Prospettive LGBT e innovazione de “Il Lago dei Cigni”

Di Gian Luca Nicoletta

Quando ero all’università, durante un corso di filologia romanza, il professore ci disse che quando una scuola di critici esaurisce il discorso su un’opera arriva poi una persona con particolari doti che ne ribalta il punto di vista, rovescia l’intero paradigma e a quel punto l’opera studiata diventa una fonte rinnovata di interpretazioni e messaggi.
Questo è quanto è successo per Il Lago dei Cigni, intramontabile balletto musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij andato in scena per la prima volta nel celeberrimo teatro Bol’šoj di Mosca nel 1877 e che, nel 1995, ha visto il proprio paradigma ribaltato dal ballerino e coreografo inglese Matthew Bourne.
L’allestimento del ’95 riscosse un grande successo e diede il via a tutta una serie di rifacimenti della medesima opera da parte di altri coreografi in Italia, Svezia e altrove. La versione di cui vi parlo è quella filmata nel 2012.

Il Lago dei Cigni – atto II Fonte: swanlakecinema.com

Le musiche adottate e le linee principali della trama sono le medesime che caratterizzano il balletto forse più famoso del mondo, ma all’interno dell’allestimento tutta la rappresentazione è stata caricata di nuovi e profondi significati psicologici che danno all’intero cosmo del Lago dei Cigni una nuova impronta.
Innanzitutto c’è da registrare che in questa versione grande parte è assegnata alla recitazione delle parti. Non ci sono dialoghi, chiaramente, ma i ballerini rivestono maggiormente che in altri storici balletti il ruolo di veri e propri attori, il che alimenta l’annoso dibattito circa la “recitabilità” di questo genere di opera. Parte dell’opinione pubblica in materia di spettacoli tende infatti a scindere il ruolo del ballerino da quello dell’attore, considerando il primo solo dal collo in giù, quando in realtà anche il viso costituisce a tutti gli effetti una parte del proprio corpo che concorre all’interpretazione e che dunque non deve essere trascurata.
Secondo: la scelta di trasporre l’ambientazione della storia dal tradizionale paesaggio favolistico alla città contemporanea. Uno spostamento di scenario che corrisponde a un avvicinamento in termini geografici, sensoriali e intimi verso il pubblico che assiste, favorendo il coinvolgimento di tutti in un contesto familiare. I boschi e le lande incantate cedono il passo al giardino pubblico e al pub, i quali accolgono a loro volta personaggi perfettamente in linea con l’ambiente: ballerine di burlesque, marinai in licenza, ragazze in minigonna.

Tuttavia l’elemento che ha scatenato il vero e proprio rovesciamento riguarda il Cigno. Nella versione di Bourne questo è interpretato da un ballerino e il rapporto fra il cigno e il principe è narrato in chiave omosessuale. Il punto di vista adottato è quello di Siegfried, il quale assurge in questo modo a un pieno protagonismo all’interno dell’opera e si svincola dalla dipendenza verso Odette cui le versioni precedenti ci avevano abituati.

Richard Winsor e Dominc North interpretano, rispettivamente, il Cigno e il Principe. Fonte: tumblr

Sulla scena viene quindi disegnato un triangolo di personaggi principali al quale se ne accosta un quarto: dunque abbiamo il principe, la regina e il cigno; poi la spasimante del principe, una sorta di raffigurazione pallida e marginale di Odette dai tratti però marcatamente comici. La lente dell’analisi viene inclinata da Bourne per concentrarsi sul rapporto fra il principe e sua madre, ingabbiati nella contraddittoria relazione di un amore materno pur tuttavia distaccato, freddo, che trova una forte rappresentazione in un pas de deux tristemente intenso.

La dinamica che intercorre tra Siegfried e il Cigno si presta a più interpretazioni: i due intessono una fitta rete emotiva e fisica, basata sullo scambio di sguardi e coronata da un altro pas de deux ricco di pathos e in armonia con l’intero contesto scenografico. La natura del loro rapporto scaturisce da un profondo bisogno del principe di avere un contatto umano genuino alla cui origine sta la mancanza di affetto materno. Giunto al lago, Siegfried trova la sua metà e interagisce con questa non senza ostacoli, poiché la strada per accettare sé stessi è sempre tortuosa. Dopo che questo avviene, il principe può liberare la propria felicità che trova compimento in un assolo dai toni spensierati e carichi di fiducia per l’avvenire. Quello che nel mondo degli spettatori è un coming out, in quello di Siegfried è un ballo estatico di riappacificazione col sé.

Il resto è pura magia del Teatro. Attraverso una grazia e una raffinatezza magistrali e sublimi, nel corso dell’opera vengono affrontati i punti cruciali dell’essere omosessuale: dall’accettazione di sé stessi e della propria inviolabile natura, al rapporto con i nostri genitori e a quale ruolo questi giocano sul nostro sviluppo, dalle aspre battaglie che ognuno di noi deve affrontare per affermare il proprio diritto di esistere in questo mondo secondo la propria natura all’inevitabile conflitto che nasce nel nostro animo e il suo esito, incerto nella sua ineluttabilità.

Dotare quest’opera di una chiave interpretativa così importante e innovativa ha un doppio fondamentale scopo: il primo è quello di dare al pubblico altri strumenti per comprendere il mondo nel quale viviamo e la nostra natura di essere umani. Il secondo riguarda invece lo scardinamento di un’impostazione fissa nella sua autorevole storicità: il nuovo non sostituisce né cancella il vecchio, ma lo migliora e lo arricchisce coesistendo con esso. Legittimare l’interpretazione di un ballerino nell’allestimento di un caposaldo della cultura moderna vuol dire allargare le opzioni del possibile cui tutti noi possiamo attingere. Vuol dire spezzare l’anello di una catena fatta di costrizioni sociali e di ruoli da rispettare a discapito delle nostre naturali inclinazioni.
Significa dire in una lingua universale «tu puoi».

Voce del verbo ‘intervistare’: Oriana Fallaci e così sia

Di Andrea Carria

Giornalista, inviata, reporter di guerra e infine «scrittore», come lei stessa usava definirsi per il disappunto di molte femministe di ieri e oggi: Oriana Fallaci è stata tutto questo e molto altro ancora. Definirla con una parola è pertanto impossibile, si ometterebbero troppe cose fondamentali della sua carriera; così un buon compromesso potrebbe essere quello di usare una perifrasi e presentarla come una delle voci più autorevoli e una delle penne più prolifiche del Dopoguerra. Chiarito questo, nell’articolo di oggi la incontreremo nella veste in cui il mondo ha imparato ad amarla e i potenti l’hanno temuta di più: la veste dell’intervistatrice più libera, schietta, diretta e non manipolabile davanti alla quale accomodarsi.

«Io non mi sento, né riuscirò mai a sentirmi, un freddo registratore di quel che ascolto e che vedo. Su ogni esperienza professionale lascio brandelli d’anima, a quel che ascolto e che vedo partecipo come se la cosa mi riguardasse personalmente o dovessi prender posizione, (infatti la prendo, sempre, in base a una precisa scelta morale) […]»

Le interviste di Oriana Fallaci hanno fatto la storia del giornalismo planetario e ancora oggi rappresentano un punto di riferimento per le nuove generazioni di reporter. Intervistare qualcuno, per lei, significava farne il «ritratto», e forse la sua abilità non era solo frutto della bravura e della sua proverbiale scaltrezza ma, appunto, anche merito di ciò che ella pretendeva di ricavare da un’intervista. Per come era fatta, conoscere il funzionamento umano del proprio interlocutore non era meno importante di sapere se stava dicendo la verità oppure no, e questo la portava a piazzare le sue domande con la stessa determinazione di un’antropologa o di una scienziata alle prese con la ricerca della vita. Erano domande accuratamente scelte ed emotive allo stesso tempo, le sue; un mix potentissimo di intelligenza, acume e sfacciataggine su cui si divertiva a ricamare lei stessa per prima e che la rendeva pressoché ingovernabile. Anche imprevedibile, certo, ma solo fino a un certo punto: il fatto che ogni sua nuova intervista sarebbe stata un evento era infatti noto a tutti fin dall’inizio. Era lei a dirigere l’intervista con piglio battagliero; era lei a dettarne il ritmo e a decidere se e quando renderlo più incalzante; era lei che metteva in soggezione i potenti e i reali di mezzo mondo all’interno dei loro palazzi. E se dall’altra parte quest’ultimi avevano la sensazione di star seduti su un cuscino di spine, non era affar suo: lei era lì per raccogliere la Verità e poi raccontarla ai suoi lettori, non per mettere a proprio agio la gente.

Fiorentina, venuta su in fretta tra i libri e le bombe, non era il tipo più facile da accontentare nemmeno dimostrandosi disponibili e collaborativi. Si riteneva soddisfatta soltanto se era lei stessa a deciderlo, né mollava l’osso se non era convinta di aver veramente compreso chi aveva di fronte. Nelle molte interviste che ho letto nell’ultimo periodo, solo uno seppe tenerle testa e parlare a ruota libera fintanto che il buio non sorprese entrambi; ma era un fiume in piena che era stato trattenuto per cinque anni nelle prigioni della Grecia dei Colonnelli, dove aveva patito torture indicibili. Si chiamava Alexandros Panagulis e per circa un paio d’anni, fino alla notte del 30 aprile 1976 quando rimase vittima di un attentato, fu il suo compagno.

