Chiamatelo pure fantasy, se volete: intervista ad Anna Kańtoch, autrice di “Buio”

Intervista a cura di Andrea Carria

Questa intervista, cari lettori, ve l’avevo preannunciata e quest’oggi sono davvero felice di poter mantenere la promessa.

La lettura di Buio (Carbonio Editore, 2020, trad. di Francesco Annicchiarico) e la recensione che ne scrissi lo scorso dicembre (vedi qui) mi avevano lasciato con così tanti interrogativi che mi sarebbe dispiaciuto enormemente non dare loro una risposta. Interrogativi sani e positivi, dove non c’è alcun ma in sospeso e che si riassumono in un’unica, agognata richiesta: “dimmi di più; mi hai talmente stregato che come minimo me lo devi!”.
Nella mia esperienza di lettore, ciò avviene solo quando ci si imbatte nell’opera di qualcuno che ha la scrittura nel sangue e che quando scrive un libro ci riversa tutta la sua autenticità. In Buio, Anna Kańtoch ha sicuramente dato prova di una grande raffinatezza e potenza immaginativa; nell’intervista che state per leggere, ho scoperto che queste sue qualità si poggiano su una consapevolezza artistica molto sviluppata e su idee altrettanto chiare in merito alla letteratura, all’arte, alla libertà e a molto altro ancora.

ANDREA CARRIA. Quando arriva in fondo a un romanzo, il lettore di solito vuole che tutto (o quasi) gli sia chiaro. Perché sia possibile, l’autore non deve essere stato soltanto coerente nello sviluppo dei fatti e preciso nel descriverli, ma deve anche aver fornito spiegazioni convincenti riguardo agli avvenimenti. Nel caso del tuo libro tutto ciò non accade. Si arriva in fondo e le domande, anziché trovare una risposta, si moltiplicano. È un rischio grosso per chi scrive; il lettore può pensare di essere stato preso in giro, considerarsi tradito e risentirsi. Io, Anna, voglio però tranquillizzarti: nel tuo romanzo tutto questo non è avvenuto. Sono arrivato in fondo piacevolmente inebriato, addirittura irretito dal modo in cui, rimescolando continuamente le carte, non fornivi spiegazioni sicure e mi imponevi di darmi una risposta da solo, qualunque potesse essere. Non sono molti i libri che possono permettersi di sostenere un gioco del genere, o comunque di farlo in una maniera così brillante, ma Buio è senza dubbio uno di questi. Come lo spieghi?

ANNA KAŃTOCH. Penso che non sia il destino di tutti i libri quello di avere un chiarimento finale, e penso che non tutti i lettori se lo aspettino. L’attesa di una conclusione è un elemento tipico della letteratura di genere, dal fantasy al giallo, ma ciò non vale necessariamente per quella generalista. Lavorando su Buio, mi sono trovata di fronte a questo problema. Mentre lo scrivevo, davo via via i capitoli da leggere alle persone della sezione letteraria del Club del Fantastico di Slesia di cui faccio parte e ogni volta mi sentivo dire cose tipo “è scritto bene, ma non si capisce dove vada a parare”. Ci ero rimasta un po’ male, ma allo stesso tempo poco convinta di aggiungere eventuali chiarimenti. Per me questo libro doveva essere così, misterioso e, nelle mie intenzioni, questo sarebbe dovuto essere il suo fascino. E così, alla fine, mi sono resa conto che non volevo più essere solo una scrittrice di fantasy. O perlomeno non di fantasy puro, ma di qualcosa di ibrido che sapesse stare dentro e fuori al genere contemporaneamente. Devo dire che questo mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: ero finalmente libera dalla dittatura del finale. Amo i libri di questo tipo e so che in genere i lettori non hanno problemi con la mancanza di un finale tradizionale, se il libro possiede altre qualità che invoglino la lettura. Come una lingua particolarmente curata, un certo tipo di atmosfera offre la possibilità di ricomporre da sé la trama come un puzzle. Ed è questo l’effetto che ho cercato di ottenere con Buio.

Nel romanzo ci sono due capitoli nettamente distinti da tutti gli altri. Sono consecutivi, collocati in fondo al libro: il 18 “Inverno 1863, quando il bosco prese vita” e il 19 “Al falò”. Entrambi si riferiscono alla storia o al folklore polacchi, e a livello narrativo costituiscono uno snodo molto importante. C’è poi la distinzione tra “Polonia Falsa” e “Polonia Reale” a cui i personaggi accennano in alcuni luoghi del romanzo. Senza fare spoiler, mi piacerebbe che tu ce ne parlassi.

Il 1863 è l’anno di un evento noto in Polonia come Insurrezione di gennaio. All’epoca la Polonia era sparita dalle mappe geografiche, accorpata alle potenze confinanti tra cui emergeva l’impero russo, contro cui si mosse quell’insurrezione. L’esercito zarista riuscì a reprimere i moti, ma la rivolta fu comunque un evento capace di costituire e mantenere in vita la consapevolezza nazionale dei polacchi. Grazie a tutto ciò, l’idea di Polonia è rimasta viva e dopo la Prima guerra mondiale si è riusciti a ricreare un nuovo Stato polacco, libero. Libertà che, purtroppo, è durata poco più di vent’anni, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione e poi la cortina di ferro, e col Paese finito nuovamente nell’orbita di controllo di una potenza straniera. La gran parte della trama di Buio si svolge entro quegli anni di libertà. Non è una scelta casuale, la Polonia del mio libro è in qualche modo ritagliata fuori dalla Storia (non dirò il come e il perché proprio per evitare spoiler), così come quel periodo di inizio secolo sembrò una parentesi di libertà ricavata entro una minore o maggiore sottomissione ad altri Paesi.

In Buio tu racconti tante sensibilità diverse. C’è la sensibilità verso l’infanzia, la sensibilità verso la passione omoerotica, la sensibilità verso le persone più fragili come Staś, la sensibilità verso la cura dei pazienti con problemi psichiatrici. Sensibilità o diversità che dir si voglia, quello che mi interessa dire è che il caleidoscopio emotivo raccontato nel romanzo mi ha sorpreso molto e le parole che tu hai usato per rappresentare ciascuna situazione le ho trovate sempre appropriate e scelte con cura. Esiste un motivo preciso per cui hai scelto di dare spazio a tante sensibilità diverse nello stesso romanzo oppure il fatto che si siano incontrate è stato solo un caso?

