A caccia del diavolo, ovvero “Capturing the Devil”, l’ultimo capitolo della tetralogia di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

SPOILER ALERT: in questo articolo sono presenti elementi che potrebbero rivelare informazioni, totali o parziali, circa il nuovo libro.

Siamo lieti di presentarvi, in anteprima, il quarto e ultimo libro di Kerri Maniscalco edito in Italia da Oscar Mondadori e atteso per il prossimo 10 novembre, A caccia del diavolo! Giungere al termine di un’avventura può far provare molte emozioni: eccitazione, quando si ha tra le mani il libro che segna l’ultimo tassello di una tetralogia; desiderio di sapere se soddisfi le nostre aspettative e supposizioni sulla conclusione; tristezza perché quella potrebbe essere una lettera di commiato a personaggi accanto ai quali abbiamo percorso i vicoli di Londra, esplorato i castelli della Transilvania, salpato sull’Atlantico e che infine ci guidano tra i vicoli di una New York proiettata in un nuovo secolo, che si spera Thomas Cresswell e Audrey Rose Wadsworth renderanno prospero, lanciandosi in un’ultima caccia al serial killer che sembra comportarsi esattamente come il famigerato Jack lo Squartatore.

Il lettore allora sentirà certamente malinconia, perché sì questa è l’ultima avventura che calcherà sulle pagine assieme a quel duo, ma sa che potrà ritrovarli sempre lì una volta riaperte le pagine del libro, e nel frattempo non potrà far altro che lasciarsi trascinare da una storia coinvolgente che funziona da degna conclusione ad una saga che ha tenuto tutti col fiato sospeso e che non ha risparmiato colpi di scena.
Nel suo presentarsi come la chiusura di un cerchio, A caccia del diavolo dà inizialmente molto spazio alla sottotrama amorosa che acquista rilevanza tanto da far sembrare Thomas e Audrey Rose una versione moderna di Romeo e Giulietta.

Le nozze a cui stanno per convolare i due, accorciando i tempi del tipico fidanzamento vittoriano a sole due settimane, vengono organizzate da tutta la famiglia della protagonista con grande partecipazione, e mandate all’aria da una donna che si presenta all’altare come la reale fidanzata di Thomas. È certamente un personaggio di poca rilevanza, ma ciò che invece risulta lampante da un gesto tanto teatrale è che, a ordire questa macchinazione, sia stato il padre di Thomas, il quale rappresenta in sé tutte le restrizioni e gli obblighi di un’unione in epoca vittoriana: un matrimonio a quei tempi altro non era che un contratto economico che doveva risultare vantaggioso per le famiglie degli sposi. Non si cura certo dell’amore, un’unione di questo tipo, infatti il padre di Thomas lo obbliga ad allontanarsi da Audrey Rose perché la classe sociale di lei, inferiore, non viene considerata adatta.

La protagonista e voce narrante del libro, che ha commesso la leggerezza di consumare il matrimonio prima che fosse riconosciuto e sancito davanti all’altare, mantiene lucidità e sangue freddo dinnanzi alla possibilità di vedere il proprio matrimonio andare in fumo e la propria reputazione rovinata, anche grazie alla guida del personaggio amorevole ma risoluto di sua nonna Audrey, della quale facciamo la conoscenza diretta solo in questo ultimo volume, e che ricorda alla nipote quanto sia giusto versare qualche lacrima, ma anche quanto più giusto sia ricordarsi di ricomporsi e andare avanti: perché una donna, secondo questa saggia indiana, ha abbastanza forza per salvarsi da sé. Perciò Audrey Rose risulta non consona alla classica descrizione di una donna che vive alla fine dell’Ottocento: appare infatti fredda e decisa, e per evitare di pensare al proprio cuore spezzato, alla fiducia che sente di aver perso nei confronti di Thomas, la persona che ama e di cui si fidava più di ogni altra al mondo, decide di prendere un treno per Chicago, per svelare lo strano mistero che si cela dietro una serie di donne scomparse, delle quali però non si riescono a ritrovare i corpi.

Ancora una volta, Audrey Rose troverà accanto a sé Thomas. Nella corsa che compie con loro nella speranza di fermare questo misterioso e organizzato serial killer, il lettore si dimentica della trama amorosa perché l’intreccio investigativo, più semplice rispetto a quelli dei due libri precedenti, è invece molto più simile a quello di Sulle tracce di Jack lo Squartatore, tanto da far temere che quel Jack lo Squartatore fosse in realtà una persona diversa rispetto a quella che è stata accusata nel primo libro, e che l’abbia fatta franca, per seminare morte e terrore nella Città Bianca in cui tutti però sembrano troppo occupati a restare affascinati dalla Fiera Mondiale di Chicago, illuminata a giorno da Nikola Tesla, per accorgersi della sparizione di donne senza nome, il cui unico crimine era la ricerca di indipendenza.

Nel corso dell’indagine ritroviamo molti personaggi di cui abbiamo fatto la conoscenza nei libri precedenti, quali l’affasciante e scaltro Mefistofele, oppure il simpatico Noah, che i due protagonisti avevano conosciuto alla scuola di scienze forensi in Transilvania e che si rivelerà un valido aiuto in questa caccia al serial killer.

Consigliamo questo libro perché la storia si conclude, com’era prevedibile, nel migliore dei modi; ma ciò che rimarrà nel cuore dei lettori non è solo che è la Regina Vittoria stessa a dare l’approvazione per l’unione di Audrey Rose e Thomas, quanto piuttosto il forte messaggio femminista ed egualitario che viene dato a tutti i lettori, circa il coraggio che è necessario avere per raggiungere tutti gli obiettivi, esclusivamente grazie all’acume della mente ed alla forza di volontà.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte III: Camilleri, “Il merlo parlante” e “La lettera anonima”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi riprendiamo la serie (qui troverete i link alla prima e alla seconda parte) dedicata al mondo siciliano, continuando il viaggio sulle parole del maestro Camilleri.
I due racconti delle Storie di Vigàta che vi presento hanno un denominatore comune che, come abbiamo già visto e continueremo a vedere nelle prossime puntate, appassiona molto l’autore: le malelingue.

Il primo racconto, Il merlo parlante, ha come protagonista Ninuzzo Laganà, giovane ingegnere intelligente e di bell’aspetto che, purtroppo per sua madre, non ne vuole sapere di prendere moglie. La povera donna, rinchiusasi in un muto silenzio dopo la morte del marito, passa tutte le sue giornate a letto pregando che il figlio si sposi «Pirchì voglio aviri un nipoti prima di moriri».
Il giovane, lungi dal dare alla madre un altro dispiacere, manda la cameriera a indagare in paese affinché possa trovargli una giovane donna con sani princìpi che lui possa prendere in moglie.
Come nelle novelle, o forse sarebbe più appropriato dire come nelle barzellette, Camilleri crea un meccanismo di battute e passaggi narrativi scanditi dall’espressione “La risposta l’ebbi il jorno appresso”. Questo meccanismo si ripete con una cadenza e una insistenza talmente ben congegnati che diviene perfettamente prevedibile e, alla fine, anche comico.

Ninuzzo e la cameriera individuano la perfetta candidata e, in poco tempo, si convola a nozze: si chiama Daniela, viene da una buona famiglia, ha studiato legge ma non esercita la professione, è una figlia rispettosa, va in chiesa tutte le domeniche ma nasconde qualcosa: una “fame d’uomo” che Ninuzzo mai si sarebbe immaginato.
Con questo elemento Camilleri inserisce la seconda situazione comica: in capo a qualche settimana, Ninuzzo viene completamente privato delle forze, è esasperato da una moglie che lo tiene sveglio tutta la notte e tutte le notti, arriva addirittura al punto di prolungare i suoi viaggi di lavoro per intere settimane pur di dormire un po’.