Capita spesso di leggere un’intervista della Fallaci e di ritrovarsi spettatori improvvisati di un incontro di boxe. Perché, naturalmente, lei diceva la sua. Fra gli innumerevoli talenti su cui poteva contare, quello per il dibattito l’ha servita in molte occasioni. Contestare, polemizzare erano tratti salienti della sua personalità, così come lo era il “caratteraccio” che ancora oggi molti suoi amici ricordano con affetto. È probabile che la Fallaci trovasse nello scontro franco e aperto un che di affascinante e di irresistibile, tuttavia le sue polemiche non erano mai fini a loro stesse e non nascevano da nessuna brama egoistica. I suoi unici moventi erano la Verità, la Libertà e la difesa delle stesse, valori nei quali era stata educata e a cui credeva ardentemente. Contestare un torto, opporsi a un sopruso erano per lei esercizi di libertà e ai suoi occhi possedevano un valore morale adamantino, superato soltanto dalla lotta contro il fascismo, che considerava l’obbligo, il dovere di ogni persona libera. Era una passionale, certo; era una passionale prima di ogni altra cosa e lo rivendicava con orgoglio, ma non permetteva mai che questo lato di sé lavorasse contro la ragione e ne oscurasse il giudizio.

Oggi le interviste di Oriana Fallaci sono considerate fonti storiche, esempi di metodologia professionale, dispense da accludere nelle bibliografie dei master in giornalismo e documenti da citare, magari con piglio profetico, nelle conferenze su questa o quella crisi planetaria; ma per il suo pubblico — uno dei più vasti del mondo a detta del Columbia College di Chicago — rimangono produzioni letterarie d’autore pensate per informare e divertire i lettori. Le sue interviste sono belle da leggere e su questo c’è poco da dire. Registrate e poi trascritte, conservano gran parte della verve tipica del parlato e, da aspirante scrittore, mi sento di raccomandarne una lettura attenta a tutti coloro che intendono rendere più realistici i propri dialoghi. Sono pagine vive dalle quali trasudano le passioni dei protagonisti, le loro convinzioni e i loro ideali. Per i più giovani, sono anche un ottimo strumento per cercare di cogliere qualcosa dell’atmosfera degli anni Sessanta e Settanta, che i saggi di storia cercano di descrivere ma che quasi mai restituiscono.

Immaginate per esempio di dover trasmettere a qualcuno che nasca proprio oggi le sensazioni e i patemi d’animo che stiamo vivendo dall’inizio della pandemia di Covid-19. Se sceglieste di scriverne, difficilmente utilizzereste la forma del saggio e optereste invece per la confessione, per il diario o addirittura per il romanzo. Come forme letterarie sarebbero tutte quante appropriate ma, anche se foste degli scrittori abilissimi, potreste non avere sempre a disposizione l’immediatezza dello stato d’animo che vorreste descrivere e dovreste affidarvi alla memoria per rievocarlo. Se invece decideste di girare dei video con lo smartphone o di registrare dei podcast che raccontino la vostra quarantena come molti in effetti hanno fatto, tutto verrebbe immortalato esattamente come si presenta: parole, tono della voce e perfino la vostra espressione. Ecco, nelle interviste della Fallaci non sono solo le parole a congelarsi nel tempo, ma anche le emozioni che portano con sé, e questo fa capire più di ogni altra spiegazione o commento dotto come venissero percepiti i pericoli di allora, da quello di una guerra nucleare al terrorismo che insanguinava le vie e le piazze d’Italia. Oggi ci appaiono vicende remote e inoffensive, ma allora non lo erano e le preoccupazioni che attanagliavano i cittadini e le istituzioni erano concrete e pressanti come quelle che ci tengono in scacco di questi tempi e che rispondono al nome di pandemia e di crisi economica. Ogni epoca ha le sue battaglie e mentre vengono combattute non ce n’è una che appaia più piccola di un’altra.

Comunque, se foste veramente indecisi sulle modalità in cui trasmettere la vostra esperienza ed esser presi per buoni adesso come fra venti o trent’anni, ecco come probabilmente vi avrebbe risposto la Fallaci con negli occhi la sua esperienza di reporter:

«Io non mi fido delle cronache tramandate a orecchio, dei resoconti stesi troppo tardi e senza facoltà di prova. La storia di ieri è un romanzo pieno di fatti che non posso controllare, di giudizi che non posso contestare.
La storia d’oggi no. Perché la storia d’oggi si scrive nell’attimo stesso del suo divenire. La si può fotografare, filmare, incidere sul nastro come le interviste coi pochi che controllano il mondo o ne mutano il corso. La si può diffondere subito: attraverso la stampa, la radio, la televisione. La si può interpretare, discutere a caldo. Io amo il giornalismo per questo. Temo il giornalismo per questo. […] Il giornalismo è un privilegio straordinario e terribile.»

Le citazioni che ho riportato provengono da Intervista con la storia, volume pubblicato da Rizzoli nel 1974 e periodicamente ristampato (la mia edizione è del 2016): al suo interno trovate le maggiori interviste raccolte dalla Fallaci tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta in giro per il mondo. Nel 2009, grazie al nipote della giornalista e suo erede, Edoardo Perazzi, Rizzoli ha potuto pubblicare il sequel ideale di Intervista con la storia, ovvero Intervista con il potere: la Fallaci non ebbe mai modo di lavorarci in modo sistematico, ma nel tempo aveva cominciato a mettere da parte le interviste che, un giorno, avrebbe voluto veder pubblicate in un secondo volume, tra cui una a Gheddafi e quella, famosissima, all’ayatollah Khomeini, le sole a essere state trascritte in forma di racconto.

Se non avete mai letto nessuna sua intervista, non rimandate oltre. Sono un’esperienza letteraria nel vero senso del termine, e come tali si prendono cura delle aspettative e delle esigenze del lettore bene quanto un bel romanzo.

Verità della narrazione breve e altre dolci amarezze in “Momenti di essere e altri racconti” di Virginia Woolf

Di Gian Luca Nicoletta

 

Fra le opere cosiddette minori di Virginia Woolf, cioè quelle che per varie cause rimangono sul fondo dell’oceano che è stata la sua produzione e di cui in parte abbiamo anche trattato qui, oggi gradirei riportare a galla i suoi racconti.
Da poco ho terminato la lettura della raccolta, organizzata postuma da suo marito Leonard, dei Momenti di essere e altri racconti, una miscellanea di bozze, stralci, ritagli di scene che Woolf scrisse nel corso di vari anni e che, in più di una occasione, le capitò di rimaneggiare. La storia editoriale, e soprattutto filologica, di quest’opera è interessante e nella sua dinamica già ne riflette il contenuto:

«Durante tutto il corso della sua vita la Woolf scrisse saltuariamente dei racconti. Ogni volta che le veniva in mente un soggetto ne abbozzava una prima stesura molto sommaria e la riponeva in un cassetto. Se poi un direttore di giornale le chiedeva un racconto e lei si sentiva in vena di scriverne uno (il che non accadeva di frequente), tirava fuori dal cassetto il suo abbozzo e lo riscriveva, anche più e più volte. Oppure, se scrivendo un romanzo, sentiva il bisogno, come le capitava spesso, di far riposare la mente lavorando temporaneamente su qualcos’altro, scriveva un saggio critico o elaborava i suoi racconti in nuce.»

Questo estratto viene dalla prefazione al volume, scritta direttamente da Leonard Woolf. Sul piano delle pubblicazioni, questa rappresenta una sorta di eredità di Lunedì o martedì, l’unica raccolta di racconti pubblicata quando Woolf era in vita e che risale al 1921, ben venti anni prima della sua morte. In questa prospettiva bisogna quindi pensare Momenti di essere e altri racconti non come una prosecuzione dell’opera, semmai come un suo ampliamento anche se mai compiuto dalla penna stessa dell’autrice.

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Il testo consta di diciotto racconti, di varia lunghezza ma tutti classificabili come “brevi”, in nessun modo collegati tra loro a eccezione di quattro: L’abito nuovo, L’uomo che amava i propri simili, Uniti e divisi, Un riepilogo. I racconti in questione sono uniti tra loro e, a loro volta, si collegano a un altro testo fondamentale di Woolf. Sono infatti tutti ambientati durante la festa in casa di Mrs Dalloway, l’evento attorno al quale ruota la vicenda dell’omonimo romanzo pubblicato nel 1925.

Redigere una trama è dunque di scarsa utilità, poiché questa abdica a una funzione ben più importante che l’autrice conferisce al testo, ovverosia “scrivere un libro fatto di scene brevi ma significative” e questo è quanto ci viene presentato. Potrei dire che leggere quest’opera è come sfogliare l’album di fotografie di una persona sconosciuta. Veniamo immediatamente inseriti, senza alcuna presentazione, in un salotto, o in un giardino, o per la strada, e assistiamo a qualcosa che accade. La prospettiva fornitaci però, quella sì, è opera dell’artificio creativo poiché in un colpo solo vediamo la psicologia e i caratteri di più d’un personaggio e questo genera il significato che dobbiamo cogliere.

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L’entità di questo significato, poi, è in pieno stile Woolf e non tradisce nulla della tradizione scrittoria dell’autrice, anzi una ricerca approfondita sulle date di composizione e rielaborazione di questi testi potrebbe addirittura farci comprendere maggiormente il processo di maturazione di Woolf nel corso degli anni.
In piena rottura con la letteratura che l’aveva preceduta, dove grandi sistemi morali venivano messi sotto il microscopio della generazione vittoriana e illustravano e insegnavano alla società il giusto modo di essere, Woolf rimette al centro del discorso poetico la quotidianità, la banalità e in più d’un caso il senso prettamente intimo e incomprensibile agli altri di quello che facciamo. Così facendo ci fa scoprire com’è che un matrimonio può naufragare da un giorno all’altro, quando la sua generazione e quelle precedenti (a partire da Jane Austen) erano state istruire a vedere il matrimonio come la massima ambizione, la mèta foriera di felicità domestica femminile; oppure il ribaltamento agli occhi di una persona della proporzione fra una promettente carriera e una passione del tutto priva di obiettivi utilitaristici, smontando il sistema anglo-americano e più genericamente borghese della conquista della vetta, dell’affermazione sociale attraverso un pubblico riconoscimento e l’accumulo di un patrimonio sostanzioso. Ci fa vedere anche, e con estrema delicatezza, che l’amore è qualcosa di puro nella sua semplice interezza e che può essere differente da quello socialmente accettato come naturale.

