La saga dei Melrose, parte IV: “Latte materno”

Di Gian Luca Nicoletta

È passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto di questa saga familiare, (i cui articoli precedenti potete trovare cliccando i link alle parti I, II e III) il problema era che non riuscivo a superare quella che, all’inizio, mi aveva colto come una novità deludente. Ad oggi però vi posso dire che il quarto volume di questa serie affascinante e interessante che ruota attorno alla famiglia da cui prende il nome, edita da Neri Pozza, merita tanto quanto gli altri.

Ebbene quello che aveva stroncato il mio interesse è stato un improvviso cambio di prospettiva: l’autore del volume sposta lo sguardo e ci dona, di nuovo, gli occhi di un bambino. Lo fa dopo averci abituati allo sguardo sempre più maturo e caustico di Patrick, tanto che le prime pagine sembrano quasi far scemare tutto l’interesse. Deluso, avevo messo da parte il volume e tutta la saga, salvo poi tornarci di nuovo, qualche settimana fa, e ritrovare in quello sguardo una particolare luce, un vero e proprio nuovo paio di occhi.

È il talento di St Aubyn che, nonostante la sterzata decisamente brusca (cui tuttavia avrei dovuto essere abituato, se è vero com’è vero che venivo già da tre volumi della saga), è riuscito a far emergere nuovamente in me la passione per questa storia. C’è anche da dire che ogni libro ha il suo tempo per essere letto, interpretato e interiorizzato. Probabilmente non era il tempo per me, dovevo attendere.

Come già dal titolo ci viene suggerito, in questo volume viene affrontato il grande tema del rapporto con la madre: da vari punti di vista e attraverso il racconto, quindi, di vari personaggi. Si torna nuovamente a un nucleo famigliare, quello di Patrick che ora viaggia sulla quarantina, e lo schema del libro ripercorre le dinamiche dei volumi precedenti: genitori, mancanze, viaggi, gelosie. Solo che, stavolta, i personaggi bambini sono diventati adulti, mentre gli adulti ora sono anziani.

In una prospettiva più ampia, se consideriamo ogni volume come il capitolo di una grande storia, vediamo chiaramente che ci si avvicina alla resa dei conti: Patrick sembra aver raggiunto l’apice della sua evoluzione di personaggio: è disintossicato, ha messo la testa a posto, vive la propria situazione di padre e di figlio con molta consapevolezza – tratto da sempre distintivo tanto nell’aspetto positivo che negativo – e proprio in quanto persona consapevole esige qualcosa da sua madre. Molti equilibri sono cambiati, i rapporti di forza vengono rivoluzionati da accadimenti esterni, quale l’introduzione di nuovi personaggi, o interni, come malattie croniche o degenerative.

Ripercorrere la storia di Patrick, in questo volume, vuol dire studiarla meglio da un duplice punto di vista, quello del padre e quello del figlio, di suo figlio, che vede per la prima volta il vasto mondo e capisce, come succede a tutti i bambini, che i propri genitori non sono i supereroi che ci si era immaginati, ma degli esseri umani tutt’altro che perfetti. Questa scoperta viene fatta dal bambino e concettualizzata, su un binario parallelo, dall’adulto nel rapporto con i suoi genitori o, più propriamente, con l’intera generazione che l’ha preceduto. Si verifica in questo modo un doppio movimento, verticale e orizzontale: verticale è quello intergenerazionale padre-figlio-padre, mentre quello orizzontale si verifica nella dinamica marito-moglie-amici. I discorsi si amplificano, presentati all’occhio di chi legge come diversi punti di vista, tutti coesistenti ma ignari l’uno dell’esistenza dell’altro.

È il ritratto della società del 2000, che affronta un problema solo da prospettive strettamente individualistiche e prepotenti. La vena quasi distruttiva di St Aubyn non perde la propria efficacia e anzi continua a descrivere minuziosamente il mondo nel quale ci troviamo, la società che ha generato i propri scarti.

La soluzione è sotto al tuo naso: un caso di Agatha Christie

Di Gian Luca Nicoletta

Avevo dimenticato che recentemente, giusto tre anni fa(!), volevo andare al cinema per guardare Mistero a Crooked House, la più recente versione filmica di È un problema (Crooked House nella versione in inglese), uno dei tanti racconti gialli scritti da Agatha Christie e che la stessa autrice definì il suo preferito.

Così ho deciso di cogliere l’occasione non solo per guardare il film ma anche per leggere il relativo racconto, per rinfrescare la memoria.

È un problema, pubblicato nel 1949 in Inghilterra, e in Italia l’anno seguente, rappresenta uno dei pochi racconti di Christie che non si collega ai prolifici filoni narrativi che hanno come protagonisti Hercules Poirot o Miss Marple. D’altro canto, l’impalcatura della vicenda così come alcuni elementi narrativi ci fanno immediatamente vedere l’impronta artistica che ha generato questa storia.

Ci troviamo in Inghilterra, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, in una grande casa di campagna nel piccolo villaggio di Swinley Dean. Il miliardario e anziano Aristide Leonides, un emigrato greco giunto da ragazzo nel Regno Unito per far fortuna, muore avvelenato a seguito di un’iniezione fatale di eserina. Il protagonista della vicenza, Charles Hayward, viene chiamato da Sophia Leonides, nipote di Aristide, per affiancare la polizia e condurre in questo modo della indagini informali che possano far emergere con più chiarezza quello che la polizia potrebbe trovare con gran difficoltà.
Il problema che accompagna questo delitto, infatti, è lo strettissimo legame fra la morte del patriarca e gli altri componenti della famiglia Leonides, i quali vivono tutti sotto allo stesso tetto.

Grazie al dono di Christie di farci capire in non più di tre o quattro tratti i caratteri principali dei suoi personaggi, entriamo in contatto con tutte le anime che popolano la Casa Sbilenca più volte richiamata nel corso dell’opera e che, in Inglese, risponde al titolo proprio traducendosi in crooked house. Dunque scopriamo che oltre ad Aristide vivono in quella grande casa Edith de Haviland, sorella della prima moglie di Aristide, morta prima della vicenda che ci viene raccontata; Brenda, la sua giovane seconda moglie; Roger il primogenito, sposato con Clemency; Philip il figlio cadetto, marito di Magda e padre di Sophia, Eustace e Josephine. Ruotano attorno alla famiglia anche Nanny, la tata, e Lawrence Brown, il precettore dei due Leonides più giovani.
Dopo questo elenco mi urge precisare che quella appena descritta è la genealogia del libro. Nella versione cinematografica del 2017 l’ordine di primogenitura di Roger e Philip è invertito.

Max Irons, Glenn Close e Stefanie Martini interpretano, rispettivamente, Charles Hayword, Edith de Haviland e Sophia Leonides

Quindi seguiamo Mr Hayward nelle sue indagini sotto copertura, esplorando i meandri di una casa mai abbastanza grande per contenere le segrete ambizioni e le inconfessate passioni familiari. La passione, difatti, è il filo rosso che percorre tutta la vicenda e lo fa attraverso il senso primo del termine: sofferenza. Edith de Haviland giunse alla grande casa per assistere la sorella in fin di vita, e lì rimase dopo che questa spirò. Roger e Clemency, così come Philip, Magda e i loro figli, vengono catturati dalla casa poiché la guerra ha cambiato molti equilibri e ha reso Londra un posto inabitabile per vari motivi. I più giovani dei nipoti vorrebbero esprimere la propria personalità ma rimangono soffocati dalla presenza del nonno che impera con la sua autorità. Gli stessi sentimenti che animano Aristide sono segnati da questa sofferenza: vuole avere i propri figli e nipoti accanto a sé, ma questo desiderio si trasforma in una bramosia di potere sulle loro vite. Nella convinzione di agire per il bene dei suoi familiari, li costringe a fare ciò che non vogliono e questi, guidati dal desiderio di far piacere a un uomo che stimano, si incatenano a una vita che li reprime. La morte del capofamiglia, però, giunge inaspettata e spezza all’improvviso la catena delle costrizioni, generando il paradossale quadro di una famiglia affranta per la morte di Aristide ma che contemporaneamente respira la libertà per la prima volta. A causa di questi sentimenti contrastanti Charles Hayward si trova a dover rispondere a un pericoloso interrogativo: di quel gruppo di prigionieri, chi è l’assassino?