Un giorno, andando in ufficio, Ninuzzo scopre che qualcuno, un non meglio precisato personaggio, ha fatto dono all’ingegnere di un merlo parlante. L’animale, nella sua bella gabbia, alleggerisce l’orario di lavoro di tutti in ufficio salutando con la sua vocina gracchiante sino a che non si scopre un fatto: il merlo ripete l’ultima frase che ha sentito più spesso durante la giornata. Il che potrebbe essere un gioco divertente, potremmo pensare, se non fosse per il povero Ninuzzo che una mattina, dando da mangiare al merlo, lo sente dire “lo sai che all’ingigneri sò mogliere gli mette le corna?”

Dove ha sentito quella frase malevola? Sicuramente in ufficio, ma chi è stato? Ninuzzo cerca di indagare per arrivare al colpevole della diceria, ma le sue indagini scendono in secondo piano quando Daniela, sua moglie, gli annuncia che finalmente il desiderio che sua madre nutriva sta per avverarsi: aspetta un figlio.
Il merlo avrà ragione?

Il secondo racconto, La lettera anonima, ha una struttura leggermente più articolata: tutti o quasi i vigàtisi da diverso tempo lamentano di ricevere delle lettere anonime che rivelano, o per lo meno dicono di rivelare, dei segreti scomodi: tradimenti, gelosie, debiti. Il fenomeno raggiunge un’ampiezza tale che il protagonista di questo episodio, il professor Ernesto Bruccoleri, stila addirittura un catalogo delle tipologie di lettere:
1) “La prima era quella che portava a canuscenzia dell’interessato o dell’interessata ‘na facenna che il paìsi accanosciva già;”
2) “la secunna era la littra nonima che ‘nveci viniva mannata all’autorità e che si potiva considerari ‘na vera e propria dinunzia;”
3) “la terza era quella che arrivilava ‘na storia scanosciuta a tutti;”
4) “e la quarta, la cchiù perfida e ‘nsidiusa, era quella che parlava di ‘na facenna che non era mai successa ma che aviva avuto la possibilità di succidiri epperciò nisciuno era in grado di controllari se era vera o se era ‘nvintata.”

Sta di fatto che questa analisi dettagliata non protegge il povero professore, il quale diviene anch’egli destinatario di un paio di lettere anonime che lo mettono in non pochi guai col circolo del quale fa parte.
Anche qui, come nel Merlo parlante, le dinamiche tra marito e moglie, specialmente quelle di carattere sessuale, si propongono con decisione. Ernesto teme che sua moglie lo possa tradire: la donna infatti si reca tutti i fine settimana a Palermo, a trovare la madre malata, e monta su tutte le furie una volta che Ernesto si propone di accompagnarla, ovviamente non riuscendo nel suo intento più che onesto, nella mente di lui.

La soluzione a questo enigma non arriva grazie all’aiuto, per quanto bizzarro, di un animale, bensì tutto si risolve nella dinamica tra Vigàta in quanto ente plurale fatto di storie e memorie, ed Ernesto, il cui spirito attento gli impedisce di saltare la ricerca di spiegazioni pur di arrivare a una facile conclusione.
A Palermo, è vero, sua moglie non va per accudire la madre, che peraltro gode di ottima salute. Ci va per vedere un uomo, un uomo che prima di partire per l’Africa aveva in animo di sposare e che, per vicissitudini legate alla guerra, non è riuscito a completare il suo proposito.
Sono amanti? Sono amici? La risposta ci viene fornita in un finale aperto, nel quale Camilleri omette anche un grande particolare sulla stesura di queste lettene anonime che tanto dividono i vigàtisi quanto li uniscono.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Il futuro tra romanzi e tecnologia: intervista a Renato de Rosa, autore di “Osvaldo, l’algoritmo di Dio”


Intervista a cura di Gian Luca Nicoletta

Nell’articolo di oggi vi riporto l’intervista a distanza che ho avuto occasione di fare a Renato de Rosa, autore del romanzo Osvaldo, l’algoritmo di Dio edito da Carbonio Editore. A questo link potrete leggere l’articolo con la recensione. Si tratta di un dialogo sui temi caldi che caratterizzano il romanzo: il mondo dell’informatica e il nostro tempo, cosa si nasconde dietro internet, i vari sviluppi che le tecnologie portano con sé e che possono cambiare in positivo o in negativo il nostro futuro.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è osvaldo1-1.jpg

GIAN LUCA NICOLETTA. La lettura di Osvaldo, l’algoritmo di Dio inizia anche i più profani come me a diverse discipline che potremmo benissimo definire vere e proprie scienze, come gli scacchi e il bridge. Secondo lei, queste discipline che ruolo hanno nello sviluppo intellettivo e intellettuale delle persone?

RENATO DE ROSA. Potrebbero avere un ruolo molto importante.
Ho amato molto gli scacchi in gioventù, senza potermici dedicare quanto avrei desiderato: prima la scuola, poi l’università, e inseguito il lavoro e la famiglia… La verità è che o si vive o si gioca a scacchi. E io scelsi di vivere. Passai quindi al bridge che, come dice Massimiliano nel libro, è un oceano che nessuno attraverserà mai.
C’è chi definisce questi giochi passatempi. Niente di più sbagliato, sono godimento mentale (e spesso anche buona compagnia). Aiutano a ragionare, a capire gli altri e sé stessi, e anche ad apprezzare la bellezza più pura e astratta: le partite di scacchi e le mani di bridge giocate dai grandi campioni sono vere e proprie opere d’arte.

Il personaggio di Massimiliano e quello del prof. Romboni ricoprono ruoli speculari nell’orizzonte del protagonista: entrambi accomunati da una spiccata abilità unita a una grande intelligenza, tuttavia profondamente divisi sugli scopi verso i quali rivolgono i loro talenti: esiste una via mediana o siamo tutti dei “Massimiliano” o tutti dei “Romboni”?

Una bella riflessione, la sua! Effettivamente Massimiliano e Romboni sono i due eroi tragici del libro. Appaiono come figure defilate, ma in un certo senso sono loro i veri protagonisti di Osvaldo. Romboni con la sua battaglia contro il fato che lo ha preso di mira, senza che lui neppure ne capisca il motivo. Massimiliano, in grado di portare alle estreme conseguenze la sua coerenza umana. Il primo proteso verso la carriera e il successo, il secondo verso il piacere epicureo, nelle sue varie forme. Si può essere Massimiliano o Romboni, o magari anche una armoniosa combinazione dell’uno e dell’altro, ma per esserlo ci vuole personalità, intelligenza e amore per il sapere. Non tutti ci riescono: spesso ci sconfigge l’omologazione, la wikipedizzazione della vita e della cultura, che rischia di fare di noi non degli uomini, ma delle marionette.

Nel suo romanzo, il team di ricercatori che lavora alla creazione del software è composto da studiosi che provengono da diversi indirizzi, alcuni non propriamente scientifici: ce ne sono alcuni più avvantaggiati di altri? Come, a titolo di esempio, Andrea rispetto ad Angela?

La scelta di Romboni, di creare un gruppo di lavoro con competenze diverse, è molto saggia. L’Intelligenza Artificiale (I.A.), prefiggendosi di replicare quella umana (se non di migliorarla), deve analizzare tutte le varie sfaccettature che la compongono: la logica, la creatività, il linguaggio, la capacità comunicativa, l’empatia, l’arte…
Progettare strumenti di I.A. richiede dunque l’impegno simultaneo di studiosi di tutti i rami, non solo delle discipline scientifiche ma anche di quelle umanistiche. Nel libro questo concetto è simboleggiato, neppure troppo velatamente, dal personaggio di Vito e dalla sua enciclopedica personalità.