Trattandosi di una raccolta che non ha un carattere unitario, la lettura di quest’opera si presta anche e più facilmente a un’esecuzione frammentaria, perfetta per chi vorrebbe leggere ma non ha molto tempo o energie per farlo. Potete gustare questi racconti anche inframmezzandoli all’interno di una lettura più imponente. Ciò che comunque vi rimarrà sarà la possibilità, in qualsiasi momento lo desidererete, di poter apprezzare nuovamente e sotto una nuova luce qualche aspetto della vostra vita, racchiusa in una piccola perla scoperta da Virginia e donataci da Leonard.

La pittura del Novecento, parte IV: l’Italia al tempo delle avanguardie

Di Andrea Carria

 

Negli articoli precedenti di questa serie (#1; #2; #3) abbiamo iniziato l’esplorazione delle avanguardie  del Novecento, ma ancora non abbiamo mai menzionato l’Italia, quasi come se non avesse avuto alcun ruolo nel rinnovamento artistico di inizio secolo. In realtà l’Italia un ruolo lo ha avuto, ed è stato quello di una grande protagonista. Nell’articolo di oggi interamente dedicato a essa, vedremo insieme caratteri e volti dell’avanguardismo di casa nostra e degli altri movimenti, cominciando dai primi passi compiuti in tale direzione dagli artisti italiani, quando il Novecento e le avanguardie appartenevano a un futuro ancora lontano.

La prima esperienza da ricordare è sicuramente quella dei macchiaioli, un gruppo di artisti che nel 1855, al Caffè Michelangiolo di Firenze, gettò le basi di un nuovo stile di pittura. Come rivelato dal loro nome, i macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, per citare solo i più noti) ripensarono il modo di stendere il colore sulla tela unendo un disappunto e una constatazione: il disappunto andava verso la pittura classicheggiante di cui le accademie italiane del tempo e non solo si facevano epigoni, mentre la constatazione ravvisava la necessità di superare le impostazioni e le tecniche tradizionali per giungere a rappresentazioni più fedeli alla realtà. Così via le linee di contorno e i merletti fatti col pennello, via anche le scene mitologiche e le solite composizioni manierate: benvenuti paesaggi e scene di genere, ritratti e scorci di battaglie costruiti a macchie di colore e contrapposizioni tonali.

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Giovanni Fattori, Il riposo, 1887, Pinacoteca di Brera, Milano

Innovatori sì e patrioti risorgimentali pure, ma non rivoluzionari fino in fondo. A differenza dei futuri innovatori del Novecento, i macchiaioli volevano andare oltre le convenzioni stilistiche, desideravano, sì, abdicare a qualche mito antiquato, ma non erano dei secessionisti e continuavano perciò a ritenersi interpreti della tradizione pittorica a tutti gli effetti. Classicismo a parte, la pittura del tempo era dominata dal realismo (in Francia erano gli anni d’oro della scuola di Barbizon e quindi di Corot, Millet, Courbet), ed è come innovativi interpreti del realismo italiano che devono essere considerati i macchiaioli, proprio come gli impressionisti, di lì a qualche anno, lo sarebbero stati del realismo francese.

Le connessioni fra macchiaioli e impressionisti sono state a lungo dibattute e anche il parallelismo fra l’arte italiana e quella francese in quegli stessi anni. L’innovazione nella pittura dei due paesi sarebbe proseguita con un movimento neoimpressionista nato in Francia col nome di pointillisme negli anni ’70 dell’Ottocento. Figlio dello studio che gli impressionisti avevano compiuto sull’uso della luce e del colore, il pointillisme o puntinismo era innanzitutto una tecnica che prevedeva l’accostamento di migliaia di puntini di colori primari, i quali, visti da lontano e tutti insieme, andavano a formare tutti i volumi, le forme e le sfumature del dipinto, come si può vedere nei quadri più famosi di Georges Seurat e Paul Signac. Da noi questa tecnica ebbe uno sviluppo ulteriore (il punto poteva essere sostituito dal tratteggio, per esempio) e acquisì vasta risonanza soprattutto in area lombarda, dove si impose col nome di divisionismo grazie all’opera di numerosi artisti spesso animati da un profondo impegno politico-sociale: Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Balla e il giovane Umberto Boccioni.

Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901, Museo del Novecento, Milano

Se agli sgoccioli del XIX secolo il divisionismo dimostrava che l’arte italiana era pienamente al passo coi tempi, allo sbocciare delle prime avanguardie l’élite culturale del Paese non si fece cogliere impreparata e nel 1909 un gruppo decisamente agguerrito composto da letterati e artisti capitanati da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) pubblicò il Manifesto Futurista, dando ufficialmente inizio all’avventura dell’Italia nel frastagliato panorama delle avanguardie europee.

Senza nulla togliere alle altre arti, il lascito più visibile del futurismo va forse ricercato nella pittura. Molti pittori italiani aderirono al movimento fin dalla fase iniziale (tra cui Balla, Boccioni, Severini, Carrà, Russolo), e nel 1910 redassero ben due manifesti concernenti i principi ispiratori del loro stile e del loro linguaggio pittorico: il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista. Com’è noto, la poetica futurista in senso esteso esaltava il progresso e tutto ciò che si combinava con esso in termini di movimento, dinamismo, velocità, forza, vigore, virilità, aggressività e belligeranza; la traduzione di questi concetti nelle arti visive non era però scontata e presupponeva l’acquisizione di tecniche che, soprattutto all’inizio, i pittori futuristi mutuarono dalle esperienze artistiche che avevano avuto in precedenza, il divisionismo prima di ogni altra. Balla — soprattutto — ma pure Boccioni testimoniarono la transizione dal vecchio al nuovo con i loro quadri: La città che sale di Boccioni (1910-11) costituisce un buon esempio di tale incontro, dove la frenesia futurista della scena ritratta (i lavori in un cantiere di Milano) viene resa attraverso la tecnica divisionista del tratteggio.

Un punto di svolta nella pittura futurista è rappresentato dall’incontro con il cubismo, che a Parigi si era ormai imposto come la più influente delle avanguardie. Il linguaggio cubista portò nuova linfa ai pittori del gruppo e dotò loro di nuovi strumenti per esprimere graficamente il dinamismo e la velocità. La scomposizione degli oggetti in piani si sposava bene con l’esigenza di rendere il movimento degli oggetti nello spazio e di mettere a fuoco la simultaneità degli episodi che si assiepano in un’unica scena, rafforzando la sensazione di “aggrovigliamento” propria di molte composizioni futuriste. Composizioni a cui fu la tecnica cubista ad adattarsi, e non viceversa. Città, strade, automobili, biciclette, folla: tutto ciò che si muoveva nello spazio, che si sovrapponeva allo spazio, che lo penetrava era degno dell’attenzione del pittore futurista, per il quale la staticità delle nature morte e dei ritratti cubisti non aveva invece il minimo interesse.

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Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-11, Museum of Modern Art, New York

Il futurismo, l’unica avanguardia italiana in quanto fu l’unico movimento ad aver redatto un manifesto programmatico, ebbe una vita piuttosto lunga, scandita in fasi diverse e con irradiazioni anche verso la Russia, la Francia e altrove, ma per alcuni giovani artisti del gruppo esso fu solo un momento della loro carriera. Uno di questi, Carlo Carrà (1881-1966), che nel 1909 aveva ventotto anni, lo dimostrò divenendo un chiaro esponente di un altro movimento fondamentale per l’arte italiana del tempo: la metafisica.

«Pigliamo un esempio: io entro in una stanza, vedo pendere una gabbia con dentro un canarino, sul muro scorgo dei quadri, in una biblioteca dei libri; tutto ciò mi colpisce, non mi stupisce poiché la collana dei ricordi che si allacciano l’un l’altro mi spiega la logica di ciò che vedo; ma ammettiamo che per un momento e per cause inspiegabili e indipendenti dalla mia volontà si spezzi il filo di tale collana, chissà come vedrei l’uomo seduto, la gabbia, i quadri, la biblioteca; chissà allora quale stupore, quale terrore e forse anche quale dolcezza e quale consolazione proverei io mirando quella scena. La scena però non sarebbe cambiata, sono io che la vedrei sott’un altro angolo. Eccoci all’aspetto metafisico delle cose. Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica […]».

Queste parole provengono da Sull’arte metafisica (1919), uno degli scritti teorici di Giorgio De Chirico (1888-1978), l’iniziatore di questo nuovo stile di pittura. Prima ancora di vederne i principi e le tecniche, va rilevato che la pittura metafisica si caratterizzò immediatamente per il suo contenuto concettuale, proponendosi come un’esplorazione — lo dice la parola stessa metá-physiká — oltre i limiti naturali dell’esperienza sensibile, in terreni molto prossimi a quelli del sogno e dell’inconscio (e con intenzioni spesso affini a quelle della speculazione filosofica).

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Giorgio De Chirico, Les Plaisirs du Poète, 1912, Zurigo, collezione privata

Come stile, la metafisica nacque intorno al 1910-1911 dal lavoro solitario di Giorgio De Chirico, pittore dall’animo conteso fra classicismo e modernismo, che dalla propria giovinezza in Grecia, dove il padre era andato a lavorare come ingegnere ferroviario, seppe trarre sensibilità e ispirazione profonde. Gli albori della pittura metafisica di De Chirico precedettero di molto il nome con cui tuttora la chiamiamo e risalgono almeno al dipinto del 1910 L’enigma dell’oracolo: la rappresentazione di un interno dominata dalla figura scura di un uomo voltato di spalle che se ne sta a fissare il vuoto dalla soglia di un’arcata; sulla destra, oltre il muro di mattoni che divide in due la scena, la testa di una statua greca svetta sopra una tenda tirata. Non c’è forse parola più adatta di enigma per designare un’opera di questo tipo, eppure, come dicevo, questo era soltanto l’inizio.

