il diretto prodotto delle azioni che compie.
Rileggendo le ultima pagine del romanzo, mi è tornato in mente il monologo finale di Rosella O’Hara quando, distrutta dal dolore, si ricorda che per rinascere dovrà ripartire da Tara. In questa prospettiva, potremmo definire I doni della vita la versione europea di Via col vento: l’opera del superamento della crisi, della speranza consapevole, un inno alla resilienza.

“In fuga da Houdini” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Un viaggio in nave è un sogno o un’illusione che nasconde del sangue?
[qui trovate i link agli articoli precedenti, rispettivamente per il primo e secondo volume della saga].

Al termine del libro precedente, Alla ricerca del principe Dracula, Johnatan Wadsworth, medico legale di fama non indifferente in Inghilterra, era stato convocato in America per offrire il proprio aiuto nella risoluzione di una serie di omicidi che stavano gettando ombra sulla città di New York.
Il 15 settembre scorso, aprendo le prime pagine della terza opera di Kerri Maniscalco, In fuga da Houdini, abbiamo scoperto che Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell lo hanno seguito in veste di suoi assistenti.
In questo terzo romanzo seguiamo le loro avventure, una volta che Thomas, Audrey Rose e la loro chaperon si sono imbarcati sulla Royal Mail Ship Etruria in una traversata di dieci giorni verso il nuovo mondo.

La narrazione in prima persona ci mostra, come nei libri precedenti, il punto di vista di Audrey Rose e leggendo si ha la sensazione di vivere una sospensione dal tempo reale, durante la quale il lettore si augura di avere davanti a sé la descrizione di dieci giorni intervallati solo di gioie, abiti scintillanti da presentare a cena, mentre lo strabiliante Circo al Chiaro di Luna fa le sue esibizioni curate al minimo dettaglio con il solo scopo di stupire i passeggeri e dar loro l’impressione di vivere in una favola.
Tutti coloro che hanno intravisto in Thomas e Audrey Rose una coppia stabile, complementare e allo stesso tempo paritaria, si augurano di potersi godere un corteggiamento segreto dei due protagonisti, dolce e appena sussurrato poiché entrambi sono in attesa del benestare delle rispettive famiglie perché il loro fidanzamento sia ufficializzato. Tuttavia, quando le luci calano la prima sera, durante l’esibizione dei circensi, comandati dal misterioso e affascinante Mefistofele, il sogno si trasforma in un incubo. La figlia del primo magistrato Prescott, in viaggio su quella nave su invito di uno sconosciuto benefattore, viene pugnalata e uccisa proprio al tavolo dove siedono i due protagonisti principali, senza che questi si rendano conto di chi sia l’assassino.

Le indagini iniziano immediatamente e devono svolgersi con rapidità, perché la lista dei morti aumenta vertiginosamente e in quegli spazi chiusi e lussureggianti tutti sono considerati colpevoli e prede in egual misura: hanno tutti la sensazione di trovarsi in una gabbia dorata dalla quale non possono evadere.
Da quel momento in avanti, ogni sera, i passeggeri vengono sorpresi da un nuovo omicidio, i corpi vengono ritrovati messi in posa come se fossero la figura di una carta dei tarocchi. L’escalation di violenza da cui l’Etruria sembra infestata, proprio perché presentata con dovizia di particolari e spettacolarità, fa ricadere i sospetti di quelle morti efferate sugli artisti che si esibiscono sul palco nascondendo le loro identità con maschere di velluto.
Il lettore segue le indagini quasi trattenendo il respiro e solo colui che avrà l’occhio attento potrà riconoscere l’assioma già presentato nel libro precedente (e in questo terzo libro esasperato), secondo cui in questa tetralogia a un restringimento dello spazio in cui si svolge l’azione corrisponda un infittirsi dell’intreccio, e di conseguenza sia non solo più difficile identificare l’assassino, ma anche determinare una cronologia tra gli omicidi. Per fronteggiare la situazione di pericolo in mare Audrey Rose e Thomas convengono di dividersi, e mentre la ragazza decide di stringere un patto con Mefistofele per poter parlare più facilmente con gli artisti del suo circo, l’apprendista patologo seguirà le indagini dello zio Johnatan in maniera ufficiale. Ma un telegramma comunica che c’è un problema di cui si devono occupare anche a Londra e che minaccia di destabilizzare la famiglia Wadsworth: Liza, la cugina di Audrey Rose, è scomparsa!

Le stringenti regole della società vittoriana estendono la propria ombra sui due protagonisti poiché la scomparsa di una ragazza nubile significava in una famiglia benestante dell’epoca un’onta tale da compromettere qualsiasi matrimonio.
Non che la situazione migliori quando Liza viene riconosciuta dalla cugina sul palco come assistente del mago Houdini. Ha una maschera che ne nasconde l’identità, come tutti gli altri circensi, ma se venisse scoperta la sua reputazione sarebbe rovinata!
Per amore di Liza, e per farle lasciare il circo, Audrey Rose si dice pronta a tutto, decisa a riportarla a casa con sé, sperando che la sua reputazione non sia compromessa vista la relazione che ha intrecciato con l’illusionista ungherese. Mefistofele, come il diavolo dell’opera di Goethe, è deciso a sfruttare a proprio vantaggio quel desiderio inespresso da Audrey Rose, ma che lui sembra leggerle in volto, perciò stringe con lei un accordo nel cuore della notte: entrare a far parte del Circo al Chiaro di Luna, facendo credere a tutti di essersi invaghita di Mefistofele stesso in cambio di prove che sicuramente spingeranno Liza a lasciare il circo e un aiuto per smascherare l’omicida che sta seminando il terrore sulla nave.
Nonostante si professi una donna indipendente e con un atteggiamento degno delle prime femministe, in quest’avventura Audrey Rose rivela al lettore e a sé stessa i propri limiti e le proprie debolezze: allontanarsi da Thomas e fingere di amare un altro uomo sembra più un tentativo di eludere le regole sociali e vivere al di sopra di esse piuttosto che un desiderio di aiutare la propria famiglia.
La conclusione porta allo svelamento dell’identità dell’assassino, ma lascia il lettore con il beneficio del dubbio: ci sono tre omicidi che sembrano commessi da un’altra mano, decisamente più efferata e molto più simile a quella di Jack lo Squartatore, il quale ormai sembra approdato a New York e potrebbe dare il via ad una nuova scia di crimini… riusciranno Thomas e Audrey Rose, ormai lontani emotivamente l’uno dall’altra, a riconoscerne le tracce ora che sono giunti in città?

Consigliamo questo libro perché… oltre a traghettarci verso un nuovo secolo, un nuovo mondo e presentarci le atmosfere oniriche messe in scena dal Circo al Chiaro di Luna, In fuga da Houdini si distanzia notevolmente dai precedenti soprattutto perché l’intreccio della trama poliziesca è particolarmente complessa e ci costringe a non distogliere l’attenzione neppure dal più piccolo dettaglio.
La sottotrama dalle tinte rosa sembra essere carente perché a un esame superficiale presenta il personaggio di Thomas come un burattino nelle mani di Audrey Rose, che rimane in attesa delle sue decisioni mentre la donna sembra capitolare ai piedi di Mefistofele. Il novello Sherlock è invece un uomo che rispecchia la nostra contemporaneità, che mostra per la prima volta un personaggio maschile carico di tutte le sue fragilità e paure proprie di qualsiasi uomo intento a conquistare il cuore della donna che ama e avere la possibilità di costruire un futuro con lei.

