Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Trieste e la “questione orientale”: una pagina di storia da ripassare nel Giorno del ricordo

Di Andrea Carria

 

Succede così: ci sono storie di cui un bel giorno si smette di parlare e che, alla lunga, rischiano di essere sommerse dall’inarrestabile corso della Storia. Non sempre c’è la volontà di dimenticarsene, tuttavia la possibilità esiste e spesso si verifica. Anche le questioni più ardue e annose possono andare incontro a questo rischio; anzi, proprio perché ardue, c’è da ritenere che il desiderio di voltare pagina abbia contribuito a tessere intorno a loro una sorta di silenzio, in primo luogo istituzionale, a cui poi si accoda quello della società civile.

Un esempio che si potrebbe fare riguardo alla storia del nostro Paese è la “questione orientale”, come venne chiamato il lungo braccio di ferro tra Italia e Jugoslavia per i territori dell’Istria e del Friuli Venezia Giulia, una questione d’interesse nazionale la cui vitalità odierna si concentra quasi esclusivamente a livello locale.

Partiamo da un dato. Quando a scuola si studia la storia d’Italia, leggiamo per esempio che Trieste e Gorizia vennero ufficialmente annesse nel 1919 in virtù dei trattati di pace di Parigi al termine della Prima guerra mondiale. Va bene, ma poi? Nella mia piccola esperienza ho potuto constatare che spesso il dopo viene raccontato poco e male. Nel migliore dei casi le traversie storiche di queste e delle altre città lungo il confine orientale sono condensate in un paio di righe, oppure accennate mentre vengono ricapitolati i punti di questo o quel trattato. Ma la storia tutta intera è ben più complessa e, almeno per me, molto interessante da scoprire nei suoi dettagli.

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Il porto di Trieste nel 1885

Quando scoppiò la Grande Guerra, Trieste e Gorizia facevano parte delle cosiddette terre irredente, ossia quell’insieme di città e regioni abitate in maggioranza da italiani che, dalla proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, erano rimaste in mano straniera. Ma questo era solo il punto di vista italiano, e sarebbe sbagliato vedere in quelle città lo specchio esatto dei sentimenti che animavano molti patrioti al di qua della frontiera. Per la maggior parte dei residenti le cose non stavano esattamente così. Prendiamo il caso di Trieste. Come tanti centri urbani dell’Impero asburgico, Trieste era una città multietnica, multiculturale e poliglotta: un po’ tedesca, un po’ slava e un po’ italiana, con un tocco di eccentricità conferitole dalle numerose minoranze che ha ospitato nel corso della sua storia. Collocata sulla sponda dell’Adriatico dove l’Italia incontra i Balcani, la fioritura di Trieste è sempre stata il riflesso dei traffici che il suo porto era in grado di attrarre. Proprio quest’ultimo venne proclamato porto franco nel 1719 e da quel momento conobbe uno sviluppo crescente, fino a diventare il porto più importante dell’Impero austroungarico, la sua porta sul Mediterraneo a tutti gli effetti. Insieme al porto crebbe il centro abitato vero e proprio: così, se all’inizio del XVIII secolo Trieste era solo un borgo come tanti altri, due secoli dopo essa era divenuta una città prospera e facoltosa, abitata da persone provenienti da mezza Europa, soprattutto dall’Italia.

Per quanto numerosa e favorevole all’annessione potesse essere, la popolazione italiana conviveva da secoli insieme a tante altre etnie, e queste non aspiravano certo che la loro città entrasse a far parte del regno sabaudo — nemmeno molti dei cosiddetti italiani, che poi spesso erano solo italofoni. Soprattutto non lo volevano i tedeschi e gli sloveni, le cui percentuali demiche rappresentavano qualcosa di molto più consistente di una minoranza. Il passaggio da uno stato multietnico come quello austriaco a uno nazionale come quello italiano non poteva quindi essere indolore, e infatti l’italianizzazione di Trieste, Gorizia e degli altri centri della zona conobbe momenti davvero difficili, in cui non mancarono né le migrazioni né gli scontri.