Penso che le persone che si trovino a essere in qualche modo “diverse”, che sia per via della loro sensibilità, per l’orientamento sessuale o per dei disturbi psichici, vedano la realtà da un’altra prospettiva, e a volte anche cose che gli altri non riescono a percepire. Buio è il racconto di un mondo diverso, ma in modo subliminale; una realtà altra, non come ce la si aspetta. Sono dell’idea che siano proprio le persone per natura diverse a notare per prime quel qualcosa che non va in una realtà così. Devo ammettere tuttavia che non è stata una scelta del tutto consapevole, all’inizio erano solo personaggi adatti alla storia che volevo raccontare.

Per te che ne sei l’autrice, c’è un modo privilegiato di leggere Buio oppure ogni lettore ha la facoltà di interpretarlo liberamente individuando chiavi di lettura alternative alle quali, magari, nemmeno tu hai mai pensato?

Quando ho iniziato a scrivere Buio, avevo in testa l’idea di scrivere un libro di fantascienza. Atipico, intendiamoci, privo di alcuni elementi tipici del genere come ad esempio altri mondi o tecnologie avanzate, ma pur sempre fantascienza. Tuttavia mi sono resa conto velocemente che le persone attorno a me interpretavano la storia in un modo completamente diverso da quello che avevo in mente io. E mi è piaciuto molto, perché alcune di queste interpretazioni erano veramente molto interessanti. Per questo non impongo mai la mia visione, a meno che qualcuno non me lo chieda esplicitamente. Ho l’impressione che la forza di questo libro stia proprio nel fatto che ognuno possa costruire la propria storia a partire dagli elementi presentati.

In Polonia, i tuoi lettori ti conoscono molto bene. Sei considerata una tra le scrittrici più interessanti della tua generazione; un’autrice pluripremiata, proiettata verso l’innovazione e la letteratura fantasy; una donna intellettualmente impegnata a conferire, tramite i propri libri, piena dignità e autonomia al punto di vista femminile sulle cose. Volevo chiederti se ti riconosci in questa descrizione o se c’è altro che il pubblico italiano dovrebbe sapere di te.

Forse si può aggiungere che sono una grande fan dei romanzi gialli, io stessa ne ho scritto qualcuno. Alcuni classici (un po’ nello stile di Agatha Christie), altri fantastici. Una volta, durante una presentazione, mi è venuto un po’ da ridere pensando che non riesco a scrivere un libro senza che la chiave finale sia un misterioso omicidio. In effetti, anche in Buio uno dei punti principali è la morte di Jadwiga Rathe, ma l’enigma più importante del romanzo è l’essenza del mondo in cui si svolgono gli avvenimenti. In un certo senso possiamo dire che anche Buio è un romanzo giallo, anche se molto, molto atipico.

Attualmente la situazione politica e sociale in Polonia mostra risvolti abbastanza preoccupanti. Non voglio spostare troppo l’attenzione dal tuo libro, ma è proprio Buio a spingermi a parlare di questo. Una delle sottotrame del romanzo riguarda infatti l’innamoramento di una dodicenne per una giovane donna – lo abbiamo anticipato prima. Tu lo racconti nel modo più naturale e casto possibile, ma non credo che questo basti a non suscitare reazioni in un Paese come il tuo, che è uno dei più omofobi d’Europa. Com’è parlare dell’omosessualità nella Polonia di oggi? Ci sono delle aree di tolleranza o farlo è semplicemente impossibile? Quando è stato pubblicato, Buio ha ricevuto delle critiche per questo?

Ho ricevuto delle critiche, ma non legate all’omosessualità, quanto a una possibile allusione alla pedofilia, dal momento che a un certo punto del libro emerge una certa tensione erotica tra una donna adulta e una ragazzina, se non addirittura una bambina. Ci ho pensato un po’ e ho dato ragione alla persona che mi criticava, anche se d’altra parte penso che il libro si difenda da solo da un’accusa del genere, considerato chi siano quei due personaggi l’una per l’altra e il modo in cui è emersa l’attrazione tra loro. Per quanto riguarda l’omosessualità, esistono spazi per parlarne in sicurezza in Polonia, il già citato Club del Fantasy di Slesia è uno di questi, ad esempio. Invece, parlando del cosiddetto fandom, quello polacco è un ambiente molto variegato, ci sono quelli con i quali è meglio non dichiarare apertamente la propria appartenenza a una qualsiasi minoranza, ma anche molte altre persone aperte e tolleranti. Credo che Buio abbia raggiunto soprattutto questo secondo gruppo di persone.

Nella storia delle nazioni, le fasi caratterizzate da chiusura, ottusità e conservatorismo politico possono abbattersi sull’arte e la letteratura in molti modi diversi, e non tutti – almeno in teoria – sono negativi. Ovviamente una possibilità è la paralisi, con gli scrittori che si ritrovano costretti a raccontare solo ciò che riceve l’approvazione da parte dell’establishment, oppure a non raccontare affatto. Un’altra possibilità è però quella di volgere la situazione a proprio vantaggio facendo della letteratura una forma di resistenza in grado di creare nuove possibilità espressive e di rinnovare la tradizione letteraria nazionale molto più a fondo di quanto si sarebbe potuto fare altrimenti – e da quello che ho capito tu appartieni al gruppo di chi lotta per questo obiettivo ogni giorno. Qual è la tua opinione in proposito?

In Polonia la letteratura fantastica, ovvero il genere a cui più spesso vengo associata, ha una lunga storia di lotta con la censura. Negli anni del comunismo, si impiegavano elementi fantastici in letteratura per criticare il potere, senza farlo apertamente. E non di rado capitava che quei libri fossero davvero buoni. Dirò di più: ci sono autori che scrivevano meglio quando facevano attenzione alla censura di quanto non abbiano scritto dopo, senza di essa. Ovviamente non voglio dire che la censura sia una cosa buona né desiderabile, sono del tutto contraria a ogni sua forma, ma è interessante vedere quanto possa essere beffarda la realtà che ci circonda. Oggi non esiste una vera e propria censura, anche se non mancano delle forme di pressione, per esempio da parte della Chiesa cattolica. Per fortuna, almeno dal loro punto di vista, il fantastico è un settore talmente di nicchia da non attirare le attenzioni del potere, e così possiamo scrivere quello che ci pare.

Si ringrazia per la traduzione Francesco Annicchiarico e Salvatore Greco (Nova Books Agency).

Nel Paese dei ghiacci e dei thriller: intervista a Ruth Lillegraven, autrice di “Fiordo profondo”

Intervista a cura di Andrea Carria

È la prima volta che intervisto un’autrice di thriller e, devo proprio confessarlo, un brivido lungo la schiena, a un certo punto, l’ho avvertito. È la suggestione, lo so, ma quando il tuo esordio è un’intervista con l’autrice di un thriller norvegese, capite pure voi che non è solo una suggestione, che non è solo un brivido, sono proprio le gambe che si fanno di cera.