Nel gruppo di lavoro dei protagonisti possiamo vedere rappresentato, seppur in parte, il mondo universitario odierno: siamo ancora preda dei baroni o si tratta di una descrizione un po’ vintage?

Non saprei. Ogni tanto ho contatti professionali con l’ambiente universitario, non abbastanza comunque per esprimere un’opinione attendibile. Se dovessi basarmi sulle impressioni direi che probabilmente i baroni esistono ancora. Non credo sia cambiato molto da quando frequentavo io l’università: in effetti proprio oggi ho letto una recensione di Osvaldo che mi elogia per aver saputo ironizzare sui problemi del mondo accademico!

Non negherò che Osvaldo, ai miei occhi, mostra un lato piuttosto oscuro: entrare in contatto con lui nei primi capitoli, come vederlo all’opera durante lo stress test proposto da Romboni, potrebbe essere equiparato alla manifestazione del potenziale divino, un assaggio di cosa può fare. Se poi consideriamo che il senso etimologico del nome Osvaldo significa appunto “potenza divina”, la domanda che sorge più spontanea è: quanto c’è di divino in Osvaldo?

Lo sa che non avevo mai pensato a verificare l’etimo di Osvaldo? Il nome è nato per caso – ammesso che esista il caso – ho scelto il primo nome demodé e un po’ rustico che mi è venuto in mente ed è rimasto quello. La vita è fatta di coincidenze: bella coincidenza che Osvaldo significhi proprio potenza divina.
Un suo personale giudizio sugli Osvaldo del nostro tempo: ci affidiamo troppo alla tecnologia o è giunto il momento di riappropriarci delle nostre limitate capacità?
I ragazzi di oggi sanno fare mille cose che noi non sappiamo fare. Accedono alle informazioni con una abilità sorprendente e per noi sconcertante. Però non sanno memorizzare i numeri di telefono o le poesie, non sanno utilizzare una mappa, hanno difficoltà a mantenere l’orientamento, non sanno restare poche ore senza telefonino, fanno una fatica tremenda a leggere libri…
Impossibile dire quale generazione sia avvantaggiata rispetto all’altra. Nell’immaginare il loro futuro sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo: il loro avvenire potrebbe essere meraviglioso o terrificante. Dipenderà solo da una cosa: se continuerà a esserci la corrente elettrica!

I riferimenti al Frankenstein di Mary Shelley offrono degli interessanti spunti di riflessione. Secondo lei, in un secolo come quello che stiamo vivendo in cui intere parti del corpo umano possono essere costruite grazie alle stampanti 3D, o dove addirittura si possono progettare dei chip in grado di risolvere gravi patologie umane come la cecità (le recenti dichiarazioni di Elon Musk in proposito aprono a scenari a dir poco futuristici), dove si pone il limite fra la capacità degli esseri umani di migliorare il proprio organismo e la sfida all’entità superiore?

La Realtà Aumentata è una delle sfide più affascinanti del futuro. Noi abbiamo vissuto con i nostri cinque sensi, chissà quanti ne avranno i nostri discendenti e che ricchezza di emozioni potranno donare loro! Potranno percepire i campi magnetici, il posizionamento nello spazio, condividere le proprie emozioni con altri, ascoltare il rumore di fondo dell’universo…  La possibilità di incrementare la gamma sensoriale con l’innesto di protesi tecnologiche apre scenari inimmaginabili.
Ma da questo a diventare dèi ce ne passa! Perché se il cervello rappresenta il nostro punto di forza è anche la nostra più grande debolezza: l’essere umano può comporre sinfonie meravigliose, dipingere quadri affascinanti, scrivere libri straordinari, ma al tempo stesso riesce a commettere idiozie immani. Genio e stupidità convivono inestricabilmente in noi. Forse sarà proprio questo il punto di forza dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale: noi siamo più imprevedibili e in un certo senso anche più divertenti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 2.renato-de-rosa.jpg
Renato de Rosa, autore di Osvaldo, l’algoritmo di Dio

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte II: Camilleri, “Di padre ignoto” e “Un giro in giostra”

Di Gian Luca Nicoletta

Col secondo appuntamento della nostra nuova serie siciliana prosegue il viaggio nel tempo nella Vigàta del secolo scorso. I due episodi che vi presento oggi, sempre presi da quelli usciti con “La Repubblica“, si intitolano Di padre ignoto e Un giro in giostra.

Il primo episodio, ci troviamo nel 1910, è divisibile in due parti che potremmo etichettare, con gusto petrarchesco, “in vita di Amalia” e “in morte di Amalia”. Protagonista della prima parte è, infatti, la giovanissima Amalia Privitera, una bella bambina di sei anni. Un anno il parroco di Vigàta, padre Costantino, chiede il permesso ai genitori di Amalia per poterle fare impersonare la Madonna nel presepe vivente che vuole allestire per quel Natale. Il giorno della rappresentazione, tanta è la meraviglia di tutti i vigàtisi scaturita dalla bellezza della bimba, che molti di loro iniziano a confessare i propri peccati ai piedi della piccola. Da quel momento, Amalia sarà conosciuta da tutti come “la Madunnuzza”.

Gli anni passano, Amalia si fa sempre più bella per a causa di un violento temporale i suoi genitori muoiono e così la giovane ragazza rimane orfana. Viene cresciuta dalla nonna Nunziata e dallo zio Duardo, del quale ci viene dato un ritratto che lascia poco spazio alla fantasia:

«Duardo era uno sdisbosciato buttaneri senz’arti né parti, che mai nella sò vita aviva avuta la minima gana di travagliare e che aviva macari il vizio del joco d’azzardo. E il bello era che pirdiva sempri.»

Con lo zio Duardo, Amalia scopre forse il lato più meschino degli uomini adulti: la loro voglia carnale. La ragazza infatti riceve le periodiche “visite” notturne da parte dell’uomo e, nella mia personale interpretazione del testo, questo fatto segnerà tutto lo sviluppo psicologico della ragazza.

La seconda parte del racconto è ambientata nel 1950 e il protagonista stavolta è Benvenuto Privitera, figlio di Amalia e “di padre ignoto”. Il ragazzo, nato in concomitanza di una disgrazia, cioè la morte della madre a seguito di una brutta caduta in un pozzo, torna a Vigàta perché i cambiamenti progettati nel nuovo piano regolatore interessano direttamente la casa e il terreno che furono di sua madre. In quest’occasione, curiosando per casa e rovistando tra vecchie foto, Benvenuto scopre alcuni fatti su sua madre, in particolare una nota nella quale la donna aveva riportato un calendario settimanale e i nomi di diversi uomini.

Ripercorrendo la sua breve storia familiare, grazie soprattutto ai benevoli abitanti di Vigàta che lo accompagnano nei luoghi che furono di Amalia, Benvenuto trova una comunità accogliente, ricca di storie piacevoli e dove il ricordo di sua madre brilla quasi a ogni angolo.
Da che era cresciuto orfano, il giovane Benvenuto conoscerà il caldo abbraccio di ben cinque padri adottivi, tra i quali uno sarà più caldo degli altri.

