Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

 

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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La saga dei Melrose, parte III: “Speranza”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Riprende con questo articolo la serie dedicata alla famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn. Se vi foste persi una puntata, la potete recuperarle a questi link: parte I e parte II.

La dinamica di questo terzo episodio ruota interamente intorno a una festa. Uno dei personaggi che abbiamo incontrato nel primo volume riappare, invecchiato di circa una ventina d’anni e accompagnato da un facoltoso marito e una figlia. Il nostro protagonista, Patrick Melrose, è cresciuto e si trova ad avere circa trent’anni.

Questo, potrei dire, è quanto. Una festa e vecchi ritorni potrebbero sembrare pochi elementi per una trama, ma qui sta una delle qualità, secondo me imprescindibili, di un grande romanziere: essere in grado di far accadere di tutto nel giro di poche ore, dilatando il tempo interiore dei personaggi e di chi legge, facendo loro sembrare che in realtà siano passati dei secoli.

A questo proposito posso dirmi abbastanza certo di quali siano state le letture che St Aubyn aveva in mente quando ha scritto questo capitolo: Virginia Woolf e Marcel Proust. La prima, come ho scritto sopra, appare lampante dato lo svolgimento del romanzo nell’arco di un’intera giornata che vede il suo culmine nella festa di Bridgett, creando un filo diretto con Mrs Dalloway. Il secondo, più sotto traccia ma comunque visibile per chi ha letto l’opera massima dello scrittore francese, sta nella (ri)presentazione dei personaggi non solo attraverso i loro tratti fisici, ma soprattutto attraverso la mutazione di questi a seguito del passar degli anni. In particolare mi viene in mente l’ultimo volume della Ricerca del tempo perduto, ovverosia Il tempo ritrovato, episodio nel quale il protagonista ha la possibilità, dopo una lunga assenza, di incontrare vecchi amici cui il tempo non ha risparmiato nulla.

Nel caso di Patrick l’assenza è stata di otto anni, nei quali lui ha intrapreso il lungo e difficile percorso di disintossicazione dalla droga.

Gli occhi dai quali osserva il mondo, stavolta, sono ben diversi da quelli del giovane ricco e scapestrato. Lo sguardo è ugualmente disincantato, ma molto più consapevole. Consapevole perché se prima Patrick vedeva che attorno a sé non esisteva, non poteva esistere, una salvezza (che sia laica, religiosa, sociale…), ora si rende conto che senza la droga anche lui rientra fra tutti quelli che non possono ambire a una salvezza; e non perché la droga sia una fuga, ma più semplicemente perché offuscava la mente da questa ineluttabile verità.

Domina i suoi pensieri, come una presenza cancerogena di cui però non possiamo fare a meno, il ricordo del padre David. A quasi un decennio dalla sua scomparsa, Patrick è ancora tormentato dallo spettro del suo tirannico genitore, dalla sua smania di controllo degli altri per il gusto sadico di esserne il loro carceriere. Un uomo che, da figura oscura e imponente, viene descritta con maggiori distacco e lucidità, mostrando soprattutto le debolezze del mostro. Su questo elemento le riflessioni di Patrick inciampano ogni volta. Non ha alcun dubbio riguardo al fatto che il sentimento che nutrisse per suo padre fosse niente di diverso dall’odio, tuttavia c’è una zona della sua coscienza dove rimane difficile estirpare il naturale attaccamento per l’essere umano dal quale è stato generato e che, forse anche per convenzione sociale, ci sentiamo in obbligo di amare.

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Questi dubbi sono alimentati anche dalle frequentazioni di Patrick. Nell’arco della giornata che si concluderà con la festa, il rientro in scena di vecchi personaggi fornisce il perfetto espediente per giungere a nuove rivelazioni: essendo un adulto e parlando con altri adulti, Patrick viene finalmente messo a parte di molti segreti, storie tenute nascoste, che da un lato non fanno altro che arricchire il ritratto dell’uomo cattivo, ma dall’altro mostrano tratti caratteriali che mai nessuno avrebbe potuto immaginare e che mettono in dubbio l’intera rappresentazione fino ad allora data come certa.