La Nascita del principe Oscuro

Questo racconto lungo viene venduto insieme al terzo volume della serie Stalking Jack the Ripper. Se si sceglie di acquistare la versione del libro in pdf, la casa editrice OscarVault lo fornisce in un unico file leggibile comodamente su qualsiasi schermo a disposizione dei lettori più progressisti e amanti della tecnologia.
Si presenta sotto forma di libretto della lunghezza di nove capitoli che racconta alcuni episodi di quanto abbiamo appena letto essere avvenuto sull’Etruria, narrati dal punto di vista di Thomas Cresswell e prosegue narrando il soggiorno di Audrey Rose e Thomas a New York presso la casa di Nonna Wadsworth.

La scelta di dar voce principalmente alla protagonista femminile e in seguito dedicare delle pagine alla controparte maschile può risultare un cliché dai toni stucchevoli e melensi che fa riecheggiare in mente l’operazione letteraria che ha visto la luce nei mesi scorsi ad opera della scrittrice Stephenie Meyer.
È necessario però segnalare che questo racconto si distacca totalmente da quel tipo di scelta perché ci offre uno spiraglio sulla mente logica del nostro apprendista patologo forense preferito, e unisce ad essa la percezione dei suoi sentimenti per Audrey Rose.
Prosegue poi, attraverso la narrazione degli eventi avvenuti una volta che i due sono attraccati a New York, parlando per bocca di Thomas dell’importanza di accettare sé stessi, in toto, con pregi e difetti, luci ed ombre perché solo così lui sarà in grado di amare completamente Audrey Rose, e sbirciando tra i pensieri del protagonista il lettore stesso comprende l’importanza di una maggiore consapevolezza di sé per vivere una vita felice. È qui che il lettore può finalmente realizzare la profondità e l’accuratezza con cui è stato tratteggiato il personaggio di Thomas e per quale motivo rispecchi realisticamente qualsiasi uomo innamorato e possa quindi godersi, nelle ultime pagine, un evento che determinerà il punto di partenza per il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco.

“Alla ricerca del principe Dracula” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Non tutti i principi e le principesse indossano la corona anche se vivono in un castello, alcuni di essi inforcano il bisturi…

Il libro che ha reso famoso Bram Stoker, Dracula, è l’emblema dell’opera vittoriana di genere horror e dalle ambientazioni gotiche che ha sfruttato le paure e i desideri atavici dei lettori per presentare la leggendaria figura del vampiro che semina il terrore in Transilvania e a Londra.
Le leggende, il folklore popolare e la fama del libro hanno però offuscato e reso meno noto l’uomo che ha prestato il volto al personaggio letterario: il Conte Vlad III Dracula, protettore del principato di Valacchia dove sorge l’odierna Romania.
Nonostante non fosse nato nobile, si era guadagnato il titolo di Conte in quanto proprietario terriero e strenuo difensore dagli attacchi degli Ottomani. Il suo nome, in terra natia, è sempre stato legato alla fama di eroe di guerra sanguinario e spietato che faceva ricorso a metodi poco ortodossi per sbarazzarsi dei nemici: il soprannome che i romeni gli avevano affibbiato, Țepeș (impalatore), era legato alla sua abitudine di lasciar morire dissanguati i propri nemici infilzandoli a dei pali.

Questo è quello che, nell’immaginario vittoriano, ha nutrito e dato forma alla leggenda del vampiro che si credeva non vivesse solo nelle pagine del libro che portava il suo nome.

È da questa leggenda che muove i passi il secondo libro di Kerri Maniscalco, Alla ricerca del Principe Dracula, volume che prosegue nella narrazione delle avventure di Audrey Rose e Thomas nel loro viaggio in Romania, appena pochi mesi dopo aver svelato l’identità del sanguinario Jack lo Squartatore e aver posto fine al suo “Autunno del Terrore”.
Entrambi i protagonisti sono decisi a lasciarsi alle spalle gli efferati crimini che hanno sconvolto Londra per studiare le vittime di omicidi e stragi esclusivamente sui tavoli operatori dell’accademia di Medicina Legale e Scienze Forensi del Castello di Bran, la più rinomata in Romania e che si trova all’interno dell’antica dimora del Conte Vlad III Dracula. A tal proposito pare non essere un caso il fatto che l’accademia sembra accogliere molti tra i discendenti della famiglia reale proprio della casata Vlad Dracula. Ed è in questo tetro castello che iniziano a verificarsi strane sparizioni e morti che vengono imputate al leggendario vampiro.

Questa seconda avventura presenta una trama degna di un romanzo giallo che si intreccia spesso con il genere horror e, infatti, il sangue e il mistero raggiungono i due protagonisti già sull’Orient Express, il treno che li porterà in Transilvania: una terra in cui il folklore è tanto radicato che metterà a dura prova Audrey Rose, la quale faticherà a distinguere la realtà dalla fantasia. Il fatto che lei sia l’unica donna a voler intraprendere gli studi forensi, inoltre, la isola dagli altri compagni, allontanandola persino da Thomas per qualche tempo.

Mentre gli omicidi proseguono, il nome di Dracula viene sussurrato con terrore poiché tutti i cadaveri vengono ritrovati dissanguati: Thomas e Audrey Rose sanno di non potersi fidare di nessuno e di dover invece far affidamento solo sul legame che li unisce e sulla loro abilità di usare la logica.
Non appena si abituano al rettore scorbutico, al principe Nicolae che disegna Audrey Rose come una vampira e al professor Radu, che crede fermamente nel folklore, Audrey Rose e Thomas si scoprono non solo compagni d’avventura ma anche amici e innamorati grazie ai saggi consigli della sorella di lui, Daciana, che fa loro visita mentre sta compiendo il Grand Tour. Il lettore può riconoscere un’alleata dei due protagonisti anche nella serva Ileana, dalla quale sarà divertente e piacevole imparare un ampio vocabolario romeno per poi lasciarsi andare a un po’ di frivolezze attraverso il personaggio di Anastasia, unico raggio di luce in un ambiente cupo come quello descritto.

I luoghi che ci vengono descritti hanno il pregio di arrivare alla nostra fantasia attraverso la narrazione in prima persona e, perciò, vengono interiorizzati e riportati al lettore attraverso la lente delle emozioni di Audrey Rose.
Quando uno dei personaggi principali viene ritrovato morto, mangiato vivo da un nuvolo di pipistrelli vampiro allevati nel castello, i nostri novelli Sherlock e Watson sembrano i soli in grado di poter svelare l’identità del principe Dracula nel contemporaneo tentativo di fermare l’assassino che cerca lo sconosciuto discendente dell’Impalatore, mettendo in gioco perfino la loro stessa vita.

Libri come questo sono scritti sia per trascinarci in un universo fantastico che ci fa conoscere meglio noi stessi e le nostre paure sia per renderci consapevoli della realtà che ci circonda. Un’operazione che l’autrice fa attraverso un uso scaltro e intelligente di carta e inchiostro, non senza prendere una chiara posizione a favore dei diritti LGBT+ grazie alla presenza di due donne, dal ruolo di certo non secondario, che sono legate da un amore saffico che viene presentato come una delle tante sfumature che questo sentimento può assumere.
Consigliamo perciò questo libro perché i due principali pilastri su cui si regge sono la trama da romanzo poliziesco con innesti del genere horror e l’intreccio amoroso: il lettore è chiamato a sciogliere assieme ai due protagonisti un giallo dai tratti decisamente macabri e a riconoscere la modernità del legame che unisce Audrey Rose e Thomas. I due infatti imparano a conoscersi come individui lontani dagli obblighi della società londinese e lei in particolare saggia le proprie forze come persona che non ha bisogno di nascondersi dietro a un uomo per esprimere la sua opinione, proprio dinnanzi agli occhi del lettore.