Le indagini di Hayward mostrano le fragilità di questa grande famiglia e tutti i limiti dell’essere umano contemporaneo: c’è chi ha accettato di dirigere l’azienda paterna senza però essere minimamente portato per gli affari, c’è chi sacrifica il proprio geloso amore per il marito e accetta, suo malgrado, di dividerlo con gli altri familiari, c’è ancora chi insegue il sogno di diventare una stella del teatro, rifiutandosi di accettare la propria mediocrità sul palco scenico.
Un solo personaggio rimane solido nelle sue convinzioni e raggiunge in questo modo il ruolo di capofamiglia: Sophia Leonides. La giovane donna è dotata di grande intelligenza, senso della proporzione e, inquietante tratto in comune col nonno, una ferrea disciplina e un senso del dovere tali da imporre la propria volontà al resto della famiglia.

Una complicazione che non di rado mette i bastoni fra le ruote di Charles è il suo profondo amore per Sophia. Nel corso delle indagini, mentre nella sua mente si forma sempre più chiara l’immagine dell’omicida, il suo sentimento giunge puntuale e smantella il castello delle sue ipotesi. Sophia ama Charles, ma ama anche la sua famiglia e qualunque nome possa pronunciare la polizia accostandolo all’accusa di assassinio, sarà per Sophia un grande dolore cui il giovane Hayward avrà contribuito suo malgrado.
La risposta a questi dubbi, ne sono tutti certi, sta dentro alla grande casa sbilenca, e l’unica cosa che Charles deve fare è guardare sotto al suo naso. Avrà il coraggio necessario?

Verità della narrazione breve e altre dolci amarezze in “Momenti di essere e altri racconti” di Virginia Woolf

Di Gian Luca Nicoletta

 

Fra le opere cosiddette minori di Virginia Woolf, cioè quelle che per varie cause rimangono sul fondo dell’oceano che è stata la sua produzione e di cui in parte abbiamo anche trattato qui, oggi gradirei riportare a galla i suoi racconti.
Da poco ho terminato la lettura della raccolta, organizzata postuma da suo marito Leonard, dei Momenti di essere e altri racconti, una miscellanea di bozze, stralci, ritagli di scene che Woolf scrisse nel corso di vari anni e che, in più di una occasione, le capitò di rimaneggiare. La storia editoriale, e soprattutto filologica, di quest’opera è interessante e nella sua dinamica già ne riflette il contenuto:

«Durante tutto il corso della sua vita la Woolf scrisse saltuariamente dei racconti. Ogni volta che le veniva in mente un soggetto ne abbozzava una prima stesura molto sommaria e la riponeva in un cassetto. Se poi un direttore di giornale le chiedeva un racconto e lei si sentiva in vena di scriverne uno (il che non accadeva di frequente), tirava fuori dal cassetto il suo abbozzo e lo riscriveva, anche più e più volte. Oppure, se scrivendo un romanzo, sentiva il bisogno, come le capitava spesso, di far riposare la mente lavorando temporaneamente su qualcos’altro, scriveva un saggio critico o elaborava i suoi racconti in nuce.»

Questo estratto viene dalla prefazione al volume, scritta direttamente da Leonard Woolf. Sul piano delle pubblicazioni, questa rappresenta una sorta di eredità di Lunedì o martedì, l’unica raccolta di racconti pubblicata quando Woolf era in vita e che risale al 1921, ben venti anni prima della sua morte. In questa prospettiva bisogna quindi pensare Momenti di essere e altri racconti non come una prosecuzione dell’opera, semmai come un suo ampliamento anche se mai compiuto dalla penna stessa dell’autrice.

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Il testo consta di diciotto racconti, di varia lunghezza ma tutti classificabili come “brevi”, in nessun modo collegati tra loro a eccezione di quattro: L’abito nuovo, L’uomo che amava i propri simili, Uniti e divisi, Un riepilogo. I racconti in questione sono uniti tra loro e, a loro volta, si collegano a un altro testo fondamentale di Woolf. Sono infatti tutti ambientati durante la festa in casa di Mrs Dalloway, l’evento attorno al quale ruota la vicenda dell’omonimo romanzo pubblicato nel 1925.

Redigere una trama è dunque di scarsa utilità, poiché questa abdica a una funzione ben più importante che l’autrice conferisce al testo, ovverosia “scrivere un libro fatto di scene brevi ma significative” e questo è quanto ci viene presentato. Potrei dire che leggere quest’opera è come sfogliare l’album di fotografie di una persona sconosciuta. Veniamo immediatamente inseriti, senza alcuna presentazione, in un salotto, o in un giardino, o per la strada, e assistiamo a qualcosa che accade. La prospettiva fornitaci però, quella sì, è opera dell’artificio creativo poiché in un colpo solo vediamo la psicologia e i caratteri di più d’un personaggio e questo genera il significato che dobbiamo cogliere.

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L’entità di questo significato, poi, è in pieno stile Woolf e non tradisce nulla della tradizione scrittoria dell’autrice, anzi una ricerca approfondita sulle date di composizione e rielaborazione di questi testi potrebbe addirittura farci comprendere maggiormente il processo di maturazione di Woolf nel corso degli anni.
In piena rottura con la letteratura che l’aveva preceduta, dove grandi sistemi morali venivano messi sotto il microscopio della generazione vittoriana e illustravano e insegnavano alla società il giusto modo di essere, Woolf rimette al centro del discorso poetico la quotidianità, la banalità e in più d’un caso il senso prettamente intimo e incomprensibile agli altri di quello che facciamo. Così facendo ci fa scoprire com’è che un matrimonio può naufragare da un giorno all’altro, quando la sua generazione e quelle precedenti (a partire da Jane Austen) erano state istruire a vedere il matrimonio come la massima ambizione, la mèta foriera di felicità domestica femminile; oppure il ribaltamento agli occhi di una persona della proporzione fra una promettente carriera e una passione del tutto priva di obiettivi utilitaristici, smontando il sistema anglo-americano e più genericamente borghese della conquista della vetta, dell’affermazione sociale attraverso un pubblico riconoscimento e l’accumulo di un patrimonio sostanzioso. Ci fa vedere anche, e con estrema delicatezza, che l’amore è qualcosa di puro nella sua semplice interezza e che può essere differente da quello socialmente accettato come naturale.

Trattandosi di una raccolta che non ha un carattere unitario, la lettura di quest’opera si presta anche e più facilmente a un’esecuzione frammentaria, perfetta per chi vorrebbe leggere ma non ha molto tempo o energie per farlo. Potete gustare questi racconti anche inframmezzandoli all’interno di una lettura più imponente. Ciò che comunque vi rimarrà sarà la possibilità, in qualsiasi momento lo desidererete, di poter apprezzare nuovamente e sotto una nuova luce qualche aspetto della vostra vita, racchiusa in una piccola perla scoperta da Virginia e donataci da Leonard.

Di porte chiuse e altre quarantene: “L’enigma della stanza impenetrabile”

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni siamo tutti abituati a vederci circondati da pareti e solo pareti, la quarantena di quest’anno ci impone una profonda riflessione sulla nostra capacità di occupare uno spazio. Ma cosa succede quando a questo spazio noi non abbiamo accesso? E se proprio lì si perpetrasse un insolito delitto?
Questi elementi, tolto un virus e il suo espandersi come pandemia, concorrono alla creazione del giallo di Derek Smith, autore nel 1953 de L’enigma della stanza impenetrabile (Whistle up the Devil).