Nonostante all’Italia fossero stati appena riconosciuti nuovi territori, la verità è che i trattati di pace del 1919 avevano scontentato un po’ tutti. In numerosi ambienti del nostro Paese si fece largo l’idea dannunziana della “vittoria mutilata”, secondo cui l’Italia aveva vinto, sì, la guerra eppure a Parigi le sue rivendicazioni territoriali erano rimaste per lo più inascoltate. Sull’onda di questo convincimento, nel 1919 una spedizione volontaria guidata dal solito Gabriele D’Annunzio diede sostanza alle massime ispirazioni irredentistiche occupando Fiume, in Croazia, e istituendo una sorta di autogoverno che chiedeva l’immediata annessione della città da parte dell’Italia. L’anno seguente, a Rapallo, il ministro degli Esteri italiano e quello del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni raggiunsero un’intesa su Fiume e sul nuovo confine fra i due Stati: l’Italia ottenne un sensibile incremento territoriale, addentrandosi di molti chilometri a est e a nord di Gorizia, in Carniola, allargandosi a tutta l’Istria, ad alcune isole dell’alto Adriatico e acquisendo l’enclave di Zara. Fiume venne invece trasformata in uno Stato libero (ribelli fino all’ultimo, il Vate e i suoi vennero cannoneggiati e fatti sgomberare dalla regia Marina), il cui collegamento con l’Italia era assicurato da una striscia costiera di pochi chilometri. Soltanto con il Trattato di Roma del 1924 Fiume divenne un capoluogo di provincia italiano a tutti gli effetti.

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Cadaveri recuperati dalla Foiba di Vines nel 1943

Durante il fascismo l’italianizzazione — già in atto — dei territori orientali venne accelerata e perseguita con rinnovato vigore dalle istituzioni, a scapito delle minoranze locali. Se infatti nelle città il numero degli italiani-italofoni fosse prevalente quasi dappertutto, stessa cosa non valeva nelle zone rurali, dove la popolazione slovena o croata era la stragrande maggioranza. L’italiano fu imposto nell’insegnamento scolastico, nella carta stampata e nella toponomastica, ma anche la vita associativa e culturale delle minoranze non sfuggì all’occhio sempre vigile del regime, il quale mirava all’annichilimento delle cosiddette culture “allogene” su tutto il territorio nazionale, alimentando malcontento e risentimento.

I semi della discordia gettati dall’Italia liberale e fertilizzati dal fascismo germogliarono durante la Seconda guerra mondiale, ed ebbero conseguenze tragiche. La caduta di Mussolini nel 1943 e i problemi sempre maggiori dell’esercito tedesco un po’ dappertutto crearono le condizioni per la formazione di una Resistenza partigiana motivata e ben organizzata. Nei Balcani il maresciallo Tito prese il comando dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia e cominciò un’inarrestabile risalita, liberando una città dopo l’altra. Giunte in Istria e in Slovenia, le sue milizie si trovarono di fronte a città e paesi italiani che gli slavi rivendicavano con forza. Erano città nemiche, le città degli invasori fascisti che erano calati sulla Jugoslavia insieme ai tedeschi nel 1941, città alle quali gli stessi partigiani titini erano legati da affetti e ricordi generazionali — ma anche da un dolore e da una rabbia molto più recenti. Fu contro quelle città, le prime città appartenenti al nemico che incontrarono nella loro marcia, che le forze di liberazione jugoslave scatenarono indiscriminatamente il proprio rancore — ingiustificabile —verso la dominazione straniera, italiana e fascista.

Una stima ufficiale delle vittime delle foibe — i pozzi carsici in cui vennero gettati i corpi dei nostri connazionali giustiziati — è tuttora impossibile accertarla per la mancanza di dati sicuri e di collaborazione tra i governi nazionali. La forbice indicata dagli storici è abbastanza ampia, tuttavia sono in molti a ritenere che il computo possa raggiungere i 5.000 morti fra uomini, donne, bambini e anziani. Un vero e proprio eccidio del quale per un tempo lunghissimo non si è parlato (il tema ha raggiunto e finalmente scosso la società civile italiana soltanto negli anni Novanta), che anzi si è cercato di minimizzare e che ha conosciuto numerosi tentativi di insabbiamento. Dal 2004 (legge 92 del 30 marzo), il 10 febbraio è il Giorno del ricordo, la data in cui l’Italia commemora questa pagina luttuosa della propria storia, ricordando non solo le vittime ma anche l’esodo che venne imposto ai sopravvissuti.