Gli anni fra il 1911 e il 1915 sono quelli in cui De Chirico definì i caratteri salienti del suo nuovo stile: originale e sui generis senz’altro, ma anche nutrito di citazioni simbolistico-decadenti che andavano dalla filosofia di Nietzsche alla pittura di Arnold Böcklin, passando inevitabilmente per i classici della cultura greco-romana. La tipica composizione alla De Chirico è una natura morta oppure un vasto spazio aperto dove gli oggetti rappresentati sono visibilmente fuori posto. Che sia un casco di banane in mezzo a uno spiazzo, una grande piazza nella quale si affacciano edifici vuoti e silenziosi, oppure un tavolato dove dei manichini se ne stanno immobili e tutto l’intorno prende la fisionomia di un teatro con tanto di quinte e di palco, non c’è quadro in cui De Chirico non abbia voluto comunicare un senso d’inquietudine e di mistero. L’atmosfera è perennemente sospesa, immobile e irreale; c’è una staticità fuori dal tempo, marmorea, molto più solida di quella che si potrebbe vedere in qualunque altra natura morta, dove magari è la luce a dare quel guizzo in più. Ma non qui. Qui pure la luce è una lastra piatta e uniforme che paralizza e inchioda gli oggetti al loro posto. Stabilire l’ora della giornata è impossibile anche se si volesse: non c’è orario terrestre per quella luce, per quel cielo petrolio, per quelle ombre così lunghe riunite tutte insieme, e lo stesso De Chirico gioca con questa ambiguità nel quadro del 1911 L’enigma dell’ora. Sempre riguardo alla luce, la sua fonte non è mai rivelata, si può solo intuire grazie al gioco delle ombre sebbene nemmeno queste siano sempre come dovrebbero essere, poiché le prospettive vertiginose tracciate specialmente nella serie delle Piazze d’Italia sono molto spesso delle false prospettive dai molteplici punti di fuga, e le figure vi si adeguano proiettando la propria ombra in più direzioni senza nessuna regola.

I principi delineati autonomamente da De Chirico destarono l’interesse di letterati come Guillaume Apollinaire, Giovanni Papini e di altri artisti, fino a costituire un piccolo gruppo a cui aderirono suo fratello Andrea (in arte Alberto Savinio), Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Giorgio Morandi. L’incontro veramente fondamentale fu tuttavia quello di De Chirico con Carrà, avvenuto a Ferrara nel 1916, il quale consolidò lo stile — da quel momento definitivamente chiamato metafisica — attorno ai suoi caratteri fondamentali. L’ex futurista produsse vari quadri secondo i nuovi canoni, ma anziché spazi aperti e architetture monumentali, la sua preferenza andava agli interni e ai manichini, quest’ultimi cari però anche a De Chirico (p.e. Le muse inquietanti, 1916; Ettore e Andromaca, 1917).

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Carlo Carrà, La musa metafisica, 1917, Milano, collezione privata

Nonostante la breve durata del sodalizio fra De Chirico e Carrà, la pittura metafisica si protrasse sino all’inizio degli anni Venti, quando i tempi erano ormai maturi perché la sua eredità venisse raccolta dal nascente surrealismo. Ciò che colpisce è come sia De Chirico sia Carrà abbiano reagito cercando riparo e rassicurazione tra le braccia di uno stile più tradizionale, l’uno dipingendo scene di ispirazione classica e autoritratti in costume, l’altro soprattutto paesaggi; avremo modo di riparlarne quando ci occuperemo della pittura nell’Italia del Dopoguerra.

Per oggi il viaggio finisce qui, ma prima di salutarci eccovi il mio consiglio di lettura, quest’oggi sdoppiato vista la vastità degli argomenti: Boccioni e il futurismo del grande storico dell’arte Roberto Longhi (Abscondita, 2016) e il recente Giorgio De Chirico. Immagini metafisiche di Fabio Benzi (La nave di Teseo, 2019).

 

 

*Immagine di copertina: Umberto Boccioni, La risata, 1911, Museum of Modern Art, New York.

 

Una storia di donne e madri: “La Nemica” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

 

Nell’elenco dei topoi della letteratura moderna e contemporanea il rapporto tra genitori e figli (padre-figlio e madre-figlia) occupa uno dei posti più rilevanti. Da quando, all’inizio del secolo scorso, la psicanalisi ha svelato una lunga serie di problemi irrisolti e difficoltà relazionali legate al rapporto di una persona coi suoi genitori, la Letteratura immediatamente si è messa all’opera per arricchire il caleidoscopio dei casi possibili.

Nel corso delle nostre esplorazioni in questo campo abbiamo già incontrato testi del genere (uno con Tommaso Giagni in Prima di perderti) e oggi ne tratteremo un altro, proveniente dalla penna di Irène Némirovsky (di cui abbiamo anche parlato qui) il cui titolo emblematico è La Nemica.

Questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1928, quando Némirovsky aveva appena 25 anni. Si tratta del secondo, in ordine cronologico, e precede l’opera che la farà assurgere agli onori della critica e del pubblico, cioè David Golder pubblicato l’anno seguente.
Siamo a Parigi, a cavallo della Grande Guerra. La protagonista è Gabri, una ragazza dodicenne di modesta estrazione sociale che conduce una vita essenzialmente serena e particolarmente libera: passa gran parte delle sue giornate in giro, quando non è a scuola, con la sorellina Michette e lontana da qualsiasi tipo di sorveglianza da parte di un adulto. Questo perché suo padre, un impiegato dal cervello fino e l’animo pavido, è partito per la Polonia a cercar fortuna mentre sua madre, Francine, spende intere giornate a imbellettarsi davanti allo specchio e a far conquiste per i quartieri bene della capitale di Francia.
I ruoli del padre e della madre sono del tutto sproporzionati: a partire dalla presenza nei capitoli fino ai riferimenti nei dialoghi, il papà di Gabri e Michette è quasi un fantasma. Rende bene la cifra di questa irrilevanza il fatto che, tolta la presentazione del personaggio, egli venga chiamato «Bragance», cioè col solo cognome.
Francine, all’opposto, è quasi onnipresente.

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Il fatto che il romanzo abbia questo titolo rappresenta un’interessante strategia narrativa: Némirovsky si risparmia parte delle spiegazioni e sin dalle prime pagine abbiamo ben chiari quali siano gli equilibri. Se la narratrice è Gabri e l’unica donna con cui si interfaccia è la madre, chi può essere la Nemica? La risposta affiora nella nostra mente da subito.
Un punto che già all’inizio della sua brillante carriera letteraria caratterizza sia questo romanzo come l’ultimo, l’incompiuto Suite Francese, è la determinazione degli esiti sociali dei personaggi. Ovverosia spiegare come un personaggio evolve in base al suo ambiente sociale d’origine, generalmente limitato alla più stretta giovinezza. Perché infatti anche Gabri sperimenta un radicale cambio di ambiente sociale, ma laddove questo cambiamento potenzia in sua madre lacune e difetti, in lei questo comporta un arricchimento della sua personalità, che trae il meglio dal nuovo status.

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André Edouard Marty, Le matin dans le parc (1919)

Questo cambiamento di status è anche l’origine della profonda mutazione dei sentimenti di Gabri per Francine. Le due donne (assistiamo anche a un rapido scorrere degli anni) oramai  vivono stili di vita che, tolti i punti di contatto inevitabili quali mangiare alla stessa tavola e condividere lo stesso tetto, sono agli antipodi. Un unico elemento, però, stravolge la vita di entrambe e mischia le posizioni sul piano tanto affettivo quanto morale, rendendo difficile a chi legge esprimere un giudizio definitivo sulle due. Parte del paradigma madre-figlia viene rovesciato e in questo modo Némirovsky crea una prospettiva distorta dalla quale niente sembra più la stessa cosa, le nostre certezze vengono messe in dubbio da noi per primi.

Rispetto a Suite Francese questo è senza dubbio un romanzo più inesperto, pieno di elementi testuali che, con l’esperienza, la pratica e il pieno sviluppo del talento, verranno poi meno. Ma l’acutezza dello sguardo nel tracciare, con toni impressionistici a volte, le sfumature di una città come Parigi alle prime decadi del XX secolo e i grandi turbamenti familiari che già conosceva a causa del suo personale vissuto, valgono assolutamente l’intero romanzo. Anche questo rappresenta una perla che Némirovsky ci ha lasciato e che necessariamente merita di essere riportato alla luce.

La pittura del Novecento, parte III: Fauves, ovvero i colori dell’espressionismo francese

Di Andrea Carria

 

Nello scorso articolo di questa serie (vedi qui), si è vista la nascita delle secessioni artistiche all’interno dei gruppi espressionisti di Germania e Austria, ma se si pensasse che l’espressionismo sia stato una prerogativa del mondo germanofono e nordico, si potrebbe dissentire. In ritardo solo di qualche anno, in Francia si stava affermando un gruppo di artisti il cui nome, scelto dai critici come sempre, la diceva lunga sulle caratteristiche del loro stile: erano i Fauves, le bestie selvagge.