Il secondo racconto si intitola Un giro in giostra e ci mostra la storia di Benito “Nito” Cirrincione, professore di latino e greco.
Benito è nato a Vigàta e la sua salute è stata sempre molto cagionevole. I continui malanni sin dalla più tenera età lo hanno segnato tanto nell’aspetto fisico che nello spirito.
Durante la seconda guerra mondiale, Benito perde il padre e così sua madre, la signora Concetta, è costretta a prostituirsi per far sì che sulla tavola non manchi mai il cibo per il figlio. Una bella notizia arriva qualche anno dopo, quando sua madre parte col signor Pirrotta (sicuramente parente del dottor Pirrotta che appare nel racconto precedente) il quale, vedovo e senza figli, le ha chiesto di sposarla. L’uomo fa il commerciante, ha una posizione economica ben salda e questo permetterebbe a Concetta e a Nito di vivere una vita tranquilla e senza preoccupazioni. Nito nel frattempo è cresciuto e, godendo della generosità di Pirrotta, può trasferirsi in un appartamento di proprietà a Palermo per frequentare l’università.

La vita di Nito passa tranquillamente ma un grande vuoto lo perseguita: è un vuoto d’amore, la profonda necessità di avere qualcuno da amare. Il suo aspetto purtroppo non gioca a favore: è molto secco, sta già perdendo i capelli, e neanche il suo savoir fare è dei migliori. La solitudine si conferma come il tratto caratteristico di Nito, il quale diventa un unico corpo con l’appartamento a Palermo e da cui osserva la vita farglisi sempre più stretta intorno.

In età ormai adulta, alla soglia dei sessant’anni, Nito fa un incontro del tutto inaspettato e un grande sconvolgimento emotivo prende il suo cuore: finalmente si innamora. Ha conosciuto una ragazza, molto giovane e molto bella, che perde la testa per lui. Il suo cuore e il suo cervello fanno a botte per cercare di sbrogliare la matassa e capire cosa stia succedendo, quando infine il cuore ha la meglio e riesce a liberare Nito da tutte le sue paure, facendolo proprio su una giostra con i cavalli che condurrà all’epilogo del racconto.

Fonte: La Repubblica

Questi due racconti ci mostrano, tra le ironie a volte caustiche della lingua di Camilleri, uno degli aspetti più scuri della vita di Vigàta e della vita in generale: quanto gli esseri umani si approfittino l’un dell’altro. Lo sfruttamento sessuale assurge a campione di tutti i vizi: non si fanno sconti alla condizione di bisogno, alla giovane età, perfino alla parentela. I rapporti di potere si determinano anche in questo modo e la dinamica si ripete tanto fra i vigàtisi umili come fra quelli più illustri.
Il mosaico che abbiamo iniziato a ricostruire col primo articolo si arricchisce sempre di più e ci parla della Sicilia oscura, la quale diventa chiara metafora del nostro mondo.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte I: Camilleri, “La Trovatura” e “La Congiura”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi inauguriamo un nuovo filone tematico de Lo Specchio di Ego il quale, come avrete capito dal titolo, è dedicato alla Sicilia. Vedremo le caratteristiche di questa magnifica terra attraverso tre gruppi di opere: inizieremo da Le storie di Vigàta di Andrea Camilleri (le quali sono in uscita settimanalmente con “La Repubblica“), poi faremo un passo indietro e approderemo nei luoghi dei Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga, e infine chiuderemo facendo un’ulteriore tappa nella Sicilia immediatamente post-unitaria, quella descritta nell’Inchiesta omonima di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino.

Cominciamo con i primi due racconti della raccolta Le Storie di Vigàta di Camilleri: La Trovatura e La Congiura.
Ci troviamo a Vigàta, celebre località siciliana nata dalla fantasia di Camilleri e che vede svolgersi le appassionanti indagini del commissario Montalbano.
Nel primo racconto vediamo che, un sabato mattina del 1939, tutte le strade sono coperte da manifesti che annunciano l’arrivo della maga di Zammut, Arsenia. La maga starà nel paesino solo per pochi giorni e così tutti i vigàtisi sono invitati a venire a consulto per farsi predire il futuro da questa eccezionale “chiaromante chiaroviggenti”. La cittadinanza accoglie in maniera molto fredda la nuova venuta, salvo poi ricredersi dopo che Arsenia dimostra la potenza delle proprie doti quando, durante un consulto con la signora Rosa Indelicato, prodigiosamente le dà i numeri per un terno sulla ruota di Palermo.

In questo modo, nel giro di una notte, la camera dell’albergo dove la maga alloggia e riceve diventa il centro non solo del paese, ma quasi di tutta la provincia di Montelusa. La stanza di Arsenia (che poi rivela essere Caterina il suo vero nome) si trasforma nel sancta sanctorum dove tutti gli abitanti manifestano i loro più profondi desideri, uno solo per volta e al prezzo di cinque lire. Caterina viene a conoscenza di cosa muove Vigàta e la provincia, ma in lei non c’è animo di truffatrice. Fa degli intrighi, certo, inganna e raggira, ma puntando alla felicità di chi davvero la merita: gente disgraziata, povera, cui i magici poteri divinatori di Arsenia possono essere realmente d’aiuto. Il giro di nomi e fatti della vita si chiude quando giunge la rivelazione della trovatura, un tesoro, nascosto in un orticello abbandonato e lontano da tutti e che Don Milluso, il ricco e mafioso del posto, vuole per sé. Il tesoro da cosa è composto? Oro, gioielli forse? Questa trovatura è senza dubbio una grande metafora, cui Camilleri dà, di volta in volta, un valore diverso per ciascuno dei suoi personaggi.

Il secondo racconto si intitola La Congiura, e cronologicamente si colloca un decennio prima dei fatti della Trovatura. Coprotagonista, assieme a Gaetana Buccè, è Francesco “Ciccino” Firrera, detto Beccheggio. Un uomo che ci viene descritto icasticamente così:

«Ciccino Firrera era un quarantino abbunnanti accussì laido da fari spavento. Piluso come a ‘na scimmia, la fronti vascia, con un occhio a Cristo e l’altro a San Giuvanni, àvuto sì e no un metro e cinquanta, la tistuzza nica nica da lucertola supra alla quali c’era ‘na tali massa di capilli nìvuri e ricci da pariri un cappeddro, aviva un paro di gamme accussì ad arco che quanno caminava pariva preciso ‘ntifico a ‘na navi che beccheggiava.»

Insomma, certamente non un fotomodello…
Il fatto che stupisce la signora Buccè è che Ciccino, all’apparenza rispettosissimo delle signore che frequenta per via della professione di sarto che svolge con inimitabile professionalità ed efficienza, pare nasconda l’animo di un focoso amatore, in grado di soddisfare le voglie di tutte le donne che frequenta, chiaramente in termini extraconiugali. Ma ciò che invece allarma Gaetana, la quale pure ha tentato di sedurre Ciccino ma con scarsi risultati, è aver notato che il sarto porta sulla via del peccato solo le donne i cui mariti ricoprono importanti ruoli nell’organizzazione del partito fascista locale. La moglie del console, la moglie del vicesegretario e così via. Possibile che Ciccino abbia ordito un piano, una congiura appunto, per macchiare d’infamia tutto il partito di Vigàta, sostenuto dai comunisti? La donna, da sempre pronta a denunciare misfatti di questo tipo, tanto che ricopre il ruolo di “Segretaria della sezione femminile fascista di Vigàta”, omonima femminile del ruolo che ricopre suo marito, indaga con l’aiuto di alcune sue amiche fino a scrivere una lettera alla Federazione per denunciare il fatto.
L’epilogo delle indagini, racchiuso in poche righe, non tradirà la tensione tenuta lungo tutta l’arco della narrazione.