Ciò che emerge da questa lettura, e che in ultima analisi giustifica il ricorso a un titolo che all’inizio può sembrare o del tutto inappropriato o un tipico caso di umorismo all’inglese, è che secondo St Aubyn gli esseri umani scelgono quasi in totale autonomia di essere prede o predatori. Le convenzioni sociali sono fortissime in ogni ambito, e dal punto di vista di ogni personaggio emerge prima o poi l’esplicita adesione a quel sistema di regole, valori e aspettative. Lo stesso vale per il modo in cui decidiamo di sottomettere qualcuno o di farci sottomettere: che sia la droga, un marito padrone o lo sguardo sprezzante di un ospite illustre, alla fine della giornata ci si rende conto — se siamo disposti ad accettare questa epifania — che c’è sempre una parte di noi che è inevitabilmente complice.

Sulle orme della Maestra: come Virginia Woolf non ha ancora smesso di darci lezioni

Di Gian Luca Nicoletta
[Se ancora non l’avete fatto, ora potete dare un’occhiata al nuovo indice de Lo Specchio di Ego, dove troverete tutti gli articoli pubblicati divisi per argomento e in ordine cronologico!]

 

Con l’articolo di oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è finito tra le mani quando sono andato alla Fiera del Libro di Firenze, a Settembre dell’anno scorso. La fiera era appena alla sua seconda edizione, ma nel complesso si è trattato di un evento davvero ben riuscito e soprattutto con case editrici di qualità.

Una tra queste, La Vita Felice, presentava all’interno del proprio catalogo molti e diversi testi di letteratura, uno dei quali mi ha particolarmente colpito: Leggere, Scrivere, Recensire, di Virginia Woolf. Si tratta di una raccolta di piccoli saggi e lettere, tutti scritti tra il 1919 e il 1939, che ruotano attorno alle tre attività che Woolf considerava essenziali per fare letteratura: appunto leggere, scrivere e recensire. In questo esatto ordine, badate bene, perché ognuna è il preludio all’altra, in un percorso che idealmente va sempre verso l’alto finché non vengono praticate contemporaneamente.
I testi di Woolf costituiscono il cuore della pubblicazione e si trovano al centro. Prima e dopo stanno, rispettivamente, una introduzione di Franco Venturi e una nota al testo di Leonard Woolf. Il fatto poi che Virginia – una tra le icone più brillanti del movimento di emancipazione delle donne – si trovi preceduta e seguita da un uomo è senza ombra di dubbio non voluto dall’editore, che invece è stato estremamente gentile e informato su ogni libro che vendeva di persona.

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fonte: ilcartello.eu

Ebbene, di cosa trattano questi saggi e queste lettere, tolto l’ovvio riferimento ai titoli?
Essi sono il frutto delle riflessioni di Virginia Woolf prima e durante il suo periodo d’oro, in cui partorì capolavori come La Signora Dalloway, o Gita al faro, o ancora Orlando. Il suo impegno e la sua dedizione alla scrittura e alla letteratura furono totali nel senso più ampio e profondo del termine: lei scriveva di tutto, su tutto, e da ogni singolo elemento cercava di trarre uno spunto per illuminare con garbo e intelletto il grandissimo mondo della Letteratura. In questa breve raccolta, i saggi e le lettere sono affrontati con piglio svelto e audace, con una scrittura scorrevole e soprattutto leggera, a metà strada fra la trattazione saggistica e il racconto breve. Come in Una stanza tutta per sé, le nozioni fondamentali che Woolf vuole trasmettere a chi la legge (ovverosia gli elementi tipici del saggio) sono meravigliosamente amalgamati all’interno di una cornice narrativa che vive delle riflessioni e dei gesti di personaggi creati spesse volte ad hoc (elementi tipici del racconto). Sembra a volte di guardare un bellissimo tappeto: da lontano vediamo l’insieme inscindibile di colori e disegni, ma se ci avviciniamo abbastanza possiamo vedere addirittura il percorso di tutti i fili che formano la trama e l’ordito.

