La frequenza delle emozioni: gli 8 Hz e il dialogo nascosto tra musica, cuore e fisiologia

Di Flavio Salvioni

«Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta.»

Con questo aforisma di Khalil Gibran (poeta, pittore e filosofo libanese vissuto dal 1883 al 1931) mi sento di iniziare questa mia riflessione sul valore delle vibrazioni e delle frequenze nell’ambito musicale ed artistico. Un mutuo scambio di sensazioni tra creatore dell’opera e fruitore della stessa, che si accordano su di una frequenza per vivere le medesime emozioni, talvolta capite e talvolta no, ma comunque volte a consegnare una parte intima di noi stessi a qualcuno che le riceverà.

Nella mia esperienza e sensibilità, ho sempre pensato che vi fosse una stretta relazione tra la frequenza delle vibrazioni create da un determinato oggetto, canzone o dalla persona stessa, e le emozioni che esse suscitano nel ricevente. Doveva esserci per forza una spiegazione a questo legame e, dopo numerose ricerche in materia, sono approdato ad un testo di carattere storico-artistico-scientifico dal titolo 432Hz: la Rivoluzione Musicale. L’Accordatura Aurea per intonare la musica alla biologia (Nexus Edizioni, 2017), opera di Riccardo Tristano Tuis, ricercatore e ideatore della Neurosonic Programming. Da oltre venticinque anni Tuis segue un percorso di ricerca che lo ha portato a studiare e praticare diversi indirizzi, dove lo sciamanesimo incontra le scuole gnostiche, lo Zen e perfino le scienze di confine. Lo sviluppo delle potenzialità umane attraverso lo studio dei programmi mentali che strutturano la consapevolezza e la percezione, gli hanno permesso di creare un metodo-scuola denominato Zenix, il quale permette di aver accesso ai propri programmi mentali consci e inconsci per risolverli e giungere a un livello mentale più avanzato. Frutto dei suoi studi, e motivo cardine di interesse relativo a questo articolo, è la scala aurea basata sulla matematica dell’8. Tuis la sostituisce all’odierna scala equo temperata (basata su intervalli di accordatura di 7,83Hz studiati da Schumann), portando l’intonazione perfetta del LA a 432Hz, abbassandolo quindi di 8Hz dagli odierni 440Hz. Per portarci a capire l’importanza di questa frequenza sul nostro corpo, a livello biologico, e sulla nostra mente e le sue interazioni neuronali, l’autore parte da uno studio storico delle frequenze in ambito sia scientifico che musicale.

La premessa con cui apre il libro è il declassamento in età medievale della musica dal Quadrivium, il gruppo delle scienze matematiche, al Trivium, di cui facevano invece parte le discipline umanistiche. Una suddivisione che dobbiamo a Marziano Capella, un filosofo del IV-V secolo d.C. che, oltre a suddividere i gruppi sopraccitati, categorizzò nel suo De nuptiis Philologiae et Mercurii tutta la conoscenza umana. La posizione iniziale della musica nel Quadrivium rese quest’ultima una delle scienze matematiche atte a creare una forma mentis, ma con il passare del tempo si è portato questa scienza, di fatto basata su regole matematiche, ad arte pura e semplice. Un rapido excursus storico ci aiuta a vedere le basi di questo declassamento che, secondo Tuis, ha avuto inizio con la figura Papa Gregorio IX che bandì dalla musica sacra il tritono, ossia un intervallo di quarta aumentata (4 toni e 1 semitono dalla nota di partenza presente nel modo lidio), definendolo intervallo del Diavolo.

Da questo derivò una egemonia ecclesiastica che durò fino all’illuminismo lasciando profondi segni nell’immaginario collettivo e ponendo la distinzione musicale fra il sacro e il profano, non considerando che la musica trova le sue origini nel mondo pagano, laico e antecedente alla cristianità.