L’opera si inscrive pienamente nel grande ciclo dei romanzi gialli inglesi o all’inglese, e più specificamente nel settore dei “delitti della camera chiusa”. Il perché è presto detto e gli ingredienti di base ci sono tutti: il rampollo di una ricca famiglia, un vecchio maniero di campagna e una maledizione che aleggia sulla casa e sulla famiglia da tempo immemore. Immancabile, trattandosi di un giallo, un giovane detective che mette al servizio del caso tutto il suo acume al rischio pure della vita.

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Componente essenziale attorno al quale tutta la storia fa perno è la stanza dove il delitto avviene e che è sempre rigorosamente serrata al momento della morte della vittima.
Non ci sono botole, in questa stanza, né passaggi segreti, né librerie a scomparsa o candelabri a parete da tirare per aprire qualche misterioso passaggio. La camera dove si consuma il misfatto è un semplice spazio delimitato da quattro pareti, un pavimento e un soffitto, cui si accede tramite una sola porta o, eventualmente, una sola finestra. Come può avvenire il crimine se sia la porta che la finestra sono sorvegliate? Le ipotesi sono due: o l’assassino è qualcuno che doveva sorvegliare gli ingressi, oppure l’assassino è già dentro alla camera prima che questa venga chiusa. Potrebbe essercene una terza, ma non ve lo dirò mai perché spero leggerete questo bel romanzo.

Passiamo ora al giudizio complessivo sull’opera, senza tralasciare alcune parole sul progetto editoriale nel suo insieme. Derek Smith nella sua vita ha scritto solo tre romanzi, tutti gialli e tutti prodotti intorno agli anni ’50 del 1900. Purtroppo all’epoca il testo di cui vi parlo oggi non fu preso in grande considerazione dagli editori, tra i quali sono uno decise di dare una chance a Smith stampando l’opera in tiratura limitata.
Indubbiamente non si tratta di un’opera di alta letteratura, ma non credo neanche sia nata con questo obiettivo, ci sono alcuni cliché narrativi che, oggi, ci sembrano ormai del tutto stantii. Tuttavia quel che è certo è che la struttura dell’intrigo e soprattutto il percorso che viene fatto per giungere alla scoperta del colpevole mostrano un vero talento nel saper creare un enigma apparentemente impossibile e allo stesso tempo del tutto plausibile al momento della sua risoluzione.

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Per quel che ho potuto leggere, ritengo uno tra i punti di riferimento letterari di Derek Smith, oltre a John Dickson Carr e Clayton Rawson citati nella quarta di copertina, sia stato anche Sir Arthur Conan Doyle: infatti ci sono alcuni elementi, tipici di questo genere di gialli, che mi hanno fatto pensare a Il mastino dei Baskerville (1902) di cui pure consiglio caldamente la lettura.

Chiudo questo articolo con un plauso alla collana Mistery Collector’s Edition e alla Casa Editrice Polillo Editore che ne cura l’edizione. Questa collana è nata con l’esplicito obiettivo di far conoscere di nuovo e diffondere maggiormente alcune opere di letteratura che, nonostante non abbiamo riscosso un grande successo di pubblico ai loro tempi, meritano in tutto e per tutto di essere riscoperte e apprezzate. Una collana fatta di perle nascoste nelle nicchie, gemme inaspettate che ci fanno capire bene come la letteratura non sia solo quella prodotta dalle grandi case editrici che in realtà hanno più l’aspetto di multinazionali, ma che la ricerca di un buon libro assomiglia più a una ricerca di oro in un ruscello che a all’ammirazione di un quadro in un museo.

Tre Sonetti per San Valentino: esempi, non scontati, della scrittura di William Shakespeare

Di Gian Luca Nicoletta

“Essere o non essere”,”Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”,”Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome”.
Questi, come molti altri, sono alcuni tra i più famosi versi scritti da uno dei padri e maestri della letteratura europea: William Shakespeare.

Poeta dell’amore e del tormento, profondo conoscitore delle più intense e umane passioni, da quelle che ci danno l’estasi a quelle che ci conducono alla morte, Shakespeare, inutile dirlo, è passato alla storia per le sue irripetibili eppur sempre ripetute opere teatrali quali tragedie, commedie, opere storiche. Moltissime tra queste, infatti e senza soluzione di continuità, dal XVII secolo sono state e sono tutt’oggi rappresentate sui palchi scenici di tutta europa e non solo.

Tuttavia in tema con il giorno che celebra l’amore e gli innamorati, desidero condividere con voi stralci da una raccolta di opere assai famose del bardo di Elisabetta I ma che, ahimè, non sempre trovano il giusto lustro e onore negli ambienti extra-accademici. Sto parlando dei Sonetti, una raccolta di 154 componimenti di quattordici versi rimati che furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1609.

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Il frontespizio dei Sonnets

All’interno di questa raccolta i temi che Shakespeare tratta sono diversi, tuttavia sono sempre legati alle esperienze più alte dell’uomo o, merito questo dell’impareggiabile talento dello scrittore britannico, esperienze comuni a tutti noi ma che vengono narrate e descritte nel modo più alto possibile. In questo articolo ve ne presenterò tre, presi dalla raccolta edita da Mondadori, con testo inglese a fronte tradotto da Giovanni Cecchin e con una prefazione di Anna Luisa Zazo.

#18
Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And ofter is his gold complexion dimmed;
And every fair from fair sometimes declines,
By chance of nature’s changing course untrimmed.
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st;
Not shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal line to time thou grow’st:
So long as men can breathe, or eyer can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

#18
Devo paragonarti a una giornata estiva?
Tu sei più incantevole e mite.
Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate è fin troppo breve.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
e spesso il suo aureo volto è offuscato,
e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.
Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
né perderai possesso della tua bellezza;
né morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,
poiché tu cresci nel tempo in versi eterni.
Finché uomini respirano e occhi vedono,
vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

In questo primo componimento il genio di Shakespeare si produce in un tema, un topos, tipico della letteratura tardo medievale e rinascimentale, cioè l’accostamento della persona amata alla natura. In questo caso però, differentemente da quanto hanno scritto i più illustri trovatori provenzali o poeti della nostra scuola siciliana, Shakesperare pone l’oggetto del suo amore al di sopra della natura, decretando un primato assoluto di cui è investita la persona amata che diventa inevitabilmente più bella di una giornata estiva, e la sua bellezza non potrà sfiorire fintanto che gli essere umani potranno vivere e leggere i suoi versi. Anche qui, facendo dialogare i sonetti all’interno della stessa opera (vi invito a leggere contestualmente anche il sonetto #23), il modo migliore e più alto di decantare l’Amore è attraverso la parola scritta, attraverso la letteratura.

#87
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing,
My bonds in thee are alla determinate.
For how do I hold thee but by granting,
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gav’st, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gav’st it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In slee a king, but waking no such matter.

#87
Addio! Sei troppo caro per un mio possesso,
e anche tu sai fin troppo bene quanti vali;
è il capitolato dei tuoi titoli che ti affranca,
e con te recido ogni obbligo.
Perché, come tenerti se non per tua gratifica,
e cosa io posseggo per meritarla?
Mi mancano le ragioni per quel caro dono,
e perciò te ne restituisco il privilegio.
Ti sei dato senza conoscere il tuo valore,
sbagliandoti anche su colui a cui ti davi
e così il tuo dono, nato da un equivoco,
se ne torna a casa, dopo miglior giudizio.
Ti ho posseduto come nell’illusione di un sogno;
un re nel sonno, ma ben altra cosa sveglio.

