Classe operaia e innovazione letteraria: “Tre Vite” di Gertrude Stein

Di Gian Luca Nicoletta

Prima di diventare una grande intenditrice di opere letterarie e non, consolatrice e motivatrice di alcuni fra i più importanti autori del 1900 nonché loro fedele consigliera, Gertrude Stein ha affrontato il difficile percorso di chi decide di confrontarsi con la scrittura.
La raccolta di cui vi parlo nell’articolo di oggi si intitola Tre Vite ed è la sua opera prima.

Questi tre racconti furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1909 e ciò segna l’ingresso di Stein nel mondo della scrittura. All’epoca Gertrude si trovava già a Parigi e dal suo appartamento respirava tutta la vitalità, il tumulto e l’energia del periodo d’oro dell’ultima grande capitale culturale europea: Picasso, Matisse, Hemingway, Joyce, Modigliani e Jeanne Hébuterne, ma anche (più tardi) i coniugi Fitzgerald, Peggy Guggenheim e tanti altri e altre ancora passarono da lì.

Nella temperie eclettica ed elettrica all’interno della quale stava Gertrude, il suo sguardo era comunque rivolto alla letteratura statunitense e l’obiettivo di quello sguardo era la working class: lo strato sociale più produttivo di un popolo che andava pian piano illudendosi di essere onnipotente ma che, per la prima volta, avrebbe fatto una dolorosa esperienza della sua mortalità nel 1929.

Tre Vite infatti è proprio uno sguardo su questo mondo, non privo di una prospettiva inedita e – cosa da non sottovalutare – di genere. Vengono raccontate tre vite di donne, donne lavoratrici, donne che nei bei salotti cittadini entrano solo per rassettarli prima che le padrone di casa facciano accomodare i loro ospiti.

La società raccontata da Stein è completamente diversa dalla quella europea, per svariati motivi. Quello emblematico, ovvio ma non scontato, è il fatto che la borghesia statunitense sia del tutto priva di un ceto a essa superiore: è l’apice. In Europa, al contrario, sopra alla classe borghese è da sempre rappresentata la classe nobiliare e, fra le due, quella creatura mitologica definita come “alta borghesia”: sono sempre borghesi, ma più ricchi; frequentano i nobili, ma non lo sono. È una delle classi sociali descritte da Irène Némirovsky in Suite francese, è quella arrivista e smaniosa di controllo e denaro raffigurata da Henry James nel suo Ritratto di signora attraverso i personaggi di Gilbert Osmond e Madame Merle.
Con Stein, invece, ci concentriamo su un ceto che potremmo definire più modesto: giovani medici promettenti, attempate signore che vivono di una piccola ma sufficiente rendita. Il punto di vista, però, è quello delle loro servitrici. Simbolo di questa prospettiva è La buona Anna, protagonista del primo racconto.

Gertrude Stein in un celebre dipinto di Pablo Picasso

Il ritratto che emerge da questi spaccati di vita quotidiana è quello di una classe sociale che biasima chi non lavora: gente senza alcuna tempra, smidollata, incapace di mettere da parte qualche soldo o di organizzare un seppur semplice pasto col poco (sempre poco) che richiede. I veri lavoratori – questo emerge – sono poi gli immigrati e coloro che vivono in situazioni economiche sfavorevoli. Protagoniste di questi racconti sono dunque le comunità tedesche di emigrati negli Stati Uniti, oppure quelle di colore.

Lo stile che Stein ha utilizzato per raccontare le sue storie, infine, merita una menzione a parte. All’inizio del XX secolo era più che mai dominante, in tutte le arti, il desiderio profondo di rompere col passato, di sfondare un muro di tradizioni che nel corso del secolo precedente avevano dettato il vademecum della perfetta società positivista.
Le nuove opere che vengono scritte e pubblicate in questo periodo dunque sono dei veri e propri attentati al potere (letterario) costituito e Stein non si tira indietro: da una parte lascia molto spazio, all’interno della narrazione, alle rilevazioni di carattere sociologico e psicologico; ma dall’altro applica anche una struttura sintattica che soppianta del tutto le lunghe narrazioni, allo stesso tempo non sposando le correnti nate in quello stesso periodo e che, per esempio, faranno la fortuna di personaggi del calibro di Joyce e Woolf.

La sua è una scrittura piuttosto essenziale, a tratti telegrafica, e che punta molto del suo effetto su un uso ossessivo della reiterazione: le stesse coppie di nomi e cognomi, caratterizzazioni psicologiche che, a furia di essere ripetute quattro, cinque volte in una sola pagina, rappresentano un vero e proprio epiteto del personaggio cui fanno riferimento.
Una struttura del genere ha sicuramente un suo valore innovativo, tuttavia sacrifica molto delle aspettative legittime di chi legge: la narrazione ne risente in termini di eventi in grado di far progredire la trama, prolungando l’attesa della svolta sino a far perdere le speranze e dare una parvenza di annacquamento del testo.

Un’opera del genere merita di essere letta, anche più volte per poter dare a tutte le sue caratteristiche il tempo di dispiegarsi nella mente di chi legge. Dalla sua angolazione e specialmente dal suo modo di applicare questa angolazione sul mondo, noi siamo in grado di capire un po’ di più un altro aspetto della società multiforme nella quale viviamo e che, nonostante i mille avvenimenti che si sono succeduti nel corso degli anni, è nostra diretta genitrice.

Volere è potere… o quasi: “L’illusione della volontà cosciente” di Daniel M. Wegner

Di Andrea Carria

«Siamo noi a causare consciamente ciò che facciamo, oppure le nostre azioni ci capitano?». Chiunque si è posto questa domanda almeno una volta nella vita, ma solo pochi se ne occupano a livello scientifico come ha fatto lo psicologo sociale Daniel M. Wegner (1948-2013), che con questo punto interrogativo fa cominciare la prefazione a L’illusione della volontà cosciente (2002), uno dei suoi saggi più autorevoli, e che Carbonio Editore ha pubblicato nella collana “Zolle” in questo mese di giugno 2020, traduzione di Olimpia Ellero.