Come ci dice l’autore, lo studio dell’impatto della musica sull’ascoltatore è materia antica che basa le sue origini sulla musica primordiale sciamanica, in particolare nel ritmo delle percussioni e nella qualità del vettore energia da esse prodotto. La stesso vettore energia venne poi ripreso dai Misteri Eleusini che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi. Essi sono il più famoso dei riti religiosi segreti della Grecia e rappresentavano il mito del rapimento di Persefone, figlia di Demetra, da parte del re degli inferi Ade, in un ciclo a tre fasi: la discesa (perdita), la ricerca e l’ascesa – con il tema principale che è l’ascesa di Persefone – e il ricongiungimento con sua madre, che simboleggia la rinascita e l’eternità della vita. Per dare maggiore efficacia lo Ierofante (il sacerdote dei Misteri Eleusini) officiava il rito mostrando degli oggetti sacri al culto di Demetra e, tramite i ritmi ipnotici della musica, danze e l’assunzione di bevande sacre come il Kikeon, portava gli iniziati a degli stati superiori di consapevolezza.

Il vero studio sulle frequenze fu affrontato da Pitagora, il quale utilizzava nella sua scuola la musica come strumento per la purificazione dell’anima e raggiungere stati di consapevolezza superiori, essendo perfettamente conscio dell’influsso del suono sul processo cognitivo umano. Le scale musicali di sua ideazione sono basate sull’ordinamento per suono in base alle frequenze di ogni singola nota. Sono composte dalle 7 note, DO RE MI FA SOL LA SI con una media di circa 33Hz fra una nota e l’altra, non considerando i semitoni. La nota successiva al SI è nuovamente il DO, ma con una vibrazione raddoppiata rispetto al DO iniziale con un rapporto di 2:1, definendo così l’ottava, cioè distante 8 note dalla nota di partenza.

Il corso della storia musicale, dall’invenzione delle scale ad oggi, lo conosciamo già, ma il nodo della questione sta nelle frequenze utilizzate per accordare i singoli strumenti e conseguentemente anche la voce umana: ossia l’adozione dell’attuale LA a 440 Hz. Nel corso di quattro secoli dal ‘500 al ‘900, di fatti, il LA ha subito innumerevoli cambi di accordatura che non sono mai stati dettati da una necessità scientifica, bensì dal volere di gruppi elitari fra ecclesiastici, nobili e governanti che lo portavano a frequenze alte per le più disparate ragioni: dall’avvicinamento a Dio, al divertimento o semplicemente per tenere attiva l’attenzione dell’ascoltatore.

Dallo studio affrontato, Tuis nota come questa alterazione del LA porti in realtà a scombussolare psichicamente l’uditorio. Di fatti, basandosi su studi biologici antecedenti e noti, ci suggerisce che ogni singola cellula del nostro corpo possiede una moltitudine di nano risonatori di hertz ai quali si ispirano, strutturalmente parlando, i moderni chip del computer, tanto che hanno entrambi la medesima definizione: un cristallo semiconduttore dotato di porte e canali. Ovviamente, a seconda della funzione, ciascuna delle nostre cellule sarà più sensibile a determinate frequenze. Ciascuno degli stimoli esterni al nostro corpo è, di fatto, un impulso elettrico ed elettromagnetico, con la sua specifica frequenza, che va a “colpire” i recettori cellulari della determinata parte corporea dando un preciso segnale che viene poi decodificato. Viceversa si comprende bene che anche il corpo umano produce energia elettrica ed elettromagnetica (come comprovato dagli studi della dott.ssa Valerie Hunt, fisiopatologa e chinesiologa dell’UCLA) e che esso stesso interagisce con il resto dell’universo nella medesima maniera. Questo comporta che se alteriamo la frequenza delle onde elettromagnetiche alle quali il corpo umano è abituato, e che riesce a gestire se vi viene esposto, le cellule vibrano in maniera anomala portando quindi alla malattia o, in alcuni casi, alla morte. Possiamo quindi comprendere come le frequenze troppo alte a cui siamo esposti portino ad effetti collaterali nel nostro organismo, creando caos e disallineamento.