La chiacchierata che ho fatto con la scrittrice Ruth Lillegraven sul suo romanzo Fiordo profondo, recentemente tradotto in italiano da Carbonio Editore (2020, traduzione di Andrea Romanzi), ha superato le mie già alte aspettative, in un susseguirsi di argomenti, spunti e suggestioni.

ANDREA CARRIA: Voi scandinavi avete un vero talento per i thriller, per i noir, per i polizieschi. Stieg Larsson, Henning Mankell, Camilla Läckberg, Liza Marklund, Jo Nesbø, Anne Holt e ora Ruth Lillegraven… Io lavoro in una biblioteca pubblica e posso confermarti che i lettori italiani adorano i vostri libri. Se tu e i tuoi colleghi avete un segreto, penso che ve lo teniate ben stretto. Tuttavia, cosa puoi dirci della vocazione scandinava per questo genere letterario? È solo una coincidenza oppure esiste una ragione precisa?

RUTH LILLEGRAVEN: È bello per me scoprire che ai lettori italiani piacciano i nostri libri. Ammetto che è stato molto commovente per me sperimentare l’interesse e la serietà con cui l’Italia ha accolto quello che, per ora, è il mio primo romanzo poliziesco! Sono davvero molto grata per tutto ciò.
Quello che penso riguardo al successo dei thriller scandinavi è che quando qualcuno fa per la prima volta qualcosa di nuovo poi finisce per ispirare gli altri e creare un spazio adatto per la prosecuzione di quell’esperienza. In realtà è una cosa abbastanza comune in molti settori e in molti ambiti. Se ben ricordo, negli anni ’70, Sjøwall e Wahlöö sono stati la prima coppia di giallisti svedesi a diventare famosa ispirando poi tutti gli altri, tanto da permettere ai polizieschi svedesi di rimanere in prima fila per molto tempo. Ho però sentito anche spiegazioni diverse, come per esempio il fatto che per una lunga parte dell’anno i Paesi scandinavi siano bui e freddi, e ispirerebbero i noir più degli altri generi letterari; oppure c’è chi vede la causa nel fatto che i Paesi del Nord Europa siano ricchi e privilegiati, e che solo in Paesi del genere le persone possono trasformare omicidi e alti fatti dolorosi in intrattenimento… Trovo che questa sia un’ipotesi interessante, tuttavia è un dato di fatto che la narrativa poliziesca venga scritta (e letta) in tutto il mondo. Forse però qualcosa di vero c’è e potrebbe risiedere nel contrasto che emerge tra il nostro Welfare State privilegiato e tutto ciò che si agita al di sotto di esso… Forse è a questa discrepanza che noi scrittori scandinavi siamo interessati, e si spera che lo stesso interesse lo provino i lettori dei nostri libri. Comunque, non è facile a dirsi.

Abbiamo detto che Fiordo profondo, il tuo romanzo, è un poliziesco, tuttavia la tua scrittura privilegia gli aspetti psicologici e sociali piuttosto che quelli più cruenti. Niente bagni di sangue, niente dettagli raccapriccianti, niente violenza “gratuita”, per così dire. Da questo punto di vista, il tuo romanzo è molto “pulito”, le scene di autentica violenza sono tutte essenziali e non sono nemmeno moltissime. Pensi che se tu non fossi stata norvegese e il tuo romanzo non fosse ambientato a Oslo, forse questa intervista sarebbe iniziata in modo diverso?

Hmm, penso che anche questa sia una domanda molto interessante – ma anche abbastanza difficile… dei due, forse sei tu quello più adatto a rispondere!
È vero, parte del mio libro è molto più simile a un qualsiasi altro romanzo che a un giallo, tuttavia credo che questo valga per molti thriller psicologici. In fondo, il campo del crimine è alquanto vasto: alcuni sono molto violenti e privilegiano l’azione, altri sono più storici, altri ancora più psicologici e via dicendo. È vero anche che sono più interessata a ciò che le persone hanno dentro, a ciò che le rende quello che sono o che le motiva, a come il loro passato condizioni le loro vite piuttosto che a parlare e a descrivere la violenza. Sebbene non siano uccisioni alla Jo Nesbø o alla Kepler, è pur vero che nel mio libro ho inserito parecchi omicidi, anche diversi tra loro come tipologia. Una grande differenza rispetto ai tradizionali thriller nordici è che in Fiordo profondo non seguo nessun agente di polizia. La mia prospettiva è quella di una coppia, marito e moglie, che sembra vivere una vita – privilegi a parte – normale. In Norvegia, ancora non sono stati scritti molti thriller psicologici o noir ambientati fra le mura domestiche, e io volevo scriverne uno. Però volevo anche che fosse un ibrido, cioè che avesse elementi sia del thriller politico sia del “nature noir”. E poi volevo anche che la mia coppia avesse i genitori, dei figli, un lavoro, e che si scontrasse con problemi più grandi di quelli che possono capitare in una storia d’amore, sebbene pure l’evolversi del loro rapporto costituisca una parte importante del libro.

Scrivere un thriller non è semplice: tutti i pezzi devono incastrarsi alla perfezione e ogni contraddizione è vietata. Tu hai scritto un libro da differenti punti di vista: due principali e altri secondari – ne ho contati almeno cinque. Come mai questa scelta?

Be’, mi è sempre piaciuto scrivere in prima persona e penso che farlo con un thriller psicologico sia abbastanza normale. Il genere stesso richiede l’intuizione da parte di una mente per essere interessante. Fiordo profondo è partito dall’idea che volevo raccontare la storia di una giovane coppia che sembra funzionare bene ma che in realtà nasconde parecchi segreti. Mi piace molto mostrare quanto l’una veda diversamente la propria vita insieme rispetto a come la vede l’altro, e mi piace pure quanto sia differente la medesima situazione se raccontata da due prospettive completamente diverse. Clara e Haavard, i miei due protagonisti, hanno personalità e background abbastanza divergenti. Quanto alle prospettive secondarie, esse sono arrivate dopo, quando ho capito di averne bisogno per dare una forma all’intero puzzle. Il noir è un genere complicato e tecnico da scrivere, richiede molta pianificazione e tanta trama. Per me era una novità, e anche se l’ho trovato davvero difficile posso dire che come esperienza è stata estremamente interessante e divertente.

Fiordo profondo è un romanzo socialmente impegnato, lo dimostra il fatto che tu parli frequentemente di molti problemi che affliggono la società norvegese attuale. Volevo chiederti se, mentre costruivi la trama, avessi intenzione di sfatare qualche luogo comune o pregiudizio, ad esempio riguardo all’immigrazione e al razzismo.

