Scendi le scale e affronta il buio, ovvero “Le Notti di Salem” di Stephen King

Di Gian Luca Nicoletta

Dopo avervi parlato della mia recente decisione di affrontare le mie antiche paure, esorcizzandole grazie alle opere di Stephen King, una volta terminata la lettura di Carrie (di cui trovate l’articolo qui) sono passato a Le Notti di Salem, il racconto che ha fornito allo scrittore statunitense l’epiteto di “autore horror” per eccellenza.

Questa seconda opera, molto più ricca strutturata rispetto a Carrie, è allo stesso tempo un esempio e un omaggio di racconto dell’orrore. Esempio perché, proprio in virtù della notorietà cui King è assurto dopo questa seconda pubblicazione, gli elementi già in precedenza chiamati sulla suspance e sull’attesa raggiungono un ulteriore e più approfondito livello; omaggio invece perché attraverso l’intero arco della narrazione si susseguono diversi rimandi a un’autrice e un autore che King mette nell’Olimpo dei suoi maestri: Shirley Jackson e Bram Stoker. Di quest’ultimo, nello specifico, King ripercorre la struttura essenziale del Dracula pubblicato nel 1897 e, proprio con Le Notti di Salem, sembra proporne un aggiornamento: un dracula contemporaneo.

Dunque se avete letto l’opera di Stoker potrete apprezzare questo remake in chiave moderna: confrontare gli espedienti, trovare similitudini fra i personaggi, perfino predire se e in quale modo questa seconda versione turberà la vostra fantasia. Se, al contrario, non avete letto Dracula, vi rimarrà comunque e inalterato il piacere di una prosa assai scorrevole, di un intreccio finemente calibrato che vi conduce fra gli antri più scuri degli esseri umani.
Perché questo, ricordiamolo sempre, è l’obiettivo principale che King ha in mente quando scrive, ovverosia farci capire che cos’è l’essere umano, cosa lo fa muovere e soprattutto dove può spingersi con le sue azioni.

Nel testo in esame oggi, di particolare rilievo ho trovato il discrimine fra il mostro e l’uomo. In una città dove una presenza oscura spinge sempre più abitanti a portare segni religiosi al collo e a chiudersi a chiave in casa una volta calato il sole, in una nicchia grande non più di una manciata di pagine, King ci fa realmente capire qual è il mostro che maggiormente dobbiamo temere: si tratta di una creatura antropomorfa anch’essa, come un vampiro, ma che a differenza di questo non fugge se gli si mostra un crocifisso; una creatura che può camminare tanto di notte quanto di giorno, cui l’acqua santa non fa nulla se non inzuppargli, eventualmente, i vestiti, e che spesso troviamo nell’altra metà del nostro letto tutte le notti.

Un altro elemento che ha destato particolare interesse riguarda la fede. Tutti i personaggi di quest’opera, dal medico al sacerdote, riscoprono o sono costretti ad ammettere un peso specifico di questo dono, e ciò avviene a seguito di fatti che nessuno può confutare ma solo confermare, nonostante la propria incredulità.
La fede in qualcosa di più alto, in Dio, comporta anche la fede, cioè l’accettare senza avere la conferma, in qualcosa di più basso, il Diavolo. Entrambe queste forze operano sopra e sotto le nostre teste e, quando si scontrano, gli esseri umani finiscono inevitabilmente nel mezzo e diventano strumento, dell’una o l’altra parte, per portare avanti la propria guerra. Questa è una lezione che i personaggi de Le Notti di Salem devono imparare in fretta, pena la morte o qualcosa di peggiore.

A chi legge rimane sempre una scelta: quella di accettare, fare dunque un’opera di fede, l’esistenza di forze non umane o quanto meno morali che agiscono su di noi e che influenzano, quando non comandano, tutte le nostre azioni; oppure ignorare gran parte della psiche, dell’etica, della vita del mondo che si spinge appena al di là dei nostri nasi – cosa che comunque accade anche nell’opera – e lasciarsi cullare dall’ignoranza dei fatti di questo universo, rimanendone però travolto senza la possibilità di opporsi in alcun modo.

Volere è potere… o quasi: “L’illusione della volontà cosciente” di Daniel M. Wegner

Di Andrea Carria

«Siamo noi a causare consciamente ciò che facciamo, oppure le nostre azioni ci capitano?». Chiunque si è posto questa domanda almeno una volta nella vita, ma solo pochi se ne occupano a livello scientifico come ha fatto lo psicologo sociale Daniel M. Wegner (1948-2013), che con questo punto interrogativo fa cominciare la prefazione a L’illusione della volontà cosciente (2002), uno dei suoi saggi più autorevoli, e che Carbonio Editore ha pubblicato nella collana Zolle in questo mese di giugno 2020, traduzione di Olimpia Ellero.

Per Wegner la volontà è un concetto su cui la psicologia non si è mai soffermata a dovere, e quando lo ha fatto non è riuscita a fare chiarezza sulla vera causa delle scelte degli uomini, da sempre in bilico fra volontà e determinismo in un aut aut che sembra non conoscere compromessi praticabili. La mancanza di risposte certe da parte della scienza ha lasciato che anche la volontà cadesse vittima dei luoghi comuni, e nel libro, tra le altre cose, Wegner si impegna a smontarli presentando ogni volta prove e argomentazioni. La prima cosa su cui dubitare è appunto la fondatezza dell’aut aut: davvero, si domanda lo psicologo, volontà e determinismo sono due concezioni che si escludono l’un l’altra, oppure esiste una spiegazione capace di riunirle nella stessa teoria?

Quando si parla di volontà cosciente accade poi che il concetto possa non essere subito chiaro. Innanzitutto, perché volontà cosciente e non volontà sic et simpliciter? Questa distinzione è fondamentale e Wegner ci si sofferma per alcune pagine proprio all’inizio del libro, illustrando con definizioni ed esempi quello che è il tratto distintivo della volontà cosciente: una netta sensazione di volontarietà da parte dell’individuo, il quale non nutre dubbi circa il fatto di aver compiuto quell’azione perché era esattamente ciò che voleva fare. Una circostanza tutt’altro che accessoria, come Wegner ha modo di spiegare a più riprese, questa, e che conduce lo psicologo a individuare nella mente cosciente «il luogo in cui si manifesta la volontà».

Se questo è un primo approdo sicuro, le situazioni da chiarire rimangono ancora tante. Vale la pena di ricordare che il libro si intitola L’illusione della volontà cosciente, traduzione fedelissima dell’inglese Illusion of Conscious Will, e già questo dice un paio di cose molto interessanti: la prima è che la volontà a cui attribuiamo la maggioranza delle nostre azioni potrebbe essere soltanto un’apparenza, mentre la seconda, più implicita, lascia presagire che sarà proprio la natura stessa dell’illusione a rendere particolarmente insidiosi gli ostacoli che dovranno essere superati.

«L’illusione della volontà cosciente potrebbe essere un’errata interpretazione dei nessi causali meccanicistici alla base del nostro comportamento, derivante dal fatto di guardare noi stessi attraverso il sistema esplicativo di tipo mentalistico. Non vediamo le rotelle che girano soltanto perché troppo impegnati a leggerci nella mente.»

La spiegazione meccanicistica secondo cui scegliamo e desideriamo perché a livello fisiologico siamo programmati in un certo modo non è molto allettante, diciamocelo. Viene da ripensare con benevolenza al povero Schopenhauer, alla svolta che la scienza ha dato alle nostre rappresentazioni negli ultimi due secoli, e la constatazione che se ne ricava subito è come le illusioni continuino a determinare la nostra percezione delle cose anche dopo aver smontato, rovesciato e rimontato il paradigma su basi completamente diverse. La volontà non è la forza irresistibile che vedeva l’autore de Il mondo come volontà e rappresentazione, lo sapevamo già, tuttavia, se Wegner avesse ragione, ammettere oggi che essa non sia nemmeno la causa primaria del nostro agire cosciente è fonte di un’inquietudine strisciante che sovverte giusto due o tre capisaldi dell’impianto culturale ed etico della civiltà occidentale!

Per fortuna la scrittura chiara e scorrevole di Wegner ha un effetto rassicurante, facilita la comprensione e rende la lettura del libro un’esperienza alla portata di un pubblico ragionevolmente vasto. Per essere un saggio, lo stile impiegato si caratterizza per un taglio alquanto personale. Accanto al rigore scientifico con cui vengono trattate le singole tematiche, il tono colloquiale che Wegner usa per avvicinarle si rende da subito apprezzabile e cimenta l’intesa con il lettore. A quest’ultimo del resto basta prestare attenzione ai titoli dei paragrafi per individuare temi di cui ha sentito parlare o si è interessato. Molti sono contenuti nel capitolo sugli automatismi psichici, uno dei più accattivanti del libro, dove viene offerta una spiegazione razionale a fenomeni controversi come la scrittura automatica, la tavoletta Ouija o la rabdomanzia. Cosa c’è di vero dietro alla testimonianza di chi afferma che il tavolo o la planchette si siano spostati da soli? La risposta di Wegner secondo cui questi sarebbero casi di perdita della consapevolezza piuttosto ordinari, deluderà forse molti spiritisti di oggi, ma soddisferà le menti più razionali.