Dunque tutto vibra e, tornando alla materia musicale, abbiamo il termine suono che è definito come la vibrazione di un corpo elastico che si trasmette nell’aria e agli oggetti vicini secondo la propria ampiezza o volume. Stando quindi a quanto detto sopra, ne deduciamo che ogni cosa ha una sua precisa frequenza fondamentale e che crea quindi un’armonia (harmonìa dal greco che vuol dire “congiungere”), come le note di una scala musicale. Nel libro, Tuis ci spiega il concetto di simpatia correlato all’armonia (copiabile perfettamente nei rapporti interpersonali) con un piccolo esempio:

«Se premiamo un tasto di un pianoforte per effetto di risonanza incominceranno a vibrare tutti gli oggetti nelle vicinanze (dunque non solo gli strumenti) che risuonano sulla stessa nota o sui suoi multipli e sottomultipli (armoniche). Questo significa che un’onda acustica, ad esempio un acuto di una cantante, è in grado di risuonare armonicamente con i reticoli atomici di un bicchiere di cristallo. Se l’onda acustica modulata dalla voce della cantante rispetta una determinata risonanza, e ha sufficiente ampiezza (volume espresso in decibel), è in grado di modificare la struttura del bicchiere in maniera distruttiva: ovvero esplode perché l’energia trasmessa dalla vocalizzazione è oltre il valore che può essere sostenuto dai reticoli atomici del bicchiere».

Quale sarebbe, quindi, la gamma di frequenze a cui possiamo essere esposti senza ripercussioni sul nostro corpo? La chiave di tutto starebbe nel far diventare regola universale l’utilizzo degli 8Hz da cui ero partito, insieme ai loro multipli e sottomultipli e a tutta la matematica dell’8. Essa trova spazio dalle architetture indiane alla piramide di Giza, passando per il complesso di Teotihuacan in Messico. È presente anche nel nostro DNA e nella tavola degli elementi chimici. Le proprietà degli 8Hz sono illustrate dall’autore basandosi sugli studi del medico americano esperto in neuroscienze Dott. Andrija Puharichil il quale, in collaborazione con il Dott. John Taylor, ha scoperto che gli 8 cicli per secondo attivavano capacità cerebrali non in uso nella quotidianità. Ad esempio, osservando un mistico indiano, ha scoperto che si poteva cambiare la frequenza delle onde cerebrali passando dallo stato di coscienza a un altro.

Puharichil e Taylor hanno studiato anche un guaritore che riusciva a impostare il proprio cervello a 8Hz e indurre la stessa frequenza nella persona che stava curando. Inoltre hanno scoperto che gli 8 cicli per secondo sono in grado di aumentare la predisposizione ad imparare, inducendoci al theta mode (stato cerebrale che attiva le zone del cervello riservate alle attività creative, scientifiche, mistiche e comportamentali).

Ecco quindi spiegato come il LA a 432Hz (che è un multiplo degli 8Hz) aiuti a settare tutti gli strumenti e la voce stessa su di un range di frequenze con le quali il nostro corpo è a suo agio e, per simpatia, vibra alla stessa maniera.

Secondo il mio personale punto di vista, lo studio di Tuis ha fornito una esaustiva spiegazione dello scambio di frequenze fra noi e la musica, e mi sento di aggiungere che siamo guidati dalla sensibilità e dall’istinto in ciò che è dannoso e ciò che è utile. Dal libro è inoltre interessante vedere che, nell’arco dei secoli, compositori come Bach e Mozart abbiano proseguito lo studio di queste frequenze. Il risultato sono i capolavori immortali che ancora oggi ci affascinano a distanza di secoli e ci guidano emozionalmente.