Non proprio. Ovviamente è un bene che un poliziesco racconti cosa accade nella società, che possa dirci o insegnarci qualcosa, ma questo non era l’obiettivo principale. Volevo raccontare una storia interessante e ben scritta sui miei due protagonisti e i loro segreti, su come i traumi del passato possano segnare le persone. La violenza sui bambini – che è l’argomento centrale del libro – è un problema importante ma non così discusso. Vorrei specificare che maltrattamenti e cose del genere accadono a ogni livello sociale e in tutti gli ambienti, e poiché avevo lavorato otto anni come scrittrice di discorsi in un ministero volevo anche usare questa esperienza per ricreare i luoghi in cui ho ambientato parte del romanzo, il ministero della Giustizia (il quale comunque è diverso dal ministero in cui ho lavorato). Inoltre, mi interessava mostrare quanto, in un luogo come quello, i media dettino l’agenda di tutti coloro che ci lavorano, quanto le cose che vengono diffuse dai media stessi siano spesso semplificate o polarizzate.

Il tuo romanzo affronta due grandi problemi sociali: la violenza sui bambini, per prima, e l’immigrazione, dopo. Entrambi i problemi sono molto sentiti anche in Italia, quindi volevo domandarti: cosa puoi dirci sul dibattito sociale e politico su questi due argomenti in Norvegia?

Certo, abbiamo problemi di questo tipo come in tutti gli altri paesi, anche se qui qualche privilegio in più ce lo abbiamo. Anche in Norvegia il dibattito sull’immigrazione è acceso, proprio come lo è dappertutto. Il governo attuale si è dimostrato molto rigido sull’immigrazione, parecchie persone trovano tutto questo penoso e inquietante, altri invece insistono che, anche così, rimaniamo comunque un Paese liberale. Per quanto riguarda gli episodi di violenza sui minori, penso che sia un argomento meno dibattuto e poco evidenziato, non so come sia dalle altre parti. Proprio per questo motivo è stato interessante poter mettere nel libro qualcosa in più riguardo a questo argomento.

Il titolo italiano del tuo libro è interessante perché ha due significati: il fiordo inteso come il posto affascinante dove si svolgono molte sequenze della storia, ma anche il posto dove si nasconde l’anima ancestrale della Norvegia. Il fiordo è sia il luogo dove vivono brave persone come Leif, sia il luogo dove spuntano le cose più indicibili. Ciò detto, quanto può essere profondo un fiordo norvegese, psicologicamente e socialmente parlando?

Ah, che bella sintesi offre questa tua prospettiva! Per rispondere brevemente – forse troppo brevemente – a una domanda così impegnativa, direi che il fiordo, come metafora dell’anima umana e della società, può essere davvero molto profondo e oscuro, ed è esattamente questa la ragione per cui è impossibile poterne ottenere una visione realistica.

Foto: © Ann sissel Holte

Nel tuo romanzo i personaggi femminili sono dominanti. Tutti sono caratterizzati da luce o ombra, ma solo le donne sembrano colpite nel loro lato più femminile, diciamo così, quello che tradizionalmente ha a che vedere con i sentimenti e il prendersi cura. Tenendo conto di questo dato, dove collocheresti Fiordo profondo sulla scena del femminismo contemporaneo? In che rapporti sei con il femminismo?

Io mi considero una femminista in molti modi; penso che la maggior parte delle donne che conosco lo sia. Ma non sono mai stata una manifestante, direi piuttosto che sono stata e sono una femminista “silenziosa”. Mentre scrivevo il romanzo, non ho avuto molte occasioni per riflettere su questo aspetto. Clara però è una donna con tante capacità diverse, e lo stesso vale per il personaggio di Sabiya. Sono entrambe donne molto intelligenti e molto brave nel lavoro che fanno. Nel caso di Clara, volevo che lei fosse acuta e severa, un po’ fredda e un po’ distaccata, non la solita donna “debole e bisognosa”, non il solito prototipo della vittima femminile, insomma. Se ho pensato al femminismo mentre scrivevo Fiordo profondo, l’ho quindi fatto da questa prospettiva.
Per quanto invece attiene alla prima parte della tua domanda, non saprei, spero di aver compreso quello che intendevi dire. Di certo, non trovo le donne di oggi “bloccate” nel lato più tipico e femminile della loro personalità, quello che tu hai definito “dei sentimenti e del prendersi cura”. Poi, certo, la mia protagonista non risponde a questo canone, è anzi l’esatto contrario di quella tipologia di donna: Clara è una moglie e una madre in carriera, ed è molto presa dal proprio lavoro; è questo il dato più saliente di lei. Suo marito Haavard e suo padre Leif sono tipi molto più premurosi e cordiali sotto tutti gli aspetti; forse quello che intendevi tu è una conseguenza del forte contrasto che scaturisce se si paragona il personaggio di Clara con i due uomini della sua vita.

C’è però anche un altro forte contrasto, ed è quello alla base del libro che vede coinvolte Clara e sua madre Agnes. Come spieghi il fatto che Clara finisca per adottare gli stessi comportamenti di sua madre pur non avendo fatto altro che criticarli per tutta la vita? Distante, poco presente, poco affettuosa, interessata soltanto alla sua carriera… come genitore, Clara ha molti difetti e il motivo è che lei somiglia ad Agnes, sebbene lo neghi. Tanto per dirne una, lei si occupa dei diritti dei minori per lavoro, ma poi si rende conto di come si comporta, da madre, con i propri figli? Secondo te, perché le persone tendono a ripetere gli stessi errori dei loro genitori quando poi arriva il loro turno?

Certo, Clara è figlia di sua madre, per cui ha ereditato alcuni dei suoi lati meno affascinanti come l’essere distante dai figli. Questo è naturale non solo perché ha il DNA di Agnes, ma anche perché non ha avuto nessuna madre che le abbia insegnato a diventare una brava madre. Ci sono però anche molte differenze tra loro due: Agnes, per esempio, non ha mai avuto una carriera e non ha quasi mai lavorato in vita sua. Nel romanzo facciamo la sua conoscenza come paziente di un ospedale per persone con disturbi mentali, ed è lì da trent’anni! Se invece guardiamo alla figlia, vediamo che lei è riuscita a costruirsi una famiglia e a realizzarsi nel lavoro, tanto che, dopo anni passati al ministero della Giustizia come burocrate, il ministro in persona le chiede di entrare in politica. Per molti versi, Clara è l’opposto di sua madre, però ha sicuramente anche qualcosa di lei e in alcune cose le somiglia. E poi, è vero, forse si preoccupa più dei bambini in generale che dei suoi figli. Ha avuto un’infanzia difficile e nel romanzo si impara a comprendere quanto tutto ciò abbia influenzato la persona che è diventata; accade più spesso di quanto si possa credere. Ciascuno di noi, quasi tutti per la verità, è il prodotto dei genitori e del tipo di infanzia che ha avuto – non sempre, certo, ma spesso è così.
Tornando invece alla premessa che hai fatto nella domanda, devo dire che il conflitto tra Clara e Agnes è una parte importante del romanzo, però non dimenticare che Clara ha anche un padre, Leif, con il quale ha un rapporto molto amoroso e profondo. Penso che Leif sia l’unica persona al mondo a cui Clara si senta davvero vicina e dalla quale dipenda. È questo rapporto padre-figlia che volevo in realtà descrivere, e costituisce l’altra metà della base su cui poggia il mio libro. Nel nuovo romanzo che sto scrivendo (e che sarà pubblicato l’anno prossimo), questo triangolo Leif-Clara-Agnes rimane al centro della storia, e uno spazio altrettanto importante lo avrà il rapporto di Clara con i suoi figli, che sono due gemelli.