Daniel M. Wegner (© Jon Chase/Harvard Staff Photographer)

L’illusione della volontà cosciente è un saggio e in quanto tale richiede attenzione. La sua lettura conosce momenti fra loro diversi che vanno dal brano più tecnico a quello più accessibile, e spesso sarà la preparazione del lettore a spostare l’asticella. A volte si può avere l’impressione che l’autore non giunga fino in fondo alle dimostrazioni promesse o che ci si aspetterebbe da lui, ma è anche vero che molte fra queste derivano da studi altrui che egli si limita a riportare. Ciò detto, le tesi originali di Daniel M. Wegner rimangono la parte centrale del libro e anche il più grosso incentivo alla sua lettura. Sta quindi proprio al lettore ragionare su quanto ha appreso e, a prescindere da come la pensi alla fine, la cosa certa è che d’ora in avanti non vedrà più i propri desideri allo stesso modo.

La distopia è un genere raffinato: “La tuffatrice” di Julia von Lucadou

Di Andrea Carria

Proprio così, la distopia è un genere letterario raffinato. A ricordarlo a tutti è Julia von Lucadou, autrice tedesca classe 1982 che col romanzo d’esordio La tuffatrice (2018) ha stupito sia il pubblico che la critica, e vinto lo Schweizer Literaturpreise 2019. In Italia il romanzo è apparso nel maggio scorso nella collana Cielo Stellato di Carbonio Editore, con la traduzione di Angela Ricci.

In un futuro imprecisato ma comunque non molto lontano da noi, Riva Karnovsky è una star dello skydiving: la sua specialità è quella di tuffarsi dai grattaceli più alti della città e di ammaliare i fan con le sue evoluzioni a centinaia di metri da terra. Riva è arrivata all’apice della carriera dopo anni di lavoro durissimo, ma è stata ben ripagata per i propri sacrifici: un appartamento lussuoso nel centro della città, un compagno col quale condividerlo, crediti sufficienti a soddisfare ogni suo desiderio, fama, notorietà, sponsor facoltosissimi e milioni, forse miliardi di fan che la seguono h24.

«Quando la donna raggiunge l’orlo del tetto, gli spettatori trattengono il fiato. Con indosso il suo FlysuitTM scintillante sembra una creatura soprannaturale. La gente in strada, il pubblico sulle tribune dell’edificio di fronte e gli spettatori nello SkyboxTM tendono le braccia verso di lei.»

Riva ha poco più di vent’anni e possiede tutto, eppure qualcosa nella sua vita non va. L’annuncio del suo ritiro avviene all’improvviso tra lo sbigottimento generale di fan e investitori. Nemmeno Dom Wu, capo dell’accademia sportiva che l’ha vista crescere, sa spiegarselo. Le uniche due cose certe sono che Riva adesso trascorre le proprie giornate come un vegetale nel proprio appartamento, e che a causa sua l’immagine dell’accademia sta colando a picco insieme agli investimenti ingentissimi degli sponsor. Per evitare il peggio, Riva deve tornare a tuffarsi senza perdere altro tempo e Hitomi Yoshida, psicologa della PsySolution, è stata incaricata di aiutarla a tornare in sé.

Il romanzo inizia da qui, con Hitomi che racconta in prima persona le sue giornate a monitorare Riva dal pc grazie alle telecamere nascoste impiantate nell’appartamento. È uno spionaggio a tutti gli effetti di cui però nessuno si scandalizza più: è solo il Grande Fratello di Orwell che si è dotato di sistemi di controllo ancora più sottili e pervasivi. Malgrado tutto l’arsenale tecnico a disposizione, non passa molto tempo prima che la Hitomi capisca di essersi imbattuta in uno dei casi più difficili che potessero capitarle, e che dal successo dell’incarico dipenderà il suo futuro alla PsySolution, e forse molto altro. In un mondo in cui del resto contano solo i risultati e le performance, chiunque può finire fuori strada da un momento all’altro.

«Nel tuo contratto con l’accademia hai rinunciato a tutti i tuoi diritti personali, Riva. Finché sei assunta, tutto quello che fai appartiene all’accademia.»

Anche in assenza di un grave disastro che segni una discontinuità tra il mondo di Riva e il nostro, lo scenario immaginato da Lucadou rientra a pieno titolo nel canone distopico: un mondo preapocalittico e alienante, dove gli esseri umani sono ridotti a numeri, i rapporti interpersonali non esistono e le vite di tutti sono nelle mani di una ristretta oligarchia fondata sul potere economico-finanziario. Non si hanno riferimenti a nazioni o a continenti; le città, o meglio le megalopoli, sono l’unica realtà conosciuta dagli abitanti di un pianeta alle soglie del collasso. Sovrappopolate così tanto che la sterilizzazione è ormai diventata una prassi, la classica distinzione fra città e campagna è stata annullata da un’immensa distesa urbana di cui, se esistono, nessuno sa fin dove si spingono i confini. A pensarci bene, forse c’è una sola città ed è immensa. Il flusso tra essa e le periferie avviene in entrambi i sensi, ma si connota in maniera molto diversa, tanto che a tornare verso quest’ultime è soltanto chi ha fallito. La città è l’unico luogo nel quale una persona abbia la speranza di realizzarsi, ma non è facile potervi accedere. I requisiti minimi da soddisfare sono alti, la burocrazia pretende permessi anche se si è solo di passaggio e, come succede già adesso in molte città dagli standard abitativi elevati, avere un lavoro all’interno del suo perimetro non assicura di poterci anche abitare.

La distopia evocata da Lucadou è un mix coerente e funzionale di novità e vecchie conoscenze, ma la sua penna è abbastanza avveduta da valorizzare gli elementi giusti e mantenere gli altri sullo sfondo. Così facendo il lettore si concentra su ciò che è veramente essenziale. Il suo interesse viene subito catturato dalla storia di Riva e in questo modo finisce per accorgersi che molte delle tecnologie descritte sono quelle attualmente in uso, col vantaggio di poter considerare a distanza di sicurezza le loro implicazioni più perverse. Nonostante il numero e la qualità delle situazioni, la scrittrice prende le distanze dallo stile descrittivo per abbracciare quello soggettivo di Hitomi, che presenta i fatti in prima persona ora come in un resoconto ora come in un diario. La sua professione e il lavoro concreto che svolge con Riva incentivano l’esplorazione psicologica dei personaggi e delle situazioni in cui questi sono calati, ma la cosa forse più interessante di questo sguardo è osservare lo spiraglio di luce farsi strada lentamente verso le molle segrete che determinano l’agire di ognuno.
La scrittura raffinata di Lucadou si adegua perfettamente a tali esigenze di contesto e mantiene un livello elevato di chiarezza dall’inizio alla fine. Della sua prosa si apprezzano l’equilibrio della composizione e la precisione narrativa: poche parole, ma giuste, per descrivere ogni risvolto di trama e ogni esitazione della mente. Per il lettore è sempre un piacere incontrare una scrittura così limpida e senza sbavature. Sarà anche un’opera prima, ma con La tuffatrice Julia von Lucadou ha dimostrato di avere nelle corde uno stile letterario abbastanza maturo da attirare verso sé paragoni importanti.

Romanzo di medie dimensioni, La tuffatrice sviluppa una trama compatta che non perde mai di vista il proprio percorso. Le digressioni sono quasi assenti, e gli unici arricchimenti sono gli aneddoti dell’infanzia di Hitomi. Nonostante questa apparente semplicità, Lucadou valorizza al massimo il potenziale narrativo del suo romanzo, fino a deviarne la rotta con la sicurezza di un capitano di lungo corso che non lascia accorgere i passeggeri fino a manovra ultimata. È infatti proprio quando la vicenda di Riva sembra ormai prossima alla risoluzione che il lettore si accorge di dove la trama lo ha veramente condotto, e che il ruolo assegnato fino a quel momento ai personaggi è probabilmente da rivedere. La scrittrice ottiene questo effetto senza ricorrere a colpi di teatro o accelerazioni improvvise (di cui, anzi, non fornisce esempi degni di nota), ma con una lenta e graduale opera di spostamento del baricentro narrativo. Così, come Hitomi si ritrova a dirigere la vita di Riva, la mano invisibile di Julia von Lucadou assicura il corretto fluire del romanzo. Forse avrebbe potuto osare di più in alcuni passaggi e imprimere qualche sterzata più vigorosa che prendesse il lettore in contropiede facendolo sussultare, tuttavia questa prima prova è stata ampiamente superata dalla scrittrice e ha creato grandi aspettative attorno al suo nome.

Julia von Lucadou (© Maria Ursprung)

Lucadou è sicuramente consapevole di tutto questo e sa quale tipo di ascendente può esercitare un romanzo attuale come il suo. In ottemperanza a quella che può essere riconosciuta come la sua funzione etica e sociale, La tuffatrice è un romanzo che scava dentro il presente mettendoci in guardia verso alcune delle aberrazioni che già interessano lo stadio odierno della nostra civiltà tecnologica. Fortunatamente non disponiamo ancora di un Activity Tracker che disciplini la nostra attività fisica giornaliera né eseguiamo un esercizio di mindfulness dopo l’altro per ristabilire un equilibro psichico sempre sull’orlo del tracollo, ma questo non può e non deve farci sentire al sicuro. La tuffatrice racconta un avvenire che può ancora essere evitato, ma ancora prima di questo è una critica lucidissima al presente e all’incomprensibile non-modo che noi umani abbiamo di prenderci cura del nostro futuro.

Un posto per due: madre e figlia protagoniste di “La straniera” di Claudia Durastanti

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa ho terminato la lettura di La straniera, recente libro di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019), incluso nelle cinquina finalista dell’ultimo Premio Strega, e come sempre desidero condividere con voi le mie impressioni.