Per fornire un esempio più modernoa bbiamo SIA, la cantante di origine australiana che ha spopolato nell’ultimo decennio con brani come Chandelier, Alive o Elastic Hearth, solo per citare alcuni esempi. Dietro i suoi grandi successi vi è uno studio delle frequenze armoniche create da un uso ben preciso di determinate sequenze di accordi che, nonostante in chiave musicale elettronica, ci guidano nella gamma emozionale dettata dal testo della canzone. Se ascoltiamo questi brani, infatti, la nostra attenzione viene immediatamente catturata da dei beat accattivanti e, a un primo ascolto, non prestiamo molta attenzione al testo stesso, ma siamo emozionalmente trasportati a intuire quanto lei ci stia dicendo. Nel testo di Chandelier, ad esempio, viene affrontata la fortissima tematica della delusione amorosa che può culminare in un triste epilogo, magistralmente cifrato con metafore nella frase del ritornello:

«I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier»

Considerando la base musicale assolutamente POP non si riconosce la tristezza del testo, eppure si è emozionalmente presi, in quanto la struttura stessa del brano ci porta a “soffrire” con lei rispecchiandovi la nostra quotidianità.

In conclusione tutto vibra e fa vibrare qualcos’altro, e questo scambio di vibrazioni è dettato da delle frequenze che ci stimolano e ci fanno interagire con il resto del mondo perché suscitano in noi delle emozioni.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020: un programma da non perdere per attività all’insegna della cultura e della sua funzione etica e sociale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Due giorni fa si sono chiuse le celebrazioni per l’inaugurazione di Parma come Capitale Italiana della Cultura 2020, il prestigioso riconoscimento conferito dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che viene assegnato, ogni anno, alla città italiana che più di tutte è in grado di presentare progetti culturali per promuovere la cultura italiana fra gli italiani e non solo.

Quest’anno il titolo è stato vinto dalla città Emiliana, la quale ha messo in campo centinaia di progetti fra mostre, incontri e dibattiti volti a stimolare nel pubblico un rinnovato apprezzamento per la nostra cultura e per il nostro ambiente.

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Parma – fonte qualitytravel

Tutte le attività sono state suddivise in categorie, ciascuna caratterizzata da un colore, in modo da rendere più agevole la scelta delle attività cui prendere parte. Tra queste ci sono rassegne d’arte contemporanea, installazioni di nuovi artisti, percorsi museali anche attraverso i grandi restauri, spettacoli di teatro e di musica, incontri sull’ecologia, la democrazia e tanto altro.

Un’importante innovazione di Parma2020 è stata quella di non accentrare su di sé l’intera attenzione e peso dei progetti: un onere e un onore che deriva dall’essere la Capitale della Cultura è indubbiamente quello di essere meta di grandi flussi turistici. Con i suoi progetti, tuttavia, la città di Parma è stata in grado di coinvolgere anche tante altre realtà della provincia, in modo da permettere anche al territorio e chi lo vive quotidianamente di mostrare le proprie bellezze e il proprio potenziale.

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Qui di seguito troverete tutti i link ai programmi e al calendario con ogni data. Molti eventi sono già iniziati alla fine del 2019 e termineranno nel prossimo mese e mezzo, ma tantissimi altri inizieranno con la Primavera e si protrarranno sino a Gennaio 2021.
Il tempo non manca, la strada la conoscete, nessuno di noi ha scuse per evitare di fare una gita a Parma, potrebbe essere un’attività per questo 2020.

Buon viaggio!

Parma Capitale della Cultura Italiana 2020

Il programma generale

Il calendario di Parma 2020

Facciamo conoscenza – il programma dell’Università di Parma

Emilia 2020 – il programma della zona di Parma, Piacenza e Reggio Emilia

 

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte II

Di Flavio Salvioni

 

Se la tecnica artistica d’Oltralpe, da nord a sud della zona franco-provenzale, consisteva in una continua evoluzione del tramandare la parola in rima, mescolando la poetica con l’arte musicale e canora, la scuola italiana era di tutt’altro avviso.

Nel ‘200 in Italia vi sono stati due centri culturali di fondamentale importanza: la scuola siciliana nella prima metà del ‘200 e l’intera produzione poetica toscana nella seconda metà. Entrambi i centri erano fautori del volgare come lingua del popolo, in contrapposizione al latino che restava in uso come lingua ecclesiastica e politica.