Ma veniamo ora alle tre attività di chi vuole fare letteratura: come ho accennato all’inizio, queste hanno un ordine ben preciso e nel corso del tempo devono diventare attività simultanee.
1) Leggere: a quest’attività è riservato il primo saggio-racconto. Se vi aspettate un compendio di romanzi da leggere o di autori da conoscere, siete fuori strada! In questo primo testo, il nodo principale è quello di un gruppo di bambini che, mentre i genitori sono intenti a preparare un pasto festivo, decidono di uscire nella neve per andare a caccia di lucciole.
Siete perplessi? Non preoccupatevi, è l’effetto Virginia. Cos’è che bisogna saper fare per poter leggere bene un libro? Scorrere solamente le frasi dall’inizio alla fine? Di certo non basta: per leggere bene bisogna imparare a osservare i dettagli, le minuzie, il sotterraneo. È esattamente quello che fa la voce narrante del racconto: lei scopre per la prima volta un mondo incantato dietro al fascio di luce della lanterna, alla forma che prende la neve che cade al buio, a come si comporta il bambino più esperto di tutti e diventato capo della spedizione di caccia. Quell’esperienza è una pratica dimostrazione di cos’è la lettura, di come dobbiamo porci di fronte a un testo di cui vogliamo conoscere ogni singolo dettaglio.

2) Scrivere: una volta che abbiamo imparato a leggere, parallelamente a quest’attività, possiamo iniziare a scrivere. Ancora una volta Virginia Woolf ci stupisce parlando apparentemente d’altro: si esibisce infatti in una lettera sull’arte dello scrivere lettere, non romanzi! Ma sebbene ci parli di una scrittura di per sé non creativa bensì informativa, utilizza questi elementi per condurci tramite vie traverse a ciò che le interessava dirci: nel corso del tempo abbiamo assistito alla trasformazione della scrittura. Da che, una volta, le lettere erano scritte bene non solo sintatticamente ma anche graficamente poiché erano destinate a una lettura collettiva, l’avvento delle cartoline (che viaggiavano più veloci) e del telegrafo ha permesso una trasformazione delle lettere che, da pubbliche e informative, sono diventate private e comunicative. Private perché destinate a una sola persona, comunicative dato che erano incentrate sul altri temi quali sentimenti, pensieri, idee intime. Le prime, per la loro natura, arrivavano di per sé stesse a uno stadio molto simile alla pubblicazione di un romanzo o di un racconto, le seconde, per contrasto, trattando argomenti personali ma scritti con maggior sentimento e trasporto, dovevano rimanere celate al pubblico.
Il discorso non punta a decretare un vincitore, ma a fare un quadro chiaro della faccenda. In Woolf non troverete mai discorsi di parte, ma solo analisi terze, che ci mostrano il bello e il brutto di ogni cosa, proprio il lavoro che ogni scrittore e scrittrice dovrebbe fare.

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fonte: National Portrait Gallery, Londra

3) Recensire: in quest’ultima parte del percorso di arriva a parlare di Letteratura! È necessario però fare una piccola specificazione. Nel testo Inglese che si trova a fronte, Woolf usa solo il verbo review, che in Italiano ha una doppia diramazione semantica: da una parte recensire, dall’altra editare. Infatti nella mente di Woolf il lavoro di chi recensisce un libro è uno solo, e non si concentra solo sul giudizio di valore del libro, pubblicando un articolo su di una rivista specializzata, ma si tratta anche del lavoro di edizione del testo, di correzione degli errori, di miglioramento e potenziamento della storia, di vera e propria critica.
Chi recensisce un libro viene qui immaginato, in un mondo ideale in cui scrittore e critico guadagnano ugualmente e possono scrivere ciò che vogliono con i loro tempi e secondo le loro esigenze (argomenti nei quali vedo un chiaro riferimento a Una stanza tutta per sé), come un medico chirurgo. L’autore o autrice presenta al critico il suo testo, proprio nello stesso modo in cui un malato porta il proprio caso al suo medico curante. Questi prendono un appuntamento e, dopo un’analisi franca e scientifica, giungono al miglior modo per risolvere i problemi e rendere più facile la vita del paziente. I due non sono nemici, né antagonisti in qualche modo. Lavorano entrambi a un medesimo fine, che riguarda in pieno le sorti della Letteratura e la sua buona sopravvivenza al mondo che cambia, popolato sempre più (qui si intravede anche una critica sociale) da persone che non sono interessate alla qualità di quanto viene scritto.