La prima cosa da dire è che non siamo in presenza di un romanzo ma di un memoir, di un racconto autobiografico. Non si tratta di una precisazione tecnica né di merito, ma solo di un dato di cui il lettore e le sue aspettative devono essere informati. Non esiste una trama da scoprire, un eroe da imparare a conoscere e a cui affezionarsi, tuttavia una storia c’è e tratta del rapporto della figlia con la madre.

Tutti noi siamo figli e sappiamo che i rapporti con i genitori possono essere molto complessi anche nella più comune delle situazioni. Ma cosa scatta, come si costruisce il rapporto con una madre disabile da parte di una figlia “sana”? La storia raccontata da Claudia Durastanti nel suo libro si confronta proprio con questo delicato argomento, parlando della sua esperienza di figlia nata da due genitori non udenti.

Il libro inizia a Roma, con l’incontro della madre con il futuro compagno. Lui sta meditando di farla finita gettandosi da un ponte sul Tevere, ma il provvidenziale intervento di lei lo blocca, salvandogli molto probabilmente la vita. È l’inizio di una frequentazione burrascosa fatta di fughe e ricongiungimenti in cui nemmeno l’arrivo di due figli riesce a portare un po’ d’ordine. La famiglia cambia spesso città e addirittura Paese, raggiungendo Brooklyn nei primi anni ’80. Ma anche l’America si rivelerà essere solo una tappa, e un bel giorno la donna compra un biglietto di sola andata per la Basilicata, portando con sé i due figli ancora piccoli. Nel paesino natale della madre, la protagonista si scontra con una realtà profondamente diversa da quella americana in cui è nata e ha vissuto fino a quel momento. Al senso di inadeguatezza per essere figlia di genitori disabili si aggiunge così quello di estraniazione, di inettitudine sociale, che si esplica nell’impossibilità di riconoscersi fino in fondo in un gruppo, in una classe, in un solo Paese e in una sola lingua.

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Come il titolo stesso dichiara in maniera incontrovertibile, l’estraneità è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Osservando il dialogo che si instaura tra certi capitoli, è come se Durastanti abbia inteso redigere un catalogo di esempi, luoghi e situazioni in cui una persona, nell’arco della vita, può arrivare a percepirsi come un’estranea, una straniera. Testimoni di questa condizione esistenziale sono due: la protagonista, che racconta in prima persona le varie metamorfosi di questo suo sentimento, e soprattutto la madre, per la quale l’essere straniera è una condizione che si porta dietro dalla nascita. È precisamente su questo punto che l’esperienza di madre e figlia si biforca: per la prima l’estraneità è una condizione che fa parte della sua persona, con la quale convive da sempre, un marchio che le è stato imposto dal destino e dagli altri, ma che è comunque suo, le appartiene fino in fondo; anche per la figlia l’estraneità è un marchio che altri hanno impresso alla sua identità sociale, ma nel suo caso non c’è un’appartenenza diretta, è suo solamente perché ce l’ha la madre, e se fosse nata in una famiglia diversa non l’avrebbe posseduto.

All’eredità segue l’accettazione della stessa. Bollata come «la figlia della muta» dagli abitanti del paese materno, la protagonista comincia ad accettare il giudizio che gli altri hanno formulato su di lei e vi si adegua. Lo farà così bene che sarà poi lei stessa, una volta adulta, a continuare a vedersi fuori posto ovunque, a trovare nuovi motivi di distinzione, quasi come se inseguisse la diversità piuttosto che cercare di affrancarsene.

E ora veniamo alla valutazione del libro. La straniera è un’opera ambiziosa di un’autrice giovane e consapevole delle proprie capacità. La scrittura è piacevole, il lessico ricco, molte delle esperienze descritte trasudano di vita vissuta e di tanta, tanta voglia di comunicare. Il tema della comunicazione e del desiderio di farsi comprendere è ampiamente sviluppato: le pagine in cui Durastanti racconta il mondo privo di suoni della madre, dove traccia e cerca di condividere con il lettore il suo universo semantico, sono piene di sentimento e di verità, in assoluto le migliori di tutto il libro.

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Scorcio di Matera, Basilicata

Per questo motivo l’impronta dalla madre sul testo è particolarmente forte. Durastanti ne fa la protagonista indiscussa di numerosi capitoli, soprattutto nella prima parte, e questo crea subito un particolare interesse nei suoi confronti da parte del lettore. Intanto gli anni passano, la figlia cresce e si emancipa, e nel libro inizia a rivendicare uno spazio narrativo più ampio, che sia tutto suo, sottraendolo edipicamente alla madre. Il rapporto si colora di nuove tinte e sfocia in una larvata competizione madre-figlia che non è raccontata solo dalle parole, ma si osserva anche nel numero delle pagine dedicate all’una oppure all’altra, quasi come se l’indipendenza della figlia sia un problema di quanti riflettori puoi permettersi. Il fatto però è che il rapporto era sbilanciato già in partenza, e non a favore della protagonista-scrittrice. Quello che Claudia Durastanti non ha infatti considerato è che la sua esperienza di vita è letterariamente interessante nella misura in cui viene condizionata dai disagi della madre. Il libro soffre l’allontanamento di quest’ultima più del consentito e l’interesse del lettore stenta a essere risvegliato dalle esperienze autonome della figlia, ormai diventata una giovane donna. Dal punto di vista letterario si assiste così a un esito insolito: gli anni della gioventù, la cui rievocazione ha fatto la fortuna di intere generazioni di scrittori, qui sono privi di mordente e in generale risultano decisamente poco intriganti.

Durastanti cerca di conferire un’aura speciale alle sue esperienze per mezzo di una scrittura ricercata e altamente letteraria, eppure il risultato ottenuto lascia a desiderare. Il problema non è di stile, ma di contenuto: ciò che la scrittrice sviluppa nella parte centrale e finale del libro è un autobiografismo piuttosto ordinario, il racconto di un vissuto comune alla maggioranza dei trentenni di oggi e che la lingua, da sola, non può rendere più interessante. L’impiego di un lessico ricco all’interno di frasi appositamente studiate per fare eco (sebbene abbiano poco da rivelare), può anzi suscitare nel lettore un effetto contrario. La bella scrittura si trasforma così in un esercizio di stile, in un mera ostentazione che, alla lunga, stanca.
Ma, cosa addirittura peggiore, questa lingua e questo stile non hanno saputo definire né dare un nome al malessere esistenziale lamentato dalla voce narrante. Qual è, per esempio, il problema che fa dire alla protagonista che si sarebbe perduta se non fosse arrivato qualcuno a raccoglierla? Dopo aver studiato, viaggiato, lavorato nel proprio settore, scelto liberamente il paese in cui vivere e la persona da avere al proprio fianco, è possibile che il disagio di questa donna poco più che trentenne, emancipata e in salute, continui a essere lo stesso della ragazzina sradicata dal proprio ambiente e che la gente semplice di un paesino lucano chiamava «la figlia della muta»? Non me lo sto chiedendo con retorica, ma perché mi manca un passaggio, e può anche darsi che io non l’abbia semplicemente capito. In tutta onestà, ammetto però di non essere riuscito a provare empatia per la sua afflizione.

Inoltre, il fatto che Durastanti abbia spacchettato la sua vita in tanti episodi, di averla frantumata in schegge non più lunghe di un capitolo e fra loro quasi mai dialoganti, ha pregiudicato lo sviluppo del più effimero andamento narrativo. Un grave limite che ho riscontrato nella Straniera è stata infatti l’impossibilità oggettiva di poterlo leggere come un romanzo. Ci sono evidenti inserti saggistici che però non sono responsabili di questa mancanza (ho sempre pensato che i saggi di Virginia Woolf siano più avvincenti delle sue opere letterarie); al contrario credo, anzi sono sicuro, che l’antiromanzo fosse il modello a cui Durastanti si sia riferita, in quanto è estremamente difficile che una scrittrice/scrittore concepisca un testo — di qualunque genere sia, non importa — e lo privi di tutto il suo potenziale romanzesco.

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Claudia Durastanti (fonte: raicultura.it)

Considerati pregi e difetti, La straniera non è stata la lettura che mi attendevo, per cui il giudizio che sono costretto a darle non è completamente positivo. In realtà quello che mi sento di fare è esprimere due valutazioni, in quanto, arrivato in fondo, si accresce in me la sensazione di aver letto due libri in uno. Il primo mi ha convinto appieno, impressionandomi piacevolmente; l’altro invece mi ha lasciato perplesso e ho faticato a riconoscermi in ciò che leggevo malgrado le esperienze e i problemi affrontati fossero quelli della mia generazione. Ho fatto fatica a giungere in fondo ad alcuni capitoli, non capivo cosa la scrittrice volesse comunicare della sua vita quando invece era stata così brava, così originale proprio nella descrizione delle barriere comunicative che vigono nel mondo silenzioso della madre.

Forse Durastanti non ha ben compreso che la vera protagonista della sua storia non era Claudia, né avrebbe potuto diventarlo. Questo ruolo era già della madre, ed erano state proprio lei e la sua bella scrittura ad assegnarglielo. Da lettore ho capito la realtà delle parti quando non trovavo più la madre fra le pagine e ne avvertivo la mancanza. La scrittrice ha voluto sovrapporsi a essa fino a sostituirla, credendo che il suo libro/autobiografia ne avrebbe sopportato la sterzata, ma non è stato così. È arrivata a contenderle persino lo status di straniera, quando in realtà la sola evidenza che almeno io ho ricavato da questa lettura è che c’è una straniera soltanto.