Tu hai collezionato molte differenti esperienze letterarie, dalla poesia al romanzo passando per la drammaturgia, e ora ecco un thriller come Fiordo profondo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Mi hai appena detto che avremo presto un sequel, ho capito bene?

Esattamente! Scrivo dal 2005 e durante tutto questo tempo ho scritto molti libri. Anche se sognavo di scriverne uno da tanto tempo, Fiordo profondo è stato il mio primo giallo. Al momento sto cercando di terminare il secondo capitolo della storia, dove torneranno molti personaggi del primo libro; dovrebbe essere pubblicato nel 2021 (probabilmente in primavera, almeno qui in Norvegia). Il mio piano è di farne una trilogia. Allo stesso tempo, sto lavorando anche a una serie incentrata sui crimini dell’infanzia da una prospettiva ambientale; i primi due volumi sono usciti quest’anno, insieme a una raccolta di poesie dedicate a questo strano 2020 e alla pandemia (altri due libri arriveranno sempre nel 2021). Mi piace scrivere poesie e mi piace anche scrivere drammi, quindi credo che continuerò a scrivere cose diverse anche in futuro; il tempo ce lo dirà.
Scrivere un giallo è stata una bella esperienza, così come lo è stata essere tradotta in italiano e in altre lingue; spero proprio di poterlo fare per molti anni a venire. E spero anche, quando il mondo sarà tornato alla normalità, di poter visitare l’Italia e incontrare i lettori italiani.

Un golem ‘di carta’: intervista a Sarah Blau, autrice del romanzo “Il libro della creazione”

Intervista a cura di Andrea Carria

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di leggere e di recensire Il libro della creazione (Carbonio Editore, 2020), e oggi quel piacere si è rinnovato grazie all’intervista che Sarah Blau, l’autrice, ha voluto concedermi.
La mia necessità di chiedere direttamente a lei dice molte cose riguardo alla profondità di questo romanzo, il quale – ve ne accorgerete leggendolo – riunisce in sé una quantità tale di argomenti che una recensione, da sola, non può pretendere di abbracciare.

Ecco dunque l’intervista, originariamente in inglese e da me tradotta per l’occasione; per chi volesse approfondire, rimando alla recensione che ho scritto su questo romanzo.

ANDREA CARRIA: Oggi in Italia non si ha una vera esperienza diretta né di Israele né del giudaismo. Quello che voglio dire è che gli italiani sanno abbastanza riguardo ai fatti storici degli ultimi ottant’anni, ma poi sono distanti dalle questioni religiose e dalla vita reale delle nuove generazioni di ebrei. Questi aspetti della vostra società non sono molto raccontati e in generale trovano poco spazio. Inoltre – a parte la scuola, i telegiornali e scrittori come David Grossman – la maggior parte del nostro immaginario sulla cultura ebraica proviene da film e libri americani (per esempio i romanzi di Philip Roth). Ma gli U.S.A. non sono Israele, e molte informazioni che arrivano da quella parte sono incomplete, superficiali o fuori luogo. Sarah, puoi spiegare a me e al resto dei lettori italiani cosa significa vivere in una famiglia religiosa e strettamente osservante come quella di Telma nell’Israele di oggi? E in particolare: cosa significa questo per una giovane donna?

SARAH BLAU: Oggi mi definisco religious-lite. Voglio dire, sono cresciuta in una famiglia religiosa, ero una ragazza religiosa e un’adolescente religiosa, oggi però la mia religiosità è molto più liberata e liberale. Sono una persona religiosa, ma indipendente: se ad esempio ho dei dubbi decido da sola e non chiedo il parere di un rabbino. Ce ne sono molti altri come me in Israele, tutte persone che danno importanza alla Torah e alla tradizione, ma che pensano che ci sia pure un posto per l’individualità. Credo che oggi la religione ebraica si stia aprendo, e il ruolo stesso delle donne sta diventando più centrale. In passato la donna ebrea era al massimo la moglie del rabbino, oggi invece è lei stessa a insegnare la Torah. Che liberazione e che divertimento! Lo stavamo aspettando da tanti anni, e ora finalmente il mondo si aperto al giudaismo e il giudaismo si è aperto al mondo.

Tu hai scritto Il libro della creazione qualche anno fa, ma è ancora un libro molto attuale, e probabilmente lo rimarrà ancora a lungo. Ho trovato la tua scrittura molto elegante e poetica, ma anche molto moderna. Avevi all’incirca trent’anni quando il tuo romanzo è stato pubblicato in Israele, così mi chiedevo come è cambiata la tua scrittura nel frattempo. Hai qualche modello letterario di riferimento?

A volte rileggo il Libro della creazione e ricordo chi ero quando l’ho scritto. Oggi non sono più in grado di scrivere in quel modo. La rabbia, il dolore, l’angoscia, l’odio verso sé stessi… tutto questo appartiene al mio primo libro. Oggi la mia scrittura è più tranquilla, però le situazioni estreme mi piacciono ancora. Pure adesso uso i miti ebraici o i personaggi della Bibbia in ogni libro che scrivo, sempre. A mio parere, anche le situazioni più moderne possiedono una base che poggia sul passato ebraico. Il mio ultimo libro, per esempio, è un thriller sulle donne che non vogliono avere figli e che per questa ragione vengono uccise. Vi ho incluso anche donne della Bibbia che non erano madri, come Miriam la profetessa e la strega del re Saul.
Riguardo ai miei scrittori preferiti, direi Isaac Bashevis Singer e Margaret Atwood; due geni complessi che sanno tutto della psiche umana.