Dalla lettura di questi due primi racconti possiamo già evidenziare alcuni elementi importanti per una interpretazione complessiva:
1) il mondo di Vigàta ruota attorno ad alcune figure sociali di riferimento, che possono essere caricate di significato positivo o negativo. Possiamo prendere a titolo di esempio, rispettivamente per ogni racconto, Arsenia/Caterina in chiave positiva e Don Paolino Milluso in quella negativa; mentre nel secondo episodio abbiamo Ciccino e Gaetana Buccè;
2) le donne del mondo di Vigàta sono donne molto forti. Il loro ruolo sociale rispecchia quello della società del tempo, dunque sono tutte dipendenti da una figura maschile di fatto dominante, ma nell’ambito domestico o comunque nell’ambito di tutto ciò che non arriva alle orecchie dei maschi, le donne agiscono e lo fanno con determinazione. I personaggi femminili sono tendenzialmente guidati da stimoli che ricadono sul sé: cercano di riparare un torto subito o causato, cercano di rendersi indipendenti, cercano di affermare la propria posizione nel loro ambiente; i personaggi maschili invece tendono alla dominazione sugli altri: vogliono la terra, vogliono i soldi, vogliono la donna d’altri.

Con questo articolo abbiamo iniziato a spolverare un vecchio mosaico, fatto di mare e sangue, di agrumi e invidia, un mosaico di una terra affascinante che col tempo è diventata un vero e proprio personaggio della letteratura italiana.

Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel

Di Andrea Carria

Una delle funzioni, degli obblighi morali della letteratura è di confrontarsi con i grandi problemi del presente. A ricordarcelo è Philippe Claudel, autore dell’Arcipelago del Cane (Ponte alle Grazie, 2019), romanzo incentrato sul dramma umano che, ormai da anni, si sta consumando nel Mediterraneo: quello dei migranti

L’ambientazione scelta da Claudel è una piccola isola facente parte di un arcipelago immaginario che si fatica a distinguere sulla carta geografica. Il nome Cane, che è lo stesso tanto per l’arcipelago quanto per la maggiore delle sue isole, è dovuto alla forma del litorale di quest’ultima che ricalca la sagoma dell’animale:

«Il Cane è lì, disegnato sul foglio sottile. Fauci spalancate, zanne snudate. Che si accinge a sbranare una lunga e chiara immensità cobalto che la carta costella di numeri indicanti la profondità e di frecce che segnalano le correnti. Le sue mascelle sono due isole curve, la sua lingua pure, un’isola, e i suoi denti anche, alcuni appuntiti, altri tozzi, quadrati, altri ancora taglienti come daghe. I suoi denti, dunque, sono delle isole. Fra di esse, quelle in cui si svolge la storia, la sola abitata, proprio in punta alla mascella inferiore. Proprio sull’orlo dell’immensa preda azzurra che non sa di essere appetita.»

L’isola è, nel senso più assoluto, un microcosmo. La sua comunità è costituita da poche anime che basano la propria esistenza sulla fede nell’immutabilità delle cose. Qui le persone non muoiono mai davvero: il ruolo che ricoprono viene ripreso e portato avanti dalle nuove generazioni con pochissime, trascurabili differenze, e tanto basta a vanificare lo scorrere del tempo. Il senso di immutabilità viene alimentato proprio dalla preminenza che il ruolo e la funzione sociale hanno rispetto all’individuo, il quale impara a costruire la propria identità in strettissima relazione con quelle di tutti gli altri. Se da una parte tutto questo appiana e livella, è pure vero che cimenta il senso di appartenenza delle persone alla comunità. Tradizioni e riti sono essenziali per assicurare il funzionamento di questo piccolo ma sofisticato marchingegno, e la S’tunella, la grande battuta di pesca al tonno a cui prendono parte tutti i pescatori dell’isola una volta all’anno, è l’ingranaggio più importante di tutti.

arcipelago

Sull’Isola del Cane il benessere e la stabilità sono un’alchimia che dipende da tanti fattori. Le tradizioni sono importanti, ma affinché la vita possa scorrere tranquilla come sempre c’è bisogno che tutti si impegnino a mantenere l’equilibrio. Così, se il mare e il vulcano che getta la propria ombra sulle case richiedono attenzioni costanti, lo stesso vale per gli ingressi dei nuovi venuti dalla terraferma, mai visti di buon occhio. Ne sa qualcosa il Maestro della scuola elementare, un forestiero proveniente dal Continente che fatica a inserirsi. I suoi problemi di incomprensione con gli abitanti dell’Isola emergono tutti in una sola volta in seguito a un singolare ritrovamento: una mattina, sulla spiaggia, lui e altri tre testimoni (la Vecchia, lo Spada e America), scoprono tre cadaveri arenati. Il colore della loro pelle non mente: si tratta di migranti provenienti dalle terre a sud delle onde.

Che fare? Per il Maestro non ci sono dubbi e dice di voler avvertite le autorità in modo che vengano a far luce sulla faccenda; ma gli altri – tra cui il Sindaco, il Parroco e il Dottore, che nel frattempo sono stati doverosamente informati – non la pensano affatto allo stesso modo e insistono perché la cosa rimanga segreta. Di fronte a un rifiuto così ostinato, al Maestro non resta che acconsentire: i corpi vengono dapprima nascosti e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

Montale4

Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, pure il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso: da quello sciagurato giorno si comporta in modo strano e ha cominciato a fare degli esperimenti ancora più strani con dei manichini e una barca. Il Sindaco è davvero preoccupato. E se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo e raccontargli ogni cosa? A quel punto che ne sarebbe di lui, della sua Isola e dell’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciarla?

Lo svolgimento del romanzo è racchiuso nelle risposte che il Sindaco – col benestare del Parroco e del Dottore, ovvero l’intellighenzia dell’Isola al gran completo – darà a queste domande. Come nel caso dei cadaveri, la soluzione va di nuovo trovata alla svelta e senza tanti convenevoli. Chi, col proprio comportamento e i propri ideali, attenta alla comunità va neutralizzato, giacché su un’isola la vita del singolo vale sempre meno di quella dell’intero gruppo: è la regola. Gli autoctoni lo sanno ancora prima di nascere e l’accettano senza problemi; non lo fanno invece gli stranieri che vengono dalla terraferma come il Maestro, ed è per questo che vanno tenuti alla larga. Arrivano con i loro ideali e la loro istruzione credendosi migliori, ma non sanno riconoscere ciò che è veramente essenziale. Poi accade che finiscono male e se ne meravigliano, quando invece dovrebbero prendersela soltanto con loro stessi, con le loro frivolezze da intellettuali e le loro utopie, lasciando in pace chi lavora davvero per il benessere degli altri, ipocriti insensati che non sono altro!

Il romanzo si legge bene, velocemente. La scrittura di Claudel è piacevole e indugia più sulle descrizioni paesaggistiche che su quelle umane, le quali vengono presentate come dati di fatto che non necessitano di spiegazioni. La prosaicità del luogo è ben resa dal linguaggio asciutto e senza fronzoli dei personaggi, mentre il focus esterno alla storia, prossimo al naturalismo benché non lo sia, è adeguato al racconto di questa circostanziata comédie humaine dei nostri giorni. Una menzione a parte merita il lirismo di certi brani come quello iniziale, dove la voce narrante si impone all’attenzione con un tono imperioso che pare voglia ricalcare quello di Dio sul Sinai (e forse proprio della voce di Dio si tratta):

«Bramate l’oro e spargete cenere.
Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza.
Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto schiuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una fanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.
Come giudicheranno il vostro tempo i secoli futuri?»

hands-2606959_1920

Anche se L’Arcipelago del Cane è un romanzo, la storia tuttavia somiglia molto a un dramma delle parti dove ogni personaggio è soprattutto espressione di un preciso ruolo sociale. Le descrizioni che interessano Claudel non riguardano gli individui nella loro evoluzione romanzesca, bensì il contributo che ciascuno apporta alla definizione dell’intreccio. Il fatto stesso che nessuno di loro abbia un nome proprio ma venga identificato dal ruolo, dalla professione o al più dal soprannome, rafforza la sensazione di trovarsi al cospetto di maschere o quanto meno di proto-personaggi dall’individualità appena abbozzata.