L’errore più grande compiuto da Claudia Durastanti è stato quello di non aver capito in tempo che l’unico modo che aveva di stare sul palco era da coprotagonista.

Il femminile e le piccole cose in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Di Andrea Carria

Questo è il terzo articolo in cui vi parlo di Shirley Jackson, la scrittrice americana celebrata niente meno che da Stephen King e che in Italia, in questi anni, sta finalmente avendo la visibilità che merita.

Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo breve pubblicato nel 1962. L’edizione italiana a cura della casa editrice Adelphi è del 2009 e la traduzione dall’inglese è di Monica Pareschi. Vi svelerò subito il mio giudizio dicendovi che questo romanzo è un piccolo gioiello. La storia è quella di una famiglia colpita da un evento catastrofico accaduto alcuni anni prima rispetto al presente narrativo, ma di cui la protagonista, che racconta in prima persona, niente rivela per parecchie pagine. Costei è Mary Katherine Blackwood, per tutti Merricat, una bambina dall’età imprecisata che parla come fanno tutti i bambini quando raccontano qualcosa: non spiegano e danno tutto per scontato. Merricat vive in una grande casa in cima al paese insieme a ciò che resta della sua famiglia: la sorella maggiore Constance e lo zio Julian, paralizzato su una sedia a rotelle e unico superstite della sciagura che, tra gli altri, ha ucciso anche i genitori delle due sorelle. Non vi svelerò altro al riguardo, state tranquilli, aggiungo soltanto che tale fatto ha avuto delle conseguenze devastanti sui sopravvissuti che vanno oltre il dolore: Constance, per esempio, non mette piede fuori casa da quel fatidico giorno e non riesce più nemmeno a rimanere da sola in una stanza se ci sono degli estranei; dal canto suo, Merricat cresce invece selvaggia e randagia e, tolta la compagnia di Jonas, il suo fedelissimo gatto, non ha amici.

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Questo romanzo è di difficile classificazione. Probabilmente non può essere associato ad alcun genere, sebbene sia imparentato con il romanzo gotico. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, Jackson è una scrittrice a cui piace sperimentare con il fantastico e il paranormale senza utilizzare schemi preconcetti. Nel caso delle sue storie si può parlare appropriatamente di perturbante. In letteratura il perturbante è vincolato dalla presenza di uno o più elementi strani, fuori posto, che stridono con la logica, la razionalità e le leggi naturali che regolano il mondo, provocando un effetto disorientante più o meno intenso. Il fantastico è il genere letterario in cui questo effetto è stato maggiormente studiato, mentre si parla di effetto perturbante ben riuscito quando l’opera insinua il dubbio nella mente del lettore e lo conserva finché l’autore o chi per lui non suggerisce la soluzione dell’enigma con una spiegazione. Le tipologie di spiegazione sono state classificate da Tzvetan Todorov in un importantissimo saggio del 1970 intitolato La letteratura fantastica, dove lo studioso ha trattato anche casi che non sono fantastici in senso stretto perché il perturbante presente in essi è spiegabile razionalmente. Secondo questo standard, nemmeno Abbiamo sempre vissuto nel castello sarebbe una storia fantastica. È invece una storia verosimile nel senso che è plausibile che i fatti possano essere accaduti così come sono stati descritti (per usare la classificazione todoroviana, si parlerebbe di racconto strano puro, ossia di un racconto insolito che però la ragione è in grado di spiegare), tuttavia certi passaggi, come per esempio i giochi e i rituali magici di Merricat, conservano fino in fondo la propria ambiguità.

Merricat è una bambina strana che nei suoi giochi mescola realtà e fantasia fino a non rendersi perfettamente conto di quando finisce una e comincia l’altra. Anche il rapporto di complementarietà e di dipendenza che ha con la sorella è strano. Constance è la più grande, si occupa della casa e dello zio Julian in modo ineccepibile, ma quando deve vedersela con gli estranei e col mondo esterno in generale è a Merricat che si rivolge. La bambina dice spesso di voler proteggere Constance e mette in pratica tutta una serie di esorcismi e talismani che, a suo dire, dovrebbero rendere inviolabili i confini della loro proprietà, il castello del titolo. A volte però i piccoli riti di Merricat non funzionano o vengono accidentalmente sabotati, ed è proprio allora che gli estranei fanno la loro comparsa sulla porta, rischiando di compromettere il delicatissimo equilibrio domestico faticosamente mantenuto. È davvero colpa del chiodo “magico” che si è staccato dall’albero, del “tesoro” che è stato dissotterrato, oppure sarebbero venuti comunque? Ecco, il perturbante di Jackson si annida in questi particolari. È una poetica delle piccole cose, dei rituali quotidiani, dei merletti che si mettono sopra ai baratri sperando di nasconderli. Merricat e Constance sono bambine e adulte a fasi alterne e speculari, e questo rafforza, anzi fonda, la loro simbiosi.

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Il dubbio è anche rappresentato dall’età mai dichiarata di entrambe. Merricat è una bambina perché si comporta da tale e pure gli altri la apostrofano così, ma non tutti i lati della sua personalità sono infantili, anzi. Potrebbe essere invece più grande è soffrire di qualche patologia che ne ha condizionato lo sviluppo intellettivo, oppure, visto lo choc patito a seguito della catastrofe, potrebbe aver messo in atto un meccanismo di difesa di tipo regressivo. Ma nemmeno Constance è quella che dovrebbe essere in tutto e per tutto. Delle due ad esempio è proprio Constance la più dissociata dal mondo e a volte non si capisce se assecondando le fantasie di Merricat stia giocando a sua volta, stia applicando una strategia dettata dai problemi della sorella oppure se stia facendo sul serio veramente.

Dalla lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello si esce piacevolmente straniti. Abbandonarsi alla prosa di Shirley Jackson significa infatti entrare in un mondo ribaltato e dalle proporzioni sfalsate dove aleggia, incostante, una presenza materna e domestica in cui viene naturale cercare asilo. La poetica delle piccole cose cui accennavo sopra è la stessa che si ritrova anche nel romanzo Lizzie, e come lì evoca contenuti e dissidi molto profondi. I particolari che risaltano maggiormente sono concentrazioni particolarmente dense di materia psichica, sono le concrezioni più dure che emergono alla fine di un’elaborata tessitura archetipica che esalta l’anima junghiana di ciascun elemento soltanto per mettere a nudo la portata del conflitto con la sua parte maschile. Intimità, dolcezza e protezione non sono mai loro stesse fino in fondo, e ogni sentimento benevolo arriva trattenuto, se non quando adombrato dalla presenza del suo contrario maschile e dominatore.

La contrapposizione tra femminile e maschile si ritrova anche nelle dinamiche fra la casa e il mondo. Se infatti nella prima, soprattutto grazie a Constance, regnano la dolcezza e la cura, fuori il mondo è violento, usurpatore e virile. La società, nella quale l’idea di mondo ha un’immediata rappresentazione, è prettamente maschile e ne ripropone i caratteri tipici. Come nel famoso racconto La lotteria, dove una donna finisce lapidata in un sabba parossistico a cui partecipa tutta la comunità, la società che Jackson descrive il più delle volte è insensibile, rabbiosa, brutale, spavalda e, nel romanzo di cui parlo oggi, pure apertamente ostile all’idea che due donne possano essere in grado di vivere da sole nella casa più bella del paese. Per il piccolo cosmo femminile creato da Merricat e Constance gli uomini sono la vera insidia, e quando arrivano finiscono sempre per tirare fuori la loro vera natura, oppure portando quantomeno turbamento e scompiglio.

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Come romanzo “gotico”, invece, mi sento di ribadire ciò che dissi tempo fa a proposito del libro forse più famoso della scrittrice, L’incubo di Hill House: Shirley Jackson non scrive horror, ma si colloca agli albori di questo genere letterario testimoniando concretamente come ci si è arrivati o raccontando quello che è accaduto prima. E Abbiamo sempre vissuto nel castello lo fa addirittura alla lettera, mostrando nientemeno che la genesi di una casa stregata… Jackson possiede un’immaginazione così fervida e un senso letterario così sviluppato da trovare quello che altri neppure cercano, di scegliere di fermarsi dove la gran parte dei suoi colleghi sa invece solo cominciare.

Consiglio la lettura di questo romanzo insieme a quella di tutti gli altri suoi libri. Lo consiglio come potrei consigliare una passeggiata sulla spiaggia al tramonto o una visita al museo di notte. Ecco, leggere Shirley Jackson è esattamente come fare un giro al museo fuori dall’orario di chiusura: ciò che è noto diventa improvvisamente ignoto, le ombre si fanno più interessanti delle cose esposte e niente, alla fine, niente somiglia più a sé stesso.

L’età senza tempo dei sentimenti: “Cercami” di André Aciman

Di Andrea Carria

 

Ho appena finito Cercami di André Aciman e ringrazio l’autore per essere stato di parola quando aveva assicurato che avremmo ancora sentito parlare di Elio e Oliver, i due protagonisti di Chiamami col tuo nome. C’è voluto un po’ di tempo (12 anni), ma alla fine l’atteso sequel è arrivato; in Italia ancora sulle ali della fenice della casa editrice Guanda e nella traduzione di Valeria Bastia.