Questo secondo esempio tratta, non senza il medesimo vigore e la stessa energia del precedente, un altro tema assai importante in tutta la poetica shakespeariana: la perdita del potere o, meglio, l’illusione di possederlo. Il giovane ideale protagonista del sonetto (che sempre in quest’opera è un giovane bello e puro, da identificare come uno dei notabili cui la raccolta è indirizzata, costume questo molto in voga nella società dei feudi) è caratterizzato da doti e virtù talmente preziose, rese nel testo tramite una metafora che monetizza il loro valore, quasi che Shakespeare volesse quantificare in numeri finiti il valore dei pregi, che chi impersona la voce declamante il sonetto non può più possedere, non ne è degno. Parallelamente all’impossibilità del possesso si vede anche il dolore che nasce dall’osservare il giovane, centro dei nostri pensieri, concessosi ad altri, i quali parimenti non sono stati degni del suo possesso. Mi viene in mente un parallelismo con Otello, distrutto dalla gelosia per il tradimento (ipotizzato dalla sua paranoia) di Desdemona, che si accomuna a questo sonetto per la perdita del possesso dell’altro, per la consapevolezza della propria impotenza.

#130
My mistress’ eyes are nothing like the sun,
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun,
If hairs be wires, black wires grown on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no sucj roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hats a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treand on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied by false compare.

#130
Gli occhi della mia Bella non sono affatto come il sole,
il rosso del corallo è ben più rosso delle sue labbra;
se neve è bianca, oh, i suoi seni sono di grigio spento,
e se capelli sono crini, sono crini neri ch’essa porta in testa.
Ho visto rose damascate rosse e bianche,
ma nessuna io ho ammirato sulle sue guance,
e in certi profumi c’è più delizia
che nell’alito che la mia Bella esala.
Amo sentirla parlare, ma so benissimo
che la musica ha suoni ben più allettanti.
Lo ammetto: non ho mai visto come una dea incede,
ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca.
Eppure, per il cielo!, la mia amata è unica,
quanto ogni donna tradita da falsi confronti.

Chiudo questo trittico poetico con uno tra i più famosi sonetti, il numero 130 (cui sono particolarmente affezionato, assieme al già citato #23). Ciò che dona spiccata rilevanza critica e innovazione letteraria, per non parlare del giudizio su quanto Shakespeare sia stato in grado di precorrere i tempi, sta nel fatto che la Bella, qui in traduzione, non è affatto quella che nel medioevo dantesco e petrarchesco abbiamo sentito più e più volte definire la donna angelo. C’è da dire che quello della Beatrice, della Laura della nostra letteratura, è un mito con una storia ignota, infatti nell’europea pre-settecentesca, il modello ideale di donna era quello della donna bruna, dai capelli scuri. Qui infatti, se leggiamo attentamente le caratteristiche fisiche e somatiche della donna amata, non possiamo che dedurne l’immagine di una donna dai capelli scuri, quasi corvini e che possiede una dimensione prettamente carnale: “ma quando cammina, la mia Bella per terra tocca“.

Questi sono alcuni fra i temi che principalmente caratterizzano lo stile e la poetica di William Shakespeare. A voi lascio il piacere di leggere il resto dei suoi Sonetti, consigliandovi di leggerli ad alta voce per godere anche del suono che la lettura in lingua dà alle orecchie e completare con tutti i sensi l’immersione in questo cosmo di sensazioni, emozioni, idee.

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Il lascito di una vita: “Trilogia del ritorno” di Fred Uhlman

Di Andrea Carria

Per lungo tempo Fred Uhlman (1901-1985) ha dimorato clandestinamente nella mia memoria. L’amico ritrovato (Reunion, 1971), il libro che lo ha reso famoso in tutto il mondo a settant’anni, era una lettura che risaliva al programma di Italiano di terza media e, al pari di esso, pensavo di averla archiviata all’indomani del superamento degli esami. Se c’era infatti una cosa che non credevo possibile era che quel libricino, letto in un’età non sospetta e nel frattempo sovrastato da molte altre letture, avesse continuato a riverberare dentro di me a mia insaputa. Me ne sono reso conto dopo che mi sono messo a scrivere a mia volta, quando ho scoperto, con un certo stupore, che l’arco temporale del romanzo che stavo terminando di scrivere ricalcava quasi perfettamente quello dell’amicizia fra Hans e Konradin, e che era a loro che pensavo mentre la mia storia si dipanava…

Ma non sono qui a parlare di me, bensì di Fred Uhlman e della sua Trilogia del ritorno, di cui L’amico ritrovato rappresenta il racconto d’apertura. Le vicende di quest’ultimo (racconto lungo, romanzo breve, romanzo in miniatura, novella — di definizioni ne sono state date davvero tante) sono abbastanza note: si tratta della storia di due ragazzi di sedici anni, Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels, e della loro amicizia impossibile nella Germania prenazista del 1932. Hans infatti è ebreo, mentre Konradin è l’erede di una famiglia antichissima dell’aristocrazia tedesca. Anche Hans è tedesco, o almeno così si è considerato fino ad allora, ma né Hitler, né i suoi compagni di scuola, né i genitori del suo amico la pensano così: per tutti loro egli è solo un parassita della società, un essere indesiderato e un nemico della Germania da neutralizzare. Ma questo riguarda già la parte finale della storia, quando l’ascesa di Führer è ormai imminente. Al contrario, l’inizio e la parte centrale quasi non conoscono il problema razziale. Stoccarda, la città in cui vivono i due ragazzi, è infatti una città di provincia dove i toni e i sentimenti che animano il cuore politico della Germania arrivano in ritardo e molto attenuati. Per tutta la primavera del 1932 Hans e Konradin possono ancora avere una vita normale e frequentarsi. A fare loro da ombrello sono la campagna del Württemberg, che in primavera si ricopre di verde e di fiori, e gli studi classici che i due amici stanno ultimando al Karl Alexander Gymnasium, il migliore liceo di tutta Stoccarda. Sia Hans che Konradin sono infatti due animi nobili e sensibili che amano l’arte e la poesia, e che negli autori antichi trovano la conferma che non sono le passioni ma la Ragione a qualificare l’uomo. La Grecia Antica è l’ideale romantico che ispira i loro sogni. L’amore per la cultura classica — un amore adolescenziale, idealizzato, ma pur sempre figlio della migliore cultura tedesca fin dai tempi di Schliemann e Goethe — è non solo l’ombrello, ma anche lo specchio attraverso cui, per contrasto, Fred Uhlman rivela il volto sfigurato e belluino della Germania hitleriana.

«La politica riguardava gli adulti; noi avevamo già i nostri problemi. E quello che ci pareva più urgente era imparare a fare il miglior uso possibile della vita, oltre, naturalmente, a cercare di scoprire quale scopo avesse, se l’aveva, e a chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso e incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

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Fonte: pintermonamour.com

L’amico ritrovato è scritto in prima persona da Hans — che da quando ha lasciato la Germania nell’inverno del 1933 vive in America facendo l’avvocato — molti anni dopo la fine della sua amicizia con Konradin. L’invito al racconto gli arriva da una richiesta inaspettata: la sua vecchia scuola vorrebbe infatti realizzare un monumento agli studenti che sono caduti durante la guerra, e per farlo sta cercando finanziatori; allegata a questa c’è l’elenco dei caduti. Dopo molte esitazioni, Hans trova il coraggio per andare a cercare il nome dell’amico: alla lettera H legge così che anche Konradin è morto, ma non in azioni di guerra al servizio del Reich come gli altri: egli è morto impiccato per aver partecipato a un attentato contro Hitler.