Ma chi erano queste belve? Erano, come spesso accade, un gruppo abbastanza eterogeneo di artisti giovani, o comunque emergenti, che affidavano la propria pittura al potere espressivo del colore. Il fatto che fossero giovani o emergenti è particolarmente vero se si considera che il fauvismo durò circa un paio di anni, e che presto tutti loro furono chiamati a sviluppare uno stile che indirizzasse altrove le proprie carriere. Henri Matisse (1869-1951), pittore per il quale il periodo Fauves rappresentò una fase particolarmente importante, fu un grande sperimentatore che non rinunciò mai alla sua passione per il colore, tanto che nel 1917 si trasferì sulla Costa Azzurra per poter trarre la maggiore ispirazione possibile dai luminosi paesaggi mediterranei. Nei primi anni Dieci, lo stile Fauves era ancora visibile nei suoi quadri e, anziché scomparire, si fuse insieme ad esperienze come l’Art Nouveau, la pittura naïf e il collage, le quali fecero raggiungere alla sua arte un maggiore grado di stilizzazione.
Un altro esponente di punta era André Derain (1880-1954). A differenza di altri sperimentatori, in Derain l’influsso per i maestri del passato rimase sempre vivo e lasciò che influenzasse le sue opere, le quali in genere seppero stemperare, a vantaggio dell’equilibrio della composizione, il virulento cromatismo di tanti altri suoi colleghi, come Maurice de Vlaminck (1876-1958), uno tra gli esponenti più convinti del fauvismo, e lo stesso Matisse.
Georges Braque (1882-1963), grande pittore cubista, fu un altro Fauves della prima ora. Il suo apporto personale al movimento, senza dubbio significativo, sarebbe stato in parte ridimensionato dal raggiungimento della propria maturità artistica, segnata dall’incontro con Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso nel 1907. Le composizioni cubiste di Braque, raffiguranti ritratti e molte nature morte, spostavano il suo interesse di artista dal colore alla scomposizione del soggetto in vari piani, lasciando sulla sua tavolozza solo una larga scelta di toni che andavano dal bruno all’ocra.

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Georges Braque, Il porto di Anversa, 1906, National Gallery of Canada di Ottawa

Ma ora torniamo ai Fauves e ai loro colori. La parabola fulminea del gruppo si fa generalmente cominciare nel 1905 con l’esposizione al Salon d’Automne di Parigi, ritrovo per gli artisti indipendenti, quando ad attirare l’attenzione di pubblico e critica furono alcune opere dal forte impatto cromatico. Il carattere ferino di questa pittura era una conseguenza dell’uso “aggressivo” che facevano del colore: steso puro, a pennellate larghe e con una decisa predilezione per i primari, il colore era protagonista assoluto dei loro quadri, tanto da mettere in secondo piano il soggetto della rappresentazione, o meglio di non avere preferenze riguardo a cosa raffigurare. I soggetti spaziavano: paesaggi, nature morte, ritratti e perfino rappresentazioni fantasiose. Già compromesso dal colore, il realismo non era infatti tenuto in nessun conto dai Fauves, per i quali, a dispetto degli impressionisti, il colore era puro impatto visivo ed esaltazione vitalistica: non veniva impiegato, cioè, né per riprodurre la realtà così come appare allo sguardo, né per dare profondità e spessore alla scena. La bidimensionalità dei dipinti era scarsamente attenuata dai giochi di luce, dove anche le ombre, spesso sulle tonalità del viola o del violetto, si mantenevano nella zona “calda” della scala cromatica.

Questa scelta ricalcava un’impostazione precisa, forse l’elemento che discosta maggiormente il fauvismo dall’espressionismo di area germanica. A differenza dei loro colleghi al di là del Reno, interpreti originali dei perturbamenti interiori e critici implacabili della contemporaneità, Matisse e gli altri pittori del gruppo vedevano il bicchiere mezzo pieno e attraverso il colore intendevano omaggiare le emozioni, la vitalità e la gioia di vivere — la quale è pure il titolo di un quadro di Matisse del 1905-06.
Alcuni hanno collegato — molto probabilmente a ragione — l’esuberanza artistica dei Fauves con la situazione della Francia di allora, la quale, rispetto alla rigida e militaresca Germania guglielmina, godeva tutti i benefici di un ordinamento politico liberale e di una temperie socio-culturale che ben si sostanziava nell’espressione Belle Époque. Rendiamocene conto osservando cosa stava accadendo ai massimi livelli della cultura nei due Paesi: mentre in Germania si stava giusto cominciando a raccogliere la controversa eredità di Nietzsche e ci si interrogava, con Dilthey, sul senso e sui possibili approdi della Storia, in Francia Henri Bergson, il maggiore filosofo della sua generazione, aveva uno sguardo diverso e proprio in quegli anni stava lavorando all’Evoluzione creatrice (1907) e al concetto di “slancio vitale” (élan vital), la forza grazie alla quale gli organismi biologici possono intraprendere il proprio cammino evolutivo.

Se però si vuole avvicinare il fauvismo nel modo giusto, prima di qualsiasi riferimento culturale bisogna considerare i maestri della generazione precedente, quando ancora non si parlava né di espressionismo né di avanguardie, ma che proprio su di loro hanno avuto un’influenza enorme. Così, se per gli espressionisti tedeschi fu Edvard Munch, per i Fauves i primi punti di riferimento sono stati Paul Gauguin (1849-1903) e Vincent Van Gogh (1853-1890), pittori post- o neo-impressionisti che dir si voglia, tra i primi a rivoluzionare l’uso del colore con tinte e sfumature che non si riconoscono in natura. Colori ma anche soggetti, come quelli delle barche, sembrano derivare dai quadri di Van Gogh, eppure il contatto più diretto è con Gauguin, per il quale, poco dopo la sua morte, il Salon d’Automne organizzò una retrospettiva di opere sue: per Matisse e gli altri dovette essere una buona occasione per ammirarle e avvicinarsi così alle nuove frontiere dell’arte. Il terzo nome — non per importanza, ma per cronologia — è stato Paul Cézanne (1839-1906), neoimpressionista a sua volta, a cui il Salon dedicò una retrospettiva nel 1907. Insieme a Gauguin, Munch e Van Gogh, Cézanne ha svolto un ruolo strategico nella transizione dall’impressionismo alle avanguardie; il suo stile, uno fra i più singolari e sfaccettati del tardo Ottocento, è stato riconosciuto come punto di riferimento di tutti quei movimenti artistici che, come lui, ambivano a superare la percezione diretta che si ricava dalla natura per raggiungere — attraverso il colore, la luce e il tocco della pennellata — la struttura nascosta della realtà.

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Paul Cézanne, Monte Saint-Victoire, 1904-06, Sammlung C.S. Tyson di Filadelfia

Per molti pittori Fauves il confronto con Cézanne fu rivelativo e li indusse ad approfondire la ricerca del proprio linguaggio pittorico. Il 1907 è infatti anche l’anno in cui la critica dà per terminata l’esperienza del fauvismo, una data non più convenzionale di molte altre ma di per sé capace di farne un movimento dalla durata tanto breve quanto intensa. In verità ci sono anche motivi più prosaici che determinarono questo destino: il fatto, ad esempio, di non essersi mai dotati di un manifesto programmatico né di una vera confraternita, lasciò ai pittori la libertà di muoversi come meglio credevano e di assorbire tutte le influenze che aleggiavano nel frizzante clima artistico-culturale del tempo, dove in realtà vi era ben poco di codificato. Tutto questo fece sì che gli artisti del gruppo imboccassero percorsi differenti pur continuando a frequentarsi: alcuni, come Matisse, proseguirono la carriera sperimentando tecniche diverse mentre mantenevano almeno un occhio sul recente passato; altri, come Braque, confluirono in nuove avanguardie che professavano un’estetica opposta; mentre altri ancora — è questo il caso di Derain — reagirono a tanto modernismo tornando a ispirarsi ai canoni della tradizione.

Insomma, nell’Europa di inizio Novecento c’era posto un po’ per tutti gli stili e le istanze di rinnovamento, e se un artista aveva talento e abbastanza carattere da farsi scivolare addosso le critiche irriguardose dei tradizionalisti, poteva, tasche permettendo, sperare di raccogliere un bel po’ di soddisfazioni.

Prima di darvi appuntamento al prossimo articolo di questa serie, vi lascio il consueto riferimento bibliografico. Purtroppo non sono a conoscenza di recenti monografie dedicate ai Fauves, per cui oggi vi rimando direttamente ai protagonisti: Scritti e pensieri sull’arte di Henri Matisse (Abscondita, 2017) è una raccolta di testi in cui il grande maestro dà forma scritta alle idee che hanno guidato la sua lunga carriera.

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Immagine di copertina: Henri Matisse, La tavola imbandita (armonia in rosso), 1908, Ermitage Museum di San Pietroburgo.-

Ghost Town: 8 luoghi da scoprire dal divano aspettando la riapertura

Di Andrea Carria

 

In queste settimane a casa mi sono imbattuto in una serie di documentari che, oltre a costituire un inquietante parallelismo con la situazione attuale delle nostre città, mi hanno permesso di viaggiare dal divano e di affacciarmi su un mondo di cui fino ad allora conoscevo poco o nulla: quello delle ghost town, le città fantasma.

Su Rai Play Ghost Town è il titolo della serie che ho guardato io: 8 puntate alla scoperta dei paesi disabitati sparsi per l’Italia, e qualcuno anche in giro per il mondo. L’attore e fotografo Sandro Giordano è la guida che conduce lo spettatore fra le macerie di questi posti usciti dalla grazia di Dio, destreggiandosi fra percorsi impervi, nottate all’addiaccio, fotografie e interviste ai testimoni. È una serie ben fatta, intrigante e che consiglio a tutti di vedere.

Ma come fa una città, un paese a perdere tutti i suoi abitanti e diventare una ghost town? Non esiste un’unica ragione, eppure la casistica è alquanto ridotta e quasi sempre è legata a un evento catastrofico come un’alluvione o un terremoto.
Le 8 località che vi presento qua sotto sono quelle che Sandro Giordano ha visitato per la realizzazione dei documentari. Quando l’emergenza da Coronavirus sarà rientrata, potrebbero essere mete per delle gite fuori porta, ma intanto accontentiamoci di vederle in questo articolo e poi, soprattutto, sperando che raccogliate l’invito, gratuitamente on line.

