Le potenzialità dell’io narrante: Machado de Assis, maestro di stile

Di Andrea Carria

 

Il mio incontro con lo scrittore di cui vi parlo oggi è avvenuto per caso mentre strofinavo gli occhi sugli scaffali della biblioteca, alla ricerca di un nuovo libro. Arrivato alla lettera M, il mio sguardo è caduto su un libricino grigiastro e vetusto che probabilmente non aveva mai avuto un aspetto migliore di quello. A richiamare la mia attenzione, comunque, era stato il titolo sul dorso: Memorie dall’aldilà di Joaquim Maria Machado de Assis. Era il titolo perfetto per il tipo di lettore che sono, ma il fatto che fino ad allora non ne avessi saputo nulla (l’unica eco che le mie ricerche bibliografiche mi suggerivano erano le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand) alimentava la mia voglia di saperne di più su di esso e sul suo autore.

Stavo per prendere il libro in mano quando mi sono accorto che accanto ce n’era un altro uguale, solo un po’ più spesso e con la copertina cartonata tendente al beige. Ho lasciato le Memorie dove erano e ho tolto quest’ultimo volume dallo scaffale; voltando la copertina dalla parte giusta, sotto al nome dello stesso autore, ho letto Don Casmurro. Questo titolo mi diceva ancora meno del primo, pensavo mentre iniziavo a sfogliarne le pagine ingiallite, sforzandomi di decifrare i caratteri minutissimi in cui era scritta la nota introduttiva. Per fortuna mi sono bastate poche righe per capire una cosa fondamentale, anzi due: la prima era che la mia ricerca fra gli scaffali si era appena conclusa, e la seconda era che il libro che stavo stringendo fra le dita era nientemeno che un capolavoro della letteratura mondiale.

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I volumi che ho scoperto in biblioteca quel giorno appartengono all’edizione con cui la casa editrice Rizzoli, a metà degli anni ’50, presentava al pubblico italiano le principali opere di Joaquim Maria Machado de Assis (1839-1908), lo scrittore a cui la critica letteraria assegna la palma di maggiore romanziere brasiliano di sempre. Quell’edizione, in particolare, era stata pensata come una trilogia di cui avrebbe dovuto far parte anche un terzo romanzo, Quincas Borba; dico avrebbe dovuto perché in biblioteca non ne ho trovato traccia, ma in realtà i tre romanzi sono legati fra loro per davvero, non fosse altro per il fatto di appartenere tutti al periodo più prolifico dell’autore (1880-1904), quando, dopo aver abbandonato in un cassetto le prose eccessivamente romantiche degli esordi, de Assis abbracciò uno stile psicologico e introspettivo che lo rispecchiava maggiormente.

La mia lettura di Machado de Assis è cominciata il giorno stesso, a casa, con le Memorie dall’aldilà (1881), dove la storia inizia con il protagonista, Braz Cubas, che racconta la propria vita da morto. Ho subito pensato a Dostoevskij e alle sue Memorie del sottosuolo, meravigliandomi — anzi, no, constatando — constatando come la ri-nascita di uno scrittore spesso passi dalla scrittura di un memoriale.

«Ho esitato alquanto prima di decidere se dovessi iniziare queste memorie dal principio o dalla fine, cioè: se dovessi mettere prima la mia nascita o la mia morte. Ammettendo che l’uso comune sia quello d’incominciare dalla nascita, due ragioni mi hanno spinto ad adottare un metodo differente: la prima è che io non sono veramente un autore defunto, ma un defunto autore per il quale la fossa è stata una nuova culla; la seconda è che così lo scritto riuscirà più bello e più originale.»

Lo stile maturo di de Assis rivela subito la preminenza conferita all’analisi psicologica rispetto al resto dei contenuti, e si approfondisce pagina dopo pagina, quando anche per il lettore diventa evidente che dalla trama non debba aspettarsi granché. Incontri e amicizie, amori e malumori, tentativi di carriera e inciampi: qualunque cosa accada, tutto ruota intorno alla figura di Braz Cubas (Biagio Cubas, nella traduzione di Laura Marchiori) che, narrando in prima persona, detta sia i tempi che le modalità del racconto, fino a includervi un dialogo diretto con il lettore. Accanto all’introspezione, trovano spazio pure riflessioni, massime sulla vita e amare divagazioni filosofiche intrise di sfiducia e di scetticismo. Una cosa da non fare assolutamente è credere però che le Memorie siano un libro pessimista. Se infatti fossi chiamato a individuare la cifra della scrittura di de Assis nemmeno io — come tutti i suoi lettori, penso — avrei esitazioni a indicare l’umorismo. Un umorismo cinico e disincantato, sottile ed elegante nelle forme. Saranno stati gli influssi della letteratura inglese di cui de Assis si è sempre dimostrato un grande appassionato, comunque, per portare un esempio più prossimo a noi, dico che personalmente  lo scetticismo e l’ironia dei suoi scritti mi ricordano da vicino alcune delle più belle pagine di Pirandello.

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Quando poi sono passato a Don Casmurro (1900) ho ritrovato molte delle stesse caratteristiche; stavolta però la trama aveva un peso maggiore rispetto alle Memorie, le quali per alcuni non possono essere considerate un vero romanzo. Il protagonista nonché l’io narrante (un’accoppiata, come abbiamo visto, molto cara a de Assis) è Bento Santiago, un vedevo a cui viene affibbiato il soprannome di Don Casmurro a seguito di un’incomprensione con un aspirante poeta incontrato per caso in treno:

«Non consultate i dizionari. In questo caso “Casmurro” non ha il significato che vi si trova scritto, ma quello, datogli dal volgo, di uomo taciturno e riservato. “Don” è stato aggiunto, ironicamente, per attribuirmi arie da aristocratico. E tutto questo perché sonnecchiavo! Anch’io non ho trovato un titolo migliore per il mio racconto, e se non ne troverò un altro sino alla fine del libro, resterà questo. Il poeta del treno saprà che non gli serbo rancore e, con un piccolo sforzo, poiché il titolo è suo, potrà credere che anche l’opera sia sua. Ci sono libri che forse hanno soltanto questo del loro autore, e qualcuno nemmeno questo.»