L’Arcipelago del Cane è una critica al sistema che permette la tragedia dell’immigrazione e il lassismo morale con cui, unanimi, rispondono tutte le società occidentali. Si tratta di una critica, di una denuncia e pure di un appello: un appello rivolto a ognuno a guardarsi dentro. Sono infatti convinto che i personaggi senza nome né volto né vissuto di questa storia siano l’elemento più convincente usato da Claudel per mettere ciascuno di fronte alla propria realtà di Uomo e di Donna. Se quei personaggi non hanno nome né volto né vissuto è perché ciò che essi dicono, pensano e fanno non riguarda il dire, il pensare e il fare di un individuo determinabile univocamente per mezzo di un nome, un cognome e una faccia, ma sono il dire, il pensare e il fare di tutti, atteggiamenti in cui ciascuno di noi si è calato almeno una volta quando ha dato fiato a quel pregiudizio, quando ha evitato di prendere posizione oppure l’ha presa, quando indirettamente ha dato credito a chi da questa tragedia trae il suo sporco vantaggio o quando ha pensato che tutto questo semplicemente non lo riguardi. I volti e i nomi dei personaggi dell’Arcipelago del Cane sono i nostri volti e i nostri nomi di cittadini perbene e permale: Claudel lo afferma a chiare lettere. Sta però al lettore capire quale, fra quelli del Sindaco, del Maestro, del Dottore, del Parroco, della Vecchia, è il volto che meglio lo rappresenta.

In definitiva ho trovato questo libro un esperimento valido e interessante. Non il miglior romanzo che abbia mai letto (la componente umana di cui ho parlato sopra mi è mancata), ma sicuramente degno di nota nonché ricco di colpi di scena. Finalmente una presa di posizione chiara e netta da parte del mondo intellettuale.

Cos’è umano? Cos’è divino? ovvero “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” di Renato de Rosa

Di Gian Luca Nicoletta

Immaginate un mondo in cui ogni vostra scelta può esservi consigliata da un sito internet infallibile. Un sito che vi conosce a fondo, sa quali sono le vostre abitudini, i vostri costumi, tendenze, passioni, dubbi. Ve la sentireste di rimettere la vostra vita a questo sito, pur nella certezza che il 100% delle risposte che vi fornirà sarà sempre la soluzione migliore per voi?
Dilemma interessante, soprattutto se vogliamo mettere in conto il nostro libero arbitrio, la possibilità di autodeterminarci in base alle scelte che facciamo e che ci formano proprio perché non sappiamo mai con precisione dove ci condurranno.
Questo, come altri, sono i temi al centro di Osvaldo, l’algoritmo di Dio, il primo romanzo di un autore italiano, Renato de Rosa, pubblicato da Carbonio Editore nella collana “Cielo stellato“.

Il romanzo è ambientato all’università di Pisa e protagonisti sono un gruppo di ricercatori selezionati dal professor Romboni, luminare nel campo dell’informatica nonché prototipo del tipico barone universitario che spadroneggia in facoltà per diritto divino. I cinque, Dario, la voce narrante; Andrea, capofila del gruppo; Angela, Elisa e Vito, provengono da percorsi di studi differenti ma le loro competenze sono funzionali allo sviluppo di una nuova forma di intelligenza artificiale, la quale deve essere creata per una compagnia telefonica che ha sovvenzionato il progetto. Casualmente Elisa scopre il sito di un chatbot, un risponditore automatico cui per gioco si rivolge la prima volta e che proprio in nome di questo gioco decide di ribattezzare “Osvaldo”.

La perspicacia di Osvaldo colpisce il gruppo di ricercatori e, dopo vari esperimenti fatti per valutare con quanta approssimazione sia in grado di generare consigli verosimili ai nostri, scoprono un fatto sorprendente: il sito non solo fornisce consigli in una forma (sintattica e lessicale) perfettamente assimilabile a quella di un essere umano, ma inoltre fornisce consigli qualitativamente buoni. Dietro all’interfaccia anonima si nasconde un complesso algoritmo che non solo valuta statisticamente quale sia l’opzione più conveniente fra le due fornite dall’interlocutore, ma seleziona sempre (in realtà nove volte su dieci, come vedrete se leggerete il libro…) quella che porta al bene di chi gli ha posto la domanda. Com’è possibile tutto ciò? È proprio quello che il gruppo di protagonisti deve scoprire.
Questo interrogativo serpeggia sullo sfondo della narrazione, mentre in primo piano la lettura viene piacevolmente accompagnata da molte altre vicende scandite da ritratti a volte picareschi della quotidianità toscana. Andrea, in questo caso, funge da gonfaloniere dei colori più vivaci di questa terra, e lo fa attraverso il suo carattere ma soprattutto attraverso il suo modo di parlare: svelto, pungente, a tratti un po’ volgare ma mai insolente.

Il campione del mondo di scacchi, Garry Kasparov, perde la prima partita contro Deep Blue, un computer, nel 1996.

Il punto di svolta dell’intera vicenda avviene quando i ruoli si invertono: nonostante la fissità dei consigli dati da Osvaldo, il quale procede esclusivamente per affermazioni, questo giunge in un certo modo a chiedere qualcosa ai ricercatori, che a loro volta si vedono costretti a rispondere.
Faranno quanto Osvaldo chiede? E, ancor prima di questo interrogativo, è giusto anche solo pensare di fare quanto un computer ci chiede? Su questa domanda poggia gran parte dell’impalcatura narrativa architettata da de Rosa: un lungo ragionamento sul nostro modo di vivere e di cambiare, sulle motivazioni che ci spingono a riporre porzioni sempre maggiori della nostra vita nelle mani virtuali della tecnologia. Ma badate, il quesito non ci viene sottoposto in forma polemica: l’idea suggerita non è né quella di resistere alle macchine né quella di cedervi totalmente, mani e piedi legati. L’intento, semmai, è quello di far scaturire una riflessione sull’uomo, sulla tecnologia, sulla vita e su come tutti e tre questi elementi siano nati, dove, quando e perché.

La lettura di questo romanzo è vivamente consigliata: sia che siate degli informatici di professione, sia che siate appassionati all’argomento o, più semplicemente, siate alla ricerca di una lettura che sappia intrattenervi, Osvaldo, l’algoritmo di Dio sarà in grado di farvi passare ore piacevoli non senza darvi materiale sul quale ragionare nel tentativo di giungere alla domanda delle domande: ma Osvaldo, alla fine, chi è?

Se volete approfondire la conoscenza dell’autore, potete farlo guardando questa intervista. Buona visione e, soprattutto, buona lettura!

10 libri per l’estate: come affrontare il caldo fuggendo altrove

Di Gian Luca Nicoletta

Sia che decidiate di partire o di trascorrere le vacanze a casa, ecco per voi un piccolo aiuto per passare il tempo: una lista di 10 libri tra i quali potrete scegliere quello che più fa per voi, per prendere la tintarella in compagnia di una buona lettura.

Sandro Veronesi, Il Colibrì: vincitore del Premio Strega 2020 ed edito da La Nave di Teseo, racconta la storia di Marco, uno spirito particolarmente affine ai fatti del mondo e della vita delle persone che gli ruotano attorno. Proprio come il battito d’ali del colibrì e come il suo movimento, un susseguirsi di alti e bassi, di movimenti rapidi e improvvisi caratterizza la sua vita.