Pyramiden (Isole Svalbard, Norvegia). Il primo episodio della serie si svolge alla latitudine estrema del circolo polare artico. Qui, nell’arcipelago delle Isole Svalbard, dove è più facile incontrare un orso bianco che un’altra persona, c’è la ghost town di Pyramiden, un’enclave russa in terra di Norvegia che durante l’Unione Sovietica fu un centro minerario attivissimo, dedito all’estrazione del carbone. Al tempo del suo massimo splendore Pyramiden contava un migliaio di abitanti, i quali alloggiavano negli enormi casermoni concepiti dall’architettura comunista: palazzi immensi di molti piani i cui appartamenti godevano di ogni comodità tranne una: la cucina. Tutti i pasti venivano infatti consumati in comune nella grande mensa, pure questa, al pari dei casermoni, una caratteristica della filosofia sociale comunista.
Per quanto attiva e ricca, Pyramiden non sopravvisse a lungo al tracollo dell’Unione Sovietica. Dopo un incidente aereo nel quale rimasero uccisi molti dei suoi abitanti, gli ultimi residenti lasciarono la cittadina nel 1998 a seguito della decisione del governo russo di chiudere la colonia. Oggi a Pyramiden vivono solo sei guardiani incaricati della manutenzione delle strutture.

Pyramiden
La Piazza Rossa di Pyramiden con in primo piano il busto di Lenin

Apice (Bn). Nella storia di Apice i terremoti sono sempre stati una costante, ma quelli che hanno inciso di più sul suo destino si sono verificati nel Novecento a meno di venti anni di distanza l’uno dall’altro. Il primo fu quello del 1962, che lesionò gravemente il paese costringendo parecchi residenti a trasferirsi ad Apice Nuova, l’abitato che venne costruito a seguito di quell’evento. Il colpo di grazia arrivò diciotto anni dopo, la notte del 23 novembre 1980, quando a tremare fu tutta l’Irpinia. Apice, già danneggiata ma ancora in piedi almeno in parte, non resse il nuovo urto e si spopolò completamente. Oggi è una ghost town dove, tra la vegetazione che ha invaso i suoi ruderi, si può solo intuire la vivacità che la contraddistingueva osservando ciò che rimane delle sue piazze e dei suoi palazzetti nobiliari, sui quali veglia, ancora oggi imponente, il Castello dell’Ettore. 

Craco (Mt). In Basilicata, il borgo di Craco domina ancora oggi il territorio circostante dall’alto dei suoi quasi 400 metri. A dargli ulteriore slancio è la Torre Normanna, posta proprio in vetta all’abitato, il quale è costituito da costruzioni in pietra che quasi si confondono con il colore delle rocce cui sono aggrappate. Nonostante il carattere pittoresco, Craco è un paese fantasma dal 1963, quando gli smottamenti provocati da una violenta alluvione determinarono il suo spopolamento. Buona parte del suo territorio comunale è infatti a elevato rischio idrogeologico (i calanchi che si osservano in zona non sono mai state bellezze naturali sorte lì a caso), una circostanza che purtroppo non è stata tenuta in adeguata considerazione nemmeno quando, negli anni ’60, venne costruito il nuovo abitato di Craco Peschiera, il quale accolse una parte degli sfollati del centro storico. Gli altri — forse addirittura più di quelli che rimasero — presero la via dell’emigrazione e si dispersero in giro per il mondo, dall’America all’Australia, e ancora oggi cercano di mantenere viva la memoria del paese di origine mediante associazioni o gruppi social.

Bodie (California, USA). In quella che oggi è solo una landa desolata della California orientale, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento si estendeva una fiorente cittadina che contava diverse migliaia di abitanti. Il suo nome, Bodie, era quello del primo cercatore che scoprì oro in quel territorio nel 1859, dando iniziò a uno dei capitoli più emblematici della Gold rush statunitense. Il destino di questa città di frontiera era legato a filo doppio con i suoi giacimenti auriferi: l’inizio fu così entusiasmante che Bodie nacque e raggiunse l’apice del proprio sviluppo nel giro di pochissimi anni, ospitando tutte quelle attività che caratterizzavano la vita di una città dell’epoca. Oltre alle miniere, cuore pulsante di Bodie erano i saloon; lungo la Main Street se ne contavano a decine, e c’è da scommettere che le scene che si potevano vedere al loro interno fra gli avventori non fossero troppo diverse da quelle che il cinema western avrebbe immortalato anni dopo.
La fine di Bodie fu segnata dall’esaurimento dei filoni minerari. Già prima dell’inizio del nuovo secolo, la città aveva perduto irrimediabilmente il proprio slancio e stava cominciando a spopolarsi. Tra inverni rigidi, siccità, epidemie, terremoti e incendi in particolar modo, Bodie sopravvisse alla bell’e meglio fino agli anni ’40 del Novecento, quando anche gli ultimi irriducibili se ne andarono, riconsegnando la città al deserto al quale l’avevano solo momentaneamente sottratta.

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Veduta di Craco

Romagnano al Monte (Sa). Il terremoto dell’Irpinia del 1980 è tra i più devastanti che l’Italia ricordi, e oggi il borgo di Romagnano al Monte è uno dei luoghi simbolo di quel disastro. Fino al giorno prima di quel fatidico 23 novembre, Romagnano era un paese vivo sebbene di dimensioni limitate. Costruito su un costone roccioso a strapiombo sulle gole del torrente Platano, ciò che oggi rimane di Romagnano al Monte sono pochi ruderi e un panorama mozzafiato sull’Appennino Calabro-Lucano. Il terreno era così impervio e lo spazio a disposizione così limitato che le case di Romagnano si susseguono le une in fila alle altre sulla strada principale, conferendo all’abitato un impianto stretto e allungato che si allarga solo attorno alla piazza. Qui si affacciano la chiesa madre e lo spiazzo sopraelevato dove un tempo si ergeva un castello. Nei secoli, la scarpata intorno al castello andò a ospitare varie abitazioni le quali, disposte ad anelli concentrici e ad altezze sfalsate, conferiscono a Romagnano al Monte l’aspetto di un paese-presepe.

Roghudi (Rc). Le gole dell’Aspromonte assicurano un isolamento naturale nel quale non soltanto uomini e animali possono vivere pressoché indisturbati, ma anche, a quanto pare, le lingue. Roghudi, il cui ultimo avamposto è un’enclave nel comune di Melito di Porto Salvo, è stato per secoli e secoli uno sperduto borgo di montagna dove si parlava il grecanico, un dialetto antichissimo risalente al tempo in cui i primi coloni Greci giunsero sulle sponde della Magna Grecia calabra. In epoca moderna, l’area e la vitalità del grecanico si sono sempre più ridotte, ma non sempre per mano o volontà degli uomini. Nel 1971 una violenta alluvione fece franare una parte del costone roccioso sul quale è abbarbicato il paese, decidendone così la sorte. Roghudi, dichiarato inagibile, venne abbandonato dai suoi abitanti che si spostarono nella frazione di Ghorìo (poi anch’essa evacuata due anni dopo a causa di una nuova alluvione), oppure nei comuni limitrofi tra cui Melito di Porto Salvo, dove più tardi sarebbe sorta l’enclave.
Oggi l’antico borgo di Roghudi è una ghost town veramente spettrale. Lo sperone di roccia dove fu costruito gli assicurava una posizione strategica, ma anche molto, molto pericolosa: case e vie sono infatti sospese sul largo letto della fiumara Amendolea, un corso d’acqua dal flusso torrentizio la cui portata, in inverno, può generare una potenza devastante in grado di travolgere ogni cosa.

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Alcuni degli edifici in legno rimasti a Bodie

Poggioreale (Tp). La Valle del Belice, nella Sicilia Occidentale, è una terra ricca e fertile che però rischia sempre di venire ricordata soltanto per il terremoto che la devastò nel 1968. I danni furono ingenti e fra i paesi disastrati o distrutti ci fu anche Poggioreale, un borgo agricolo che da tempo aveva raggiunto l’aspetto e le dimensioni di una ridente cittadina. Come sarebbe successo altre volte in futuro, anche nel caso di Poggioreale si decise di non riparare il vecchio paese e di costruirne uno nuovo a poca distanza. Purtroppo il progetto non riscosse grande entusiasmo da parte della popolazione (anche perché l’assetto modernista scelto per la nuova Poggioreale non si sposava granché con il territorio circostante né con la cultura e le tradizioni che gli abitanti del luogo si impegnavano a tenere vive), e così a moltissimi poggiorealesi non rimase altra scelta se non l’emigrazione.
Immaginarsi come fosse Poggioreale prima del terremoto è forse impossibile per chi non l’ha conosciuta quand’era piena di vita; basta però considerare le dimensioni della sua piazza, cuore pulsante della vita sociale, per farsi un’idea del fermento che doveva animarla nei suoi anni migliori.

Gairo (Nu). Le zone ad alto rischio idrogeologico ricoprono l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. L’antico paese di Gairo ne è un chiaro esempio. Situato sulle alture della Barbagia ogliastrina, Gairo era un piccolo borgo dalle case di pietra quando nel 1951 un’alluvione devastante portò al suo abbandono, il quale si concluse nel 1963 con l’addio degli ultimi residenti. L’area era infatti troppo pericolosa per ricostruire il paese dov’era e com’era, e così gli abitanti furono costretti a ricominciare altrove. Trovandosi però in disaccordo su dove costruire la nuova Gairo, gli abitanti presero strade diverse e si sparpagliarono.
La Sardegna è una delle regioni che ha sofferto di più lo spopolamento e in certe sue aree esso è ancora attivo. Fra le molte ragioni di questo fenomeno ci sono anche le dismissioni — relativamente recenti — dei numerosi complessi minerari che per lungo tempo hanno costituito l’ossatura della sua economia, ognuna delle quali ha creato i suoi quartieri e paesi fantasma.

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Scorcio di Roghudi

E voi conoscete qualche altra ghost town? Se la risposta è sì e vi va di condividerla, lasciate un commento qua sotto!