This is not America: “Il caravan” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Ogni libro ha un proprio periodo dell’anno; ce ne sono alcuni che hanno una stagione dentro ed è in quella che desiderano essere letti. Ero in cerca di un bel libro che sapesse di estate e sotto questo punto di vista Il caravan, primo romanzo di Jennifer Pashley (pubblicato lo scorso luglio da Carbonio Editore, collana “Cielo stellato”, traduzione di Anna Mioni), non ha tradito le mie attese.

Sudest degli Stati Uniti, giorni nostri. A South Lake le serate si sprecano nei bar e i dolori si annegano nell’alcol. Da quando ha perso la propria bambina in uno sciagurato incidente domestico, la ventitreenne Rayelle Reed segue alla lettera questo codice di comportamento; la sua famiglia e il resto della comunità le hanno dato esempi molto concreti in tal senso. È giovane ma dalle sue parti l’età è relativa; più che un conto è un compromesso fra noia e abbandono, per cui non ha tutti torti a pensare quello che pensa, e cioè che difficilmente si salverà. Le persone che più contavano nella sua vita non ci sono più, se ne sono andate: non solo sua figlia Summer, la perdita più grave che potesse subire, ma anche il proprio compagno Eli, la cui storia insieme non ha più potuto funzionare, e l’adorata cugina Khaki, colei che ha iniziato questa brutale serie di addii fuggendo di casa.

Come contraltare di una realtà così gretta, provinciale e meschina, la speranza in una seconda occasione è il miraggio che tiene a galla le vite di molti, laggiù. Gli sconfitti come Rayelle si guardano bene dal rivelarlo a sé stessi o agli altri (ogni giorno sulla strada gli animali finiscono sotto alle ruote delle auto per molto meno), eppure chi non è ancora perduto del tutto è obbligato a coltivare questo pensiero in segreto per mantenersi vivo. Rayelle non fa eccezione, ma quando l’opportunità che attende le si presenta quasi non la riconosce. Si chiama Couper, ha un discreto fascino, un nutrito catalogo di matrimoni falliti alle spalle e sta viaggiando di Stato in Stato con un caravan attaccato alla sua Gran Torino. Dice di essere un giornalista e di stare indagando sulle sparizioni di alcune ragazze, ma per Rayelle è soprattutto un uomo con cui passare una notte, e pazienza se per età potrebbe essere suo padre.
Quella notte si trasforma in un’intera estate. Di giorno Rayelle siede sul sedile passeggeri della Gran Torino e fa da assistente a Couper nella sua indagine, quando si fa buio divide con lui il piccolo letto del caravan. Non passa molto tempo prima che da questa strana convivenza spunti una piccola ma salutare ritualità domestica che, se non rimedia al passato, almeno ne lenisce il tormento. C’è perfino spazio per qualche sogno, l’importante è farselo bastare come tale. Il sole che spiove su quello squarcio di America sembra proprio voler regalare ai due amanti una vacanza dalle loro vite incasinate, eppure sia Rayelle che Couper sanno che nessuno dei due è la soluzione ai problemi dell’altro. La storia di un’estate non potrà riempire il vuoto che la ragazza ha dentro; prima o poi Couper se ne andrà e lei rimarrà di nuovo sola con i suoi fantasmi. Con un po’ di fortuna questa avventura potrebbe però ancora permetterle di scoprire dove si è cacciata sua cugina. Gli indizi che lei e Couper hanno raccolto sulle ragazze scomparse non sono confortanti, la polizia ancora non sa di avere a che fare con un serial killer, ma forse non è ancora tutto perduto e per Khaki può ancora esserci speranza. L’unica cosa che adesso conta è trovare il killer prima che lui trovi lei…

Come si evince dalla trama, Il caravan è sostenuto da una serie di premesse e circostanze importanti che lo proiettano nel solco della fiction realista. Jennifer Pashley investe molto nella ricostruzione della provincia americana e si sforza di trascinare il lettore nei grandi spazi aperti e nelle cittadine polverose e dall’aria stagnante che sfilano dietro ai vetri della Gran Torino, riuscendo a centrare il risultato con immagini vivide e neanche troppo stereotipate. Nonostante l’ambientazione che si è scelta per il suo primo romanzo sia una delle più logorate dall’uso, l’autrice ha fatto il possibile per non rimanere impigliata nelle solite inquadrature da film TV e alcuni degli interludi più originali a cui è ricorsa l’hanno premiata, svecchiando l’immagine appiattita che si è soliti importare dell’America.

«In una piccola città non si sfugge a niente. La città sa tutto, ma mai abbastanza. Sa di tutti i ragazzi con cui sei andata a letto, ma non quali di loro amavi. La gente si limita a ricostruirti dai frammenti, dagli scorci di te che ha intravisto in giro […]».

La sua scrittura trae la propria forza e bellezza dall’acceso contrasto che si concretizza sulla pagina. Lo squallore e la crudezza che lo sguardo di Rayelle cattura senza esprimere giudizi sono controbilanciati da schegge di inatteso lirismo e brani di acuta espressività. Il romanzo parla di vite reiette, di violenza domestica, di disagio postindustriale, ma lo stile scelto da Pashley per raccontarlo non si avvale di forme altrettanto torbide. I bambini e le bambine si divertono a fare i magnaccia, imparano il sesso per gioco imitando gli adulti, e a volte muoiono in stupidi incidenti; durante l’adolescenza molte ragazze hanno la loro prima gravidanza, e se non possono permettersi di tenere il bambino vanno ad abortire come andrebbero a farsi un tatuaggio; succede tutto questo nella provincia americana raccontata da Jennifer Pashley – una provincia religiosa, cristiana, ma senza redenzione –, eppure la sua scrittura non ferisce nemmeno una volta; se possibile, al contrario, essa cerca di curare, quasi come se il primo rimedio contro una realtà tanto cruda stia nella ricercatezza dello stile, nella sobria eleganza del linguaggio.

Se questi erano i punti di forza del romanzo, le caratteristiche che incidono più positivamente sul suo giudizio, le poche criticità che ho riscontrato riguardano quasi tutte lo sviluppo della trama. Il caravan non è un giallo né un poliziesco, ma Pashley ha forse investito troppo sulla componente investigativa del suo romanzo per scegliere una struttura narrativa che richiede lo svelamento dell’identità del killer dopo poche pagine. Il lettore viene spiazzato da questa verità giunta troppo presto e all’improvviso, e fa tutto ciò che è in suo potere per trovare un’altra spiegazione e intorbidire le acque, ma inutilmente. L’autrice ha predisposto per lui un percorso completamente diverso che prevede di seguire Rayelle e Couper mentre si avvicinano alla verità e regolano i conti con un killer ignoto a loro soltanto. Si tratta di uno svolgimento insolito e con una discreta percentuale di rischio; alla fine il lettore non si pente di averlo seguito perché la storia trova comunque il modo di farsi apprezzare sotto altri punti di vista, tuttavia i limiti di questa scelta producono le loro conseguenze e Pashley, secondo me, avrebbe potuto irrobustire altri elementi della trama per compensare la mancata suspense (eh sì, il finale è un po’ troppo annunciato…).