Peter Washington (a cura di), Love Letters: una raccolta di lettere d’amore dei grandi personaggi della storia e della letturatura, da Honoré de Balzac alla Regina Vittoria, passando per Napoleone e Vita Sackville-West. Il libro è edito da Alfred A. Knopf nella collana Everyman’s library pocket poets, del quale purtroppo ancora attendiamo una traduzione in italiano.

Thomas Mann, La morte a Venezia: un romanzo ambientato durante una villeggiatura al mare nella celebre città lagunare. Un incontro del tutto inaspettato innescherà una rivoluzione nel cuore del vecchio signor Gustav von Aschenbach.

Irène Némirovsky, La Nemica: la storia intensa e drammaticamente vivace di una madre e delle sue due figlie, alle prese con la società e il mondo che cambiano dopo la Grande Guerra.

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby: lasciatevi trascinare dalle meravigliose e sfrenate feste di J. Gatsby e dalla New York degli Anni ’20, mettete su un charleston scintillante o un po’ di pomata sui vostri capelli e cominciate a ballare a ritmo di swing mentre il padrone di casa scruta tutti gli ospiti alla ricerca della sua amata.

Elizabeth Jane Howard, I Cazalet: se siete amanti delle saghe familiari e dell’Inghilterra verde delle case in campagna, allora questa serie fa per voi. Partite alla volta di Home Place e godetevi un po’ di aria buona assieme ai membri di questa famiglia tutt’altro che ordinaria.

Michael Holroyd, Lytton Strachey – L’arte di vivere a Bloomsbury: la biografia del più celebre biografo inglese del ‘900. Un ritratto ampio e particolareggiato del fervente gruppo intellettuale del circolo di Bloomsbury: pittori, scrittori, intellettuali, tutti si incrociano nel salotto immaginario costruito attorno alla vita di Strachey.

Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita: la storia di Piero Gobetti vista da un occhio esterno, quello di un giovane studente universitario che convive con i grandi mutamenti della Torino e dell’Italia alle prese col sempre più ingombrante fascismo mussoliniano.

Virginia Woolf, La signora Dalloway: uno dei romanzi che ha cambiato la storia della letteratura novecentesca. La tradizione e l’innovazione si incontrano a casa di Clarissa, mentre lei sta organizzando la sua grande festa. Tecniche di narrazione intimistica e corale si alternano per tratteggiare un affresco della società londinese del 1925.

Marcel Proust, Jean Santeuil: l’opera dalla quale, qualche anno dopo, ha visto la luce l’epopea dell’io interiore, il monumento della letteratura d’Europa: La Ricerca del tempo perduto. In questo romanzo si vede l’impalcatura che Proust più tardi ritoccherà sino a dare vita alla serie della Recherche, un punto di vista privilegiato sulla maturazione e l’affinamento delle tecniche scrittorie, non senza alcune cadute di stile tipiche di uno scrittore alle prime armi.

La lista potrebbe andare ancora avanti, ma il bello delle liste è proprio la loro incompletezza. Gustatevi queste letture, disconnettete ogni dispositivo elettronico e immergetevi nel mondo che questi libri dischiudono solo per voi.

Jeanne Hébuterne, un’artista a Montparnasse. Dialogo con Grazia Pulvirenti, autrice di “Non dipingerai i miei occhi”

Intervista a cura di Andrea Carria

Se doveste imbattervi nel nome di Jeanne Hébuterne (1898-1920) e rimanere per un attimo interdetti come è successo a me, ci sono due cose che potete fare. La prima, nell’immediato, è non sentirvi eccessivamente in colpa: purtroppo la Storia non è stata generosa con questa artista incredibile e il suo nome non produce ancora l’eco che meriterebbe. La seconda invece è andarvi a leggere Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Editoriale Jouvence, 2020) di Grazia Pulvirenti, un romanzo davvero molto intimo e intenso che omaggia la memoria di colei che spesso viene ricordata solo come musa e modella di Modigliani, cercando di mostrarla per quello che realmente è stata: una donna in anticipo rispetto alla media del suo tempo, una compagna innamorata e fedele, un’artista dal talento cristallino e, infine, la protagonista di una tragedia moderna che ha inverato la leggenda di Tristano e Isotta.

«Al risveglio mi guardi, mentre con la tavolozza in mano sto davanti a una tela. Quando mi vedi dipingere mi contempli a lungo, tu il grande Modì, te ne stai lì a scrutare cosa fanno le mie mani, come mescolano i colori, cosa vedono i miei occhi. A volte fai dei ritocchi, dai qualche pennellata, evidenzi un particolare, mi lodi, m’incoraggi, mi guardi compiaciuto. Quando ho dipinto il mio autoritratto hai detto che era più bello di un dipinto di Matisse, che oltre alla forza dei colori possiedo quella delle linee, che avremmo dovuto esporre insieme… Figurarsi Dedo, io devo ancora crescere, maturare, devo vederti dipingere, no, non per imitarti, ma per imparare quella forza con cui catturi l’anima.»

Dopo aver letto questo romanzo, ho avuto il piacere di porre qualche domanda direttamente all’autrice e di soddisfare così molte curiosità.

ANDREA CARRIA. Fra le cose che ho apprezzato di più del suo libro ci sono le pagine in cui lei racconta la vita nella Parigi degli artisti prima, durante e subito dopo la Grande Guerra: secondo me, è riuscita a restituire la giusta atmosfera della capitale francese in quegli anni, mentre era il più grande laboratorio artistico al mondo. Non era un ambiente facile, e per una giovane donna ancora meno. Ecco, vorrei partire proprio da qui perché la cosa mi incuriosisce, e dunque le domando: premettendo che, artisticamente parlando, Jeanne Hébuterne non aveva niente da invidiare a nessuno, quando sognava di diventare un’artista stava solamente sognando oppure stava progettando un futuro che era davvero alla sua portata?

GRAZIA PULVIRENTI. Domanda difficile per incominciare! Come lei ha ben colto, il mio sforzo narrativo in questo romanzo è stato duplice: da una parte restituire la dimensione della corporeità, della sofferenza e dei patimenti della carne e dell’anima a quel gruppo di giovani squattrinati, che vivevano in miseria e in comuni d’artisti. Si trattava di sognatori, visionari, che si riunirono nella Parigi degli anni folli per dare vita a intuizioni potenti e farneticazioni della mente e del gesto pittorico o scultoreo da cui nacquero le grandi rivoluzioni che vanno dall’arte fauves all’espressionismo e al cubismo. Dall’altra, far emergere la personalità e la ricchezza emotiva, artistica e caratteriale di una donna che è rimasta nel cono d’ombra gettato su lei dal più famoso Modigliani. Come fare a restituire lo sguardo di Jeanne sul mondo e liberarla dallo sguardo di Modì che l’ha ingabbiata nei panni della musa e della donna innamorata alla follia? Come riuscire a ritrovare l’autentica voce di Jeanne, visto che la famiglia di lei ha occultato tutti i documenti della sua vita che sarebbero stati utili per ricostruire la Jeanne in carne ed ossa, oltre l’immagine dell’icona confezionata da Modì? La mia via è stata in primo luogo quella di partire dai suoi dipinti e disegni, per indagare, recuperare e far esprimere la visione interiore di Jeanne. A questa si è aggiunta la ricerca di documenti e fonti, fra cui la grande scoperta per me di Jeanne che posa, insieme a delle amiche, per Foujita, svelando tratti inediti della sua personalità, dal momento che in questi dipinti appare in maniera completamente diversa da come la conosciamo. Per arrivare alla sua domanda: io credo di sì, che in quel momento esaltante, anche per l’affermazione di donne-artiste, la giovanissima Jeanne a 19 anni varcò il miraggio di Montparnasse con la determinazione di diventare un’artista, osando misurarsi con coloro che venivano considerati come i “grandi” già allora, Picasso o Matisse per esempio, da cui credo che ella abbia molto imparato. Tra l’altro scelse il sentiero dell’arte in maniera decisa e inequivocabile: studiava alla Accademia Colarossi e a quella di arti applicate.