Di porte chiuse e altre quarantene: “L’enigma della stanza impenetrabile”

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni siamo tutti abituati a vederci circondati da pareti e solo pareti, la quarantena di quest’anno ci impone una profonda riflessione sulla nostra capacità di occupare uno spazio. Ma cosa succede quando a questo spazio noi non abbiamo accesso? E se proprio lì si perpetrasse un insolito delitto?
Questi elementi, tolto un virus e il suo espandersi come pandemia, concorrono alla creazione del giallo di Derek Smith, autore nel 1953 de L’enigma della stanza impenetrabile (Whistle up the Devil).

L’opera si inscrive pienamente nel grande ciclo dei romanzi gialli inglesi o all’inglese, e più specificamente nel settore dei “delitti della camera chiusa”. Il perché è presto detto e gli ingredienti di base ci sono tutti: il rampollo di una ricca famiglia, un vecchio maniero di campagna e una maledizione che aleggia sulla casa e sulla famiglia da tempo immemore. Immancabile, trattandosi di un giallo, un giovane detective che mette al servizio del caso tutto il suo acume al rischio pure della vita.

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Componente essenziale attorno al quale tutta la storia fa perno è la stanza dove il delitto avviene e che è sempre rigorosamente serrata al momento della morte della vittima.
Non ci sono botole, in questa stanza, né passaggi segreti, né librerie a scomparsa o candelabri a parete da tirare per aprire qualche misterioso passaggio. La camera dove si consuma il misfatto è un semplice spazio delimitato da quattro pareti, un pavimento e un soffitto, cui si accede tramite una sola porta o, eventualmente, una sola finestra. Come può avvenire il crimine se sia la porta che la finestra sono sorvegliate? Le ipotesi sono due: o l’assassino è qualcuno che doveva sorvegliare gli ingressi, oppure l’assassino è già dentro alla camera prima che questa venga chiusa. Potrebbe essercene una terza, ma non ve lo dirò mai perché spero leggerete questo bel romanzo.

Passiamo ora al giudizio complessivo sull’opera, senza tralasciare alcune parole sul progetto editoriale nel suo insieme. Derek Smith nella sua vita ha scritto solo tre romanzi, tutti gialli e tutti prodotti intorno agli anni ’50 del 1900. Purtroppo all’epoca il testo di cui vi parlo oggi non fu preso in grande considerazione dagli editori, tra i quali sono uno decise di dare una chance a Smith stampando l’opera in tiratura limitata.
Indubbiamente non si tratta di un’opera di alta letteratura, ma non credo neanche sia nata con questo obiettivo, ci sono alcuni cliché narrativi che, oggi, ci sembrano ormai del tutto stantii. Tuttavia quel che è certo è che la struttura dell’intrigo e soprattutto il percorso che viene fatto per giungere alla scoperta del colpevole mostrano un vero talento nel saper creare un enigma apparentemente impossibile e allo stesso tempo del tutto plausibile al momento della sua risoluzione.

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Per quel che ho potuto leggere, ritengo uno tra i punti di riferimento letterari di Derek Smith, oltre a John Dickson Carr e Clayton Rawson citati nella quarta di copertina, sia stato anche Sir Arthur Conan Doyle: infatti ci sono alcuni elementi, tipici di questo genere di gialli, che mi hanno fatto pensare a Il mastino dei Baskerville (1902) di cui pure consiglio caldamente la lettura.

Chiudo questo articolo con un plauso alla collana Mistery Collector’s Edition e alla Casa Editrice Polillo Editore che ne cura l’edizione. Questa collana è nata con l’esplicito obiettivo di far conoscere di nuovo e diffondere maggiormente alcune opere di letteratura che, nonostante non abbiamo riscosso un grande successo di pubblico ai loro tempi, meritano in tutto e per tutto di essere riscoperte e apprezzate. Una collana fatta di perle nascoste nelle nicchie, gemme inaspettate che ci fanno capire bene come la letteratura non sia solo quella prodotta dalle grandi case editrici che in realtà hanno più l’aspetto di multinazionali, ma che la ricerca di un buon libro assomiglia più a una ricerca di oro in un ruscello che a all’ammirazione di un quadro in un museo.

La pittura del Novecento, parte II: le secessioni

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo inaugurale di questa serie (vedi qui) abbiamo osservato come l’arte del primo Novecento avesse cominciato ad assumere un atteggiamento riflessivo verso sé stessa e le proprie funzioni, fino a sviluppare quei tratti e quelle tecniche meta-artistiche che già contraddistinguevano, per esempio, il modernismo letterario e teatrale. A queste considerazioni se ne aggiunge un’altra, ossia che l’arte aveva maturato un livello di autoconsapevolezza mai raggiunto fino a quel momento, che si sarebbe affermato sia con le parole sia con i fatti a partire da quei movimenti di rinnovamento artistico che, sul finire del XIX secolo, presero il nome di secessioni.

A proposito di parole (i fatti li vedremo tra non molto), il termine secession apparve nel 1892 a Monaco di Baviera, dove un gruppo di giovani artisti guidati da Franz von Stuck diede vita a un movimento artistico che intendeva inaugurare un capitolo nuovo nella storia dell’arte, spezzando ogni legame con il mondo della tradizione e delle accademie. Di fatto fu la stessa cosa che gli impressionisti avevano già ottenuto, con l’ostracismo da parte dell’establishment artistico francese, venti-venticinque anni prima, ma la differenza stavolta sta nel fatto che la rottura fu voluta, cercata, preparata e teorizzata dagli stessi innovatori. I protagonisti della secessione di Monaco era numerosi, giovani e dai profili sfaccettati: non solo pittori, ma anche incisori, illustratori, galleristi, editori e architetti; mossi, tutti quanti, da un’ideale di innovazione e di liberazione che consentisse all’arte di raccogliere gli stimoli della modernità e di tracciare un’alternativa.

Dipingere però non era tutto, bisognava anche che le idee della secessione raggiungessero il grande pubblico, rendendolo edotto di quanto stava accadendo alla cultura e all’arte tedesca. La rivista «Jugend», fondata nel 1896 sempre a Monaco, andava proprio in questa direzione; facendosi alfiere della nuova estetica modernista, «Jugend» non fu solo una vetrina e un punto di riferimento imprescindibile, ma ebbe anche il merito di dare il nome a un intero movimento artistico, un qualcosa di molto più vasto della secessione locale dalla quale era partito e che ormai si era allargato al resto della Germania: lo Jugendstil, lo stile Liberty tedesco.

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Franz Marc, Grandi cavalli azzurri, 1911, Walker Art Center di Minneapolis. Marc è stato uno dei maggiori esponenti del Blaue Reiter.

Monaco, infatti, fu solo l’inizio; qualche anno dopo l’esempio dei secessionisti bavaresi venne ripetuto con successo in altre parti della Germania e non solo. A Berlino, città dal clima artistico e culturale effervescente, la secessione venne proclamata da Max Liebermann nel 1898, ma già da qualche anno nella capitale si erano levate autorevoli voci di dissenso contro le accademie e venivano organizzate mostre indipendenti di pittori sia tedeschi che stranieri (Munch vi espose nel 1892). Gli artisti che — a Berlino come a Monaco come a Dresda — esponevano nei nuovi spazi erano quelli che la critica posteriore avrebbe classificato come espressionisti, ma allora non si chiamavano così ed operavano piuttosto autonomamente. L’espressionismo tedesco, di cui le secessioni hanno rappresentato le esperienze più significative della fase iniziale, fu il primo movimento con caratteristiche d’avanguardia del Novecento, ma anche una corrente dai contorni temporali difficili da stabilire e dalla geografia assai frammentata. Negli anni Dieci del Novecento il secessionismo delle origini era ormai lontano, ma la pittura espressionista era più viva che mai. I due gruppi maggiori, il Die Brücke a Dresda e il Blaue Reiter a Monaco, furono dei laboratori straordinari che soltanto il nazismo, alla fine, riuscì ad affossare.

Se però c’è una città a cui la parola secessione è indissolubilmente legata, questa è Vienna. È un fenomeno particolare su cui molti si sono interrogati, eppure sul finire del XIX secolo è come se Vienna stesse convertendo in arte e cultura tutta l’importanza che andava invece perdendo sul piano politico e strategico. La città si arricchiva di nuove esperienze e cambiava pelle; venne compiuto un imponente piano urbanistico che ne ridisegnò la pianta, e i palazzi di nuove e prestigiose istituzioni andarono a impreziosire le sue strade e le sue vedute. Le nuove costruzioni adottarono i canoni estetici dello Jugendstil, dove al classicismo di base della linea si unirono inserti architettonici modernisti, ornamenti sinuosi frutto della stilizzazione degli elementi naturali, vetrate policrome e pregevoli oggetti di design. A questi principi si ispirò anche l’architetto Joseph Maria Olbrich per il progetto del Palazzo della Secessione (1897-1898), lo spazio espositivo dedicato a quel gruppo di artisti che nel 1896 diedero avvio a una stagione di rinascita culturale a trecentosessanta gradi conosciuta come secessione viennese.

Gli iniziatori della secessione furono diciannove personalità emergenti dell’arte austriaca, polemici nei confronti dell’Accademia di Belle Arti, dalla quale, con quel gesto, presero definitivamente le distanze. Come già era successo a Monaco, Dresda e Berlino, i loro profili erano variegati. Che il modernismo accogliesse sotto allo stesso tetto professionisti dal background eterogeneo era qualcosa di molto più di una coincidenza. Per tutti loro la nuova arte doveva estirpare le barriere che nei secoli generazioni di accademici avevano eretto fra le discipline artistiche, promuovendone l’incontro e la sinergia.