La famiglia. Come ho sottolineato molte volte nella mia recensione, credo che tu abbia realizzato dei ritratti straordinari. Ho potuto identificarmi in molte situazioni e i personaggi erano migliori delle persone in carne e ossa, soprattutto quelli femminili. Davvero straordinario! Come hai fatto?

Vuoi la verità? Ho usato personaggi della mia cerchia più vicina – famiglia e amici – e poi li ho radicalizzati.
Penso che la famiglia sia un luogo estremo. Nasci e ti ritrovi subito circondata da persone che rimarranno con te per il resto della tua vita. Ma se poi queste persone non sono adatte a te, se non ti piacciono? Cosa puoi fare? La mia soluzione: scrivi un libro su di loro. Mia madre si è offesa per questo; mi ha detto: “Perché hai scritto di me?”. Proprio così, sebbene le avessi spiegato che mi aveva soltanto ispirata.
Sono cresciuta in una famiglia che aveva molte più donne che uomini, le quali peraltro sono le figure dominanti, e ciò si è riflettuto sul libro.

Vorrei parlare un attimo del golem. Ho apprezzato il suo significato letterario: il suo potere rappresenta la forza distruttiva che tema, come semplice persona, non può liberare. Tuttavia, in alcune parti del romanzo, mi è sembrato un po’ esitante e statico. Anche nel finale, quando dovrebbe essere più forte e definitivamente indipendente. Infatti io credo che Telma controlli ogni cosa, in particolare il golem, però lo ignora per tutto il tempo… Telma è la forza, Telma è la chiave di tutto dall’inizio alla fine, ne sono sicuro. Sto forse sbagliando?

Hai assolutamente ragione. Tuttavia c’è anche un’altra spiegazione che si ricollega con il mito del golem nel giudaismo. Il golem originale fu concepito per proteggere gli ebrei dai loro nemici; fu creato per eseguire dei comandi, non aveva una volontà propria e neppure un’anima, quindi non poteva parlare. Ecco, la tragedia di Telma sta tutta qui: vorrebbe che un uomo forte la travolgesse e invece si ritrova con un uomo privo di iniziativa, un uomo che sa soltanto eseguire gli ordini e che aspetta che gli venga detto cosa fare. All’inizio lo combatte, ma poi lentamente si rende conto che il potere è nelle sue mani e finisce per accettarlo. C’è anche un processo inverso, qui: più il golem sta con Telma, più lui diventa forte. Per me tuttavia il libro parla di questo: in un rapporto passivo/aggressivo, chi dei due ha davvero il potere nella relazione?

Nella tua opinione, è corretto dire che scrivere un libro è come evocare un golem? Entrambi sono esempi di creazione e la creazione rende liberi. Ti sei sentita libera quando hai scritto il tuo libro? Non pensi che tu e Telma abbiate condiviso intenzioni e propositi molto simili?

Questa è una diagnosi accurata. Sentivo che il libro mi aveva liberata, liberata da anni di ossessioni e mazzate. Telma ha creato un golem e io ho creato un libro; eravamo entrambe sull’orlo di un’esplosione quando tutto ciò è accaduto, ed entrambe siamo state liberate.

Un altro aspetto che non ho ancora menzionato è il sesso, anche se nel tuo romanzo è una cosa molto importante. Telma è ossessionata dal sesso. Cosa c’è dietro la sua ossessione? In alcune scene ho pensato che lei volesse punire sé stessa… come se stesse usando il sesso per autodistruggersi. È davvero così?

Telma è ossessionata da tutto ciò che ha a che fare con il corpo, da tutto ciò che ha a che fare con l’espressione della propria emotività, da tutto ciò che riguarda il controllo: e il sesso è l’espressione di tutto questo.
Quando ho scritto il libro ero ancora vergine e avevo un’enorme curiosità per il sesso, unita a una grande paura – tutto ciò l’ho messo nel libro. Telma odia sé stessa, mentre il sesso dovrebbe invece essere un’espressione d’amore; lei questo però non lo capisce, quindi non sa nemmeno spiegarsi come le due cose possano andare d’accordo. Ecco perché quando si parla di sesso, ai suoi occhi, tutto si confonde. Da un lato vede amore e tenerezza, dall’altro trova invece potere e giochi di controllo, persino disgusto e desiderio di autodistruzione. Non l’ho scritto esplicitamente, e solo le persone molto sensibili sono state in grado di capirlo.

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Vorrei riflettere con te su una cosa. Alcune recensioni su Il libro della creazione sottolineano la componente religiosa del tuo romanzo (forse per collegarla alla tua vita), ma io non sono completamente d’accordo. Primo, perché Telma non è te al cento per cento; secondo, perché nel libro la religiosità è nascosta, non appare mai chiaramente. Sacre Scritture, Cabala, riti, celebrazioni, Dio… nessuna di queste cose ha il ruolo primario. Telma è una ribelle, è contraria alle forme religiose della sua famiglia, ma non accusa crisi di fede. Il centro del tuo romanzo è altrove. Allo stesso tempo, tuttavia, la religione è molto presente, e quindi lo è anche nei problemi di Telma. Così a parer mio Il libro della creazione è un buon Bildungsroman che parla di amore e odio, di morte e vita, di sesso e frustrazione, di crescita e maturazione dal punto di vista di una giovane donna coraggiosa. Queste sono le vere tematiche del libro, per me. La sfida di Telma alla religione è solo una conseguenza di tutto ciò. Perché la religione è il paesaggio; perché la religione sono gli abiti indossati dai personaggi; perché la religione è l’aria che ognuno di loro respira; perché, nella cultura ebraica, la religione e Dio sono ovunque e questo spiega il motivo per cui non hai dovuto metterli al centro del tuo romanzo: semplicemente perché non ne avevi alcun bisogno. Cosa ne pensi di questo? È sbagliato?

Sei di nuovo acuto. Telma può essere religiosa, ma la religione non è al centro della sua vita. A volte penso che se Telma fosse laica non avrei bisogno di scriverlo per dare alla sua laicità maggiore spessore, in quanto tutto ciò sarebbe già parte della sua identità.
L’interesse religioso ai miei occhi è proprio la parte mistica, la creazione del golem, il legame con la tradizione ebraica e meno le questioni di fede. Telma non crede in Dio, non è il centro della sua vita. Del resto, qual è il centro della sua vita religiosa? La famiglia ebrea, la storia ebraica e la paura. È una donna giovane, non convenzionale, con molte paure e tanta rabbia; è una donna che è nata in una famiglia religiosa, ma la fede non la smuove ci è semplicemente nata. È come giocare alla roulette: questi sono i numeri che le sono capitati, e sta cercando di fare del suo meglio con quello che ha. Se però avesse potuto, avrebbe scelto altri numeri; l’impressione che ho io di Telma è questa.