I letterati siciliani e toscani, nel corso del secolo, si distaccarono dalle arti musicali, anzi si dichiararono contrari alla declamazione dei versi in musica. In particolare i letterati della scuola siciliana, che promulgavano produzioni letterarie di alto livello, trovavano la loro formazione nella scuola di Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, dove però venivano insegnate arti letterarie e visive, ma non musicali. Non erano quindi a conoscenza della musica come arte da apprendere fra i banchi dei loro studi. Lo stesso vale per la successiva scuola toscana, nata dopo la morte di Federico II (1250) che sancì lo smembramento della scuola siciliana e che portò i pochi superstiti di quest’ultima a rifugiarsi nei comuni ghibellini. I componimenti tramandati dagli ultimi esponenti della scuola siciliana trovarono spazio nella neonata scuola toscana che li fece suoi traducendoli nella lingua volgare del luogo.

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In questo ambito si trovano, a livello di terminologia letteraria, diversi lemmi come canzone o sonetto oppure cantare o dire in cantando, che rimandano chiaramente alla musica.

Lo stesso Dante è dell’opinione che «le strutture poetiche riflettono una intenzionalità musicale poiché la strofa è costruita di modo che la sua misura e il suo ritmo verbale possano offrire supporto alla misura e al ritmo della melodia», ma è altrettanto fermo nel dichiarare che il termine canzone ha un valore puramente letterario. Pone quindi la possibilità di musicare e cantare i versi, ma anche in questo caso si richiede una certa tecnica e bravura nel farlo, tecnica acquisita nei secoli da personaggi totalmente avulsi dalle fila dei letterati, ma di certo non meno colti.

Non è da dimenticare che fu a cavallo fra i secoli X e XI, che il monaco benedettino Guido D’Arezzo nel suo trattato musicale Micrologus, idealizza e descrive tutta la semiografia musicale in uso ancora oggi. La coreutica e le attività liturgiche basavano infatti la loro esecuzione sulla lettura del pentagramma e sull’accostamento melodico della parola alla musica, specialmente nei monasteri benedettini poiché il cantare pregando era presente nella loro regola. Anche qui, parallelamente alla specializzazione letteraria, si cominciò a dividere i ruoli fra cantore e musico: entrambi edotti nella lettura musicale, il primo interpretava lo scritto cantandolo sulla musica composta dal secondo. Raro, anche in campo musicale, era trovare la figura che, al giorno d’oggi, chiamiamo Singer-Songwriter. Il cantare divenne quindi appannaggio solo della curia e dei seminari che, oltre a erudire i propri studenti nelle lingue latina e greca, sulla lettura teologica della Bibbia e nella storia, fornivano lezioni di musica, teoriche e pratiche, da utilizzare nella liturgia delle ore di tutti i giorni, dando spazio a tutto il repertorio di musica sacra scritta (polifonica e non) ed eseguita nei riti. Potete quindi immaginare quanto fosse difficile per i letterati delle due scuole interpretare quei complessi segni riprodotti su cinque righe o, peggio ancora, doverli accostare a un suono ben preciso e dalla specifica durata.

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Ecco quindi dove è cominciato il divorzio delle due arti: nella specializzazione delle parti per via del fatto che non vi fosse un vero punto di incontro fra letterati profani e letterati di cultura sacra sugli studi musicali di quest’ultimi. In questa parte del suo discorso, Roncaglia incentra tutto l’argomento del suo articolo non dando apparentemente speranze di nessun ricongiungimento.

Non possiamo però basare tutto su di una sola versione della faccenda e, soprattutto, non possiamo confinare tutto il sapere di entrambe le arti al Vecchio Continente soltanto.

Ritengo che questa necessità di narrare cantando storie o poesie sia una qualità artistica intrinseca nell’uomo, basti pensare al tempo del sogno della mitologia aborigena australiana che, come ci racconta Bruce Chatwin in Le vie dei canti, è un compito dato agli anziani di ogni gruppo il tramandare questi racconti ancestrali sotto forma di canti, adattando la struttura musicale alla morfologia territoriale.