Come però ho detto il romanzo si fa perdonare in altro modo. Uno degli elementi più interessanti è lo sguardo tutto al femminile sugli eventi e sulle cose. Non ci sono né buoni né cattivi, ma quando una donna decide di fare del male non deve necessariamente vestire i panni della femme fatale; nel Caravan le donne possono essere davvero violente e perfino mortali, vanno in giro in pick-up e sfidando gli uomini sul loro stesso terreno, quello della delinquenza, in un confronto che mette in dubbio la presunta superiorità maschile arrivando a tingersi dei colori della parità di genere e dell’autodeterminazione della comunità LGBTQ. Anche qui certi passaggi scricchiolano un po’ – il realismo che ho elogiato prima nei riguardi dell’ambientazione e del contesto in questo caso avrebbe avuto bisogno di qualche accortezza in più –, eppure la prospettiva rimane interessante, colpisce per le sue intenzioni innovative e dietro di sé potrebbe comunque lasciare una scia.

Credo che del suo esordio romanzesco Jennifer Pashley abbia fatto bene a ritenersi soddisfatta (l’edizione americana è del 2015 e per questo romanzo ha ricevuto riconoscimenti e premi), e così credo che debbano esserlo oggi i suoi lettori italiani. Il caravan è un romanzo capace di intrattenere ma, a differenza di una semplice lettura estiva, non si esime dall’abbandonare la superficie delle cose per calarsi in acque più torbide e oscure traendone messaggi importanti.

Una particolarità: i dialoghi non hanno virgolette. Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice oppure di una redazionale; è più probabile che sia la prima, comunque.

Jeanne Hébuterne, un’artista a Montparnasse. Dialogo con Grazia Pulvirenti, autrice di “Non dipingerai i miei occhi”

Intervista a cura di Andrea Carria

Se doveste imbattervi nel nome di Jeanne Hébuterne (1898-1920) e rimanere per un attimo interdetti come è successo a me, ci sono due cose che potete fare. La prima, nell’immediato, è non sentirvi eccessivamente in colpa: purtroppo la Storia non è stata generosa con questa artista incredibile e il suo nome non produce ancora l’eco che meriterebbe. La seconda invece è andarvi a leggere Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Editoriale Jouvence, 2020) di Grazia Pulvirenti, un romanzo davvero molto intimo e intenso che omaggia la memoria di colei che spesso viene ricordata solo come musa e modella di Modigliani, cercando di mostrarla per quello che realmente è stata: una donna in anticipo rispetto alla media del suo tempo, una compagna innamorata e fedele, un’artista dal talento cristallino e, infine, la protagonista di una tragedia moderna che ha inverato la leggenda di Tristano e Isotta.

«Al risveglio mi guardi, mentre con la tavolozza in mano sto davanti a una tela. Quando mi vedi dipingere mi contempli a lungo, tu il grande Modì, te ne stai lì a scrutare cosa fanno le mie mani, come mescolano i colori, cosa vedono i miei occhi. A volte fai dei ritocchi, dai qualche pennellata, evidenzi un particolare, mi lodi, m’incoraggi, mi guardi compiaciuto. Quando ho dipinto il mio autoritratto hai detto che era più bello di un dipinto di Matisse, che oltre alla forza dei colori possiedo quella delle linee, che avremmo dovuto esporre insieme… Figurarsi Dedo, io devo ancora crescere, maturare, devo vederti dipingere, no, non per imitarti, ma per imparare quella forza con cui catturi l’anima.»

Dopo aver letto questo romanzo, ho avuto il piacere di porre qualche domanda direttamente all’autrice e di soddisfare così molte curiosità.

ANDREA CARRIA. Fra le cose che ho apprezzato di più del suo libro ci sono le pagine in cui lei racconta la vita nella Parigi degli artisti prima, durante e subito dopo la Grande Guerra: secondo me, è riuscita a restituire la giusta atmosfera della capitale francese in quegli anni, mentre era il più grande laboratorio artistico al mondo. Non era un ambiente facile, e per una giovane donna ancora meno. Ecco, vorrei partire proprio da qui perché la cosa mi incuriosisce, e dunque le domando: premettendo che, artisticamente parlando, Jeanne Hébuterne non aveva niente da invidiare a nessuno, quando sognava di diventare un’artista stava solamente sognando oppure stava progettando un futuro che era davvero alla sua portata?

GRAZIA PULVIRENTI. Domanda difficile per incominciare! Come lei ha ben colto, il mio sforzo narrativo in questo romanzo è stato duplice: da una parte restituire la dimensione della corporeità, della sofferenza e dei patimenti della carne e dell’anima a quel gruppo di giovani squattrinati, che vivevano in miseria e in comuni d’artisti. Si trattava di sognatori, visionari, che si riunirono nella Parigi degli anni folli per dare vita a intuizioni potenti e farneticazioni della mente e del gesto pittorico o scultoreo da cui nacquero le grandi rivoluzioni che vanno dall’arte fauves all’espressionismo e al cubismo. Dall’altra, far emergere la personalità e la ricchezza emotiva, artistica e caratteriale di una donna che è rimasta nel cono d’ombra gettato su lei dal più famoso Modigliani. Come fare a restituire lo sguardo di Jeanne sul mondo e liberarla dallo sguardo di Modì che l’ha ingabbiata nei panni della musa e della donna innamorata alla follia? Come riuscire a ritrovare l’autentica voce di Jeanne, visto che la famiglia di lei ha occultato tutti i documenti della sua vita che sarebbero stati utili per ricostruire la Jeanne in carne ed ossa, oltre l’immagine dell’icona confezionata da Modì? La mia via è stata in primo luogo quella di partire dai suoi dipinti e disegni, per indagare, recuperare e far esprimere la visione interiore di Jeanne. A questa si è aggiunta la ricerca di documenti e fonti, fra cui la grande scoperta per me di Jeanne che posa, insieme a delle amiche, per Foujita, svelando tratti inediti della sua personalità, dal momento che in questi dipinti appare in maniera completamente diversa da come la conosciamo. Per arrivare alla sua domanda: io credo di sì, che in quel momento esaltante, anche per l’affermazione di donne-artiste, la giovanissima Jeanne a 19 anni varcò il miraggio di Montparnasse con la determinazione di diventare un’artista, osando misurarsi con coloro che venivano considerati come i “grandi” già allora, Picasso o Matisse per esempio, da cui credo che ella abbia molto imparato. Tra l’altro scelse il sentiero dell’arte in maniera decisa e inequivocabile: studiava alla Accademia Colarossi e a quella di arti applicate.

Jeanne era molto giovane, ma nel libro emerge il profilo di una donna emancipata, moderna e con una volontà ben definita. Si considerava un’artista, era un’artista a tutti gli effetti come lei ha appena ricordato, e il suo stile rimase sempre piuttosto autonomo da quello di Modì. Al tempo stesso era però anche la compagna e la modella di uno dei pittori più straordinari del XX secolo. Da scrittrice, quanto è stato difficile tenere a bada la figura prorompente di Modigliani e rimanere concentrata su Jeanne? Ha usato qualche metodo particolare oppure, mentre scriveva, è subito riuscita a focalizzare l’immagine e la personalità della pittrice?