Per Wegner la volontà è un concetto su cui la psicologia non si è mai soffermata a dovere, e quando lo ha fatto non è riuscita a fare chiarezza sulla vera causa delle scelte degli uomini, da sempre in bilico fra volontà e determinismo in un aut aut che sembra non conoscere compromessi praticabili. La mancanza di risposte certe da parte della scienza ha lasciato che anche la volontà cadesse vittima dei luoghi comuni, e nel libro, tra le altre cose, Wegner si impegna a smontarli presentando ogni volta prove e argomentazioni. La prima cosa su cui dubitare è appunto la fondatezza dell’aut aut: davvero, si domanda lo psicologo, volontà e determinismo sono due concezioni che si escludono l’un l’altra, oppure esiste una spiegazione capace di riunirle nella stessa teoria?

Quando si parla di volontà cosciente accade poi che il concetto possa non essere subito chiaro. Innanzitutto, perché volontà cosciente e non volontà sic et simpliciter? Questa distinzione è fondamentale e Wegner ci si sofferma per alcune pagine proprio all’inizio del libro, illustrando con definizioni ed esempi quello che è il tratto distintivo della volontà cosciente: una netta sensazione di volontarietà da parte dell’individuo, il quale non nutre dubbi circa il fatto di aver compiuto quell’azione perché era esattamente ciò che voleva fare. Una circostanza tutt’altro che accessoria, come Wegner ha modo di spiegare a più riprese, questa, e che conduce lo psicologo a individuare nella mente cosciente «il luogo in cui si manifesta la volontà».

Se questo è un primo approdo sicuro, le situazioni da chiarire rimangono ancora tante. Vale la pena di ricordare che il libro si intitola L’illusione della volontà cosciente, traduzione fedelissima dell’inglese Illusion of Conscious Will, e già questo dice un paio di cose molto interessanti: la prima è che la volontà a cui attribuiamo la maggioranza delle nostre azioni potrebbe essere soltanto un’apparenza, mentre la seconda, più implicita, lascia presagire che sarà proprio la natura stessa dell’illusione a rendere particolarmente insidiosi gli ostacoli che dovranno essere superati.

«L’illusione della volontà cosciente potrebbe essere un’errata interpretazione dei nessi causali meccanicistici alla base del nostro comportamento, derivante dal fatto di guardare noi stessi attraverso il sistema esplicativo di tipo mentalistico. Non vediamo le rotelle che girano soltanto perché troppo impegnati a leggerci nella mente.»

La spiegazione meccanicistica secondo cui scegliamo e desideriamo perché a livello fisiologico siamo programmati in un certo modo non è molto allettante, diciamocelo. Viene da ripensare con benevolenza al povero Schopenhauer, alla svolta che la scienza ha dato alle nostre rappresentazioni negli ultimi due secoli, e la constatazione che se ne ricava subito è come le illusioni continuino a determinare la nostra percezione delle cose anche dopo aver smontato, rovesciato e rimontato il paradigma su basi completamente diverse. La volontà non è la forza irresistibile che vedeva l’autore de Il mondo come volontà e rappresentazione, lo sapevamo già, tuttavia, se Wegner avesse ragione, ammettere oggi che essa non sia nemmeno la causa primaria del nostro agire cosciente è fonte di un’inquietudine strisciante che sovverte giusto due o tre capisaldi dell’impianto culturale ed etico della civiltà occidentale!

Per fortuna la scrittura chiara e scorrevole di Wegner ha un effetto rassicurante, facilita la comprensione e rende la lettura del libro un’esperienza alla portata di un pubblico ragionevolmente vasto. Per essere un saggio, lo stile impiegato si caratterizza per un taglio alquanto personale. Accanto al rigore scientifico con cui vengono trattate le singole tematiche, il tono colloquiale che Wegner usa per avvicinarle si rende da subito apprezzabile e cimenta l’intesa con il lettore. A quest’ultimo del resto basta prestare attenzione ai titoli dei paragrafi per individuare temi di cui ha sentito parlare o si è interessato. Molti sono contenuti nel capitolo sugli automatismi psichici, uno dei più accattivanti del libro, dove viene offerta una spiegazione razionale a fenomeni controversi come la scrittura automatica, la tavoletta Ouija o la rabdomanzia. Cosa c’è di vero dietro alla testimonianza di chi afferma che il tavolo o la planchette si siano spostati da soli? La risposta di Wegner secondo cui questi sarebbero casi di perdita della consapevolezza piuttosto ordinari, deluderà forse molti spiritisti di oggi, ma soddisferà le menti più razionali.

Daniel M. Wegner (© Jon Chase/Harvard Staff Photographer)

L’illusione della volontà cosciente è un saggio e in quanto tale richiede attenzione. La sua lettura conosce momenti fra loro diversi che vanno dal brano più tecnico a quello più accessibile, e spesso sarà la preparazione del lettore a spostare l’asticella. A volte si può avere l’impressione che l’autore non giunga fino in fondo alle dimostrazioni promesse o che ci si aspetterebbe da lui, ma è anche vero che molte fra queste derivano da studi altrui che egli si limita a riportare. Ciò detto, le tesi originali di Daniel M. Wegner rimangono la parte centrale del libro e anche il più grosso incentivo alla sua lettura. Sta quindi proprio al lettore ragionare su quanto ha appreso e, a prescindere da come la pensi alla fine, la cosa certa è che d’ora in avanti non vedrà più i propri desideri allo stesso modo.