Questa circostanza è lo spin off del secondo racconto della Trilogia, intitolato Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979). La parola passa a Konradin che, chiuso in carcere in attesa dell’esecuzione, scrive una lunga lettera al suo vecchio amico. In essa Konradin ripercorre la storia della sua amicizia con Hans, riferendo dal proprio punto di vista gli stessi episodi raccontati nell’Amico ritrovato. Rispetto a quella di Hans, la versione di Konradin è perfettamente complementare e permette di conoscere retroscena ed elementi che nell’altro racconto non potevano trovare spazio, ma soprattutto restituisce un’immagine più completa del giovane Hohenfels, del quale si apprende un coraggio altrimenti insospettabile. La sua adesione al nazismo, orchestrata dalla madre, lo avrebbe condotto sui campi di battaglia, ma in seguito sarebbe stato proprio il risveglio della coscienza, della Ragione e dei sentimenti a riscattarlo — purtroppo a costo della vita.

Questo espediente letterario, di per sé interessante, manca tuttavia di un quid narrativo proprio che va a scapito della completa riuscita del testo. Se ad esempio la lettera di Konradin — che, alla fine, si limita a confermare una storia che viene data per acquisita — fosse stata inserita all’interno di una cornice più solida nella quale avessero trovato maggiore spazio i dettagli inediti dell’arresto, dell’imprigionamento e della detenzione, il racconto si sarebbe avvantaggiato di un duplice movimento che da una parte avrebbe introdotto un necessario elemento di novità (informativo, ma soprattutto narrativo), mentre dall’altro avrebbe rivitalizzato l’interesse per i fatti già noti, senza loro togliere, tuttavia, la propria centralità. Da questo punto di vista, Un’anima non vile non può quindi essere considerata un’opera autonoma, in quanto tutto, in essa, concorre a configurarla come un’appendice dell’Amico ritrovato, del quale peraltro stenta a riprodurre lo stesso connubio fra atmosfera e stile. La figura di Konradin ne esce ispessita e completamente riabilitata senza dubbio alcuno, tuttavia, la sua, rimane una riabilitazione accessoria che non gli fa né male né bene. «Von Hohenfels, Konradin, implicato nella congiura per assassinare Hitler. Giustiziato»: la frase cancelleresca con cui termina L’amico ritrovato, aveva infatti già messo magnificamente tutte le cose al loro posto.

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Fred Uhlman (Fonte: burghhouse.museumssites.com)

Con Niente resurrezioni, per favore (No Resurrection, please, 1979), terzo racconto o romanzo breve della Trilogia (anche per gli altri due testi si ripete l’ambiguità di genere osservata nell’Amico ritrovato) si è davanti a un’opera differente. A livello di stile, innanzitutto, questo è il racconto più romanzesco di tutti, a cominciare dall’utilizzo della terza persona eterodiegetica che conferisce un respiro letterariamente più consapevole alla scrittura di Uhlman. La dimensione intimista dei racconti precedenti non viene abbandonata, ma si confronta con una metodologia narrativa diversa, caratterizzata dall’oggettività e da uno svolgimento continuo che rinuncia alla frammentazione in episodi. Il protagonista è Simon Elsas, pittore, identificabile con lo stesso Uhlman: a guerra terminata, egli torna in Germania, nella città che fu costretto a lasciare venti anni prima per una fugace visita. In un bar incontra per caso un vecchio compagno d’università che lo invita a prendere parte a una rimpatriata tra vecchi amici. In un primo momento Simon è deciso a non andarci, ma alla fine cede di fronte all’insistenza dell’amico. Arrivati al locale, Elsas indossa da subito i panni del convitato di pietra non facendosi conquistare dal clima cameratesco della serata, né dai sorrisi riguardosi che lo hanno salutato: per lui quegli uomini non sono più vecchi compagni e amici, bensì maschere funebri, fantasmi che lo riportano a ricordi dolorosissimi, individui nel cui recente passato può nascondersi una partecipazione più o meno diretta allo sterminio perpetrato contro gli ebrei, il suo popolo, la sua famiglia.

«Sono stato accolto qui con grande gentilezza e con grande riguardo. Mi sento simile a chi, alla fine di un buon pranzo, dice alla padrona di casa che il pesce non era fresco e che il vino era acido. Parlo contro la mia volontà: come potrei non essere franco? Com’è possibile che io discuta di interessi comuni, di ricordi comuni, di amicizia, quando tra noi insorgono gli spettri di sei milioni di ebrei? Com’è possibile, che io, ebreo, sieda a tavola con voi e dimentichi i milioni che sono morti di stenti, senza essere sicuro che la mano che mi offre da bere e da mangiare non è macchiata del sangue della mia famiglia?»

Fred Uhlman, attraverso il suo alter ego Simon Elsas, dà soddisfazione letteraria a tutti quei sopravvissuti al Lager che hanno sognato — ma spesso non hanno potuto — di ritrovarsi a tu per tu con un tedesco, guardarlo negli occhi e metterlo di fronte alle proprie responsabilità. È il desiderio-incubo di Primo Levi raccontato nel capitolo Vanadio del Sistema periodico, ma dall’altra parte della barricata, agli occhi dei tedeschi, esso si traduce in quello che il filosofo Karl Jaspers, in un saggio fondamentale del 1946, ha definito Die Schuldfrage: La questione della colpa.

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E cosa ottiene Simon Elsas mettendo i suoi ex compagni ed amici di fronte alle loro colpe? Occhi bassi, silenzi, orecchie da mercante in un primo momento, che si trasformano poi in scuse, negazioni, nervosismo, voglia di dimenticare e in quel meschino, raccapricciante “erano gli ordini, non c’era niente di personale” del quale si ode ancora il riverbero della voce di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme. Tutto sommato, niente che possa ferirlo più di quanto quelle stesse persone non avessero già fatto tanti anni prima, quando il loro dovere di obbedienza verso gli ordini e la legge — sollevato pure quella sera a mo’ di giustificazione — aveva costretto Elsas ad abbandonare il Paese che la sua famiglia chiamava “casa” da generazioni.

In mezzo all’oceano della letteratura sulla Memoria e sulla Shoah, Niente resurrezioni, per favore costituisce — è la mia personale opinione — un tassello fondamentale. Quello dei tedeschi è un punto di vista che non sempre si incontra nelle testimonianze di chi c’era, e lo sforzo di Fred Uhlman di farne il tema di uno dei suoi romanzi «in miniatura» credo che debba essere menzionato. Non credo invece che il suo sia il caso di uno scrittore ingiustamente associato a un unico libro. A mio personalissimo avviso L’amico ritrovato è una gemma rara che non è stata neanche lontanamente eguagliata dagli altri suoi scritti, tuttavia sarebbe un errore limitarsi a quella lettura soltanto. La Trilogia possiede infatti un equilibrio tutto suo, che solo l’intimo dialogo di ogni sua parte con il Tutto è in grado di assicurare, non disgiunto dal suo autentico spessore morale e umano. Come lettura, essa appartiene tanto al Cuore quanto alla Ragione, ed è esattamente questa sua doppia appartenenza, questa sua capacità di sommare le esperienze, di parlare a tutte le età attraversando le generazioni a fare della Trilogia del ritorno di Fred Uhlman il lascito di una vita.