Io sono partita da Jeanne, ovvero da un dipinto, un suo autoritratto che vidi in una mostra collettanea senza sapere nemmeno chi fosse quella pittrice. Mi interessai a una sconosciuta, di cui mi colpì l’intensità espressiva e la capacità di cogliere e trasfigurare in colori accesi e contrastanti la sofferenza umana. Mi interessava capire la tecnica, lo scavo dell’animo. Solo successivamente scoprii che si trattava della musa e compagna di Modigliani. Questo però instillò in me una sorta di ossessione a scoprire chi fosse realmente quella donna. Per cui direi che la mia attenzione è sempre rimasta focalizzata su lei e sullo sforzo di farne riemergere la voce e la visione del mondo. L’incontro con Modigliani segnò e cambiò la sua vita, ma ancora una volta, anche narrando di ciò, mi ha sempre guidato la volontà di far rivivere questa storia dalla prospettiva di lei, parafrasando la dedica al libro: affinché  il suo “sguardo silente possa ancora parlare…”.

Jeanne Hébuterne in uno scatto del 1917 ca.

Subito dopo aver iniziato a leggere il suo libro, sono andato a cercare una foto di Jeanne Hébuterne su internet e anch’io sono rimasto ipnotizzato dal suo sguardo. I suoi occhi mostrano una consapevolezza di sé che incute quasi timore e impone delle domande. Una di queste è: una donna così, che ha dato prova di una resilienza estrema all’interno di una famiglia tanto opprimente, come ha potuto rinunciare alla carriera di artista proprio quando si era liberata? O forse Jeanne cambiò soltanto la vecchia gabbia con una nuova? A suo parere, l’amore profondo che nutriva per il suo Amedeo, per il suo Dedo, riesce a spiegare fino in fondo una rinuncia così grande?

Lei mi pone solo domande difficili, che scavano nell’animo di Jeanne. Spero di esserne all’altezza e fornire delle risposte che si approssimino alla verità. Nella ricostruzione che ho fatto del carattere di Jeanne attraverso testimonianze di amiche, amici e conoscenti, ma soprattutto attraverso il suo sguardo sul mondo recuperato dai suoi dipinti, Jeanne era non la figura remissiva e passiva che ci viene presentata nelle biografie di Modigliani. Era una ragazzina, giovanissima, questo è vero, ma determinata e audace: in tal senso l’amore assoluto e totalizzante che provò per Modigliani rientra a mio avviso in una ostinazione caparbia e in una determinazione estrema: lei scelse quell’uomo, scelse quell’amore e riuscì ad imporlo anche a lui, che di amori ne cambiava tanti e di continuo, imponendogli anche la sua figura come inizio e fine irraggiungibile della sua ricerca di bellezza e assoluto: nessuna donna, nessuna persona è stata tanto ossessivamente ritratta da Modì, che a Jeanne dedicò più di venti dipinti.

Il libro si intitola Non dipingerai i miei occhi e, anche in base a quello che ci siamo detti finora, mi sembra non possa esserci titolo migliore. Un’idea personale che mi sono fatto è che nemmeno Modigliani sia riuscito a scoprire il segreto dello sguardo di Jeanne e che anzi lei considerasse la propria interiorità una faccenda davvero molto intima, privata. Se fosse stato possibile, cosa avrebbe voluto domandare a Jeanne Hébuterne mentre stava scrivendo questo libro su di lei?

Se è mai stata davvero felice o se il suo ardore e amore li ha vissuti al prezzo di una inesauribile e incessante sofferenza, che è la cosa più pura del mondo.

Jeanne Hébuterne, “Autoritratto”, 1916-17.

Anche se il suo è un libro su Jeanne, mi permetta di porle una domanda su Amedeo. Modigliani non amava i cubisti; ne era amico, come in generale lo erano fra sé tutti gli artisti che animavano l’Ecole de Paris, ma a Modì il cubismo lo ha sempre lasciato piuttosto indifferente, a volte persino infastidito. Scrivendo Non dipingerai i miei occhi, si è accorta di aver usato una tecnica che ricorda molto da vicino quella cubista delle prospettive simultanee e dei punti di vista multipli? Era una cosa voluta?

In parte sì: in quegli anni si scompose la visione del mondo per ricomporsi attraverso altre prospettive. E questa operazione non fu merito di un solo artista, ma di una coralità di individui dalla forte personalità, che vedevano, scomponevano e ricomponevano le tessere dell’animo umano e della loro visione del mondo in maniera del tutto soggettiva e differenziata. Mi interessava far emergere questa “coralità di visioni”, cercando di recuperare nella narrazione i tratti pittorici più differenti, per cui la scrittura diviene a volte più evocativa, come quando prende spunto dalla prospettiva pittorica di Foujita, a volte violenta, come nel caso dei riferimenti all’opera pittorica di Picasso, altre grondante di sangue e decomposizione della carne, come nel caso della visione di Soutine, di follia e squilibrio come nel caso di Utrillo, di assoluto come nel caso della pittura di Modigliani.

Quali insegnamenti possono ricavare da Jeanne Hébuterne le donne e le artiste del XXI secolo? Pensa che la sua figura abbia le caratteristiche giuste per diventare una nuova icona del femminismo?

Credo proprio di sì: Jeanne è un esempio straordinario della devozione a un ideale, a un sogno da inseguire a qualsiasi costo. In tal senso anche il suo suicidio non è un atto di resa incondizionata al fallimento della sua vita e di quella dell’amato, ma una sorta di coronamento dell’ideale romantico: l’inveramento dell’assoluto amore nella morte.

Grazia Pulvirenti (© Grazia Ippolito).

Per farmi perdonare, direi di concludere la nostra chiacchierata con una domanda più facile… almeno in apparenza. Cos’è per lei l’avanguardismo?

Uno sguardo inedito, inatteso, sorprendente sul mondo. Come quello di Jeanne e di Modigliani che pagarono il prezzo della loro innovativa visione artistica con la miseria, la sofferenza dei corpi, i tormenti dell’animo, per ricevere, almeno lui, i meritati riconoscimenti all’opera compiuta solo quando il corpo era freddo nella bara, durante quel funerale in cui i prezzi delle sue opere, fino ad allora venduti a pochissimo o dati in cambio di un pasto, presero a lievitare. A Jeanne questo riconoscimento ancora non è toccato: le sue opere sono state per decenni occultate dalla famiglia e di recente vendute a cifre significative in aste, che ne hanno disperso il corpus. Anche questo è avanguardismo: non venire compresi e apprezzati in vita per l’intensità e innovazione del messaggio, ricevere plausi e riconoscimenti solo post-mortem.

*Immagine in copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta con il braccio sulla spalliera, 1918, Pasadena, Norton Simon Museum of Art (particolare).

Voce del verbo ‘intervistare’: Oriana Fallaci e così sia

Di Andrea Carria

Giornalista, inviata, reporter di guerra e infine «scrittore», come lei stessa usava definirsi per il disappunto di molte femministe di ieri e oggi: Oriana Fallaci è stata tutto questo e molto altro ancora. Definirla con una parola è pertanto impossibile, si ometterebbero troppe cose fondamentali della sua carriera; così un buon compromesso potrebbe essere quello di usare una perifrasi e presentarla come una delle voci più autorevoli e una delle penne più prolifiche del Dopoguerra. Chiarito questo, nell’articolo di oggi la incontreremo nella veste in cui il mondo ha imparato ad amarla e i potenti l’hanno temuta di più: la veste dell’intervistatrice più libera, schietta, diretta e non manipolabile davanti alla quale accomodarsi.