Fra le note degli spiritual afroamericani, con una ritmica semplice affidata alle vanghe e una linea melodica di una voce primaria che lavora sulle risposte polifoniche delle altre voci, si fanno largo figure retoriche e versi di ogni genere. Questo modo nuovo di fare musica è l’antesignano del Blues e, in particolar modo, del Jazz, basato sulla pura interpretazione musicale dove musica e parole si aspettano in una melodia accattivante e piena di sofismi letterari e musicali molto spesso improvvisati; viaggiando lungo la linea del tempo fino ad arrivare all’era moderna, dove gli stessi Rap e Hip Hop della scena americana sono da considerare poesia, in un misto fra cantato e recitato che traversa l’Atlantico per ritornare in Europa.

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Una Europa che vive continui fermenti musicali, specialmente quando si prende la decisione di sganciare (tra il XVII e il XVIII secolo), a poco a poco, la musica dagli ambienti talari, rendendola oltremodo laica e profana, spogliandola dai testi sacri e rivestendola lentamente dalla nudità testuale con parole da recitare cantando sui palchi dell’opera. Un semplice cambio di veste la porta poi ad uscir di sera elegante ma al contempo sportiva, fresca e nuova espressione delle passioni dei cantautori della musica leggera a partire dagli anni ’50.

Continue evoluzioni di entrambe le arti, frutto del contributo degli artisti che con la propria sensibilità le rendono uniche nel loro fascino espressivo: la musica con l’acquisizione continua di un genere nuovo dato dallo studio di nuove sonorità; la poesia con i passaggi degli stili ed esprimendo le passioni sempre più contemporanee. Si possono definire arti a sé stanti: libere, ribelli, eleganti, passionali. Possono lavorare benissimo da sole nei loro specifici settori creando emozioni in chiunque le ascolti, specialmente poi se i loro veneratori sono capaci di lavorare sui dettagli e sull’ascendere e discendere della linea melodica, o testuale, secondo un motus musicus che porta l’uditore a godere fino in fondo delle performance.

Divine ispiratrici per chi vive di passioni ed è nato con una spiccata sensibilità. Libere entità errabonde e solitarie, che accendono i cuori di tutto il mondo consce della loro bellezza e pronte a meravigliare non appena si prendono per mano in un connubio infinito di note e di versi.

Storia d’amore fra musica e poesia: divorzio all’italiana di un’intima relazione che mai finirà? Parte I

Di Flavio Salvioni

 

Rime, figure retoriche, versi ritmati metricamente ineccepibili e quanto altro è contemplato nell’arte della scrittura, sono elementi che caratterizzano i componimenti letterari di ogni epoca nelle diverse culture. Non siamo molto lontani da quanto accade anche nei testi musicali antichi, moderni e contemporanei, tramandati fino ai giorni nostri e declinati sotto infinite combinazioni di generi musicali.

Un legame apparentemente indissolubile fra due arti tipologicamente divergenti, ma che fin dagli albori del genere umano sono unite in sinergia con il semplice scopo di creare emozioni. Un legame matrimoniale non scritto ma idealmente siglato che, al contempo, rende queste due espressioni artistiche libere di vivere la loro essenza.

Se poi da un lato quella fra testi letterari e musicali, agli occhi di alcuni, continui ad apparire come un’unione mai consumata, dall’altro sembra però che a un certo punto della storia un divorzio fra le due sia ugualmente avvenuto.

Ma quanto è vero che non siano insieme, che non lo siano mai state o che lo siano state ma che si siano separate? Quanto vive ancora di questo legame nelle canzoni, perché sono loro l’espressione di questo connubio?

La domanda usata come titolo di questo mio scritto viene naturale osservando la musica contemporanea e notando che, piano piano, nei testi sparisce la metrica e si riducono all’osso le rime in favore di versi liberi, che sono più semplici da gestire all’interno delle regole sancite dai pentagrammi.