Il libro mi è piaciuto. All’inizio avevo timore che l’eredità ingombrante di Chiamami col tuo nome potesse giocare un brutto scherzo ad Aciman, facendogli prediligere soluzioni narrative fin troppo accondiscendenti verso le aspettative dei suoi lettori, invece il grande scrittore che egli è ha saputo guidare personaggi e pubblico soltanto sui sentieri che voleva. Il romanzo dimostra di avere un carattere proprio e indipendente dopo poche pagine, mentre la prima persona permette ancora una volta all’autore di violare con garbo, intelligenza e raffinatezza i segreti del cuore. La narrazione è affidata a quattro episodi distinti, in ciascuno dei quali la voce narrante assume il punto di vista di uno dei personaggi principali di Chiamami col tuo nome: il padre di Elio, Elio stesso e infine Oliver.

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L’apertura è affidata al genitore del protagonista, Samuel, ormai professore in pensione, che mentre sta viaggiando in treno tra Firenze e Roma fa un incontro che è destinato a togliere la sua vita dal binario morto in cui si era incanalata. È l’episodio più lungo e anche quello che sorprende di più; non tanto per quello che accade (di cui nulla vi svelerò perché dovete assolutamente andarvi a leggere il libro!), ma per il modo con cui Aciman sorprende il lettore, gettando sul palcoscenico della pagina un personaggio come Samuel che io non credevo potesse avere un futuro letterario da solista. Il ritorno di Elio si ha già sul finire di questa prima parte, sebbene si faccia attendere: lo troviamo cresciuto di una quindicina d’anni, adesso abita a Roma (città di cui Aciman parla ancora una volta con fascinazione) e si sta facendo strada nel mondo della musica con serate e concerti. Concerti come quello a cui il giovane assiste da spettatore alcuni anni dopo, quando fa la conoscenza di Michel, un avvocato parigino del doppio dei suoi anni con cui Elio inizia una relazione dalla quale però non sa bene cosa aspettarsi. Nella terza parte, ecco invece Oliver, intento a lasciare New York per il New Hampshire, dove la sua carriera accademica lo sta conducendo. Malgrado abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi, Oliver non sembra trovarsi, e mentre gli amici che sono venuti a salutarlo affollano il suo appartamento, all’ex studente americano di lettere classiche bastano le note improvvise di un pianoforte per capire…

La quarta parte racchiude il finale del romanzo, dunque non ve ne parlerò. Vi parlerò invece di quali sono le caratteristiche che secondo me fanno di Cercami un bel libro. Per prima cosa il suo impianto narrativo: la suddivisione in episodi — quest’ultimi da me sommariamente riassunti per non fare dello spoileraggio molesto — conferisce dinamicità alla storia e permette di soddisfare la curiosità del lettore, il quale scopre così cosa è successo ai protagonisti sentendolo direttamente dalle loro parole. I salti temporali e geografici (Roma, Parigi, New York, Alessandria d’Egitto) sono ampiamente compensati dalla continuità narrativa intorno al tema portante del romanzo, l’amore, tema che André Aciman riesce a modulare sapientemente scegliendo con cura il momento in cui ricongiungere il presente con il passato attraverso ricordi, voci, luoghi e squarci di vita vissuta.

L’amore e i sentimenti sono il secondo aspetto su cui infatti voglio soffermarmi. La loro trattazione è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Il modo che l’autore ha di parlarne è unico perché non si limita ad andare in profondità, non si limita a guardare i sentimenti sopra, sotto e da tutte le angolazioni, no. Aciman fa una cosa molto diversa: egli lavora da fenomenologo del sentimento, descrivendo con ricchezza di linguaggio come l’emozione nasce e si manifesta alla coscienza dell’Io narrante per l’intera sua durata.
Ogni personaggio fornisce il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla tessitura di questa storia dalla trama delicata, calda, avvolgente e molto, molto proustiana. Le intermittenze del cuore, che Aciman conosce molto bene in qualità di studioso di Marcel Proust, sono infatti il centro, il motore del romanzo: come nella Recherche, i sentimenti hanno una propria memoria, riaffiorano insieme a una rosa di ricordi e hanno un riverbero profondo, imprevedibile, incontrollato, inarrestabile.

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Ma Proust non è il solo modello a cui André Aciman si ispira per dare forma alle sue pagine. Un altro è Virginia Woolf. Come per il personaggio di Mrs Dalloway, la parte che vede protagonista Samuel è infatti il resoconto di un’unica giornata in cui si riaffaccia l’intera vita del professore. Storie, amori, volti, rimpianti, parole, «veglie»… «tutto mescolato», proprio come dice Richard in The Hours, il film del 2001 ispirato al romanzo di Woolf.

Nonostante ciò, il monologo interiore registra un leggero arretramento rispetto a Chiamami col tuo nome, dove invece occupava la parte preponderante. In Cercami, al contrario, sono i dialoghi, che sanno restituire la vivacità del parlato con tutti i suoi dislivelli generazionali, la sorpresa più piacevole dello stile utilizzato da Aciman in questo suo ultimo romanzo.
Dal canto loro i personaggi sono realistici e ben caratterizzati. Elio e Oliver tornano dopo aver attraversato il lungo corridoio degli anni. Sono cresciuti e maturati. Oliver è forse quello che difende con maggior tenacia il suo lato nascosto, ed è a lui che da lettore avrei voluto porre più domande; Elio invece si mette completamente a nudo e di lui si apprezzano i chiaro scuri del carattere, magnificamente lasciati trasparire nel racconto della sua relazione con Michel. Quest’ultimo è un personaggio interessante e ben riuscito. Anche di lui avrei desiderato conoscere di più, sebbene una presenza più importante da parte sua avrebbe forse travalicato il suo ruolo narrativo, dunque va bene così. In generale le new entry reggono quindi il confronto con i protagonisti e in certe occasioni — vedi il caso di Miranda, di cui non ho parlato perché vorrei che la scopriste da soli — sottraggono loro lo scettro.

Quanto ai difetti, non ne ho di particolari da segnalare. I maggiori, a mio parere, riguardano alcuni eccessi adolescenziali nella prima parte e la mancanza di un vero scarto stilistico nel passaggio da un narratore all’altro, con il risultato che le parti del libro non sono caratterizzate a sufficienza a livello di scrittura per poter riconoscere nel racconto la voce di un personaggio da quella di un altro.
Come sequel di Chiamami col tuo nome, in Cercami mi è inoltre mancata la rievocazione del gioco che Elio e Oliver facevano da ragazzi, che era appunto quella di chiamarsi l’uno con il nome dell’altro. Le occasioni per farlo erano molteplici, eppure Aciman ha scelto di tenere fuori dal romanzo questo particolare. Peccato, sarebbe stato una rifinitura in più in un libro che, comunque, è già generosissimo di dettagli.

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La ricchezza di questo romanzo va infatti al di là della storia che racconta — la quale, come ho riscontrato personalmente, è e rimane l’interesse principale del lettore. C’è una saggezza, nelle parole di Aciman, che incanta e lascia disarmati. Fa quasi invidia l’abbondante varietà di parole tra cui egli può scegliere, quando, per parlare a loro volta di argomenti così delicati, la maggior parte delle persone compreso il sottoscritto è costretta a ricorrere a stereotipi e luoghi comuni.

In questo periodo di irrigidimento culturale e di antiquarie recrudescenze, André Aciman è l’aedo dell’amore di cui la nostra epoca ha bisogno. Con la sua prosa larga e discorsiva, una delle poche che sa aggiungere tempo al tempo, egli dimostra come quelli sull’amore siano discorsi senza soluzione di continuità. Un amore con la a maiuscola, assoluto, libero e senza aggettivi, che non cambia se a provarlo sono individui dello stesso sesso oppure diverso: Cercami è la dimostrazione letteraria di come i sentimenti siano la cosa che più ci rende simili gli uni agli altri, di come le parole siano le stesse perché è l’amore a essere sempre lo stesso, di come di fronte al tempo che scorre il sesso, le intenzioni e l’età siano solo alcuni degli inciampi più comuni in cui ci auguriamo di finire quando lasciamo che a guidare le nostre vite sia la paura di potersi raggiungere.

Storie e voci dalla campagna aretina: “I misteri della porta accanto” di Lorenza Maria Mori

Di Andrea Carria

 

Nell’articolo di oggi, cari lettori, vi parlerò di un libro fresco di stampa con il quale sono entrato immediatamente in sintonia. I misteri della porta accanto (Porto Seguro Editore) è il secondo libro di Lorenza Maria Mori, una brava autrice della mia terra che nel 2013 ha esordito con il volume autobiografico È il freddo di questa notte (Edizioni Archivio Dedalus).

Più che il secondo libro, I misteri della porta accanto è il primo romanzo della Mori; vale la pena specificarlo fin d’ora, in quanto l’approdo al romanzo costituisce un punto di svolta significativo nell’attività di ogni autore, ossia il superamento di un bel traguardo personale.

Il romanzo ripercorre la storia di una famiglia toscana tra i primi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La protagonista, Lisa, va a vivere insieme al compagno (e poi marito), Sandro, nel podere di campagna di San Bartolo, alle porte di Arezzo. Il podere prima era stato della madre di Lisa, la quale l’aveva tirato a lucido investendoci grande passione ed energie. Scegliendo San Bartolo come posto in cui costruire la propria famiglia, Lisa diventa quindi l’erede materiale e soprattutto morale del lavoro della madre, la quale rimane un punto di riferimento fondamentale per tutta la storia anche quando, nella seconda parte del libro, gli avvenimenti prendono il sopravvento sugli aneddoti e sui ricordi che invece caratterizzano la prima parte — la quale, proprio per questo motivo, si presenta come la più frammentaria fra le due.