Dov’è Telma oggi? Nel 2020, Sarah Blau ha ancora il numero di quella ragazza?

Oggi Telma è molto più calma e molto più matura. La rabbia si è placata e il golem è sepolto nel terreno; lui le manca un po’, però si rende pure conto che la vita va avanti. Lei e Sarah oggi sono ancora buone amiche. Sarah però è sempre attenta: sa infatti che Telma può tornare in un secondo al suo istinto autodistruttivo. Quindi, sì, Sarah è molto attenta…

[Riceviamo e con piacere diffondiamo. Per sostenere la lotta al coronavirus, dal 1° dicembre 2020 fino al 31 marzo 2021, la casa editrice Carbonio devolverà il 10% del prezzo di copertina del suo catalogo al Reparto COVID Ex malattie infettive Presidio Ospedaliero Garibaldi Nesima di Catania (vedi il comunicato stampa)].

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

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GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

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Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Jeanne Hébuterne, un’artista a Montparnasse. Dialogo con Grazia Pulvirenti, autrice di “Non dipingerai i miei occhi”

Intervista a cura di Andrea Carria

Se doveste imbattervi nel nome di Jeanne Hébuterne (1898-1920) e rimanere per un attimo interdetti come è successo a me, ci sono due cose che potete fare. La prima, nell’immediato, è non sentirvi eccessivamente in colpa: purtroppo la Storia non è stata generosa con questa artista incredibile e il suo nome non produce ancora l’eco che meriterebbe. La seconda invece è andarvi a leggere Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Editoriale Jouvence, 2020) di Grazia Pulvirenti, un romanzo davvero molto intimo e intenso che omaggia la memoria di colei che spesso viene ricordata solo come musa e modella di Modigliani, cercando di mostrarla per quello che realmente è stata: una donna in anticipo rispetto alla media del suo tempo, una compagna innamorata e fedele, un’artista dal talento cristallino e, infine, la protagonista di una tragedia moderna che ha inverato la leggenda di Tristano e Isotta.

«Al risveglio mi guardi, mentre con la tavolozza in mano sto davanti a una tela. Quando mi vedi dipingere mi contempli a lungo, tu il grande Modì, te ne stai lì a scrutare cosa fanno le mie mani, come mescolano i colori, cosa vedono i miei occhi. A volte fai dei ritocchi, dai qualche pennellata, evidenzi un particolare, mi lodi, m’incoraggi, mi guardi compiaciuto. Quando ho dipinto il mio autoritratto hai detto che era più bello di un dipinto di Matisse, che oltre alla forza dei colori possiedo quella delle linee, che avremmo dovuto esporre insieme… Figurarsi Dedo, io devo ancora crescere, maturare, devo vederti dipingere, no, non per imitarti, ma per imparare quella forza con cui catturi l’anima.»

Dopo aver letto questo romanzo, ho avuto il piacere di porre qualche domanda direttamente all’autrice e di soddisfare così molte curiosità.

ANDREA CARRIA. Fra le cose che ho apprezzato di più del suo libro ci sono le pagine in cui lei racconta la vita nella Parigi degli artisti prima, durante e subito dopo la Grande Guerra: secondo me, è riuscita a restituire la giusta atmosfera della capitale francese in quegli anni, mentre era il più grande laboratorio artistico al mondo. Non era un ambiente facile, e per una giovane donna ancora meno. Ecco, vorrei partire proprio da qui perché la cosa mi incuriosisce, e dunque le domando: premettendo che, artisticamente parlando, Jeanne Hébuterne non aveva niente da invidiare a nessuno, quando sognava di diventare un’artista stava solamente sognando oppure stava progettando un futuro che era davvero alla sua portata?

GRAZIA PULVIRENTI. Domanda difficile per incominciare! Come lei ha ben colto, il mio sforzo narrativo in questo romanzo è stato duplice: da una parte restituire la dimensione della corporeità, della sofferenza e dei patimenti della carne e dell’anima a quel gruppo di giovani squattrinati, che vivevano in miseria e in comuni d’artisti. Si trattava di sognatori, visionari, che si riunirono nella Parigi degli anni folli per dare vita a intuizioni potenti e farneticazioni della mente e del gesto pittorico o scultoreo da cui nacquero le grandi rivoluzioni che vanno dall’arte fauves all’espressionismo e al cubismo. Dall’altra, far emergere la personalità e la ricchezza emotiva, artistica e caratteriale di una donna che è rimasta nel cono d’ombra gettato su lei dal più famoso Modigliani. Come fare a restituire lo sguardo di Jeanne sul mondo e liberarla dallo sguardo di Modì che l’ha ingabbiata nei panni della musa e della donna innamorata alla follia? Come riuscire a ritrovare l’autentica voce di Jeanne, visto che la famiglia di lei ha occultato tutti i documenti della sua vita che sarebbero stati utili per ricostruire la Jeanne in carne ed ossa, oltre l’immagine dell’icona confezionata da Modì? La mia via è stata in primo luogo quella di partire dai suoi dipinti e disegni, per indagare, recuperare e far esprimere la visione interiore di Jeanne. A questa si è aggiunta la ricerca di documenti e fonti, fra cui la grande scoperta per me di Jeanne che posa, insieme a delle amiche, per Foujita, svelando tratti inediti della sua personalità, dal momento che in questi dipinti appare in maniera completamente diversa da come la conosciamo. Per arrivare alla sua domanda: io credo di sì, che in quel momento esaltante, anche per l’affermazione di donne-artiste, la giovanissima Jeanne a 19 anni varcò il miraggio di Montparnasse con la determinazione di diventare un’artista, osando misurarsi con coloro che venivano considerati come i “grandi” già allora, Picasso o Matisse per esempio, da cui credo che ella abbia molto imparato. Tra l’altro scelse il sentiero dell’arte in maniera decisa e inequivocabile: studiava alla Accademia Colarossi e a quella di arti applicate.

Jeanne era molto giovane, ma nel libro emerge il profilo di una donna emancipata, moderna e con una volontà ben definita. Si considerava un’artista, era un’artista a tutti gli effetti come lei ha appena ricordato, e il suo stile rimase sempre piuttosto autonomo da quello di Modì. Al tempo stesso era però anche la compagna e la modella di uno dei pittori più straordinari del XX secolo. Da scrittrice, quanto è stato difficile tenere a bada la figura prorompente di Modigliani e rimanere concentrata su Jeanne? Ha usato qualche metodo particolare oppure, mentre scriveva, è subito riuscita a focalizzare l’immagine e la personalità della pittrice?