L’arte del perturbante, da Daphne du Maurier ad Alfred Hitchcock

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo che reputo estremamente interessante: quello del perturbante. Per cominciare è bene rinfrescarsi la memoria con una semplice definizione tratta dal vocabolario Treccani, cui mai ci stanchiamo di ricorrere quando siamo in dubbio.

perturbare v. tr. [dal lat. perturbare, comp. di per1 e turbare «turbare»]. – Turbare profondamente, sconvolgere, portare agitazione o alterazione in un àmbito di natura sociale, fisica o psichica”

Da questa definizione ci possiamo spostare all’utilizzo di cui ci interessa parlare in questa sede, ovverosia quello letterario, e per farlo prenderò a esempio l’ultimo romanzo che ho terminato di leggere qualche giorno fa: Rebecca di Daphne du Maurier.
Probabilmente ad alcuni di voi questo titolo non sarà sconosciuto (ottimo!), ad altri invece ne ricorderà un altro, Rebecca la prima moglie. Ebbene, sappiate che stiamo parlando dello stesso libro, diventato molti anni fa una celebre pellicola di Alfred Hitchcock e, molto più recentemente, trasposto sul piccolo schermo da Rai 1.

Ma procediamo con calma, senza perdere il filo del discorso.
Con l’aggettivo “perturbante”, in letteratura si intende un qualsiasi elemento, sia esso un oggetto, un volto, un nome, una parola, che irrompe ciclicamente nel flusso della narrazione e che ha come obiettivo quello di destare, nel personaggio della storia così come nell’animo di chi legge, una carica emotiva di tratto negativo, in grado di mettere entrambi a disagio. Badate bene che l’entità perturbante non è mai una persona nella sua totalità, ma sempre e solo la parte di qualcuno o qualcosa. Nella nostra letteratura nazionale si ricorre a questa tecnica già a cavallo fra l’800 e il ‘900, con gli autori della Scapigliatura Lombarda e, più tardi, con Luigi Pirandello.

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Daphne du Maurier, invece, decide di innovare il concetto di perturbante adottando un’interessante strategia narrativa. All’interno del suo romanzo costruisce, infatti, una fitta rete di vasi comunicanti dove il pieno e il vuoto, ovverosia la protagonista e la sua negazione, si scambiano di posto, interagiscono in qualche modo. Gli elementi testuali a favore di questo gioco sono innumerevoli, eccone alcuni:
– Il nome della protagonista non viene mai pronunciato, quello della sua nemesi, Rebecca, lo è in continuazione;
– La protagonista è viva, Rebecca è morta;
– La protagonista è bassa, ha i capelli biondi ed è goffa. Rebecca è (era) alta, mora ed estremamente elegante e raffinata;
– La protagonista e Rebecca non hanno nulla in comune e questo, paradossalmente, diventa il tratto che più le unisce: quello che possiede una manca all’altra, e viceversa.

Si potrebbe addirittura elaborare un’intera interpretazione del romanzo secondo la quale la protagonista sia in realtà Rebecca, e la donna anonima la sua nemesi.  Tutto sta nella scelta del personaggio di cui si vogliono prendere le parti.

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Con questa rete scatta il meccanismo del perturbante. All’interno del grande scenario dove la protagonista va a vivere dopo aver sposato Maxim de Winter, la magione di Manderley nel Galles, la presenza di Rebecca diventa l’elemento che riesce a dar vita alle pareti: un fazzoletto ricamato, un impermeabile, una spazzola. Come ho scritto sopra, sono tutti elementi parziali di una vita che, tramite le cose che le sono appartenute, fa il suo prepotente ingresso in scena, accompagnata sempre da un ricordo amaro e da un presagio nefasto. Non c’è capitolo che non si chiuda con un’allusione a Rebecca, non c’è momento in cui la casa di Manderley non mostri un oggetto a cui Rebecca era particolarmente affezionata.

Tutto questo si presenta come un terreno estremamente fertile per il Maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock. Nel 1940 decide di dirigere questo film, approfittando della poca attenzione che gli avrebbe potuto dedicare il produttore David O. Selznick poiché proprio in quel periodo era ancora alle prese con il lavoro su Via col vento.
Nel film, girato con effetti “speciali” tanto semplici quanto efficaci, se pensiamo alle tecnologie cui siamo abituati noi, la carica perturbante di Rebecca viene, se possibile, ancor più esasperata, diventa quasi maniacale. Ovunque si leggono le sue iniziali, nessuno deve permettersi di spostare gli oggetti che lei stessa aveva sistemato (su questo aspetto l’adesione al libro è eccezionale). Particolarmente d’aiuto e ben riuscita è la figura della governante, la signora Danvers, interpretata dalla spettrale Judith Anderson.

La lettura di questo libro e la visione di questo film (che potete trovare anche su YouTube!) sono vivamente consigliate. Se volete comprendere l’arte di perturbare le menti in maniera fine e sottile, se cercate uno spunto per migliorare la vostra tecnica di narratrici e narratori dell’inconscio, del brivido e del giallo, sappiate che questa strada, per quanto battuta che sia, non cessa mai di fornire validi strumenti e spunti.
O se, più semplicemente, siete alla ricerca di intrattenimento di qualità, sappiate che troverete sempre, a Manderley come fra le pagine del romanzo, la convinzione di aver visto, magari dietro a una tenda bianca, la sagoma di una donna che vi osserva.

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La saga dei Melrose, parte III: “Speranza”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Riprende con questo articolo la serie dedicata alla famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn. Se vi foste persi una puntata, la potete recuperarle a questi link: parte I e parte II.

La dinamica di questo terzo episodio ruota interamente intorno a una festa. Uno dei personaggi che abbiamo incontrato nel primo volume riappare, invecchiato di circa una ventina d’anni e accompagnato da un facoltoso marito e una figlia. Il nostro protagonista, Patrick Melrose, è cresciuto e si trova ad avere circa trent’anni.

Questo, potrei dire, è quanto. Una festa e vecchi ritorni potrebbero sembrare pochi elementi per una trama, ma qui sta una delle qualità, secondo me imprescindibili, di un grande romanziere: essere in grado di far accadere di tutto nel giro di poche ore, dilatando il tempo interiore dei personaggi e di chi legge, facendo loro sembrare che in realtà siano passati dei secoli.

A questo proposito posso dirmi abbastanza certo di quali siano state le letture che St Aubyn aveva in mente quando ha scritto questo capitolo: Virginia Woolf e Marcel Proust. La prima, come ho scritto sopra, appare lampante dato lo svolgimento del romanzo nell’arco di un’intera giornata che vede il suo culmine nella festa di Bridgett, creando un filo diretto con Mrs Dalloway. Il secondo, più sotto traccia ma comunque visibile per chi ha letto l’opera massima dello scrittore francese, sta nella (ri)presentazione dei personaggi non solo attraverso i loro tratti fisici, ma soprattutto attraverso la mutazione di questi a seguito del passar degli anni. In particolare mi viene in mente l’ultimo volume della Ricerca del tempo perduto, ovverosia Il tempo ritrovato, episodio nel quale il protagonista ha la possibilità, dopo una lunga assenza, di incontrare vecchi amici cui il tempo non ha risparmiato nulla.

Nel caso di Patrick l’assenza è stata di otto anni, nei quali lui ha intrapreso il lungo e difficile percorso di disintossicazione dalla droga.

Gli occhi dai quali osserva il mondo, stavolta, sono ben diversi da quelli del giovane ricco e scapestrato. Lo sguardo è ugualmente disincantato, ma molto più consapevole. Consapevole perché se prima Patrick vedeva che attorno a sé non esisteva, non poteva esistere, una salvezza (che sia laica, religiosa, sociale…), ora si rende conto che senza la droga anche lui rientra fra tutti quelli che non possono ambire a una salvezza; e non perché la droga sia una fuga, ma più semplicemente perché offuscava la mente da questa ineluttabile verità.