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Luigi Bechi (1830-1919), Casolare a Castiglioncello, olio su tela

San Bartolo, nelle descrizioni della Mori, appare come un luogo incantato. La sua terra è generosa e se le vengono dedicate le attenzioni che richiede produce frutti in abbondanza in ogni stagione: ortaggi saporiti in primavera e in estate, uva da trasformare poi in vino in autunno, olive da raccogliere e spremere prima che cadano le gelate invernali, e poi ancora frutti di stagione dolci e succosi, erbe selvatiche che bisogna imparare a riconoscere al pari dei funghi che spuntano nei boschetti circostanti, e fiori con cui abbellire il giardino dove i cani e i gatti della famiglia possono scorrazzare in libertà.

La vita in quel posto sarebbe un idillio se solo i Biagini lo permettessero. Menchino Biagini, il marito, e la Ilia, la moglie, sono due contadini che vivono nel casolare confinante con la proprietà di Lisa. Sebbene non ne siano i proprietari ma dei semplici fittavoli (i “padroni”, come i Biagini comunemente si esprimono, abitano a Milano), i due coniugi — anziani, ma non per questo meno temibili — trattano l’intera collina di San Bartolo come se fosse cosa loro. Sono persone semplici e rozze, nate e cresciute in luoghi sperduti da cui hanno preso solo le peggiori caratteristiche. Arezzo è a pochi chilometri — da San Bartolo, il campanile del duomo pare che si possa afferrare con la mano — eppure, dopo tutti gli anni che vivono lì, i Biagini non si sono mai lasciati ingentilire nei modi. Anzi, sono stati loro a trapiantare a valle le usanze più primitive dei monti dell’Appennino da cui provengono. Considerandosi i proprietari di tutto, non rispettano né i confini né le proprietà altrui; impongono la loro volontà in maniera surrettizia, mai limpida, ricorrendo spesso e volentieri al sabotaggio, alle minacce, alle vendette, al furto. Il furto, in particolare, è la loro specialità: prosciutti, salumi, litri di vino e di olio, polli, tutto ciò che può essere portato via a piedi attraverso i campi viene trafugato.

A farne le spese sono in molti, ma in particolare sono Lisa e la sua famiglia, per i quali è difficile difendersi perché non hanno prove. Ma, se sui furti di qualche pollo o di qualche ortaggio si può anche chiudere un occhio (in fondo i Biagini non sono che ladruncoli saltuari, sfruttano l’occasione e, in genere, non arrecano gran danno), quando a essere in pericolo è la vita stessa (degli animali, ma anche delle persone), Lisa e Sandro decidono finalmente di opporsi, e la loro reazione porterà allo scoperto una serie di fatti e di verità in grado di riscrivere la storia recente non solo di San Bartolo, ma anche di Arezzo, dove, proprio durante il suo periodo più florido, si era da tempo adagiata la mano invisibile della massoneria e della P2…

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I misteri della porta accanto è un semplice romanzo solo all’apparenza. Le sue pagine racchiudono significati profondi e messaggi di umanità che il lettore non può non cogliere. Nonostante i dissidi e la cattiveria che ho appena finito di evocare, quello che la Mori riesce a trasmettere è una lezione preziosa sulla convivenza e su ciò che di bello ha da offrire a ciascuno. Convivenza non solo fra gli uomini, che come ho detto può essere difficilissima da realizzare, ma anche fra gli animali e le piante, i quali — spesso ce ne dimentichiamo — vivono ininterrottamente fra noi e insieme a noi, e hanno proprio per questo una grandissima importanza sulla qualità della nostra esistenza. Nel libro, la loro è molto più che una semplice presenza: cani, gatti, uccelli e moltissime altre creature che vivono intorno a San Bartolo sono dei personaggi a tutti gli effetti, i protagonisti di interi capitoli. Anche loro hanno un carattere, delle abitudini, dei sentimenti. Gioiscono e soffrono al pari degli uomini e spesso sono proprio loro a pagare il prezzo più alto, pedine sacrificabili nelle mani di giocatori (umani) avidi e senza scrupoli. Non è facile trattare materiale simile all’interno di un romanzo, tenendosi al tempo stesso lontani sia dalle approssimazioni che dai luoghi comuni, e la bravura della Mori consiste appunto nell’essere riuscita a trasmettere per ciascun essere vivente quella che, usando un termine improprio, è la sua personalità.

Ma c’è anche un’altra cosa che ho apprezzato del libro: l’autenticità. Benché sia un romanzo, I misteri della porta accanto è anche una galleria ricchissima di esperienze, volti e fatti di vita vissuta. L’autrice lo specifica nella nota conclusiva al racconto, ma questo il lettore lo aveva già capito da un pezzo, da solo. Sul piano delle probabilità c’è uno scarto sottilissimo fra realtà e immaginazione, ma quando si costruisce un romanzo non è più una questione di statistiche e ciò che vi metti di reale o di immaginario, e in che quantità, deciderà del respiro che avrà l’opera, e tu sarai l’ultima persona a saperlo. Anche il romanzo della Mori, dunque, parla al suo posto e delle sue scelte di scrittrice. Se ne leggono poche pagine ed è subito chiaro che la materia che sta trattando è di prima o di primissima mano. Ce lo dice il respiro della pagina, ma il respiro della pagina è fatto a sua volta di tanti, piccoli dettagli che la mente riconosce come autentici e che, per quanto ispirata possa essere, la sola immaginazione dell’autore non avrebbe saputo rendere altrettanto vividi.

Di questa autenticità partecipano in maniera speciale le battute in aretino dei personaggi, dove — e qui, mi perdonerete, sono giocoforza orientato nel giudizio dalla comune provenienza — per me è stato bello ritrovare la lingua di casa. Non so se qualcuno di voi ha mai provato a scrivere nel proprio dialetto, comunque posso assicurarvi che è tutto tranne un’operazione facile. Bisogna mettersi in modalità di ascolto, risentire frasi ed espressioni note di cui però, magari, esistono molte varianti e quella che cerchi è proprio la variante che non senti da più tempo. E poi le parole. Non bastano che siano quelle giuste, ma all’interno della frase le parole giuste devono anche stare nelle posizioni giuste e combinarsi le une con le altre in modo da restituire la cadenza e l’intonazione originaria, altrimenti il risultato non riesce e gli accrocchi, in casi come questo, proprio non funzionano… insomma, se non è lavoro da filologi e linguisti, poco ci manca!
Questa digressione mi è servita per far capire quanto il risultato conseguito da Lorenza Maria Mori sia da apprezzare. E chi meglio di un suo conterraneo che, leggendo certi passaggi del libro, s’è piegato ‘n due dalle rise (come, appunto, si direbbe ad Arezzo) potrebbe dirlo?

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Sì, dalle rise, perché I misteri della porta accanto è un libro dolce e amaro, divertente e malinconico allo stesso tempo. In esso c’è tanta vita, e la vita, si sa, recita sia il buono che il cattivo tempo. E in questa storia, in questa storia di vita, di campagna e di provincia, troviamo tutto mescolato. Troviamo la genuinità del mondo contadino come oggi non esiste più insieme alla sua parte più cruda e nera. Troviamo la gioia per le piccole cose insieme alla sofferenza che solo i dolori più grandi sanno dare. Troviamo l’apparenza e il pregiudizio che nascondono — ma per fortuna non soffocano — l’essenza e la verità. C’è posto per la cattiveria, per l’arroganza, per la piccolezza degli esseri umani, ma anche per la loro bontà, per la loro schiettezza, per il loro amore. Troviamo l’Uomo, e con esso la sua parte che vorrebbe piegare la natura ai propri capricci e quella che invece fa di tutto per vivere in armonia con essa. E così per tutto il libro, dove insieme alle tante qualità che ho evidenziato fin qui ci imbattiamo pure in quelle piccole imperfezioni che ogni opera artigianale — come alla fine ogni romanzo è (o dovrebbe essere) — porta con sé.

Sono sicuro che molti di voi, cari lettori, leggeranno I misteri della porta accanto. Sono altresì sicuro che la maggior parte di voi, influenzati dal titolo e della copertina, lo leggerà pensando a esso come un libro che racconta una storia familiare misteriosa, a tratti inquietante. Ebbene, io non posso dirvi se abbiate ragione oppure no, posso però dirvi come l’ho trovato io: un libro fresco, sincero e piacevolmente empatico, una vera storia della porta accanto, ma anche una storia di libertà e sulla ricerca della libertà. La libertà di scegliere, di mettere e sapersi mettere in discussione, la libertà di reagire alle provocazioni o quella di dimostrarsi superiore. È un libro sulla libertà perché tutti gli elementi e i caratteri che ricordavo poco sopra non si pongo mai in opposizione gli uni agli altri, aut-aut, ma coabitano lo stesso spazio, lo stesso areale, la stessa mente, dando anche da questo punto di vista una grande lezione sul significato di concetti importanti come rispetto, convivenza e inclusione.

Niente di nuovo sul fronte esistenziale: considerazioni su “Serotonina” di Michel Houellebecq

Di Andrea Carria

Come si riconosce il libro di uno scrittore di successo? Un primo indizio potrebbe arrivare dalla copertina: se nel libro che avete davanti il nome dell’autore fa bella mostra di sé e ha dimensioni maggiori rispetto al titolo, è molto probabile che abbiate fra le mani l’opera di uno scrittore affermato. Quando tornate in libreria, fateci caso: è un espediente promozionale piuttosto comune fra le case editrici.

L’ultimo esempio che ha attirato la mia attenzione è stato il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, Serotonina (La nave di Teseo, 2019), da subito in bella vista nelle vetrine e sugli scaffali.