Il secondo dramma che si abbatté sui cittadini italiani di Istria e Dalmazia fu infatti quello dell’abbandono forzoso delle proprie città e abitazioni, ora che queste erano finite in mani jugoslave. Qualcosa come 300.000 persone vennero rimpatriate via mare, su piroscafi come il famoso Toscana, verso i porti italiani. A testimonianza di questo esodo è il Magazzino 18 nel porto vecchio di Trieste, dove sono tuttora accatastate le masserizie (sedie, valige, posate, fotografie) abbandonate dai profughi più di settant’anni fa e mai più recuperate. Nel 2014 Magazzino 18 è diventato anche il titolo di uno spettacolo del cantante Simone Cristicchi, il quale ha diviso pubblico e critica per alcune scelte interpretative.

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Ma Trieste non poteva essere la nuova casa di queste persone. Occupate Fiume, Pola, Capodistria, Rovigno, l’Esercito popolare puntava ora verso Trieste, ingaggiando una vera e propria gara contro il tempo con le forze alleate, le quali nel frattempo risalivano la Penisola italiana. La città era insieme un simbolo e un punto strategico importantissimo che avrebbe potuto fare la differenza sul futuro assetto mondiale. La corsa venne vinta per un pelo dagli jugoslavi il 1° maggio 1945, ma la liberazione definitiva avvenne solo con l’arrivo delle truppe neozelandesi del generale Bernard Freyberg.

Con la città occupata da due forze militari, era chiaro che per il suo possesso si sarebbe aperto un contenzioso fra Italia e Jugoslavia, e che non sarebbe stato facile. Né breve. La soluzione da applicare nell’immediato fu quella di dividere i territori contesi in due aree facenti capo a due amministrazioni militari diverse: la Zona A, comprendente Trieste e i comuni circostanti, venne assegnata agli Alleati; la Zona B, corrispondente all’Istria, venne invece affidata ai militari di Tito. Come Fiume a suo tempo, ufficialmente Trieste era un territorio libero e come tale, in seguito al Trattato di Parigi del 1947 che siglava la pace fra l’Italia e le potenze Alleate, venne incluso nel Piano Marshall per la ricostruzione postbellica. Prima che sulla città potesse tornare a sventolare il Tricolore passarono altri sette anni nei quali non si fecero mancare rivendicazioni, momenti di tensione e scontri, poi, nell’ottobre del 1954, il Memorandum di Londra decretò il passaggio ufficiale della Zona A alla Repubblica Italiana. A pochissimi chilometri gli ex territori italiani della Zona B, ormai avviati verso una storia completamente diversa sotto il regime comunista a guida Tito. L’ultima appendice diplomatica di questo interminabile contenzioso si ebbe nel 1975 con il Trattato di Osimo, quando venne definitivamente posta la parola fine sul passaggio delle frontiere.

Frontiere che, lungi dal riconciliare, nel caso di Trieste hanno almeno assicurato l’integrità urbana di una città, non furono altrettanto rispettose altrove. A Gorizia — che nel maggio del 1945 subì la deportazione di 665 cittadini verso la Jugoslavia — il confine fra Italia e Slovenia taglia ancora oggi il centro abitato e in alcuni casi le proprietà immobiliari dei cittadini. Simbolo dello smembramento è il bell’edificio della stazione della Linea Transalpina Trieste-Jesenice, un tempo stazione della città di Gorizia oggi sita in territorio sloveno, nell’abitato di Nova Gorica.

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La stazione della Transalpina a Nova Gorica (Slovenia)

La Brexit è fra noi: impressioni di un romantico europeista

Di Gian Luca Nicoletta

 

Quando la mezzanotte è scoccata, tra il 31 Gennaio e il 1 Febbraio 2020, tutti noi abbiamo perso un pezzo di storia. Un pezzo di storia del presente, il che al momento è una fortuna, perché quella futura potrebbe recuperarlo mentre quella passata, parola mia, non si tocca.

La famigerata Brexit, ciò che per tre anni è stato per alcuni un sogno, per altri un incubo annunciato, è arrivata e non c’è nulla che possiamo fare per cambiare la realtà, che ci piaccia oppure no. Dal 2016 abbiamo visto giorno dopo giorno come un popolo può cambiare idea nel giro di qualche manciata di mesi, abbiamo visto come questo popolo può essere influenzato nella sua sacrosanta libertà di scelta, abbiamo anche visto come un’intera assemblea di deputati, cioè chi è per professione delegato da altri a prendere decisioni difficili in nome della fiducia, di una competenza mostrata o di un indiscusso merito provato, può rimanere immobile come un pezzo di pietra monolitica.