«Io non mi sento, né riuscirò mai a sentirmi, un freddo registratore di quel che ascolto e che vedo. Su ogni esperienza professionale lascio brandelli d’anima, a quel che ascolto e che vedo partecipo come se la cosa mi riguardasse personalmente o dovessi prender posizione, (infatti la prendo, sempre, in base a una precisa scelta morale) […]»

Le interviste di Oriana Fallaci hanno fatto la storia del giornalismo planetario e ancora oggi rappresentano un punto di riferimento per le nuove generazioni di reporter. Intervistare qualcuno, per lei, significava farne il «ritratto», e forse la sua abilità non era solo frutto della bravura e della sua proverbiale scaltrezza ma, appunto, anche merito di ciò che ella pretendeva di ricavare da un’intervista. Per come era fatta, conoscere il funzionamento umano del proprio interlocutore non era meno importante di sapere se stava dicendo la verità oppure no, e questo la portava a piazzare le sue domande con la stessa determinazione di un’antropologa o di una scienziata alle prese con la ricerca della vita. Erano domande accuratamente scelte ed emotive allo stesso tempo, le sue; un mix potentissimo di intelligenza, acume e sfacciataggine su cui si divertiva a ricamare lei stessa per prima e che la rendeva pressoché ingovernabile. Anche imprevedibile, certo, ma solo fino a un certo punto: il fatto che ogni sua nuova intervista sarebbe stata un evento era infatti noto a tutti fin dall’inizio. Era lei a dirigere l’intervista con piglio battagliero; era lei a dettarne il ritmo e a decidere se e quando renderlo più incalzante; era lei che metteva in soggezione i potenti e i reali di mezzo mondo all’interno dei loro palazzi. E se dall’altra parte quest’ultimi avevano la sensazione di star seduti su un cuscino di spine, non era affar suo: lei era lì per raccogliere la Verità e poi raccontarla ai suoi lettori, non per mettere a proprio agio la gente.

Fiorentina, venuta su in fretta tra i libri e le bombe, non era il tipo più facile da accontentare nemmeno dimostrandosi disponibili e collaborativi. Si riteneva soddisfatta soltanto se era lei stessa a deciderlo, né mollava l’osso se non era convinta di aver veramente compreso chi aveva di fronte. Nelle molte interviste che ho letto nell’ultimo periodo, solo uno seppe tenerle testa e parlare a ruota libera fintanto che il buio non sorprese entrambi; ma era un fiume in piena che era stato trattenuto per cinque anni nelle prigioni della Grecia dei Colonnelli, dove aveva patito torture indicibili. Si chiamava Alexandros Panagulis e per circa un paio d’anni, fino alla notte del 30 aprile 1976 quando rimase vittima di un attentato, fu il suo compagno.

Capita spesso di leggere un’intervista della Fallaci e di ritrovarsi spettatori improvvisati di un incontro di boxe. Perché, naturalmente, lei diceva la sua. Fra gli innumerevoli talenti su cui poteva contare, quello per il dibattito l’ha servita in molte occasioni. Contestare, polemizzare erano tratti salienti della sua personalità, così come lo era il “caratteraccio” che ancora oggi molti suoi amici ricordano con affetto. È probabile che la Fallaci trovasse nello scontro franco e aperto un che di affascinante e di irresistibile, tuttavia le sue polemiche non erano mai fini a loro stesse e non nascevano da nessuna brama egoistica. I suoi unici moventi erano la Verità, la Libertà e la difesa delle stesse, valori nei quali era stata educata e a cui credeva ardentemente. Contestare un torto, opporsi a un sopruso erano per lei esercizi di libertà e ai suoi occhi possedevano un valore morale adamantino, superato soltanto dalla lotta contro il fascismo, che considerava l’obbligo, il dovere di ogni persona libera. Era una passionale, certo; era una passionale prima di ogni altra cosa e lo rivendicava con orgoglio, ma non permetteva mai che questo lato di sé lavorasse contro la ragione e ne oscurasse il giudizio.

Oggi le interviste di Oriana Fallaci sono considerate fonti storiche, esempi di metodologia professionale, dispense da accludere nelle bibliografie dei master in giornalismo e documenti da citare, magari con piglio profetico, nelle conferenze su questa o quella crisi planetaria; ma per il suo pubblico — uno dei più vasti del mondo a detta del Columbia College di Chicago — rimangono produzioni letterarie d’autore pensate per informare e divertire i lettori. Le sue interviste sono belle da leggere e su questo c’è poco da dire. Registrate e poi trascritte, conservano gran parte della verve tipica del parlato e, da aspirante scrittore, mi sento di raccomandarne una lettura attenta a tutti coloro che intendono rendere più realistici i propri dialoghi. Sono pagine vive dalle quali trasudano le passioni dei protagonisti, le loro convinzioni e i loro ideali. Per i più giovani, sono anche un ottimo strumento per cercare di cogliere qualcosa dell’atmosfera degli anni Sessanta e Settanta, che i saggi di storia cercano di descrivere ma che quasi mai restituiscono.

Immaginate per esempio di dover trasmettere a qualcuno che nasca proprio oggi le sensazioni e i patemi d’animo che stiamo vivendo dall’inizio della pandemia di Covid-19. Se sceglieste di scriverne, difficilmente utilizzereste la forma del saggio e optereste invece per la confessione, per il diario o addirittura per il romanzo. Come forme letterarie sarebbero tutte quante appropriate ma, anche se foste degli scrittori abilissimi, potreste non avere sempre a disposizione l’immediatezza dello stato d’animo che vorreste descrivere e dovreste affidarvi alla memoria per rievocarlo. Se invece decideste di girare dei video con lo smartphone o di registrare dei podcast che raccontino la vostra quarantena come molti in effetti hanno fatto, tutto verrebbe immortalato esattamente come si presenta: parole, tono della voce e perfino la vostra espressione. Ecco, nelle interviste della Fallaci non sono solo le parole a congelarsi nel tempo, ma anche le emozioni che portano con sé, e questo fa capire più di ogni altra spiegazione o commento dotto come venissero percepiti i pericoli di allora, da quello di una guerra nucleare al terrorismo che insanguinava le vie e le piazze d’Italia. Oggi ci appaiono vicende remote e inoffensive, ma allora non lo erano e le preoccupazioni che attanagliavano i cittadini e le istituzioni erano concrete e pressanti come quelle che ci tengono in scacco di questi tempi e che rispondono al nome di pandemia e di crisi economica. Ogni epoca ha le sue battaglie e mentre vengono combattute non ce n’è una che appaia più piccola di un’altra.

Comunque, se foste veramente indecisi sulle modalità in cui trasmettere la vostra esperienza ed esser presi per buoni adesso come fra venti o trent’anni, ecco come probabilmente vi avrebbe risposto la Fallaci con negli occhi la sua esperienza di reporter:

«Io non mi fido delle cronache tramandate a orecchio, dei resoconti stesi troppo tardi e senza facoltà di prova. La storia di ieri è un romanzo pieno di fatti che non posso controllare, di giudizi che non posso contestare.
La storia d’oggi no. Perché la storia d’oggi si scrive nell’attimo stesso del suo divenire. La si può fotografare, filmare, incidere sul nastro come le interviste coi pochi che controllano il mondo o ne mutano il corso. La si può diffondere subito: attraverso la stampa, la radio, la televisione. La si può interpretare, discutere a caldo. Io amo il giornalismo per questo. Temo il giornalismo per questo. […] Il giornalismo è un privilegio straordinario e terribile.»