Uno scrittore di successo, Houellebecq lo è stato fin da subito: Le particelle elementari (Bompiani, 1999), suo romanzo d’esordio, è stato quello che si definisce un caso letterario internazionale. Da allora i suoi libri hanno continuato a essere tradotti in molte lingue e a vendere milioni di copie in tutto il mondo. A fare da richiamo, come sempre, sono lo stile caustico e le opinioni ardite, scopertamente unpolitically correct, che caratterizzano tutti i suoi scritti: una combine dal duplice impatto, sia artistico sia mediatico, che fa di Houellebecq una delle voci più originali ed eccentriche in questo momento in circolazione. Così, se esistono dei dubbi sulla sua ascesa nel panorama letterario internazionale, essi si condensano attorno a interrogativi di questo tipo: la fama di Houellebecq — viene da chiedersi — è una conseguenza della nomea di personaggio sconveniente e fomentatore di polemiche che si è procurato grazie ai contenuti dei suoi libri, oppure il merito va tutto al suo talento di scrittore? E se invece il suo successo dipendesse dal concorso di entrambi i fattori?

Lasciando a ciascuno la possibilità di farsi un’idea, dico soltanto che con Serotonina Houellebecq ha confermato senza stupire quali sono le tematiche al centro della sua produzione. Florent-Claude Labrouste, funzionario del ministero dell’Agricoltura francese, è un uomo di mezza età disilluso dalla vita e dall’amore. La sua storia con Yuzu, la giovane giapponese con la quale convive, è ormai entrata nella sua fase terminale, ma ad anticiparne la fine ci pensa lui stesso: un giorno rassegna le proprie dimissioni dal lavoro, abbandona il lussuoso appartamento parigino dove ha vissuto fino a quel momento e trova rifugio in un albergo per fumatori, contando di vivere — fortunato lui! — dei propri generosi risparmi.

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«Avevo detto una settimana come avrei potuto dire qualsiasi altro lasso di tempo, il mio unico progetto era stato liberarmi di una relazione tossica in procinto di uccidermi, il mio progetto di scomparsa volontaria era riuscito alla perfezione, e adesso eccomi lì, uomo occidentale nella sua età di mezzo, al riparo dal bisogno per qualche anno, senza parenti né amici, privo sia di progetti personali sia di veri interessi, profondamente deluso dalla sua vita professionale precedente, avendo affrontato sul piano sentimentale esperienze diverse ma che avevano in comune il fatto di interrompersi, privo in fondo sia di motivi per vivere sia di motivi per morire».

L’obiettivo del misantropo Labrouste è sottrarsi al mondo, ai suoi obblighi e convenzioni, agli sguardi delle persone, ma per fare questo dovrà comunque attenuare la forte depressione che lo attanaglia, nonché cercare di vincere la più grande delle sue dipendenze dopo il fumo: il sesso. Decide di assumere il Captorix, un antidepressivo rivoluzionario che, stimolando la produzione di serotonina, il cosiddetto “ormone della felicità”, promette di alleviare le sofferenze terrene degli uomini senza effetti collaterali, o quasi: il solo attestato è l’inesorabile scomparsa della libido che può giungere fino all’impotenza. In realtà, come tutti i farmaci, anche il Captorix crea dipendenza, e ben presto Labrouste non può più farne a meno, tanto da richiedere al dottor Azote che lo ha preso in cura la prescrizione di dosi sempre più robuste.

Tuttavia non è questo il problema più grande di Labrouste, il quale consuma le proprie giornate a peregrinare nei luoghi della sua giovinezza tradita (Caen, la campagna normanna) o a rievocare i molti errori commessi in passato, bensì il fatto che egli, per usare un’espressione del dottor Azote, stia letteralmente «morendo di tristezza».

«Ero dunque al punto in cui l’animale ormai avanti con gli anni, logorato e sentendosi mortalmente colpito, si cerca una tana per andarvi a concludere la propria vita. A quel punto la necessità di mobilio è ridotta: basta un letto, si sa che non ci sarà più un gran bisogno di uscirne; non servono tavoli, divani o poltrone, sarebbero accessori inutili, rievocazioni superflue, per non dire dolorose, di una vita sociale che non ci sarà più».

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A quattro anni da Sottomissione (Bompiani, 2014), il controverso romanzo che aveva scosso l’opinione pubblica europea pronosticando la vittoria di un partito islamico alle elezioni presidenziali francesi del 2022, Serotonina non si limita a riproporre la solita, agghiacciante distopia firmata Houellebecq, ma è molto più ambizioso e conferma un dato che in parte era già stato riconosciuto: quello secondo cui il suo autore possiede più pregiudizi che immaginazione.

Forte delle sue riserve sulla civiltà occidentale, le previsioni di Houellebecq riguardano un futuro molto vicino ai tempi che viviamo, per cui è inevitabile che la maggior parte degli elementi trattati nei suoi romanzi (immigrazione incontrollata, forme di razzismo più o meno latenti, contrazione democratica, irrigidimento socio-politico, misoginia, consumismo forsennato, solitudine, estraniazione) siano gli stessi che oggi invadono social network e notiziari. In fondo, ancor prima della prossimità temporale è la contiguità tematica con il presente a creare i presupposti di una distopia di successo: è accaduto con Orwell, che scrisse 1984 in un’epoca in cui i totalitarismi rappresentavano lo ieri, l’oggi e il domani del mondo, e lo stesso è avvenuto, con le differenze del caso, con Il Mondo Nuovo di Huxley, Fahrenheit 451 di Bradbury e, anche, con Arancia meccanica di Burgess, dove, rispettivamente, industrializzazione, censura e violenza erano solo la forma esasperata di ciò che già accadeva — o si temeva che potesse accadere — nelle cosiddette società altamente civilizzate di allora.

Ciò che mancava nelle opere di quasi tutti questi autori e che invece caratterizza così tanto e bene i libri di Houellebecq sono l’indifferenza e, a volte, il compiacimento che i protagonisti esibiscono. In Serotonina Labrouste — che, proprio come François in Sottomissione, racconta in prima persona — è sordo a tutto tranne che al suo dolore. È un egoista che non si lascia toccare da nessuna delle situazioni di disagio e di disperazione che si svolgono tutt’intorno a lui, delle quali si limita a riferire quanto gli serve per contestualizzare il proprio racconto, l’unica cosa di cui gli importi davvero.

Ora, se il profilo psicologico di Labrouste — cinico e nichilista, lettore di Gogol’, Schopenhauer, Kierkegaard, Pascal — costituisce uno dei pezzi di bravura più evidenti di Houellebecq, altrettanto non mi sento di dire riguardo alla trama del suo romanzo. L’intreccio, se così posso chiamarlo, è scarno, evanescente. Il protagonista non fa incontri, non ha interazioni significative (lui può anche desiderare di non averne, ma ciò non vuol dire che per la trama valga la stessa cosa); i pochi personaggi che compaiono sono fantasmi o relitti di un passato che sta vivendo la sua ultima, agonizzante rievocazione. La letteratura otto-novecentesca pullula di esempi di questo genere (lo stesso Houellebecq se n’è occupato a proposito di Des Esseintes, il protagonista di À rebours di Joris Karl Huysmans), ma a questi livelli non basta infarcire un romanzo con le opinioni più impopolari e i pensieri più bestiali per innovarla.

Scene belle, letterarie (perfino liriche, mi spingo a dire), ci sono, è evidente: la protesta degli allevatori della Normandia contro le quote latte europee è uno spaccato sociale che non so, forse è la prima volta che compare in letteratura, e di esso ho apprezzato l’autenticità; pure il tentativo di Labrouste di insinuarsi di nuovo nella vita della sua ex compagna, Camille, possiede dei momenti letterari di innegabile valore; anzi, uno dei pochi sussulti di trama lo si ha proprio in questo frangente, tuttavia l’impressione che mi hanno lasciato, a lettura fresca, è di apprezzabili cammei su un tessuto altrimenti fibroso e grigiastro.

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Veduta della costa della Normandia, dove è ambientata una parte del romanzo

Quanto alla trama, certo, Houellebecq non ci ha investito: far brancolare il lettore nella nebbia, vincolarlo alla libertà d’azione assoluta del protagonista, è un risultato voluto e pienamente realizzato (è impossibile prevedere dove Labrouste dirigerà la sua auto, ipotizzare un proseguimento del capitolo che si è appena terminato), tuttavia un romanzo del genere lui, Houellebecq, lo aveva scritto quattro anni prima. Sottomissione, accolto positivamente dalla critica e inserito dal «New York Times» fra i migliori 100 libri del 2015, aveva già raccontato tutto questo, in realtà. E anche allora avevo avuto gli stessi dubbi riguardo alla tenuta della trama, rimanendo con la sensazione che l’autore non avesse sfruttato al massimo l’enorme potenziale del suo soggetto. La classica montagna che ha partorito il topolino, insomma, ma oggi la delusione si acuisce per l’assenza di qualcosa di veramente nuovo da dire.