Questo è l’affresco che ci viene donato dalla tumultuosa mente di Virginia Woolf. Un affresco in cui chi fa letteratura non ha solo una passione da seguire, ma anche e soprattutto una missione da compiere. «L’arte dello scrivere è un’arte difficile», dice lei a un certo punto dell’ultimo saggio. Chi di noi vuole fare letteratura, in qualsiasi modo, deve tenere conto di queste tre attività cardinali, per difendere la bellezza dei mondi che sappiamo costruire e soprattutto per permettere al fuoco che ci brucia dentro di scaldare e illuminare sempre più persone, sempre più lontano.

La saga dei Melrose, parte II: “Cattive notizie”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo secondo articolo proseguo la serie iniziata dieci giorni fa, tutta concentrata sulla saga di Edward St Aubyn.
Il volume in oggetto è intitolato Cattive notizie (Bad news) e prosegue la storia iniziata con Non importa.
In merito al primo volume mi occorre fare una precisazione cronologica, poiché avevo scritto che:

«Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).»

Bene, il dato cronologico viene meglio definito all’interno del secondo romanzo. Patrick Melrose, qui ventiduenne, dichiara a un personaggio la data di nascita del padre: nove Giugno 1906. Dunque se in Non importa David ha sessant’anni, siamo nel 1966. Ne consegue che Patrick (il quale allora ne aveva cinque) è nato nel 1961 e che questo romanzo è ambientato nel 1983.

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Fatte le dovute precisazioni, possiamo andare avanti: Patrick Melrose è un drogato.
L’infanzia terribile che ha vissuto (ricorderete la presenza mortificante del padre, la distanza della madre, il terrore psicologico che aleggiava costantemente nell’aria) lo ha condotto sulla via perennemente in discesa delle sostanze stupefacenti, con l’effetto collaterale che la risalita è spesse volte del tutto impossibile.
Ci troviamo a New York e, come apprendiamo dalle primissime pagine del volume, Patrick si trova nella Grande Mela per recuperare il corpo di suo padre, morto qualche giorno prima. L’intero romanzo è incentrato sul recupero delle ceneri di David e sulla breve permanenza di Patrick nella città, in un doppio viaggio nell’intimità del nuovo protagonista della serie: uno fra i suoi pensieri e i ricordi turbati, l’altro fra le sue allucinazioni dovute all’assunzione di droghe, principalmente cocaina ed eroina.

Il senso generalizzato di disgusto del primo volume subisce, in questa seconda parte, un’evoluzione in termini psicologici, concettuali e narrativi. Da una visione diffusa, cioè dai plurimi punti di vista, la via si stringe drasticamente fino ad arrivare all’unica visuale che viene concessa a chi legge: quella di Patrick.
Il suo sguardo è ipercritico, disincantato all’inverosimile, deluso, amareggiato. Ciò che i suoi occhi e il suo intelletto (acuto nonostante le droghe, ma che va via via indebolendosi a detta dello stesso Patrick) percepiscono per primi sono la palese ridicolaggine che caratterizza i personaggi secondari che costituiscono lo sfondo e il contesto sociale e di riferimento di New York: ricchi uomini d’affari compiaciuti della loro superficialità e pochezza, le loro mogli anoressiche e depresse. Al lato opposto, l’altra faccia di New York, ci sono tassisti immigrati che non parlano l’Inglese e spacciatori consumati, resi irriconoscibili dal loro abuso di droghe.