Le citazioni che ho riportato provengono da Intervista con la storia, volume pubblicato da Rizzoli nel 1974 e periodicamente ristampato (la mia edizione è del 2016): al suo interno trovate le maggiori interviste raccolte dalla Fallaci tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in giro per il mondo. Nel 2009, grazie al nipote della giornalista e suo erede, Edoardo Perazzi, Rizzoli ha potuto pubblicare il sequel ideale di Intervista con la storia, ovvero Intervista con il potere: la Fallaci non ebbe mai modo di lavorarci in modo sistematico, ma nel tempo aveva cominciato a mettere da parte le interviste che, un giorno, avrebbe voluto veder pubblicate in un secondo volume, tra cui una a Gheddafi e quella, famosissima, all’ayatollah Khomeini, le sole a essere state trascritte in forma di racconto.

Se non avete mai letto nessuna sua intervista, non rimandate oltre. Sono un’esperienza letteraria nel vero senso del termine, e come tali si prendono cura delle aspettative e delle esigenze del lettore bene quanto un bel romanzo.

Verità della narrazione breve e altre dolci amarezze in “Momenti di essere e altri racconti” di Virginia Woolf

Di Gian Luca Nicoletta

Fra le opere cosiddette minori di Virginia Woolf, cioè quelle che per varie cause rimangono sul fondo dell’oceano che è stata la sua produzione e di cui in parte abbiamo anche trattato qui, oggi gradirei riportare a galla i suoi racconti.
Da poco ho terminato la lettura della raccolta, organizzata postuma da suo marito Leonard, dei Momenti di essere e altri racconti, una miscellanea di bozze, stralci, ritagli di scene che Woolf scrisse nel corso di vari anni e che, in più di una occasione, le capitò di rimaneggiare. La storia editoriale, e soprattutto filologica, di quest’opera è interessante e nella sua dinamica già ne riflette il contenuto:

«Durante tutto il corso della sua vita la Woolf scrisse saltuariamente dei racconti. Ogni volta che le veniva in mente un soggetto ne abbozzava una prima stesura molto sommaria e la riponeva in un cassetto. Se poi un direttore di giornale le chiedeva un racconto e lei si sentiva in vena di scriverne uno (il che non accadeva di frequente), tirava fuori dal cassetto il suo abbozzo e lo riscriveva, anche più e più volte. Oppure, se scrivendo un romanzo, sentiva il bisogno, come le capitava spesso, di far riposare la mente lavorando temporaneamente su qualcos’altro, scriveva un saggio critico o elaborava i suoi racconti in nuce.»

Questo estratto viene dalla prefazione al volume, scritta direttamente da Leonard Woolf. Sul piano delle pubblicazioni, questa rappresenta una sorta di eredità di Lunedì o martedì, l’unica raccolta di racconti pubblicata quando Woolf era in vita e che risale al 1921, ben venti anni prima della sua morte. In questa prospettiva bisogna quindi pensare Momenti di essere e altri racconti non come una prosecuzione dell’opera, semmai come un suo ampliamento anche se mai compiuto dalla penna stessa dell’autrice.

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Il testo consta di diciotto racconti, di varia lunghezza ma tutti classificabili come “brevi”, in nessun modo collegati tra loro a eccezione di quattro: L’abito nuovo, L’uomo che amava i propri simili, Uniti e divisi, Un riepilogo. I racconti in questione sono uniti tra loro e, a loro volta, si collegano a un altro testo fondamentale di Woolf. Sono infatti tutti ambientati durante la festa in casa di Mrs Dalloway, l’evento attorno al quale ruota la vicenda dell’omonimo romanzo pubblicato nel 1925.

Redigere una trama è dunque di scarsa utilità, poiché questa abdica a una funzione ben più importante che l’autrice conferisce al testo, ovverosia “scrivere un libro fatto di scene brevi ma significative” e questo è quanto ci viene presentato. Potrei dire che leggere quest’opera è come sfogliare l’album di fotografie di una persona sconosciuta. Veniamo immediatamente inseriti, senza alcuna presentazione, in un salotto, o in un giardino, o per la strada, e assistiamo a qualcosa che accade. La prospettiva fornitaci però, quella sì, è opera dell’artificio creativo poiché in un colpo solo vediamo la psicologia e i caratteri di più d’un personaggio e questo genera il significato che dobbiamo cogliere.

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L’entità di questo significato, poi, è in pieno stile Woolf e non tradisce nulla della tradizione scrittoria dell’autrice, anzi una ricerca approfondita sulle date di composizione e rielaborazione di questi testi potrebbe addirittura farci comprendere maggiormente il processo di maturazione di Woolf nel corso degli anni.
In piena rottura con la letteratura che l’aveva preceduta, dove grandi sistemi morali venivano messi sotto il microscopio della generazione vittoriana e illustravano e insegnavano alla società il giusto modo di essere, Woolf rimette al centro del discorso poetico la quotidianità, la banalità e in più d’un caso il senso prettamente intimo e incomprensibile agli altri di quello che facciamo. Così facendo ci fa scoprire com’è che un matrimonio può naufragare da un giorno all’altro, quando la sua generazione e quelle precedenti (a partire da Jane Austen) erano state istruire a vedere il matrimonio come la massima ambizione, la mèta foriera di felicità domestica femminile; oppure il ribaltamento agli occhi di una persona della proporzione fra una promettente carriera e una passione del tutto priva di obiettivi utilitaristici, smontando il sistema anglo-americano e più genericamente borghese della conquista della vetta, dell’affermazione sociale attraverso un pubblico riconoscimento e l’accumulo di un patrimonio sostanzioso. Ci fa vedere anche, e con estrema delicatezza, che l’amore è qualcosa di puro nella sua semplice interezza e che può essere differente da quello socialmente accettato come naturale.

Trattandosi di una raccolta che non ha un carattere unitario, la lettura di quest’opera si presta anche e più facilmente a un’esecuzione frammentaria, perfetta per chi vorrebbe leggere ma non ha molto tempo o energie per farlo. Potete gustare questi racconti anche inframmezzandoli all’interno di una lettura più imponente. Ciò che comunque vi rimarrà sarà la possibilità, in qualsiasi momento lo desidererete, di poter apprezzare nuovamente e sotto una nuova luce qualche aspetto della vostra vita, racchiusa in una piccola perla scoperta da Virginia e donataci da Leonard.

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

8 Marzo di ogni epoca: il potere della donna a corte, sul trono e…

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’approssimarsi della Giornata internazionale della Donna, ho pensato di condividere con voi le riflessioni di una penna illustre della scrittura al e del femminile: Benedetta Craveri.

L’opera in particolare che vi presento oggi è stata pubblicata nel 2005 da Adelphi, il cui titolo emblematico è Amanti e regine. Il potere delle donne, un bellissimo nonché godibilissimo testo nel quale Craveri traccia una storia del potere femminile nell’ambito dell’esercizio di quello tipicamente maschile, ovverosia l’amministrazione e il governo di un regno, quello Francese, dal XVI al XVIII secolo.