Già con queste poche righe è possibile farsi un’idea abbastanza esatta sul registro adottato, dove vediamo all’opera gran parte degli elementi stilistici di cui ho già parlato a proposito delle Memorie. C’è però da dire che in questo caso disillusione e umorismo possiedono non solo un valore stilistico, ma anche una precisa motivazione narrativa: Don Casmurro sta infatti per raccontare la storia della sua vita, segnata dall’infelice storia d’amore con l’amica d’infanzia Capitù, e l’utilizzo di un tono sconsolato e autoironico gli permette di costituire una prima barriera contro il dolore della memoria.

Ma Bento è un narratore che non ha fretta, e così la storia inizia molti anni prima, quando lui e Capitù erano ancora due bambini, e continua con la giovinezza dei ragazzi fino al loro fidanzamento. Da quel momento in poi la trama, che conserva la propria semplicità a ogni snodo narrativo, converge verso un triangolo amoroso di tipo classico, dove l’elemento più innovativo introdotto dall’autore è il dubbio irrisolto sull’infedeltà di Capitù. È qui che il lettore ritrova la maggiore fra le abilità di de Assis: la caratterizzazione psicologica. Il ritratto che egli fa della personalità potente e maliziosa della donna, oppure la complessa evoluzione interiore sperimentata dal protagonista mentre assiste all’agonia del proprio matrimonio, sono magnifici esempi di stile che potevano riuscire solo a un sottile osservatore dell’animo umano.

Nonostante fra Don Casmurro e le Memorie dall’aldilà esistano molti elementi comuni, a mio parere i due libri non sono riusciti allo stesso modo. Vi svelo subito che la mia preferenza va alle Memorie, e non soltanto perché le ho lette per prime. In esse il modo di trattare il testo, di piegarlo alle esigenze metanarrative volute dall’autore, di frammentarlo in tanti capitoli (alcuni dei quali brevissimi), di usare questa stessa suddivisione per le divagazioni filosofiche ed esistenziali a cui de Assis comunque non rinuncia, funziona molto meglio per un romanzo con una trama “debole”, da rimpinguare con altro, che per uno con una trama “forte”, addirittura di ispirazione tragica, shakespeariana, come Don Casmurro. Il quale avrebbe forse beneficiato di una struttura più statica e compatta, come per esempio quella dei romanzi realisti (penso a Zola) o di formazione (per esempio Dickens), due generi letterari ai quali pure il romanzo di de Assis potrebbe essere ricondotto.

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I miei sono accostamenti che necessiterebbero di un approfondimento, ma in questa sede mi sono serviti per ricordare anche un’altra caratteristica fondamentale della scrittura di Machado de Assis. Se mi avete seguito fin qui, avrete senz’altro notato che mentre parlavo della sua opera di scrittore non ho mai menzionato nulla che ricordasse la sua terra d’origine, tanto che, tolti il nome e quel breve riferimento alla nazionalità brasiliana all’inizio, questo articolo avrebbe potuto trattare di un qualsiasi romanziere europeo. Ebbene, si tratta dello stesso effetto che ho provato io nel leggere le Memorie dell’aldilà prima e Don Casmurro dopo: se infatti non fosse stato per qualche notazione geografica essenziale inserita qua e là, mi sarei del tutto dimenticato che le due storie si stessero svolgendo a Rio de Janeiro.
Può sembrare strano, e in un certo senso lo è, ma da parte di de Assis pure questa è stata una scelta professionale molto precisa: rinunciare a tutti i folklori e a tutti gli indianismi di cui abbondava la letteratura brasiliana ottocentesca per acquisire una propria identità letteraria, totalmente diversa. Iniziò così per lui un intenso periodo di letture che lo condusse alla scoperta dei romanzieri inglesi del XIX secolo e di tutti quei pensatori, classici e moderni, che ispirarono la sua concezione del mondo. Libri e autori, questi, che lo aiutarono a riconoscere anche quale fosse la sua patria d’elezione. Se infatti in vita Machado de Assis viaggiò pochissimo e se poteva evitava di lasciare la sua Rio, come scrittore, come romanziere, egli scelse l’Europa ed è per questo che io credo sia giusto che il suo nome compaia a fianco dei più grandi letterati del Vecchio Continente.

Se vi ho incuriosito e volete cimentarvi con la lettura, vi dico subito che Machado de Assis non è fra gli autori classici che oggi vanno per la maggiore. In Italia, le edizioni più recenti di alcune sue opere sono uscite qualche anno fa presso un paio di case editrici. Una di queste, Fazi, ha pubblicato Don Casmurro nella traduzione di G. Manzi e L. Nachbin nel 2014, mentre la torinese Lindau ospita nel proprio catalogo altre opere importanti che in questo articolo non hanno però trovato spazio. Non mi risultano invece nuove edizioni di Memorie dall’aldilà; potete provare con i siti di libri usati oppure tentando la fortuna nei mercatini, anche se il mio consiglio, come potete immaginare, è di rivolgere sempre un occhio alle biblioteche!

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“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

 

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

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Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk, ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Ma Emilio, che non ci crede, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

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Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

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Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

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Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.