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Abuso cui non sfugge nemmeno Patrick: il suo continuo uso di sostanze, reso tale anche dall’abbondante disponibilità economica che glielo permette, scandisce il ritmo di tutte le sue giornate. Lui non sa che ore sono guardando l’orologio, lo sa perché è perfettamente conscio della durata degli effetti di ogni droga che assume e, quando questi finiscono, calcola in un istante quante ore sono passate dall’ultima assunzione.
Di queste assunzioni, St Aubyn ne fa sempre accurate descrizioni: mostra con dettagli scientifici le vene che si gonfiano, il diverso colore che hanno, e soprattutto come queste si trasformino nel giro di pochi istanti nel vettore che apre nuovi spaventosi mondi. Gli effetti delle droghe, lo sappiamo bene anche se non ne facciamo uso, sono notoriamente devastanti, ma difficilmente sappiamo cosa succede: terrore iniziale, sudore, allucinazioni, differente percezione dei nostri sensi, della spazialità del nostro corpo, tremore, catalessi.
Un passaggio in particolare merita un encomio: dopo una serata passata a procacciarsi la sua preziosa dose, Patrick diventa la preda di una forte allucinazione, la quale prende la forma di una scissione della personalità in almeno una decina di voci diverse. Queste parlano tutte a turno e con modi e stili diversi, inscenando dialoghi a metà strada fra il surreale e il tragicomico. Un esercizio di stile che non vedevo da Il nome della rosa e che merita un plauso alla bravura dell’autore.

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Il mondo che popola New York e che diventa carotaggio del genere umano è un mondo da cui non c’è molto da aspettarsi, meglio fuggire. Fuggire dal ricatto di una vita che chiede il conto, fuggire dal ricordo terribile di una persona che però viene costantemente elogiata dagli altri, fuggire dalle proprie memorie e, perché no, fuggire da sé stessi.
Il tempo di Patrick è un tempo diverso, lento e acceso nello stesso istante, che oscilla fra la volontà di far passare le ore e quella di non sciupare troppo in fretta gli effetti delle droghe. Quali sono le cattive notizie che ci si presentano, quindi? La morte di una persona cara? La nostra condizione di solitudine? O forse la consapevolezza che da questo mondo non c’è via d’uscita?

 

La saga dei Melrose, parte I: “Non importa”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio inaugurare una nuova serie di cinque puntate e dedicata a un’altra saga di romanzi che da poco ho iniziato a leggere. Si tratta della storia della famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn e presente qui in Italia con la onnicomprensiva (di sicuro non tascabile!) edizione di Neri Pozza, collana Bloom.

Come ho fatto per i Cazalet, anche questa dunque vedrà un articolo per ogni libro, i cui titoli sono, in ordine: Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine. Oggi cominciamo dal primo.

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Volendo procedere per paragoni con la saga di Elizabeth J. Howard, possiamo dire da subito che St Aubyn ambienta la sua storia in un passato molto più recente rispetto a quello dei Cazalet. Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).

Il protagonista di questo primo volume è David Melrose, un uomo che incontriamo già sulla soglia dei sessant’anni. Il suo nucleo familiare è piuttosto ristretto (piccolissimo in confronto ai Cazalet), e comprende solamente sua moglie Eleanor e il loro unico figlio di cinque anni, Patrick.
A questo punto è bene chiarire una cosa: i Melrose sono molto ricchi. La ricchezza proviene da Eleanor, la quale ha parenti americani per parte di madre che si sono fatti strada nel mondo degli affari generando un ingente patrimonio.
Patrimonio al quale ha puntato David in gioventù, essendo stato diseredato dal padre dopo che si è rifiutato di seguire la carriera militare per prediligere, invece, quella di medico.

Eleanor, d’altra parte, non sembra aver mai avuto alcuna passione o ambizione. Si sente disgustata dal mondo che vive, completamente plasmato sulla forma dei soldi, e immerge le sue timide riflessioni in bevande super alcoliche.

Patrick, che dovrebbe essere l’anima della casa, ha un carattere piuttosto schivo con gli altri, particolarmente col padre, ma nasconde in sé una grande interiorità. Certo, con due genitori come quelli non poteva che venir su prepotente e viziato con gli altri, severo in maniera decisamente eccessiva con sé stesso.