Domina i suoi pensieri, come una presenza cancerogena di cui però non possiamo fare a meno, il ricordo del padre David. A quasi un decennio dalla sua scomparsa, Patrick è ancora tormentato dallo spettro del suo tirannico genitore, dalla sua smania di controllo degli altri per il gusto sadico di esserne il loro carceriere. Un uomo che, da figura oscura e imponente, viene descritta con maggiori distacco e lucidità, mostrando soprattutto le debolezze del mostro. Su questo elemento le riflessioni di Patrick inciampano ogni volta. Non ha alcun dubbio riguardo al fatto che il sentimento che nutrisse per suo padre fosse niente di diverso dall’odio, tuttavia c’è una zona della sua coscienza dove rimane difficile estirpare il naturale attaccamento per l’essere umano dal quale è stato generato e che, forse anche per convenzione sociale, ci sentiamo in obbligo di amare.

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Questi dubbi sono alimentati anche dalle frequentazioni di Patrick. Nell’arco della giornata che si concluderà con la festa, il rientro in scena di vecchi personaggi fornisce il perfetto espediente per giungere a nuove rivelazioni: essendo un adulto e parlando con altri adulti, Patrick viene finalmente messo a parte di molti segreti, storie tenute nascoste, che da un lato non fanno altro che arricchire il ritratto dell’uomo cattivo, ma dall’altro mostrano tratti caratteriali che mai nessuno avrebbe potuto immaginare e che mettono in dubbio l’intera rappresentazione fino ad allora data come certa.

Ciò che emerge da questa lettura, e che in ultima analisi giustifica il ricorso a un titolo che all’inizio può sembrare o del tutto inappropriato o un tipico caso di umorismo all’inglese, è che secondo St Aubyn gli esseri umani scelgono quasi in totale autonomia di essere prede o predatori. Le convenzioni sociali sono fortissime in ogni ambito, e dal punto di vista di ogni personaggio emerge prima o poi l’esplicita adesione a quel sistema di regole, valori e aspettative. Lo stesso vale per il modo in cui decidiamo di sottomettere qualcuno o di farci sottomettere: che sia la droga, un marito padrone o lo sguardo sprezzante di un ospite illustre, alla fine della giornata ci si rende conto — se siamo disposti ad accettare questa epifania — che c’è sempre una parte di noi che è inevitabilmente complice.

Sulle orme della Maestra: come Virginia Woolf non ha ancora smesso di darci lezioni

Di Gian Luca Nicoletta
[Se ancora non l’avete fatto, ora potete dare un’occhiata al nuovo indice de Lo Specchio di Ego, dove troverete tutti gli articoli pubblicati divisi per argomento e in ordine cronologico!]

 

Con l’articolo di oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è finito tra le mani quando sono andato alla Fiera del Libro di Firenze, a Settembre dell’anno scorso. La fiera era appena alla sua seconda edizione, ma nel complesso si è trattato di un evento davvero ben riuscito e soprattutto con case editrici di qualità.

Una tra queste, La Vita Felice, presentava all’interno del proprio catalogo molti e diversi testi di letteratura, uno dei quali mi ha particolarmente colpito: Leggere, Scrivere, Recensire, di Virginia Woolf. Si tratta di una raccolta di piccoli saggi e lettere, tutti scritti tra il 1919 e il 1939, che ruotano attorno alle tre attività che Woolf considerava essenziali per fare letteratura: appunto leggere, scrivere e recensire. In questo esatto ordine, badate bene, perché ognuna è il preludio all’altra, in un percorso che idealmente va sempre verso l’alto finché non vengono praticate contemporaneamente.
I testi di Woolf costituiscono il cuore della pubblicazione e si trovano al centro. Prima e dopo stanno, rispettivamente, una introduzione di Franco Venturi e una nota al testo di Leonard Woolf. Il fatto poi che Virginia – una tra le icone più brillanti del movimento di emancipazione delle donne – si trovi preceduta e seguita da un uomo è senza ombra di dubbio non voluto dall’editore, che invece è stato estremamente gentile e informato su ogni libro che vendeva di persona.

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fonte: ilcartello.eu

Ebbene, di cosa trattano questi saggi e queste lettere, tolto l’ovvio riferimento ai titoli?
Essi sono il frutto delle riflessioni di Virginia Woolf prima e durante il suo periodo d’oro, in cui partorì capolavori come La Signora Dalloway, o Gita al faro, o ancora Orlando. Il suo impegno e la sua dedizione alla scrittura e alla letteratura furono totali nel senso più ampio e profondo del termine: lei scriveva di tutto, su tutto, e da ogni singolo elemento cercava di trarre uno spunto per illuminare con garbo e intelletto il grandissimo mondo della Letteratura. In questa breve raccolta, i saggi e le lettere sono affrontati con piglio svelto e audace, con una scrittura scorrevole e soprattutto leggera, a metà strada fra la trattazione saggistica e il racconto breve. Come in Una stanza tutta per sé, le nozioni fondamentali che Woolf vuole trasmettere a chi la legge (ovverosia gli elementi tipici del saggio) sono meravigliosamente amalgamati all’interno di una cornice narrativa che vive delle riflessioni e dei gesti di personaggi creati spesse volte ad hoc (elementi tipici del racconto). Sembra a volte di guardare un bellissimo tappeto: da lontano vediamo l’insieme inscindibile di colori e disegni, ma se ci avviciniamo abbastanza possiamo vedere addirittura il percorso di tutti i fili che formano la trama e l’ordito.

Ma veniamo ora alle tre attività di chi vuole fare letteratura: come ho accennato all’inizio, queste hanno un ordine ben preciso e nel corso del tempo devono diventare attività simultanee.
1) Leggere: a quest’attività è riservato il primo saggio-racconto. Se vi aspettate un compendio di romanzi da leggere o di autori da conoscere, siete fuori strada! In questo primo testo, il nodo principale è quello di un gruppo di bambini che, mentre i genitori sono intenti a preparare un pasto festivo, decidono di uscire nella neve per andare a caccia di lucciole.
Siete perplessi? Non preoccupatevi, è l’effetto Virginia. Cos’è che bisogna saper fare per poter leggere bene un libro? Scorrere solamente le frasi dall’inizio alla fine? Di certo non basta: per leggere bene bisogna imparare a osservare i dettagli, le minuzie, il sotterraneo. È esattamente quello che fa la voce narrante del racconto: lei scopre per la prima volta un mondo incantato dietro al fascio di luce della lanterna, alla forma che prende la neve che cade al buio, a come si comporta il bambino più esperto di tutti e diventato capo della spedizione di caccia. Quell’esperienza è una pratica dimostrazione di cos’è la lettura, di come dobbiamo porci di fronte a un testo di cui vogliamo conoscere ogni singolo dettaglio.

2) Scrivere: una volta che abbiamo imparato a leggere, parallelamente a quest’attività, possiamo iniziare a scrivere. Ancora una volta Virginia Woolf ci stupisce parlando apparentemente d’altro: si esibisce infatti in una lettera sull’arte dello scrivere lettere, non romanzi! Ma sebbene ci parli di una scrittura di per sé non creativa bensì informativa, utilizza questi elementi per condurci tramite vie traverse a ciò che le interessava dirci: nel corso del tempo abbiamo assistito alla trasformazione della scrittura. Da che, una volta, le lettere erano scritte bene non solo sintatticamente ma anche graficamente poiché erano destinate a una lettura collettiva, l’avvento delle cartoline (che viaggiavano più veloci) e del telegrafo ha permesso una trasformazione delle lettere che, da pubbliche e informative, sono diventate private e comunicative. Private perché destinate a una sola persona, comunicative dato che erano incentrate sul altri temi quali sentimenti, pensieri, idee intime. Le prime, per la loro natura, arrivavano di per sé stesse a uno stadio molto simile alla pubblicazione di un romanzo o di un racconto, le seconde, per contrasto, trattando argomenti personali ma scritti con maggior sentimento e trasporto, dovevano rimanere celate al pubblico.
Il discorso non punta a decretare un vincitore, ma a fare un quadro chiaro della faccenda. In Woolf non troverete mai discorsi di parte, ma solo analisi terze, che ci mostrano il bello e il brutto di ogni cosa, proprio il lavoro che ogni scrittore e scrittrice dovrebbe fare.