Io sono partita da Jeanne, ovvero da un dipinto, un suo autoritratto che vidi in una mostra collettanea senza sapere nemmeno chi fosse quella pittrice. Mi interessai a una sconosciuta, di cui mi colpì l’intensità espressiva e la capacità di cogliere e trasfigurare in colori accesi e contrastanti la sofferenza umana. Mi interessava capire la tecnica, lo scavo dell’animo. Solo successivamente scoprii che si trattava della musa e compagna di Modigliani. Questo però instillò in me una sorta di ossessione a scoprire chi fosse realmente quella donna. Per cui direi che la mia attenzione è sempre rimasta focalizzata su lei e sullo sforzo di farne riemergere la voce e la visione del mondo. L’incontro con Modigliani segnò e cambiò la sua vita, ma ancora una volta, anche narrando di ciò, mi ha sempre guidato la volontà di far rivivere questa storia dalla prospettiva di lei, parafrasando la dedica al libro: affinché  il suo “sguardo silente possa ancora parlare…”.

Jeanne Hébuterne in uno scatto del 1917 ca.

Subito dopo aver iniziato a leggere il suo libro, sono andato a cercare una foto di Jeanne Hébuterne su internet e anch’io sono rimasto ipnotizzato dal suo sguardo. I suoi occhi mostrano una consapevolezza di sé che incute quasi timore e impone delle domande. Una di queste è: una donna così, che ha dato prova di una resilienza estrema all’interno di una famiglia tanto opprimente, come ha potuto rinunciare alla carriera di artista proprio quando si era liberata? O forse Jeanne cambiò soltanto la vecchia gabbia con una nuova? A suo parere, l’amore profondo che nutriva per il suo Amedeo, per il suo Dedo, riesce a spiegare fino in fondo una rinuncia così grande?

Lei mi pone solo domande difficili, che scavano nell’animo di Jeanne. Spero di esserne all’altezza e fornire delle risposte che si approssimino alla verità. Nella ricostruzione che ho fatto del carattere di Jeanne attraverso testimonianze di amiche, amici e conoscenti, ma soprattutto attraverso il suo sguardo sul mondo recuperato dai suoi dipinti, Jeanne era non la figura remissiva e passiva che ci viene presentata nelle biografie di Modigliani. Era una ragazzina, giovanissima, questo è vero, ma determinata e audace: in tal senso l’amore assoluto e totalizzante che provò per Modigliani rientra a mio avviso in una ostinazione caparbia e in una determinazione estrema: lei scelse quell’uomo, scelse quell’amore e riuscì ad imporlo anche a lui, che di amori ne cambiava tanti e di continuo, imponendogli anche la sua figura come inizio e fine irraggiungibile della sua ricerca di bellezza e assoluto: nessuna donna, nessuna persona è stata tanto ossessivamente ritratta da Modì, che a Jeanne dedicò più di venti dipinti.

Il libro si intitola Non dipingerai i miei occhi e, anche in base a quello che ci siamo detti finora, mi sembra non possa esserci titolo migliore. Un’idea personale che mi sono fatto è che nemmeno Modigliani sia riuscito a scoprire il segreto dello sguardo di Jeanne e che anzi lei considerasse la propria interiorità una faccenda davvero molto intima, privata. Se fosse stato possibile, cosa avrebbe voluto domandare a Jeanne Hébuterne mentre stava scrivendo questo libro su di lei?

Se è mai stata davvero felice o se il suo ardore e amore li ha vissuti al prezzo di una inesauribile e incessante sofferenza, che è la cosa più pura del mondo.

Jeanne Hébuterne, “Autoritratto”, 1916-17.

Anche se il suo è un libro su Jeanne, mi permetta di porle una domanda su Amedeo. Modigliani non amava i cubisti; ne era amico, come in generale lo erano fra sé tutti gli artisti che animavano l’Ecole de Paris, ma a Modì il cubismo lo ha sempre lasciato piuttosto indifferente, a volte persino infastidito. Scrivendo Non dipingerai i miei occhi, si è accorta di aver usato una tecnica che ricorda molto da vicino quella cubista delle prospettive simultanee e dei punti di vista multipli? Era una cosa voluta?

In parte sì: in quegli anni si scompose la visione del mondo per ricomporsi attraverso altre prospettive. E questa operazione non fu merito di un solo artista, ma di una coralità di individui dalla forte personalità, che vedevano, scomponevano e ricomponevano le tessere dell’animo umano e della loro visione del mondo in maniera del tutto soggettiva e differenziata. Mi interessava far emergere questa “coralità di visioni”, cercando di recuperare nella narrazione i tratti pittorici più differenti, per cui la scrittura diviene a volte più evocativa, come quando prende spunto dalla prospettiva pittorica di Foujita, a volte violenta, come nel caso dei riferimenti all’opera pittorica di Picasso, altre grondante di sangue e decomposizione della carne, come nel caso della visione di Soutine, di follia e squilibrio come nel caso di Utrillo, di assoluto come nel caso della pittura di Modigliani.

Quali insegnamenti possono ricavare da Jeanne Hébuterne le donne e le artiste del XXI secolo? Pensa che la sua figura abbia le caratteristiche giuste per diventare una nuova icona del femminismo?

Credo proprio di sì: Jeanne è un esempio straordinario della devozione a un ideale, a un sogno da inseguire a qualsiasi costo. In tal senso anche il suo suicidio non è un atto di resa incondizionata al fallimento della sua vita e di quella dell’amato, ma una sorta di coronamento dell’ideale romantico: l’inveramento dell’assoluto amore nella morte.

Grazia Pulvirenti (© Grazia Ippolito).

Per farmi perdonare, direi di concludere la nostra chiacchierata con una domanda più facile… almeno in apparenza. Cos’è per lei l’avanguardismo?

Uno sguardo inedito, inatteso, sorprendente sul mondo. Come quello di Jeanne e di Modigliani che pagarono il prezzo della loro innovativa visione artistica con la miseria, la sofferenza dei corpi, i tormenti dell’animo, per ricevere, almeno lui, i meritati riconoscimenti all’opera compiuta solo quando il corpo era freddo nella bara, durante quel funerale in cui i prezzi delle sue opere, fino ad allora venduti a pochissimo o dati in cambio di un pasto, presero a lievitare. A Jeanne questo riconoscimento ancora non è toccato: le sue opere sono state per decenni occultate dalla famiglia e di recente vendute a cifre significative in aste, che ne hanno disperso il corpus. Anche questo è avanguardismo: non venire compresi e apprezzati in vita per l’intensità e innovazione del messaggio, ricevere plausi e riconoscimenti solo post-mortem.

*Immagine in copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta con il braccio sulla spalliera, 1918, Pasadena, Norton Simon Museum of Art (particolare).