Mi sento in dovere di far partire la mia analisi, con il dovuto rispetto e le mie modeste capacità in materia, da un saggio che affronta l’argomento con una analisi storico-artistica e critica. Il filologo e critico letterario Aurelio Roncaglia, nel suo articolo del 1978 intitolato: Sul “Divorzio tra musica e poesia” nel Duecento italiano, si concentra sulla tradizione letteraria dei trovatori provenzali che, a suo avviso, è alla base del «mutato rapporto fra la parola e musica» rapportato alle condizioni socioculturali. Come premessa Roncaglia ci dice che la scarsità di documentazione pervenutaci in materia renderà la sua analisi ancora più perigliosa. Si deve considerare infatti che, molto spesso, i trovatori tramandavano oralmente le storie e le poesie da loro composte e che solo con il passare del tempo abbiano cominciato a trascriverle e raccoglierle in libri.

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Nonostante ciò il professore non si dà per vinto e, attraverso una analisi dei pochi testi a noi pervenuti, ma soprattutto grazie alla voce dei poeti stessi e di coloro che si sono soffermati a riflettere a riguardo, analizza la questione fino a raggiungere l’innesco di questo focolaio.

Egli sostiene che a monte del divorzio ci sia la specializzazione di ciascuna delle due parti. Nello specifico attribuisce alla separazione dei ruoli, fra letterati e poeti abili nella scrittura di testi e musicisti dediti alla composizione di partiture, il principale motivo che ha portato a separare le due arti in causa. Ripercorriamo quindi questo percorso di separazione.

Nel ‘200 i trovatori erano artisti che si dedicavano alla composizione di versi in rima, i quali venivano successivamente riuniti in raccolte chiamate Vidas che raccontavano cioè gesta di eroi, miti e leggende. Questi racconti venivano decantati durante banchetti, eventi o a corte, ma erano utilizzati anche per trasmettere dei messaggi in maniera formale, come per esempio durante le riunioni diplomatiche; bastava infatti mutare il tono del racconto e il lessico utilizzato. Addentrandosi nel secolo vi si aggiunse un accompagnamento musicale, molto spesso con strumenti a corda come liuto o arpa, che ne esaltava la declamazione rendendola di maggior gradimento, ma solo alcuni cominciarono ad intonare i versi seguendo il suono emesso: nacque così il problema di far sposare parole e musica sia dal punto di vista metrico che ritmico.

Bisogna considerare che non tutti i trovatori erano musicisti e che molto spesso improvvisavano oppure chiedevano al musico di comporre una melodia standard che fosse utile per tutti i testi.

Si fanno strada quindi i contrafacta, ovvero dei «componimenti che utilizzano una melodia preesistente e che riprendono lo stesso schema metrico, e molto spesso anche le rime, del modello cui quella melodia era originariamente legata», come spiega Roncaglia. Un esempio di questa sinergia musico-letteraria lo troviamo nei quattro trovatori d’Usiel: Gui, N’Elias, N’Ebles e Peire; dove i primi tre erano dediti all’arte oratoria pura fra composizione di versi e declamazione, Peire era invece colui che arrangiava i testi in musica e li cantava.

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Il trovatore era ormai sempre più concentrato sulla composizione di versi e musica e «la sua ricerca artistica procedeva di pari passo nelle sottigliezze della tessitura verbale e nel raffinamento dell’espressione melodica» e, con il passare degli anni, si cominciarono a vedere solo poesie cantate dalle voci dei trovatori, portandoli ad essere sempre più assimilati ai giullari e sminuendo il loro lavoro letterario. Viene quasi naturale pensare alle performance di un letterato che molto spesso era incapace, non per ignoranza ma per scarsa o assente preparazione musicale, a declamare i già largamente diffusi versi cantati.

Nonostante ciò restava comunque il problema dell’inabilità canora di alcuni trovatori che portò per esempio Peire d’Alvernhe alla conclusione che i propri componimenti dovessero essere cantati da cantori esperti.  Una preoccupazione, questa, che invece non toccava il suo collega Guiraut de Bronelh, il quale componeva versi sia per sé sia per altri. In quest’ultimo caso li affidava a cantori improvvisati (lui stesso lo era, almeno a giudicare da quanto affermò Peire nei suoi riguardi) poiché, a detta sua, non era importante la qualità ma la quantità dei versi scritti, come se cercasse solo la notorietà: bene o male purché se ne parli.