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Parte superiore del Palazzo della Secessione di Vienna

Si trattava degli stessi ideali che in quegli anni si stavano facendo largo un po’ dappertutto in Europa. Finora si è parlato di Jugendstil perché abbiamo osservato cosa si muoveva in Germania e Austria sul finire del XIX secolo, ma esiste un’espressione che sintetizza le varie esperienze nazionali e che tutti noi conosciamo col nome di Art Nouveau: la nuova arte, l’arte dell’epoca moderna e dell’industria, della neonata società dei consumi, della produzione in serie e della classe borghese. In un mondo in così rapida evoluzione, le vecchie categorizzazioni come quelle difese dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, così rigide e immutabili, nuocevano all’arte molto più delle nuove sfide che la tecnica le lanciava quotidianamente. La tecnica anzi poteva diventare un’alleata dell’arte, ed è proprio quello che comprese l’Art Nouveau con il design e le arti applicate, dimostrando con i fatti che all’interno dell’arte non aveva più senso parlare di gerarchie. Dalla pittura all’architettura, dall’ebanisteria al design, ogni espressione dell’ingegno e dell’abilità umana in grado di foggiare opere esteticamente apprezzabili doveva essere considerata arte poiché arte, di fatto, lo era già.

Tornando ai nostri secessionisti viennesi, pittura e architettura furono i campi in cui la svolta artistica fu più evidente. Tuttavia, se all’interno del loro gruppo dovessimo individuare un artista simbolo, la scelta sarebbe solo apparente e ricadrebbe senza esitazione alcuna su Gustav Klimt (1862-1918), l’indiscusso capostipite della nuova generazione di pittori e fondatore della rivista «Ver Sacrum», il periodico del movimento secessionista viennese.
Prima di diventare il pittore che oggi tutto il mondo conosce e ammira, Klimt era già un artista stimato che sapeva ben interpretare il gusto della propria epoca, tanto che nel 1894 ottenne l’incarico di affrescare il soffitto dell’aula magna dell’Università di Vienna. Il tema era molto classico: avrebbe dovuto rappresentare le allegorie della Filosofia, della Medicina e della Giurisprudenza esaltando il trionfo della Luce (la Ragione) sulle Tenebre (l’ignoranza). Ma Klimt tradì le aspettative dei suoi committenti realizzando soggetti che contravvenivano a tutti i canoni estetici del tempo, facendo uno sfoggio indecoroso dei propri corpi e della propria sensualità.

Per capire cosa era accaduto a Gustav Klimt bisogna rivolgersi di nuovo alla realtà culturale che contraddistingueva la capitale austriaca del tempo. Alla fine del XIX secolo Vienna ospitava quanto di meglio la comunità scientifica e filosofica di allora avesse da offrire. L’Università era un’eccellenza riconosciuta, ma il merito di questo rigoglio era anche dei numerosi professionisti privati che seppero approfittare dell’apertura intellettuale che fermentava negli ambienti più esclusivi della città. Tutta Vienna era come un immenso salotto dove la crema della società si dava appuntamento per parlare di novità culturali e confrontarsi. Una particolarità tutta viennese era che in questi salotti avveniva uno scambio trasversale di esperienze molto intenso: medici, scienziati, filosofi, letterati, artisti, tutti si confrontavano con tutti e mettevano a parte gli altri del sapere accumulato nel rispettivo campo fino a quel momento.

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Gustav Klimt, particolare dell’Allegoria della Medicina nell’aula magna dell’Università di Vienna

Artista estroso, aperto alle novità e dai tratti bohémien piuttosto accentuati, Klimt era un frequentatore di questi salotti; molto probabilmente fu in occasione di una di queste occasioni mondane che venne a conoscenza delle recenti scoperte di Sigmund Freud riguardo ai contenuti impulsionali dell’inconscio, e se ne lasciò conquistare. La sensualità che i professori dell’Università di Vienna riconobbero negli affreschi dell’aula magna era infatti l’interpretazione artistica che egli rese alle tesi freudiane. Da quel momento il corpo della donna divenne uno dei soggetti preferiti di Klimt. Pose, sguardi e atteggiamenti avevano perduto ogni traccia della purezza accademica ed esibivano senza vergogna l’intimità femminile; ma non per turbare od ostentare, come invece affermarono il pubblico e i critici di allora, quanto per svelare la parte nascosta della natura umana.
La pittura di Klimt aveva cambiato radicalmente volto, ma ancora era solo l’inizio: la vista dei mosaici di Ravenna inaugurò il suo “periodo aureo”, caratterizzato da grandi ritratti femminili su sfondo dorato. La donna nell’arte di Klimt andò così configurandosi sempre più sia come oggetto del desiderio sia come mistero e origine della vita. Anche nelle pose più seducenti, i corpi che ritraeva non si offrono mai completamente allo spettatore, il quale di fronte alla loro fierezza come di fronte alla loro fragilità è sempre colto da un momento di contemplazione pànica che lo costringe a fermarsi e a riflettere.

Klimt fu il più grande e forse migliore apripista che l’arte dell’inconscio potesse avere. In netto anticipo su tutte le avanguardie, il grande maestro viennese prestò il proprio pennello alle pulsioni dell’uomo e, da vero artista moderno quale egli era, intellettualizzò la propria arte ben oltre il simbolismo — di cui pure si avvalse — non chiedendo più allo spettatore solo di riconoscere il messaggio veicolato dal dipinto, bensì di interrogarsi, di individuare quali contenuti latenti della propria psiche possono essere risvegliati dall’osservazione di un’opera d’arte.

La secessione viennese non si esaurì con Klimt: presto altri artisti andarono a popolare la scena austriaca, e poi europea e infine mondiale dell’arte del Novecento. Due nomi su tutti — che vi faccio anche per prepararvi alla lettura inerente a questo bellissimo, sconfinato argomento che sto per consigliarvi — sono quelli di Egon Schiele (1890-1918) e di Oskar Kokoschka (1886-1980), due artisti che seppero declinare in un linguaggio pittorico personale e più marcatamente espressionista i caratteri della secessione viennese visti sino a qui. Il libro con cui intendo salutarvi questa volta è L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni di Eric Kandel (Raffaello Cortina Editore, 2016), un saggio straordinario di psicologia dell’arte a opera di uno scienziato premio Nobel per la Medicina nel 2000.

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Al prossimo appuntamento!

L’Italia dopo la tragedia: il Neorealismo

Di Gian Luca Nicoletta

 

In questi giorni di quarantena nazionale a causa del COVID-19 mi è capitato più d’una volta di pensare alla grande narrazione che tutti noi stiamo facendo della nostra esperienza e di quella che se ne farà quando tutto sarà finito: al telefono, sui social, alla televisione, o in forma scritta e privatamente, nessuno si esime dal raccontare quel che sta passando e come lo sta affrontando.
Non è la prima volta che succede, al nostro popolo, di fare una cosa del genere e già molto prima di me ben più illustri psicologi e antropologi hanno studiato come un’esperienza traumatica spinga le persone a esternare la propria esperienza.

L’ultima volta che lo abbiamo fatto è stato nel 1945, immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutti i sopravvissuti: civili, soldati alleati, partigiani, reduci dei campi di concentramento finanche a chi aveva combattuto dalla parte del regime, tutti prima o poi si sono messi attorno a un fuoco, a un tavolo o davanti a una macchina da scrivere, o a una cinepresa, e hanno iniziato a raccontare cosa è capitato loro. Nasceva il Neorealismo.

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A questa esperienza collettiva hanno aderito, per la parte di produzione artistica che principalmente trattiamo qui, alcuni tra i più grandi autori e autrici della nostra letteratura nazionale. Tra questi, uno in particolare decise di fissare per iscritto il valore di quell’esperienza dandole uno statuto letterario e a farlo fu Italo Calvino nel 1964, grazie a una prefazione alla nuova edizione del suo primo romanzo, Il Sentiero dei nidi di ragno, edito per la prima volta da Einaudi nel 1947 e scritto a cavallo fra il ’45 e il ’46.

«La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle “mense del popolo”, ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.»

Un evento di portata epocale che ha sovvertito le vite di milioni di persone li ha resi tutti protagonisti, sconvolgendo in maniera profonda le esistenze di ognuno. Abbiamo scoperto che la guerra non era solo quella di chi partiva per il fronte o combatteva sui monti assieme ai partigiani, ma era anche la guerra dei bambini che giocavano tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti, delle donne che hanno fatto sia da madre che da padre ai loro figli e spesso anche ai figli degli altri.

Questo desiderio di esprimere un sentimento, il frutto dell’apprendimento della vita, ha trovato un terreno estremamente fertile in quella generazione di artisti degli anni ’40 e ’50 e si propagò in tutti i campi: dai romanzi come ai film, dai trattati filosofici alla pittura sebbene non sempre trovò il gusto del pubblico ricettore: emblematico è l’episodio, diventato ormai leggenda, della proiezione del film Roma città aperta di Rossellini: fu girato tra le macerie ancora fumanti di Roma, nel 1945, e fu aspramente criticato in Italia perché riportava il pubblico in uno scenario già visto, troppo recente nella mente e nelle orecchie delle persone, mentre all’estero fu quasi osannato.

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Può sembrare contraddittorio che un movimento così ampio non incontrò il gusto del pubblico che lo alimentava, ma ciò non deve stupire se teniamo a mente l’origine popolare di questo coro autodidatta:

«Il “neorealismo” non fu una scuola. […] Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato “neorealismo”.»

L’importanza del racconto, della trasmissione di contenuti significativi è la chiave che ci permette di comprendere a analizzare meglio questo fenomeno collettivo basato però su esperienze individuali e portato avanti attraverso una pratica individuale quale solo la scrittura può essere.
Oggi, a settantacinque anni di distanza da quell’esperienza, ci troviamo di nuovo a dover affrontare un evento epocale che già sta cambiando il nostro modo di vivere. E domani come allora ci incontreremo sui treni, nelle piazze e nei bar, ci racconteremo cosa ci è capitato, cos’è capitato a chi conoscevamo daremo vita, ancora una volta, a un coro di voci particolari e preziose che ci faranno assaporare di nuovo il piacere del racconto.