Jeanne era molto giovane, ma nel libro emerge il profilo di una donna emancipata, moderna e con una volontà ben definita. Si considerava un’artista, era un’artista a tutti gli effetti come lei ha appena ricordato, e il suo stile rimase sempre piuttosto autonomo da quello di Modì. Al tempo stesso era però anche la compagna e la modella di uno dei pittori più straordinari del XX secolo. Da scrittrice, quanto è stato difficile tenere a bada la figura prorompente di Modigliani e rimanere concentrata su Jeanne? Ha usato qualche metodo particolare oppure, mentre scriveva, è subito riuscita a focalizzare l’immagine e la personalità della pittrice?

Io sono partita da Jeanne, ovvero da un dipinto, un suo autoritratto che vidi in una mostra collettanea senza sapere nemmeno chi fosse quella pittrice. Mi interessai a una sconosciuta, di cui mi colpì l’intensità espressiva e la capacità di cogliere e trasfigurare in colori accesi e contrastanti la sofferenza umana. Mi interessava capire la tecnica, lo scavo dell’animo. Solo successivamente scoprii che si trattava della musa e compagna di Modigliani. Questo però instillò in me una sorta di ossessione a scoprire chi fosse realmente quella donna. Per cui direi che la mia attenzione è sempre rimasta focalizzata su lei e sullo sforzo di farne riemergere la voce e la visione del mondo. L’incontro con Modigliani segnò e cambiò la sua vita, ma ancora una volta, anche narrando di ciò, mi ha sempre guidato la volontà di far rivivere questa storia dalla prospettiva di lei, parafrasando la dedica al libro: affinché  il suo “sguardo silente possa ancora parlare…”.

Jeanne Hébuterne in uno scatto del 1917 ca.

Subito dopo aver iniziato a leggere il suo libro, sono andato a cercare una foto di Jeanne Hébuterne su internet e anch’io sono rimasto ipnotizzato dal suo sguardo. I suoi occhi mostrano una consapevolezza di sé che incute quasi timore e impone delle domande. Una di queste è: una donna così, che ha dato prova di una resilienza estrema all’interno di una famiglia tanto opprimente, come ha potuto rinunciare alla carriera di artista proprio quando si era liberata? O forse Jeanne cambiò soltanto la vecchia gabbia con una nuova? A suo parere, l’amore profondo che nutriva per il suo Amedeo, per il suo Dedo, riesce a spiegare fino in fondo una rinuncia così grande?

Lei mi pone solo domande difficili, che scavano nell’animo di Jeanne. Spero di esserne all’altezza e fornire delle risposte che si approssimino alla verità. Nella ricostruzione che ho fatto del carattere di Jeanne attraverso testimonianze di amiche, amici e conoscenti, ma soprattutto attraverso il suo sguardo sul mondo recuperato dai suoi dipinti, Jeanne era non la figura remissiva e passiva che ci viene presentata nelle biografie di Modigliani. Era una ragazzina, giovanissima, questo è vero, ma determinata e audace: in tal senso l’amore assoluto e totalizzante che provò per Modigliani rientra a mio avviso in una ostinazione caparbia e in una determinazione estrema: lei scelse quell’uomo, scelse quell’amore e riuscì ad imporlo anche a lui, che di amori ne cambiava tanti e di continuo, imponendogli anche la sua figura come inizio e fine irraggiungibile della sua ricerca di bellezza e assoluto: nessuna donna, nessuna persona è stata tanto ossessivamente ritratta da Modì, che a Jeanne dedicò più di venti dipinti.

Il libro si intitola Non dipingerai i miei occhi e, anche in base a quello che ci siamo detti finora, mi sembra non possa esserci titolo migliore. Un’idea personale che mi sono fatto è che nemmeno Modigliani sia riuscito a scoprire il segreto dello sguardo di Jeanne e che anzi lei considerasse la propria interiorità una faccenda davvero molto intima, privata. Se fosse stato possibile, cosa avrebbe voluto domandare a Jeanne Hébuterne mentre stava scrivendo questo libro su di lei?

Se è mai stata davvero felice o se il suo ardore e amore li ha vissuti al prezzo di una inesauribile e incessante sofferenza, che è la cosa più pura del mondo.

Jeanne Hébuterne, “Autoritratto”, 1916-17.

Anche se il suo è un libro su Jeanne, mi permetta di porle una domanda su Amedeo. Modigliani non amava i cubisti; ne era amico, come in generale lo erano fra sé tutti gli artisti che animavano l’Ecole de Paris, ma a Modì il cubismo lo ha sempre lasciato piuttosto indifferente, a volte persino infastidito. Scrivendo Non dipingerai i miei occhi, si è accorta di aver usato una tecnica che ricorda molto da vicino quella cubista delle prospettive simultanee e dei punti di vista multipli? Era una cosa voluta?

In parte sì: in quegli anni si scompose la visione del mondo per ricomporsi attraverso altre prospettive. E questa operazione non fu merito di un solo artista, ma di una coralità di individui dalla forte personalità, che vedevano, scomponevano e ricomponevano le tessere dell’animo umano e della loro visione del mondo in maniera del tutto soggettiva e differenziata. Mi interessava far emergere questa “coralità di visioni”, cercando di recuperare nella narrazione i tratti pittorici più differenti, per cui la scrittura diviene a volte più evocativa, come quando prende spunto dalla prospettiva pittorica di Foujita, a volte violenta, come nel caso dei riferimenti all’opera pittorica di Picasso, altre grondante di sangue e decomposizione della carne, come nel caso della visione di Soutine, di follia e squilibrio come nel caso di Utrillo, di assoluto come nel caso della pittura di Modigliani.

Quali insegnamenti possono ricavare da Jeanne Hébuterne le donne e le artiste del XXI secolo? Pensa che la sua figura abbia le caratteristiche giuste per diventare una nuova icona del femminismo?

Credo proprio di sì: Jeanne è un esempio straordinario della devozione a un ideale, a un sogno da inseguire a qualsiasi costo. In tal senso anche il suo suicidio non è un atto di resa incondizionata al fallimento della sua vita e di quella dell’amato, ma una sorta di coronamento dell’ideale romantico: l’inveramento dell’assoluto amore nella morte.

Grazia Pulvirenti (© Grazia Ippolito).

Per farmi perdonare, direi di concludere la nostra chiacchierata con una domanda più facile… almeno in apparenza. Cos’è per lei l’avanguardismo?

Uno sguardo inedito, inatteso, sorprendente sul mondo. Come quello di Jeanne e di Modigliani che pagarono il prezzo della loro innovativa visione artistica con la miseria, la sofferenza dei corpi, i tormenti dell’animo, per ricevere, almeno lui, i meritati riconoscimenti all’opera compiuta solo quando il corpo era freddo nella bara, durante quel funerale in cui i prezzi delle sue opere, fino ad allora venduti a pochissimo o dati in cambio di un pasto, presero a lievitare. A Jeanne questo riconoscimento ancora non è toccato: le sue opere sono state per decenni occultate dalla famiglia e di recente vendute a cifre significative in aste, che ne hanno disperso il corpus. Anche questo è avanguardismo: non venire compresi e apprezzati in vita per l’intensità e innovazione del messaggio, ricevere plausi e riconoscimenti solo post-mortem.

*Immagine in copertina: Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne seduta con il braccio sulla spalliera, 1918, Pasadena, Norton Simon Museum of Art (particolare).