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fonte: National Portrait Gallery, Londra

3) Recensire: in quest’ultima parte del percorso di arriva a parlare di Letteratura! È necessario però fare una piccola specificazione. Nel testo Inglese che si trova a fronte, Woolf usa solo il verbo review, che in Italiano ha una doppia diramazione semantica: da una parte recensire, dall’altra editare. Infatti nella mente di Woolf il lavoro di chi recensisce un libro è uno solo, e non si concentra solo sul giudizio di valore del libro, pubblicando un articolo su di una rivista specializzata, ma si tratta anche del lavoro di edizione del testo, di correzione degli errori, di miglioramento e potenziamento della storia, di vera e propria critica.
Chi recensisce un libro viene qui immaginato, in un mondo ideale in cui scrittore e critico guadagnano ugualmente e possono scrivere ciò che vogliono con i loro tempi e secondo le loro esigenze (argomenti nei quali vedo un chiaro riferimento a Una stanza tutta per sé), come un medico chirurgo. L’autore o autrice presenta al critico il suo testo, proprio nello stesso modo in cui un malato porta il proprio caso al suo medico curante. Questi prendono un appuntamento e, dopo un’analisi franca e scientifica, giungono al miglior modo per risolvere i problemi e rendere più facile la vita del paziente. I due non sono nemici, né antagonisti in qualche modo. Lavorano entrambi a un medesimo fine, che riguarda in pieno le sorti della Letteratura e la sua buona sopravvivenza al mondo che cambia, popolato sempre più (qui si intravede anche una critica sociale) da persone che non sono interessate alla qualità di quanto viene scritto.

Questo è l’affresco che ci viene donato dalla tumultuosa mente di Virginia Woolf. Un affresco in cui chi fa letteratura non ha solo una passione da seguire, ma anche e soprattutto una missione da compiere. «L’arte dello scrivere è un’arte difficile», dice lei a un certo punto dell’ultimo saggio. Chi di noi vuole fare letteratura, in qualsiasi modo, deve tenere conto di queste tre attività cardinali, per difendere la bellezza dei mondi che sappiamo costruire e soprattutto per permettere al fuoco che ci brucia dentro di scaldare e illuminare sempre più persone, sempre più lontano.

La saga dei Melrose, parte II: “Cattive notizie”

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo secondo articolo proseguo la serie iniziata dieci giorni fa, tutta concentrata sulla saga di Edward St Aubyn.
Il volume in oggetto è intitolato Cattive notizie (Bad news) e prosegue la storia iniziata con Non importa.
In merito al primo volume mi occorre fare una precisazione cronologica, poiché avevo scritto che:

«Siamo infatti (presumo), intorno agli anni ’70/’80 del ‘900. Il dato si può dedurre da alcuni elementi di contesto, quali il riferimento ad astronavi e uomini nello spazio (dunque un termine post quem che parte almeno dal 1969) ma la presenza dei passaporti per andare dall’Inghilterra alla Francia (e quindi un termine ante quem non posteriore al 2004, anno in cui l’accordo di Schengen fu esteso anche a beneficio del Regno Unito).»

Bene, il dato cronologico viene meglio definito all’interno del secondo romanzo. Patrick Melrose, qui ventiduenne, dichiara a un personaggio la data di nascita del padre: nove Giugno 1906. Dunque se in Non importa David ha sessant’anni, siamo nel 1966. Ne consegue che Patrick (il quale allora ne aveva cinque) è nato nel 1961 e che questo romanzo è ambientato nel 1983.

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Fatte le dovute precisazioni, possiamo andare avanti: Patrick Melrose è un drogato.
L’infanzia terribile che ha vissuto (ricorderete la presenza mortificante del padre, la distanza della madre, il terrore psicologico che aleggiava costantemente nell’aria) lo ha condotto sulla via perennemente in discesa delle sostanze stupefacenti, con l’effetto collaterale che la risalita è spesse volte del tutto impossibile.
Ci troviamo a New York e, come apprendiamo dalle primissime pagine del volume, Patrick si trova nella Grande Mela per recuperare il corpo di suo padre, morto qualche giorno prima. L’intero romanzo è incentrato sul recupero delle ceneri di David e sulla breve permanenza di Patrick nella città, in un doppio viaggio nell’intimità del nuovo protagonista della serie: uno fra i suoi pensieri e i ricordi turbati, l’altro fra le sue allucinazioni dovute all’assunzione di droghe, principalmente cocaina ed eroina.

Il senso generalizzato di disgusto del primo volume subisce, in questa seconda parte, un’evoluzione in termini psicologici, concettuali e narrativi. Da una visione diffusa, cioè dai plurimi punti di vista, la via si stringe drasticamente fino ad arrivare all’unica visuale che viene concessa a chi legge: quella di Patrick.
Il suo sguardo è ipercritico, disincantato all’inverosimile, deluso, amareggiato. Ciò che i suoi occhi e il suo intelletto (acuto nonostante le droghe, ma che va via via indebolendosi a detta dello stesso Patrick) percepiscono per primi sono la palese ridicolaggine che caratterizza i personaggi secondari che costituiscono lo sfondo e il contesto sociale e di riferimento di New York: ricchi uomini d’affari compiaciuti della loro superficialità e pochezza, le loro mogli anoressiche e depresse. Al lato opposto, l’altra faccia di New York, ci sono tassisti immigrati che non parlano l’Inglese e spacciatori consumati, resi irriconoscibili dal loro abuso di droghe.

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Abuso cui non sfugge nemmeno Patrick: il suo continuo uso di sostanze, reso tale anche dall’abbondante disponibilità economica che glielo permette, scandisce il ritmo di tutte le sue giornate. Lui non sa che ore sono guardando l’orologio, lo sa perché è perfettamente conscio della durata degli effetti di ogni droga che assume e, quando questi finiscono, calcola in un istante quante ore sono passate dall’ultima assunzione.
Di queste assunzioni, St Aubyn ne fa sempre accurate descrizioni: mostra con dettagli scientifici le vene che si gonfiano, il diverso colore che hanno, e soprattutto come queste si trasformino nel giro di pochi istanti nel vettore che apre nuovi spaventosi mondi. Gli effetti delle droghe, lo sappiamo bene anche se non ne facciamo uso, sono notoriamente devastanti, ma difficilmente sappiamo cosa succede: terrore iniziale, sudore, allucinazioni, differente percezione dei nostri sensi, della spazialità del nostro corpo, tremore, catalessi.
Un passaggio in particolare merita un encomio: dopo una serata passata a procacciarsi la sua preziosa dose, Patrick diventa la preda di una forte allucinazione, la quale prende la forma di una scissione della personalità in almeno una decina di voci diverse. Queste parlano tutte a turno e con modi e stili diversi, inscenando dialoghi a metà strada fra il surreale e il tragicomico. Un esercizio di stile che non vedevo da Il nome della rosa e che merita un plauso alla bravura dell’autore.

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Il mondo che popola New York e che diventa carotaggio del genere umano è un mondo da cui non c’è molto da aspettarsi, meglio fuggire. Fuggire dal ricatto di una vita che chiede il conto, fuggire dal ricordo terribile di una persona che però viene costantemente elogiata dagli altri, fuggire dalle proprie memorie e, perché no, fuggire da sé stessi.
Il tempo di Patrick è un tempo diverso, lento e acceso nello stesso istante, che oscilla fra la volontà di far passare le ore e quella di non sciupare troppo in fretta gli effetti delle droghe. Quali sono le cattive notizie che ci si presentano, quindi? La morte di una persona cara? La nostra condizione di solitudine? O forse la consapevolezza che da questo mondo non c’è via d’uscita?