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Come sapete non amo indugiare troppo sulla trama, e credo di aver detto già abbastanza, dunque mi concentrerò su altro: l’analisi.
Stando ai risultati di alcune ricerche che ho fatto sull’autore, è emerso che parte delle vicende narrate ha origine autobiografica. Edward St Aubyn, come potrebbe suggerire il nome, proviene infatti da un’antica famiglia che ha vissuto e vive tutt’ora in Cornovaglia da circa nove secoli (“immagina la noia…” direbbe Scuttle de La Sirenetta)! Il mondo patinato che si basa su «ricordi che non appartenevano nemmeno a loro, ricordi su come avevano vissuto i loro nonni che, tra l’altro, non corrispondevano minimamente alla realtà» è sempre presente sullo sfondo dei personaggi, i quali sono tutti tormentati da ricordi di parenti non più in vita, da scene del loro passato, da traumi mai affrontati né superati.

Trovo in questo senso molto ben riuscito il profondo senso di disgusto che letteralmente trasuda dalle pagine del romanzo. Un disgusto tuttavia seducente, palese agli occhi dei personaggi più attenti – generalmente donne – che però si lasciano sedurre anche contro la loro volontà. Un disgusto fatto di abusi, prepotenze, manipolazioni, terrorismo psicologico, tutto a danno dell’intero gruppo che, in qualche occasione, si trova riunito attorno a un tavolo.

Particolarmente inquietante è il personaggio di David, il più caratterizzato dall’autore. Nasconde in sé una passione depravata per lo studio del limite di sopportazione e di sudditanza delle persone, indipendentemente da chi siano. Il suo essere un diseredato, prima, e un mantenuto, poi, dev’essere la chiave che può permetterci di sbloccare il meccanismo del funzionamento della sua contorta psicologia. Lui è, deve essere, il dominatore, il despota, l’autorità, perché se non fosse questo, probabilmente non sarebbe nulla di nulla. Per essere ciò, quindi, cerca con cura le persone da seviziare: una domestica che non può lamentarsi, una moglie che cede inerme ai suoi sguardi fulminei, un amico a metà strada fra un ammiratore e un invidioso, un bambino che non deve parlare di certe cose. Questo atteggiamento, dunque, dimostra anche la viltà di persone di tal foggia.

Ma St Aubyn non si risparmia nemmeno nelle critiche alla Donna. Se l’uomo è ritratto come un depravato e vigliacco, la donna è colei che cede alle insistenze, che rimane accanto a un uomo perché non sa come mantenersi, nemmeno se i soldi sono i suoi (e in questo Eleanor e il ricordo di sua madre sono molto simili); la donna è quella che si fa succube, che odia quel ruolo ma che tuttavia gli si abbandona ogni volta.

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Edward St Aubyn

Il mondo visto invece dalla prospettiva del piccolo Patrick è sin da subito contaminato da quanto succede in quello degli adulti. Anche qui si segnano punti diametralmente opposti con i Cazalet. I figli di Hugh, o di Villy, o di Rupert, vivono all’interno di una bolla, mentre l’erede di casa Melrose mostra da subito i segni di un forte squilibrio familiare: una propensione a far giochi evidentemente pericolosi anche per un bambino, una inspiegabile (almeno per lui) paura del padre, che genera a sua volta un attaccamento morboso e mai assecondato nei confronti della madre e delle figure femminili più in generale.

Quello che ci viene mostrato, per chiudere, è un affresco a fosche tinte dell’essere umano contemporaneo dato che Non importa è del 1992. C’è una crudezza tipica dei romanzi degli anni ’90 e 2000, la stessa che nella letteratura nostrana troviamo in Tommaso Giagni, o in Walter Siti.
È successo qualcosa, prima di quel decennio, che ha trasformato la nostra visione del mondo da positiva a negativa, da sognante a disincantata. Edward St Aubyn ci fa svegliare con una secchiata d’acqua gelida, e lo fa con lo sguardo compiaciuto di chi sa di averci fatto un gran favore.