La scrittura di Craveri, ben nota a chi è appassionato del mondo francofono, alterna momenti di scientifica trattazione storica a momenti di più leggera descrizione romanzesca, in un connubio che non rende mai la lettura stancante e anzi, incuriosisce e sprona a procedere (questo, a mio avviso, il miglior modo di fare una divulgazione di qualità).

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Entriamo dunque nel testo vero e proprio e osserviamo chi sono le donne che Craveri ci invita a conoscere più da vicino: sono regine consorti (le quali sono investite del titolo solo in virtù del matrimonio col sovrano, dunque differenti dalle regine regnanti che invece esercitano il loro diritto personale di regnare, come lo sono state Elisabetta I, la regina Vittoria e l’attuale Elisabetta II, per citare solo le più note), poi ci sono le cortigiane e le amanti. Ci tengo a fare una piccola specificazione tra i ruoli di cortigiana e amante, perché le prime esercitavano la loro influenza meramente grazie alla loro astuzia e intelligenza, mentre le seconde potevano avvalersi anche del proprio corpo come mezzo di persuasione e convincimento. Queste tre categorie di donne non solo vivevano sotto allo stesso fastoso tetto, si pensi a Versailles dal periodo di Luigi XIV in poi, ma ruotavano anche attorno allo stesso uomo, il re.

«Nella Francia del Cinquecento sovrane e principesse non sono, però, le sole a tenere la scena. In loro assenza, accanto a loro, spesso in aperto antagonismo con loro, avanzano le regine dei cuori, le potentissime favorite reali…»

Se infatti la regina consorte giungeva ai ranghi più alti della società di corte per matrimonio, cioè quasi sempre in forza di un accordo precedentemente preso fra i genitori dello sposo e i genitori della sposa senza che gli interessati potessero esprimere un proprio parere, la favorita (una cortigiana che assurge al ruolo di amante) diventava tale grazie a un palese apprezzamento del sovrano. Quest’ultimo lo dimostrava attraverso gesti profondamente simbolici e pubblici quali il saluto, la parola e il dono a chi, tra le donne che popolavano la sua corte, fosse quella che lui stesso aveva giudicato superiore alle altre. Poco importava che la favorita potesse essere già sposata o che la regina consorte ne potesse avere a male.
Sin qui potreste pensare che tutto ruota attorno alle scelte del re, quindi dove si manifesta il potere femminile?

Per rispondere alla domanda proporrò due esempi tratti dal testo: il primo è quello di Caterina de’ Medici, il secondo è quello di Madame de Pompadour.

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Édouard Debat-Ponsan ritrae Caterina de’ Medici che osserva le vittime del massacro di San Bartolomeo

Caterina de’ Medici fu regina consorte di Francia grazie al matrimonio con Enrico II di Valois. Dalla loro unione nacquero, seppur con molte difficoltà e dopo ben dieci anni di matrimonio, molti figli di cui però non tutti giunsero all’età adulta. Nel 1559 ella rimase vedova e da allora sino al 1589 fu di fatto la regine reggente di Francia, aiutando i due figli che si succedettero sul trono. Quella di Caterina de’ Medici fu senza dubbio un’acuta strategia politica, volta ad assicurare attorno alla sua figura un’aura di clemente austerità che le garantisse il primato a corte dopo la morte di Enrico II:

«Tutta la sua autorità derivava dall’essere vedova e madre, condizioni che per incutere rispetto esigevano la rinuncia a ogni forma di vanità femminile, la devozione al marito scomparso, l’austerità, la castità, la totale dedizione all’educazione dei figli e agli interessi del piccolo re. […] La sua severità non aveva però niente di arcigno: una incipiente pinguedine contribuiva a conferirle un’aria rassicurante, bonaria, resa ancora più convincente da una squisita cortesia e da un tono suadente. […] la sua grande capacità di persuasione, unita a un notevole acume psicologico e a un’arte consumata della dissimulazione, faceva di Caterina una straordinaria mediatrice e una abilissima diplomatica.»

L’impalcatura che Caterina costruì attorno alla sua figura per sostenerla nell’incertezza di una donna sola al comando si basò sul sapiente utilizzo di simboli: fu lei ad adottare l’utilizzo del nero per esprimere il proprio lutto, quando in precedenza si usava il bianco, fu lei a codificare in una indistruttibile ritualità tutti i cerimoniali di corte, delle udienze e delle feste. Mai, durante la sua reggenza (che potremmo benissimo definir regno se non per timore di sbagliare giuridicamente), il cerimoniale di corte si fermò un solo giorno, neanche durante le guerre, neanche durante il sanguinoso fratricidio che furono le lotte religiose tra cattolici e ugonotti. Il suo obiettivo principale fu e rimase il mantenimento e l’accrescimento dell’autorità regale, placando e contrastando le spinte che dal basso venivano rinfocolate dai feudatari che reclamavano sempre meno vincoli con la corona. Il suo lavoro di regina reggente si esplicitò nei termini di una conservazione di quella che sarebbe stata, alla sua morte, l’eredità del regno ai suoi figli e il mantenimento sul trono della dinastia Valois.

Il secondo esempio di questa espressione di potere (al) femminile viene da Jeanne Antoinette Poisson, meglio conosciuta come “Reinette” o Madame de Pompadour.
Il caso di Madame de Pompadour ci mostra l’ascesa sociale che la giovane “Reinette” (“reginetta”) fece dal suo ambiente alto borghese di provenienza. Grazie alla sua acuta e seducente personalità riuscì non solo a farsi introdurre alla corte di Versailles di Luigi XV, ma anche a diventarne la favorita per quasi vent’anni.

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La Marchesa di Pompadour, ritratto di François Boucher

«Si riteneva la marchesa colpevole di incoraggiare Luigi XV a isolarsi dalla sua corte per meglio dominarlo, e di influire sulla scelta dei pochi fortunati chiamati a condividerne l’intimità, il che equivaleva ad appropriarsi surrettiziamente di una prerogativa esclusiva del sovrano: l’esercizio del favore.»

Questo elemento, l’esercizio del favore, sta alle favorite nella stessa proporzione in cui la conservazione del potere regale sta alla regina reggente: è semplicemente tutto. Sono i massimi cui le due categorie di donne possono ambire, proprio perché rappresentano l’essenza stessa del potere del sovrano: la regalità e il favore, l’autodeterminazione e il giudizio. Ricordiamo il percorso diverso dal quale le regine e le amanti giungono in cima alla piramide sociale: la regina dall’esterno, l’amante dall’interno. Dunque se il potere e il favore sono gli strumenti che il re ha utilizzato per dare loro il dominio sul regno e sulla corte, parimenti potere e favore diventano ciò cui queste donne ambiscono per potersi autodeterminare. Nel caso di Caterina de’ Medici era chiaro, in quello di Madame de Pompadour è più sottile, perché si tratta di una favorita: isolando il re e tenendolo sempre più stretto a sé, Reinette riesce a impadronirsi del potere, di pertinenza esclusiva del sovrano, di scegliere, selezionare chi può avere accesso ai salotti e alle feste che lei organizza e di cui lei sola compone la lista degli invitati. La figura maschile viene svuotata della sua facoltà senza che il detentore di tale facoltà se ne accorga.

Oltre a questi, Craveri ci racconta molte altre storie, tutte interessanti e ugualmente efficaci, che aiutano la nostra coscienza ad ampliare e a moltiplicare lo sguardo sul potere multiforme della donna, mai privo di osservazioni contrastanti da parte di storici e critici, dandoci al contempo una bella lezione di storia, sia moderna che contemporanea.