Un elemento sul quale, penso, non si possa essere in disaccordo, è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha deluso tutti. Dalla fazione più convinta che ha sempre sostenuto il remain all’estrema fazione opposta sostenitrice del leave. I primi perché non vogliono (o volevano… meglio il presente, simbolo di speranza) perdere molti diritti che solo l’U.E. può garantire e che volenti o nolenti vedranno limitati, i secondi invece per liberarsi di molti vincoli che la stessa U.E. impone a tutti gli Stati membri, ma che in un modo o nell’altro dovranno rispettare se desiderano che il loro Paese rimanga almeno nel mercato europeo.

eunews.it
Il Parlamento Europeo – fonte: eunews.it

La mia modesta opinione, più volte espressa altrove ma che trova spazio fra queste pagine virtuali per la prima volta, è che tutta la questione della Brexit è stata dirottata su aspetti prettamente economici e commerciali, quando per una scelta sana e coscienziosa si sarebbe dovuto guardare solo all’aspetto morale.
Viviamo nell’epoca in cui se qualcuno è in disaccordo con noi non perdiamo più tempo a discuterci, ci basta andare da qualche altra parte e farci dar ragione da chi la pensa come noi. Il contraddittorio, il confronto, il dibattito sono ormai pratiche desuete, inutili. Il bambino che perde a calcio e si porta via il pallone è ormai assurto al ruolo di massima guida dei capi di governo, e pensare che il sentimento d’insoddisfazione che ci lascia è sempre lo stesso, sia che si litighi nel vialetto dietro casa o tra le aule dell’Europarlamento.

L’Unione Europea che conosciamo oggi non è perfetta, tutt’altro! Sono il primo ad ammetterlo, il primo a dire che di questo passo le cose non possono andare avanti, né migliorare. Ma ciò non vuol dire che l’intero progetto debba essere abbandonato. Se in casa c’è una perdita, un buco nel tetto, o una finestra rotta, cerchiamo di riparare quel che è danneggiato o demoliamo la casa? Preferiamo rimboccarci le maniche e stare lì, a discutere e a lavorare per risolvere il problema, o preferiamo aspettare di trovarci senza un tetto sulla testa solo per sapere di aver avuto ragione quando tutto sarà crollato?
L’Unione Europea è nata per mantenere la pace nel continente. Questo è il primo, grande, sacro obiettivo che ci siamo dati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rimarco con forza il ci perché si tratta di un progetto che riguarda tutti i popoli del continente che abitiamo, della parte di mondo che ci è capitata in sorte di vivere. L’Europa divisa ha generato due guerre mondiali e centinaia di milioni di morti, l’Europa divisa ha dato spazio al più feroce antisemitismo, l’Europa divisa è stata allo stesso tempo carnefice e vittima di sé stessa.

corriere.it
25 Marzo 1957, nasce la CEE con la firma del Trattato di Roma – fonte: corriere.it

L’Unione Europea è nata perché Hitler non ha vinto, e mi addolora molto vedere che il primo Paese ad abbandonare questo progetto di pace è l’unico Paese europeo che durante la guerra al nazismo è rimasto libero e non neutrale, resistendo e combattendo. La mia sarà forse un’analisi troppo idealista, rétro se vogliamo, ma i popoli e le nazioni vivono di simboli e di mitologie laiche, e la Brexit rappresenta per me una grossa macchia sulla nostra storia di europei e sulle mitologie che ancora dobbiamo costruire.

il 29 Gennaio 2020, quando il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza l’accordo che ha dato il definitivo via libera all’uscita del Regno Unito, tutti gli eurodeputati si sono stretti in un grande abbraccio e hanno cantato Auld Lang Sine, conosciuta in francese come Ce n’est qu’un au-revoir e in italiano come Valzer delle candele. Un canto scozzese il cui testo si concentra sulla speranza di un prossimo incontro futuro e sull’importanza di non cancellare quanto c’è stato in passato.
Così mi sento nei confronti del Regno Unito, da cittadino europeo ed europeista che ha lasciato un microscopico pezzetto di cuore su quell’isola.

quirinale.it
25 Marzo 2017, celebrazione dei 60 anni del Trattato di Roma – fonte: quirinale.it

For auld lang syne, my jo
Ce n’est qu’un au-revoir, mes frères
Questo non è che un arrivederci, fratelli miei