Niente di nuovo sul fronte esistenziale, ho scritto nel titolo, riformulando quello del più noto fra i romanzi di Remarque, ma la mancanza di idee e spunti è più estesa, e riguarda anche lo stile e le soluzioni narrative adottate. Di Labrouste aggiungo che egli è il François di Sottomissione invecchiato di qualche anno; la cosa che lo differenzia di più da quest’ultimo è la laurea (in Agronomia anziché in Lettere), eppure non si tratta di una differenza così sostanziale se poi tutti e due si ritrovano a condividere la stessa base di idee sul mondo e sulla vita. Pure il finale del libro — così simile a quello di Sottomissione da rasentare la ripetitività — ha l’effetto di uno scoppio di petardo rispetto alle attese che personalmente nutrivo. Può darsi che in questo abbiano avuto il loro peso le molte inserzioni in cui campeggiava la sua copertina rosso fiammante e che io abbia regolato le mie aspettative su di loro, ma di sicuro se avessi sospettato che questo romanzo non era altro che la versione spoliticizzata di Sottomissione (e poi nemmeno tanto spoliticizzata), non mi sarei precipitato in libreria ad acquistarlo.

Dunque sì, per Houellebecq niente di nuovo sul fronte esistenziale, narrativo e stilistico, questa volta. Da uno scrittore come lui mi aspetto qualcosa di più: una trama vera, finalmente, o comunque, se le trame romanzesche lo lasciano indifferente, variazioni più consistenti, d’ora in avanti, sulle tematiche sociali, politiche ed esistenziali che — ormai è chiaro a tutti, penso — lo appassionano davvero.

“La Favorita” di Yorgos Lanthimos: l’eterno ritorno delle rivalità fra emancipazione e fedeltà

Di Gian Luca Nicoletta

 

Questo articolo spezza la serie tematica dedicata all’Europa, che riprenderemo fra 10 giorni esatti, per far spazio a un argomento apparentemente più leggero ma di certo molto importante: questa volta parliamo di film!

Lo scorso fine settimana, infatti, sono andato al cinema a guardare La Favorita, ultima opera cinematografica del regista greco Yorgos Lanthimos e candidato a una lunga serie di Oscar tra i quali i più ambiti: miglior film, miglior attrice protagonista (Olivia Colman), miglior attrice non protagonista (a pari merito Rachel Weisz ed Emma Stone), miglior regista e miglior sceneggiatura originale.

Se avete già letto altri miei articoli, non faticherete a immaginare lo stato di grazia in cui mi sono trovato quando, sin dalle primissime scene del film, ho ammirato gli sconfinati saloni del palazzo reale, tra arazzi, porcellane e giardini ornamentali. Nel film si tratta di St. James’s Palace, dove la Regina Anna Stuart visse durante il suo regno, tuttavia le scene sono state girate presso Hatfield House, attuale dimora dei marchesi di Salisbury.

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Hatfield House

Il film ruota attorno a tre figure femminili: la Regina Anna Stuart, la duchessa Sarah Churchill e la baronessa Abigail Masham, tutte e tre legate fra loro a filo doppio da sentimenti spesso contrastanti e che coprono uno spettro che va dall’amore all’odio.
Il tema principale, a una prima impressione, può sembrare la risposta britannica, seppur tardiva, al film del 2006 di Sofia Coppola Marie Antoinette, oppure quello intramontabile del potere seducente. Io credo, invece, che qui si voglia parlar d’altro: innanzitutto del ruolo della donna agli inizi del XVIII secolo e, successivamente, di quelle che potremmo definire le “permutazioni di Fortuna“, cioè i momenti in cui la dea bendata, a suo piacere, ci sorride o meno.

Non vi tradirò rovinandovi la trama del film, se ancora non l’avete visto, ma ci tengo a concentrare l’attenzione sui due aspetti che ho appena citato.
Il primo: la figura della donna. È da qualche anno ormai, e meno male, che gli studi sul ruolo della donna nel corso della storia stanno uscendo dalle aule universitarie (dove invece si trovano da decenni!) per giungere alla cultura di massa, vasta, di “pubblico dominio”. Lo stereotipo dell’uomo che conduce coi propri pugno e intelletto la vita politica, sociale ed economica di un qualsiasi Paese europeo (la mia conoscenza non si spinge oltre i nostri confini continentali, dunque non mi avventurerò) sta inesorabilmente venendo meno e si sta facendo sempre più spazio la storia sommersa, quella che viene tramandata principalmente per via orale: molto spesso, infatti, i fili di larga parte della gestione di uno Stato si trovavano tra mani dalla pelle di seta.

È questo il caso di Lady Sarah Churchill (Sua Grazia la duchessa di Marlborough, se vogliamo seguire il galateo di corte), intima amica della Regina Anna e che, dalle stanze ora vicine ora remote di St. James’s Palace, come dire, “consigliava” Sua Maestà in merito alla scelte da prendere in politica. La Regina, per parte sua, si lasciava consigliare volentieri da una tra le poche amiche fidate che un monarca può permettersi, indipendentemente dal secolo nel quale si vive.

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Rachel Weisz nel ruolo di Sarah Churchill

Lady Sarah era una donna molto intelligente, certamente scaltra, ma che agiva sempre in funzione dei due grandi amori della sua vita: la Corona e il marito. La Corona poiché, grazie alle sue abili tattiche persuasive, riuscì a rendere indipendente da qualsiasi pressione politica la Principessa Anna prima che questa diventasse regina, e ciò avvenne nell’unico modo possibile per svincolare qualcuno da ogni tipo di pressione, riuscendo cioè a fare ottenere per la Principessa una cospicua rendita vitalizia concessa dal Parlamento. Il marito, invece, deve a sua moglie non il titolo di duca, il quale gli venne concesso dopo aver dimostrato le sue abilità marziali contro i francesi, bensì la glorificazione del suo nome, grazie a un’altra concessione di rendita da parte del Parlamento e anche grazie all’impegno che Lady Sarah profuse nel seguire i lavori di progettazione, costruzione e decorazione dell’imponente sede della famiglia Churchill, ancora di proprietà dei duchi di Marlborough e, dal 1987, patrimonio mondiale dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO: Blenheim Palace.

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Blenheim Palace

Un ruolo importante viene riservato, anche, alla baronessa Abigail Masham, la quale era cugina di Lady Marlborough. La baronessa, al contrario della cugina, ha dovuto costruire la sua influenza a corte quando già Lady Sarah godeva pienamente dei favori della Regina Anna. Con l’arrivo a corte di questa seconda figura femminile il film prende tutta un’altra piega: le due donne iniziano a contendersi l’affetto della sovrana. In particolare Abigail si adopera per essere notata mentre Sarah rema per mantenere il monopolio. Al centro di tutto questo sta la Regina, la quale oscilla fra una pia (quanto simulata) innocenza e una pretesa d’amore molto simile agli ordini che impartisce da mane a sera.

Con questi tre personaggi vediamo trionfare il ruolo delle donne nelle dinamiche di corte. Effetto, questo, reso bene anche nella sceneggiatura poiché gli uomini di questo film sono essenzialmente divisi in tre categorie: gli impavidi soldati che si preoccupano solo di far guerra e far sesso, come il barone Masham, i politici di professione che nascondono un’omosessualità latente, come il Tesoriere Lord Robert Harley e infine gli uomini che pensano ai loro affari, lontani dalle dinamiche di corte come il duca di Marlborough o il conte Godolphin.

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Emma Stone nel ruolo di Abigail Masham

Come dicevo, tutto ruota attorno alla Regina Anna e con lei introduco il secondo elemento della riflessione: le permutazioni di Fortuna. La Regina rappresenta il vertice della piramide politica e sociale del sistema rappresentato in questo film. Un suo gesto può fare la felicità o la disgrazia di qualsiasi persona sottoposta alla sua influenza. Questo lo sanno le due contendenti e, molto astutamente, sfruttano la Regina l’una contro l’altra, per far sì che le proprie posizioni sociali mantengano il primato. La bilancia di questi rapporti è in continuo movimento e propende ora per Sarah, ora per Abigail… mai per la Regina! Lei infatti è diretta responsabile del destino dei mortali, ma del suo? Lei viene costantemente ignorata con deferenza, ingannata con grazia, tenuta all’oscuro con rispetto, ma rimane pur sempre ignorata, ingannata e tenuta all’oscuro. Questo la Regina lo sa bene e, difatti, tenta con la sua autorità di tenere strette a sé le due donne, le uniche che, seppur con sentimenti poco genuini, le hanno in fin dei conti mostrato affetto, amore, vicinanza. Una Regina a tratti infantile, che cede a scatti d’ira che nessuno psichiatra sottovaluterebbe mai, che urla a tutti per affermare il suo potere ma che, quando le viene chiesto di esercitarlo, implora remissiva e succube l’aiuto delle sue matrigne.

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Olivia Colman nel ruolo della Regina Anna Stuart

La Fortuna non si risparmia con nessuna delle tre protagoniste di questo film: le porta sino alle vette del potere e, subito dopo, negli antri più scuri dell’irrilevanza sociale.
Un film prezioso e molto attuale, che prende esempi illustri per parlare a ognuno di noi, alle dinamiche non troppo diverse che ancora oggi pratichiamo, coscientemente o meno non fa alcuna differenza. Un film sulle donne che comandano e che non lo fanno perché sono riuscite a ritagliarsi uno spazio, ma perché quello spazio se lo sono prese con la determinazione, il coraggio e  anche un bel po’ d’astuzia. Di certo molta di più di tanti uomini che sono arrivati in alto grazie al loro sesso e faticando assai meno.

In merito a questo tema, per chiudere, vi consiglio la lettura del libro della professoressa Benedetta Craveri e pubblicato da Adelphi, Amanti e regine: un testo davvero godibile e chiaro che parla, alternando l’argomentazione dotta al gossip, delle donne che si sono fatte strada e che, di fatto, hanno mandato avanti una nazione nella Francia moderna.

Buona visione e buona lettura!